E un che d’una scrofa azzurra e grossa

17^ canto dell’Inferno.

Rinaldo degli Scrovegni.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Il poeta sente dire da Rinaldo degli Scrovegni: «Che cosa fai tu in questa cavità? Ora vattene; e poiché sei ancora vivo, sappi che il mio concittadino Vitaliano sederà qui al mio lato sinistro. Sono padovano con questi Fiorentini: spesso mi offendono l’udito gridando: “Venga il grande cavaliere, che porterà la borsa con tre capri!”».

Rinaldo degli Scrovegni, collocato da Dante nel terzo girone di questo cerchio tra gli usurai, fu il capostipite dell’omonima famiglia padovana, ed ebbe la capacità di imporsi sfruttando con sagacia le propizie condizioni economiche offerte dallo sviluppo dei commerci del XIII^ secolo.

Avveduto curatore dei propri averi, li impiegò sempre con frutto in prestiti e terreni dapprima scelti con oculatezza, in relazione con i luoghi in cui poté godere delle decime ecclesiastiche. Infatti, nel 1268 fu esattore per il vescovo di Padova delle decime di Montecchio e dei borghi vicini. Dal 1290 non si ebbero più sue notizie certe, quindi è presumibile che sia morto entro quella data.

Così, mentre il poeta lo immortalava quale simbolo della borghesia mercantile in ascesa che si andava arricchendo con l’usura, il figlio Arrigo commissionava a Giotto l’affresco, realizzato tra il 1303 e il 1305, della cappella di Santa Maria della Carità a Padova, vero e proprio capolavoro dell’arte italiana.

@ E UN CHE D’UNA SCROFA AZZURRA E GROSSA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

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