Mostrocci un’ombra da l’un canto sola

11^ canto dell’Inferno.

Guido di Montfort.

Nesso, indicando a Dante, che reca sulla schiena, uno dei violenti immerso al pari degli altri nel fiume di sangue bollente e vermiglio, lo fa senza farne esplicitamente il nome. E prosegue il cammino.

Il dannato additato dal centauro è Guido di Monfort, e la sua figura emerge da questo fiume, che funge da primo girone del settimo cerchio dell’Inferno. In perfetta solitudine, come se perfino gli altri dannati, peraltro assassini della peggior specie, con lui non vogliano avere a che fare.

Figlio di Simone, conte di Leicester, fu avversario dello zio, il re Enrico III d’Inghilterra e di suo zio, il principe Edoardo I, nella battaglia di Evesham (1265), dove perse il padre e il fratello maggiore, i corpi dei quali furono oltraggiati, ed egli stesso fu fatto prigioniero.

Riuscito a fuggire, dopo varie vicissitudini in tutta Europa, finì sotto la protezione di Carlo I dʼAngiò, da costui ricevendo poi il feudo di Nola, in Campania, e la nomina di vicario in Toscana, dove si distinse per la sua crudeltà. Morì in prigione a Messina nel 1288, dopo essersi impegnato nella guerra del Vespro e fatto prigioniero da Ruggero di Lauria a Castellamare di Stabia (1287).

Dante lo pone nel fiume suddetto, immerso fino alla gola e in posizione defilata dagli altri, perché in vita si rese protagonista di un agghiacciante fatto di sangue che, ai suoi tempi, fece grande scalpore. Nel 1272, infatti, Guido di Monfort pugnalò a morte in una chiesa di Viterbo il giovane Arrigo, cugino di Edoardo I e figlio del conte di Cornovaglia, per vendicare la morte dei suoi parenti più stretti.

La “vendetta di Viterbo”, come venne chiamata, perpetrata alla presenza di Filippo III di Francia e di Carlo I dʼAngiò, pur destando il clamore di cui si è detto, anzitutto per il luogo in cui avvenne il fatto, nonché per il successivo vilipendio del cadavere, ebbe come conseguenza soltanto la scomunica per l’assassino, a causa della protezione accordatagli dall’Angioino, il quale lo spinse a nascondersi nei possedimenti di Maremma del conte Ildebrandino degli Aldobrandeschi, di cui era divenuto congiunto, avendo sposato la figlia.

La fulminante battuta, messa da Dante in bocca a Nesso, cioè “Quel dannato spaccò in chiesa il cuore che si onora tuttora sul Tamigi”, racconta il Villani che “il cuore di Arrigo fu posto in una coppa d’oro… su una colonna in capo del ponte di Londra sopra il fiume Tamigi”, rappresenta una delle più mirabili sintesi storiche della Commedia.

@ MOSTROCCI UN’OMBRA DA L’UN CANTO SOLA

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...