E un che d’una scrofa azzurra e grossa

17^ canto dell’Inferno.

Reginaldo degli Scrovegni.

Quando il poeta guardando con attenzione viene tra gli usurai, nel terzo girone del settimo cerchio, su una borsa gialla vede un azzurro che ha aspetto e comportamento di un leone. Poi, continuando il carro del suo sguardo a procedere oltre, ne vede una seconda rossa come il sangue, che rappresenta un’oca bianca più che burro.

E un dannato che ha la sua borsa bianca con l’insegna di una scrofa azzurra e grassa, gli dice: “Tu che cosa fai in questa cavità? Ora vattene; e poiché sei ancora vivo, sappi che il mio concittadino Vitaliano sederà qui alla mia sinistra. Sono padovano con questi Fiorentini: molte volte mi offendono l’udito gridando: “Sia dannato il gran cavaliere, che porterà la borsa con tre capri!”.

Fin qui Dante. Comunemente si ritiene che questo dannato, il quale gli si rivolge con tale veemenza, sia Reginaldo degli Scrovegni, la cui nomea di usuraio era diffusa dappertutto. Capostipite dell’omonima famiglia padovana, si unì ben presto in matrimonio con una dolce donzella della famiglia vicentina dei Malcapelli, tale connubio consentendogli di espandere la sua principale attività, quella del prestito, oltre i limitati confini della sua città.  

Esattore nel 1268 per il vescovo di Padova delle decime di Montecchio e di altri borghi limitrofi, fu avveduto curatore dei propri suoi averi, e li impiegò sempre con frutto in prestiti e terreni dapprima scelti con oculatezza. Dal 1290 non si ebbero più sue notizie certe, ma quelle dei figli, quindi è presumibile che sia morto entro quella data. A tal proposito citiamo da P. Selvatico (Visita di Dante a Giotto, in Dante e Padova, 1865 pagina 108): “… moriva gridando: datemi la chiave dello scrigno, perché nessuno trovi il mio denaro”.

Così, mentre Dante lo immortalava facendogli dire quanto sopra riportato, quale simbolo della borghesia mercantile in ascesa che si arricchiva con l’usura, il figlio Arrigo commissionava a Giotto l’affresco, realizzato tra il 1303 e il 1305, della cappella di Santa Maria della Carità a Padova, capolavoro dell’arte italiana.

@ E UN CHE D’UNA SCROFA AZZURRA E GROSSA

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