In etterno verranno a li due cozzi

7^ canto dell’Inferno

Gli avari e i prodighi

Nel quarto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Dante: «Accogli nella mente un pensiero superfluo: la vita priva di discernimento che li rese immondi, ora li rende oscuri a ogni riconoscimento. Verranno ai due urti in eterno: gli uni resusciteranno dal sepolcro col pugno stretto, e gli altri coi capelli tagliati. Lo spendere e il risparmiare peccaminosamente li ha privati del mondo bello, e destinati a questo scontro: quale sia esso, non vi cerco belle parole».

Si tratta degli avari e dei prodighi, collocati dal poeta in questo cerchio, e da lui distinti in due gruppi contrapposti, provenienti da una direzione e dall’altra, facendo rotolare enormi pesi con la forza del petto, e “s’incontrano e cozzano in un punto, scambiandosi aspre ingiurie; poi si rivoltano e ripercorrono il cammino fatto, finché nuovamente vengono a incontrarsi e insultarsi a vicenda nel punto diametralmente opposto del cerchio”, scriveva il Sapegno.

La loro pena, forse fatta derivare da Dante dal supplizio di Sisifo, “ritrae simbolicamente lo sforzo che quei peccatori durarono da vivi intorno ad un oggetto, qual è la ricchezza, di per sé vano. Tutti questi dannati sono irriconoscibili, come in vita furono ‘sconoscenti, e cioè ciechi di mente e privi di discrezione; ma tra gli avari compaiono numerosi i chierici, papi e cardinali che la cupidigia dominò e condusse a dannazione. Nel modo della rappresentazione è facile cogliere l’atteggiamento polemico e sprezzante dello scrittore”, ancora il Sapegno.

Questi dannati, i quali nel giorno del Giudizio rivestiranno le loro spoglie: gli avari, con la mano chiusa e i prodighi con i capelli tagliati, furono considerati dal poeta in numero maggiore che nei precedenti cerchi, quasi che questi avesse voluto sottolineare la preminenza di questo vizio sugli altri prima trattati (lussuria e gola). Di certo egli, a proposito dei prodighi, ebbe a mente il pensiero di Aristotele al riguardo; per il grande filosofo greco lo sperpero delle ricchezze con cui l’uomo sostenta la propria vita, è una vera e propria distruzione della loro intima essenza.

© IN ETTERNO VERRANNO A LI DUE COZZI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

Non è sanza cagion l’andare al cupo

7^ canto dell’Inferno

Pluto

Nel quarto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Pluto: «Taci, maledetto lupo! consumati dentro con la tua rabbia. Non è senza ragione l’andare al luogo profondo: si vuole così nel Paradiso, là dove Michele rese giustizia alla violenza mossa dalla superbia contro Dio».

Figura del mito classico, Pluto, posto da Dante in questo cerchio, fu figlio di Iasione e di Demetra. Idolatrato come dio delle ricchezze, fu considerato quale protettore dell’abbondanza nei campi, e rappresentò ogni forma di benessere, tanto che Aristofane gli dedicò una commedia famosa ancora oggi. Pluto fu relegato in secondo piano da Plutone, dio degli Inferi, al quale fu trasferita la potestà delle ricchezze.

Dai primi commentatori della Commedia, Pluto fu confuso con Plutone o Ade (figlio di Rea e di Crono, divise la supremazia del mondo con i fratelli Giove e Nettuno, prendendosi la zona sotterranea; il nome a questa divinità venne attribuito dai misteri eleusini, in cui era celebrato come produttore di fertilità), che Cicerone identificava con Dite.

Questa confusione venne attribuita pure al poeta, non solo da quei commentatori, ma altresì da qualche moderno; ma, ad onore del vero, questi distinse nettamente le due divinità: per lui Dite era Lucifero, il re dell’Inferno, come il Dite dell’Eneide, mentre della figura di Pluto i lettori, antichi e moderni, ne presero e ne prendono conoscenza al momento della discesa sua e di Virgilio nel cerchio sopra citato, assegnando ad entrambe le divinità i rispettivi luoghi di appartenenza, tuttavia restando ignota la fonte da cui egli apprese tale distinzione.

