O voi ch’avete li ‘ntelletti sani

O voi ch'avete li 'ntelletti sani

Dunque tra i merli della sommità arroventata di quella torre di guardia da cui sono partiti i segnali per Flegias, il traghettatore dello Stige, abbiamo visto drizzarsi in piedi e stagliarsi con tutta la loro energia le tre Furie, schiave di Proserpina, regina degli Inferi.

Adesso, prima le vediamo lanciare in basso un’occhiata sprezzante ai due pellegrini, che sono sempre fermi davanti alla porta della città di Dite – i quali hanno assunto, da quando il predetto Flegias li ha fatti approdare sulla sponda, il tipico atteggiarsi di chi si aspetta qualcosa di risolutivo, per poter entrare, e successivamente eruttare, a una voce sola verso di loro, un grido tremendo: “Venga Medusa: così lo trasformeremo in pietra; a nostro danno non punimmo Teseo”.

Udendo ciò, Virgilio spia il suo pupillo con la coda nell’occhio, e gli intima prontamente: “Voltati e chiudi gli occhi; perché se appare Medusa e tu la guardassi, non potresti più ritornare tra i vivi”.

Virgilio non finisce di parlare, che fa voltare Dante da un’altra parte, e, a tal punto non si fida, che pone le sue mani su quelle del poeta, mentre noi, a rapidi passi, stiamo arrivando al cuore del nono canto dell’Inferno.

Dove leggiamo una frase criptica: “O voi ch’avete li ’ntelletti sani, sforzatevi di comprendere il valore morale di ciò che è mera allegoria”.

Per la qual cosa, caro lettore, che hai avuto la costanza di seguire fin qui le gesta dei nostri eroi, presta ora la dovuta attenzione, ci raccomanda Dante, a non prendere troppo alla lettera gli eventi che ci saranno raccontati di qui in avanti, ma di trarne in qualche modo il giusto insegnamento.

Eventi che prendono il via da un rumore, spaventoso a udirsi, che si propaga su per le acque sozze della palude, per cui perfino le rive accusano il colpo, tremando, “non diverso da un vento che vede accrescere il proprio impeto quanto più ampio è lo squilibrio tra le condizioni dell’aria, che colpisce la selva e senza nessun ostacolo spezza gli alberi, li abbatte e li trascina via; avanza con il suo alto fronte sollevando nugoli di polvere, e fa scappare gli animali e i custodi”, chiosa il poeta.

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