E un che d’una scrofa azzurra e grossa

17^ canto dell’Inferno.

Reginaldo degli Scrovegni.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. A metà del canto, il poeta narra che, appena egli guardando con attenzione viene tra gli usurai, vede in una borsa gialla un azzurro che ha aspetto e atteggiamento di un leone. Poi, mentre procede oltre la direzione del suo sguardo, ne vede un’altra rossa come il sangue, che rappresenta un’oca bianca più che il burro.

E uno che ha la sua borsa bianca con l’insegna di una scrofa azzurra e grassa, gli dice: «Che cosa fai tu in questa cavità? Ora vattene; e poiché sei ancora vivo, sappi che il mio concittadino Vitaliano sederà qui al mio lato sinistro. Sono padovano con questi Fiorentini: spesso mi offendono l’udito gridando: “Venga il grande cavaliere, che porterà la borsa con tre capri!”».

Fin qui il racconto di Dante. Si è sempre ritenuto, sia dai primi commentatori della Commedia, sia dai moderni, che questo dannato fosse Reginaldo degli Scrovegni, la cui nomea di usuraio era diffusa dappertutto. Capostipite dell’omonima famiglia padovana, fu avveduto curatore dei suoi averi, e li impiegò sempre con frutto in prestiti e terreni dapprima scelti con oculatezza. Dal 1290 non si ebbero più sue notizie certe, quindi è presumibile che sia morto entro quella data.

Così, mentre Dante lo immortalava quale simbolo della borghesia mercantile in ascesa che si arricchiva con l’usura, il figlio Arrigo commissionava a Giotto l’affresco, realizzato tra il 1303 e il 1305, della cappella di Santa Maria della Carità a Padova, capolavoro dell’arte italiana.

@ E UN CHE D’UNA SCROFA AZZURRA E GROSSA

 

 

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