La trasformazione di Pluto, da dio delle ricchezze a demonio infernale, operata da Dante, fu sicuramente dovuta al rapporto cupidigia-lupo più volte da affermato nel corso del poema. Il poeta lasciò intuire le grandi dimensioni di questo personaggio, con tratti umani e sembianze di animale, con il sopravvento di queste ultime. Ma che Pluto si trattasse di una figura indefinita, è dimostrato dal fatto che gli illustratori del Trecento dovettero fare uno sforzo di fantasia per rappresentarlo. A tal proposito, notevole fu la miniatura del codice Laurenziano, dove venne raffigurato con la testa di lupo, corpo umano pieno di peluria e ali di pipistrello.

© NON È SANZA CAGION L’ANDARE AL CUPO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6^ canto dell’Inferno

(Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l’inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d’un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt’i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere più cose a divenire a la città di Fiorenza.)

Al tornar de la mente, che si chiuse

dinanzi a la pietà d’i due cognati,

che di trestizia tutto mi confuse,

novi tormenti e novi tormentati

mi veggio intorno, come ch’io mi mova

e ch’io mi volga, e come che io guati.

Io sono al terzo cerchio, de la piova

etterna, maladetta, fredda e greve;

regola e qualità mai non l’è nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve

per l’aere tenebroso si riversa;

pute la terra che questo riceve.

Cerbero, fiera crudele e diversa,

con tre gole caninamente latra

sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,

e ‘l ventre largo, e unghiate le mani;

graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani:

de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;

volgonsi spesso i miseri profani.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,

le bocche aperse e mostrocci le sanne;

non avea membro che tenesse fermo.

E ‘l duca mio distese le sue spanne,

prese la terra, e con piene le pugna

la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,

e si racqueta poi che ‘l pasto morde,

ché solo a divorarlo intende e pugna,

cotai si fecer quelle facce lorde

de lo demonio Cerbero, che ‘ntrona

l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.

Noi passavam su per l’ombre che adona

la greve pioggia, e ponavam le piante

sovra lor vanità che par persona.

Elle giacean per terra tutte quante,

fuor d’una ch’a seder si levò, ratto

ch’ella ci vide passarsi davante.

«O tu che se’ per questo ‘nferno tratto»,

mi disse, «riconoscimi, se sai:

tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».

E io a lui: «L’angoscia che tu hai

forse ti tira fuor de la mia mente,

sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.

Ma dimmi chi tu se’ che ‘n sì dolente

loco se’ messo, e hai sì fatta pena,

che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».

Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena

d’invidia sì che già trabocca il sacco,

seco mi tenne in la vita serena.

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:

per la dannosa colpa de la gola,

come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

E io anima trista non son sola,

ché tutte queste a simil pena stanno

per simil colpa». E più non fé parola.

Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno

mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ‘nvita;

ma dimmi, se tu sai, a che verranno

li cittadin de la città partita;

s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione

per che l’ha tanta discordia assalita».

E quelli a me: «Dopo lunga tencione

verranno al sangue, e la parte selvaggia

caccerà l’altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia

infra tre soli, e che l’altra sormonti

con la forza di tal che testé piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti,

tenendo l’altra sotto gravi pesi,

come che di ciò pianga o che n’aonti.

Giusti son due, e non vi sono intesi;

superbia, invidia e avarizia sono

le tre faville c’hanno i cuori accesi».

Qui puose fine al lagrimabil suono.

E io a lui: «Ancor vo’ che mi ‘nsegni

e che di più parlar mi facci dono.

Farinata e ‘l Tegghiaio, che fuor sì degni,

Iacopo Rusticucci, Arrigo e ‘l Mosca

e li altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni,

dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;

ché gran disio mi stringe di savere

se ‘l ciel li addolcia o lo ‘nferno li attosca».

E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;

diverse colpe giù li grava al fondo:

se tanto scendi, là i potrai vedere.

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,

priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:

più non ti dico e più non ti rispondo».

Li diritti occhi torse allora in biechi;

guardommi un poco e poi chinò la testa:

cadde con essa a par de li altri ciechi.

E ‘l duca disse a me: «Più non si desta

di qua dal suon de l’angelica tromba,

quando verrà la nimica podesta:

ciascun rivederà la trista tomba,

ripiglierà sua carne e sua figura,

udirà quel ch’in etterno rimbomba».

