Tal mi fece la bestia sanza pace

la lupa

All’attenzione di chi guarda c’è il Divino Poeta, nuovamente alle prese con quanto gli accade nella parte iniziale del primo canto dell’Inferno. Eravamo rimasti al momento in cui egli, attraversata la selva del peccato e del dolore, e fatto riposare il suo corpo stanco, si è diretto verso il dilettoso monte – il solo luogo che può salvare la sua anima perduta – lasciandosi alle spalle le due fiere: la lonza e il leone.

La lonza gli si è manifestata quasi all’inizio del declivio, impedendogli talmente il cammino, che lo ha fatto dubitare sulla meta da raggiungere. La comparsa improvvisa di un leone, poco dopo, ha peggiorato non poco la situazione. Con l’arroganza tipica di una bestia affamata, il leone gli si è parato davanti, ma Dante in qualche modo è riuscito a distrarlo, superando così la pur momentanea difficoltà.

Poi, narra il poeta, “una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e che aveva ridotto in miseria molte persone, mi turbò tanto con la paurosa minaccia che derivava dal suo aspetto, che io disperai di raggiungere la vetta del colle”.

La lupa, con i denti digrignanti e con la bava che gli cola dai lati della bocca, lo incalza e lo spinge gradualmente a ritornare verso la selva. “E com’è il tale che accumula denaro”, dice Dante, “e giugne ’l tempo che perder lo face, che in tutti i suoi pensieri soffre e si rattrista, tal mi fece la bestia sanza pace”.

E sarà a questo punto, vedendosi costretto a scendere a valle, che gli apparirà una figura umana, sfocata a causa dell’oscurità del pendio.

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3 pensieri su “Tal mi fece la bestia sanza pace

  1. Sembra proprio che per superare alcuni ostacoli si possa contare sulle proprie forze; ma se dobbiamo fare i conti con la brama di possedere uomini e averi, con la voglia di accumulare (quanto è sempre attuale questo rischio sulla via del bene!), con questa bestia, sempre vorace e mai sazia, che si chiama cupidigia, allora c’è bisogno di una mano che ci soccorra.

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