Sì trapassammo per sozza mistura

de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,

toccando un poco la vita futura;

per ch’io dissi: «Maestro,esti tormenti

crescerann’ei dopo la gran sentenza,

o fier minori, o saran sì cocenti?».

Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,

che vuol, quanto la cosa è più perfetta,

più senta il bene, e così la doglienza.

Tutto che questa gente maladetta

in vera perfezion già mai non vada,

di là più che di qua essere aspetta».

Noi aggirammo a tondo quella strada,

parlando più assai ch’i’ non ridico;

venimmo al punto dove si digrada:

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

Poi appresso convien che questa caggia

6^ canto dell’Inferno

Le profezie nella Commedia

Nel terzo cerchio dell’Inferno. Il poeta sente dire da Ciacco: «Dopo un lungo contrasto si abbandoneranno a sanguinose lotte civili, e la fazione rustica scaccerà l’altra con molte offese e danni. Poi dopo avverrà che la prima decada dalla sua egemonia entro il tempo di tre anni, e che la seconda prevalga con il potere prevaricatore di un tale che ora si barcamena tra le fazioni».

Le profezie, in senso lato, vengono rese possibili da una legge dell’Inferno, per la quale i dannati possono leggere il futuro, ma non gli risulta nulla di quanto accade nel presente. Ovviamente, in quelle come questa di Ciacco, ci troviamo di fronte a una mera finzione letteraria, nel senso che i fatti storici preannunziati a Dante, a partire da Ciacco per finire all’avo Cacciaguida in Paradiso, passando per Farinata degli Uberti, Brunetto Latini e Vanni Fucci nell’Inferno, e per Corrado Malaspina, Oderisi da Gubbio e Ugo Capeto in Purgatorio, durante l’intero viaggio nei tre regni ultraterreni, sono già avvenuti. E quindi questi personaggi dicono al poeta ciò che egli già sa.

Altra cosa sono, invece, le profezie tout court, dove si preconizza ciò che potrà accadere. Una di queste, molto famosa, è quella della venuta di un Veltro, per bocca di Virgilio; un’altra, meno nota, è quella dell’avvento di un Dux inviato da Dio, per bocca di Beatrice, in Purgatorio. In entrambe, sia nella figura del primo, sia in quella del secondo, le opinioni al riguardo sembrano convergere ormai, dopo secoli di divergenze, verso un generico riformatore, forse un imperatore. In questi due casi, Dante, per il tramite di Virgilio e Beatrice, si veste da profeta vero e proprio, animato chiaramente più da un proprio convincimento, che dalla certezza che quanto sperato e immaginato avvenga realmente.

E questa tensione profetica, che aveva caratterizzato nell’Alto Medio Evo l’operato di papa Gregorio Magno, il quale aveva speso tutte le sue energie in una predicazione diretta a convincere il suo gregge su un imminente ritorno di Cristo, si riverbera per tutta la Commedia, mirabile visione in cui ognuno può rivivere la propria esperienza.

© POI APPRESSO CONVIEN CHE QUESTA CAGGIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco

6^ canto dell’Inferno

Ciacco

Nel terzo cerchio dell’Inferno. Ciacco a Dante: «La tua città, che è colma d’invidia così che il sacco già ne trabocca, mi accolse in sé nella vita terrena. Voi concittadini mi chiamaste Ciacco: a causa del peccato di gola, come tu vedi, mi consumo sotto la pioggia. E io anima dolente non sono sola, perché tutte queste stanno a un uguale tormento per un uguale peccato».

Ciacco, collocato dal poeta in questo cerchio tra i golosi, già dai primi commentatori della Commedia fu ritenuto un mistero. Infatti, numerosi furono i loro sforzi per dargli un’identità sicura. Così, da un Ciacco di Buoninsegna, rinvenuto in un documento del 1264, passando per Tuccio del Ciacco, del popolo di San Pier Maggiore, “sindaco per la locazione del carcere dei Magnati” nel 1293, si è giunti a tale Ciacco di Pietro. E qualcuno addirittura pensò di identificarlo col rimatore Ciacco dell’Anguillara. Ma tutto ciò, nel corso del tempo, si è rivelato velleitario, tanto che ancora oggi non si conosce la vera identità del Ciacco dantesco.

Scavando nel personaggio, il modo stesso in cui Dante lo presenta a chi legge, dà ad intendere che tale nomignolo gli sia venuto dopo la nascita, forse, ad opera dei compagni. E se il soprannome in qualche maniera sconcerta, ancor di più lo fa la scenografia in cui è inserito il personaggio Ciacco. E il fatto che in vita sia stato noto a Firenze per la sua golosità, lo possiamo reputare vero in virtù della citazione dantesca: se il poeta lo ha scelto quale simbolo di questo peccato, ciò significa che egli merita sì il suo posto tra i golosi, ma vuol dire anche che egli è ritenuto il solo capace di riferire certe cose che qualcun altro non saprebbe o potrebbe dire.

Al punto che Dante gli farà pronunciare la prima profezia sulle vicende politiche della città, previa idonea domanda. La risposta? A Calendimaggio del 1300, la parte dei Guelfi Bianchi (la famiglia dei Cerchi) e quella dei Neri (i Donati), si azzufferanno a Piazza Santa Trinita per ingraziarsi, pare, alcune floride e danzanti fanciulle. Da questo fatto in apparenza banale, si scatenerà la classica reazione a catena, fino al più nefasto degli eventi per il poeta: il bando perenne dalla sua patria.

© VOI CITTADINI MI CHIAMASTE CIACCO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna

6^ canto dell’Inferno

Cerbero

Nel terzo cerchio dell’Inferno. Il poeta narra: “Qual è quel cane che abbaiando esprime il desiderio di mangiare, e si rimette silenzioso e tranquillo quando addenta il cibo, perché è intento e si affatica solo a divorarlo, tali diventarono quelle facce sporche del demone Cerbero, che stordisce così le anime, che vorrebbero essere sorde”.

Figura del mito classico, Cerbero, posto da Dante in questo cerchio, fu il guardiano dell’Ade, e virgulto di Tifeo e di Echidna. Frequentemente ricordato nei poemi antichi, Virgilio lo citò nell’Eneide (VIII, 296-297), come un mostro di smisurata possanza dai tre colli ispidi di serpi.

E come nel caso degli altri demoni della mitologia, che il poeta ci presenta uno alla volta alterati fortemente nelle sembianze, durante il lungo dipanarsi del suo viaggio, nel caso di Cerbero queste diventano altamente simboliche del peccato di golosità: gli occhi vermigli, la barba sporca e nera, il ventre ampio, e le mani provviste di unghie.

Da un punto di vista prettamente allegorico, le tre teste di Cerbero furono considerate dai primi commentatori della Commedia come la rappresentazione plastica delle tre maniere con le quali si palesa il molto diffuso, ancora oggi, peccato sopra citato: secondo qualità, secondo quantità, secondo ‘continuo’, cioè ingozzarsi senza aver cura né della qualità né della quantità.

Più recentemente, altri hanno fatto assurgere le stesse a simbolo delle lotte civili tra le varie fazioni fiorentine ai tempi di Dante. Ma da preferire di gran lunga è la prima interpretazione, più coerente con la presenza dei golosi tormentati in eterno da Cerbero.

© QUAL È QUEL CANE CH’ABBAIANDO AGOGNA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5^ canto dell’Inferno

(Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l’inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini.)

Così discesi del cerchio primaio

giù nel secondo, che men loco cinghia

e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:

essamina le colpe ne l’intrata;

giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata

li vien dinanzi, tutta si confessa;

e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;

cignesi con la coda tante volte

quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:

vanno a vicenda ciascuna al giudizio,

dicono e odono e poi son giù volte.

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,

disse Minòs a me quando mi vide,

lasciando l’atto di cotanto offizio,

«guarda com’entri e di cui tu ti fide;

non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».

E ‘l duca mio a lui: «Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare».

Or incomincian le dolenti note

a farmisi sentire; or son venuto

là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d’ogne luce muto,

che mugghia come fa mar per tempesta,

se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,

mena li spirti con la sua rapina;

voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,

quivi le strida, il compianto, il lamento;

bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch’a così fatto tormento

enno dannati i peccator carnali,

che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l’ali

nel freddo tempo, a schiera larga e piena,

così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di sù li mena;

nulla speranza li conforta mai,

non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,

faccendo in aere di sé lunga riga,

così vid’io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;

per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle

genti che l’aura nera sì gastiga?».

«La prima di color di cui novelle

tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,

«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,

che libito fé licito in sua legge,

per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’è Semiramìs, di cui si legge

che succedette a Nino e fu sua sposa:

tenne la terra che ‘l Soldan corregge.

L’altra è colei che s’ancise amorosa,

e ruppe fede al cener di Sicheo;

poi è Cleopatràs lussurïosa.

Elena vedi, per cui tanto reo

tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,

che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille

ombre mostrommi e nominommi a dito,

ch’amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch’io ebbi ‘l mio dottore udito

nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,

pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: «Poeta, volontieri

parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,

e paion sì al vento esser leggeri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno

più presso a noi; e tu allor li priega

per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,

mossi la voce: «O anime affannate,

venite a noi parlar, s’altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate,

con l’ali alzate e ferme al dolce nido

vegnon per l’aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,

a noi venendo per l’aere maligno,

sì forte fu l’affettüoso grido.

«O animal grazïoso e benigno

che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,

noi pregheremmo lui della tua pace,

poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,

noi udiremo e parleremo a voi,

mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui

su la marina dove ‘l Po discende

per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense».

Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,

china’ il viso, e tanto il tenni basso,

fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri

a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,

a che e come concedette amore

che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,

l’altro piangëa; sì che di pietade

io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

Noi leggiavamo un giorno per diletto

5^ canto dell’Inferno

Gli amanti maledetti

Nel secondo cerchio dell’Inferno. Il poeta sente dire da Francesca da Polenta: «Non vi è nessuna sofferenza più intensa che ricordarsi nell’infelicità del tempo felice; e il tuo maestro ha cognizione di ciò. Ma se tu hai un così grande desiderio di sapere la prima origine del nostro amore, parlerò come colui che piange e racconta. Una volta noi leggevamo con piacere come Amore avvinse Lancillotto; eravamo soli e senza nessun timore».

Francesca da Polenta, collocata da Dante in questo cerchio con il cognato Paolo Malatesta tra i lussuriosi, fu la moglie di Gianni ‘Ciotto’ Malatesta, signore di Rimini, e con Paolo si rese protagonista di un efferato fatto di cronaca, in un anno imprecisato tra il 1283 e il 1286. E se non fosse stato il poeta a rievocare poeticamente, con una levità e un garbo impareggiabili, la storia d’amore tra costoro, fatti assurgere a simbolo dell’amore trasgressivo, non avremmo avuto la minima contezza della loro esistenza terrena. Il racconto di Dante, infatti, è la sola testimonianza di questo dramma medievale ‘d’amore e morte’.

Così, quei pochi e generici riferimenti di cronaca attorno a tale vicenda, sono stati ricavati dagli esperti, nei secoli, proprio sulla traccia dantesca. Com’è stato possibile? Si dà il caso che il poeta possa aver conosciuto di persona Paolo Malatesta, quando ricoprì la carica annuale di capitano del popolo a Firenze (1282-1283). Di conseguenza, la sua familiarità con Francesca ci appare più che giustificata.

A un certo punto del dialogo tra costei e Dante, lei scandisce in tre tempi il triste convegno d’amore di cui si è resa partecipe attiva: l’innamoramento di Paolo: “Amore, che improvviso si trasmette al cuore nobile, sedusse costui del bel corpo che mi fu sottratto; e la maniera tuttora mi ferisce e mi tormenta”; l’accettazione dell’amore da parte di Francesca: “Amore, che a nessuno amato fa grazia di amare, mi fece innamorare così forte della bellezza di costui, che, per quel che vedi, tuttora non mi abbandona”, e il drammatico e comune esito finale: “Amore ci portò a una sola morte. La Caina aspetta egli che ci tolse la vita”. Il tutto, dipanandosi in otto versi meravigliosi.

© NOI LEGGIAVAMO UN GIORNO PER DILETTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ell’è Semiramìs, di cui si legge

5^ canto dell’Inferno

Semiramide e gli altri lussuriosi

Nel secondo cerchio dell’Inferno. Virgilio a Dante: «La prima di coloro di cui tu vuoi apprendere notizie, fu regina di molti popoli di lingue diverse. Fu così dedita al vizio della lussuria, che rese consentito nella sua legge ciò che piacesse a ciascuno, per rimuovere la riprovazione in cui era incorsa. Ella è Semiramide, di cui si legge che prese il posto di Nino e fu la sua sposa: dominò la terra che il Sultano regge.

«La seconda è colei che si uccise innamorata, e venne meno alla promessa di fedeltà fatta alle ceneri di Sicheo; poi c’è la lussuriosa Cleopatra. Vedi Elena, per cui trascorse tanto tempo nefasto, e vedi il nobile Achille, che infine si batté contro l’amore. Vedi Paride, Tristano».

Semiramide, posta dal poeta in questo cerchio tra i lussuriosi, fu regina degli Assiri. Venne uccisa dal figlio, dopo aver legalizzato quel che piaceva fare a tutti, illudendosi di annullare la riprovazione in cui era incorsa col suo comportamento immorale. Costei è menzionata, attraverso il procedimento retorico dell’elenco numerico, con la serie di personaggi citati in apertura, tratti dalla storia, dalla letteratura e dalla leggenda: Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride e Tristano.

Andiamo con ordine. Didone, regina di Cartagine e vedova di Sicheo, si diede la morte dopo che fu lasciata da Enea, tradendo così la memoria dello sposo (Eneide, libro IV); Cleopatra, regina di Egitto e amante di Cesare e di Antonio, si tolse la vita dopo la battaglia persa di Azio; Elena, sposa di Menelao, re di Sparta, innamorata di Paride, scappò con lui a Troia, scatenando con ciò la decennale guerra raccontata da Omero nell’Iliade, e finendo la sua vita terrena, secondo la leggenda, impiccata a un albero sull’isola di Rodi.

Achille, eroe greco, innamoratosi di Polissena, figlia di re Priamo di Troia, fu ucciso a tradimento; Paride, fratello di Polissena, fu ucciso da Filottete, anch’esso a tradimento; infine Tristano, personaggio letterario del ciclo bretone, fu ucciso da re Marco di Cornovaglia, zio e marito di Isotta, della quale si era innamorato. Tutte anime la cui vita terrena fu contrassegnata e, infine, travolta dall’amore passionale.

© ELL’È SEMIRAMÌS, DI CUI SI LEGGE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

Non impedir lo suo fatale andare

5^ canto dell’Inferno

Minosse

Nel secondo cerchio dell’Inferno. Virgilio a Minosse: «Perché continui a gridare? Non opporti al suo viaggio voluto dalla volontà di Dio: si vuole così là dove si può ciò che si vuole, e non domandare altro».

Figura del mito classico, Minosse, collocato da Dante in questo cerchio, fu sovrano di Creta, quando la Grecia era ancora una terra desolata. I suoi genitori furono Giove ed Europa. Ebbe diversi figli, tra cui Androgeo, che venne ammazzato dagli Ateniesi per pura invidia, perché era un ginnasta fenomenale. Così egli diede inizio a una guerra vendicatrice, e, per ingraziarsi i favori degli dèi, dovendo sacrificare a Giove un toro meraviglioso, il suo preferito, all’ultimo momento lo scambiò con un altro di minor pregio. Ma Giove, accortosi di ciò, fece una malia contro la moglie, Pasife, facendola innamorare perdutamente di quel toro, così che, dalla loro unione innaturale, nacque il Minotauro, un essere mostruoso con il corpo da uomo e la testa taurina, il quale si nutriva solo di carne umana.

Vinta la guerra, il sovrano di Creta impose agli Ateniesi di inviare ogni anno sette giovinetti a Creta, come premio dei giochi istituiti nell’anniversario del figlio Androgeo, dove il Minotauro li aspettava nel labirinto costruito dall’artefice Dedalo, per cibarsene. Ma Teseo, il “duca di Atene”, aiutato da Arianna, la figlia di Minosse, riuscì a liberare i suoi concittadini da quel servaggio, uccidendo il Minotauro nel labirinto dove lo stesso Minosse lo aveva fatto rinchiudere.

Fu talmente noto per le sue doti di legislatore e di giudice giusto, ma implacabile, che i poeti antichi lo elessero quale supremo giudice dell’Ade. E tale fu confermato dal poeta, dove parla di lui in alcuni canti dell’Inferno, tra cui il quinto, e dove lo rappresenta come un essere demoniaco, dotato di una coda grottesca, che digrigna i denti in modo orribile sulle anime sottoposte al suo insindacabile giudizio.

© NON IMPEDIR LO SUO FATALE ANDARE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970