Dintorno al fosso vanno a mille a mille

12^ canto dell’Inferno

I centauri

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Primo girone. Virgilio a Dante: «Quegli è Nesso, che morì per amore della bella Deianira, e rese giustizia a sé egli stesso. E quello in mezzo, che si guarda al petto, è il grande Chirone, il quale nutrì Achille; quell’altro è Folo, che fu così violento. Vanno intorno al fiume a mille a mille, scagliando frecce su qualunque anima si tragga fuori con forza dal sangue più che le fu consentito per la gravità del proprio peccato».

Figure del mito classico, sono i centauri, collocati dal poeta nel primo girone di questo cerchio. Creature mostruose le quali, per la loro essenza umana ed equina, e per la tradizione letteraria latina, che le presentava pronte alla violenza e al ladrocinio, simboleggiavano nel Medioevo “la cieca cupidigia e l’ira folle”, di cui parlava il poeta, attraverso cui si manifestava la parte peggiore del carattere umano ed esaltata la brutalità dei comportamenti.

Il progenitore dei centauri fu Issione, re tessalo dei Lapiti, il quale, ospitato nell’Olimpo, tentò di sedurre Era, la sposa di Zeus, che gli inviò prontamente una sosia di costei. Dal rapporto nacque Centauro, un ibrido tra un uomo e un cavallo. Issione fu punito, ma il figlio sopravvisse e, secondo Pindaro, si accoppiò con le giumente del Monte Pelio, generando molte creature simili a lui: appunto i centauri.

L’avvenimento cardine in cui costoro sono entrati di diritto nel mito, la Centauromachia, si ricollegava alle nozze di Piritoo, anch’esso re tessalo dei Lapiti, con Ippodamia. Invitati alla festa, essi ben presto si ubriacarono, così che uno di essi, Euritione, tentò di violentare la sposa e i compagni, per non essergli da meno, si scagliarono addosso alle altre donne. Il parapiglia che ne scaturì, al quale prese parte pure Teseo, amico dello sposo, si concluse con la loro sconfitta, ed essi furono cacciati dalla Tessaglia. Allegoricamente, non rappresentarono altro che l’umanità selvaggia, per cui la lotta alle nozze di Piritoo significò l’entrata a tutti gli effetti nel vivere civile.

© DINTORNO AL FOSSO VANNO A MILLE A MILLE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

Pàrtiti, bestia, ché questi non vene

12^ canto dell’Inferno

Il Minotauro

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Primo girone. Virgilio al Minotauro: «Forse tu pensi che qui ci sia il condottiero di Atene, che fra i vivi ti causò la morte? Allontanati, bestia, perché questi non viene istruito da tua sorella, ma procede per conoscere le vostre pene».

Figura del mito classico, il Minotauro, posto da Dante nel primo girone di questo cerchio, nacque a Creta dall’accoppiamento tra Pasife, moglie del re Minosse, con il toro sacro a Poseidone, che venne nascosto proprio da Minosse nel labirinto realizzato dall’artefice Dedalo, dove successivamente verrà ucciso da Teseo. La presenza del Minotauro all’inizio di questo girone ha indotto gli esegeti danteschi, antichi e moderni, a domandarsi quale fosse il suo compito, quindi a quale allegoria occorresse ascriverlo.

Divergenze di opinioni si sono riscontrati, a tal proposito, tra i primi commentatori della Commedia e quelli più vicini a noi. I primi vedevano il Minotauro come simbolo delle tre specie della “violenza che procede da malizia o da bestialità” (il Buti) e, pertanto, era considerato come il custode del settimo cerchio latu sensu, così come Gerione, quale simbolo della frode, fu ritenuto il guardiano di tutto l’ottavo.

Invece, gli studiosi moderni non hanno visto il Minotauro quale mero custode del settimo cerchio per intero, ma solamente del pendio franoso di accesso alla città di Dite, anche se di recente la critica è tornata sulle posizioni degli antichi commentatori.

© PÀRTITI, BESTIA, CHÉ QUESTI NON VENE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

11^ canto dell’Inferno

(Canto undecimo, nel quale tratta de’ tre cerchi disotto d’inferno, e distingue de le genti che dentro vi sono punite, e che quivi più che altrove; e solve una questione.)

In su l’estremità d’un’alta ripa

che facevan gran pietre rotte in cerchio,

venimmo sopra più crudele stipa;

e quivi, per l’orribile soperchio

del puzzo che ‘l profondo abisso gitta,

ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio

d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta

che dicea: ‘Anastasio papa guardo,

lo qual trasse Fotin de la via dritta’.

«Lo nostro scender conviene esser tardo,

sì che s’ausi un poco in prima il senso

al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».

Così ‘l maestro; e io «Alcun compenso»,

dissi lui, «trova che ‘l tempo non passi

perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».

«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,

cominciò poi a dir, «son tre cerchietti

di grado in grado, come que’ che lassi.

Tutti son pien di spirti maladetti;

ma perché poi ti basti pur la vista,

intendi come e perché son costretti.

D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,

ingiuria è ‘l fine, ed ogne fin cotale

o con forza o con frode altrui contrista.

Ma perché frode è de l’uom proprio male,

più spiace a Dio; e però stan di sotto

li frodolenti, e più dolor li assale.

Di vïolenti il primo cerchio è tutto;

ma perché si fa forza a tre persone,

in tre gironi è distinto e costrutto.

A Dio, a sé, al prossimo si pòne

far forza, dico in loro e in lor cose,

come udirai con aperta ragione.

Morte per forza e ferute dogliose

nel prossimo si danno, e nel suo avere

ruine, incendi e tollette dannose;

onde omicide e ciascun che mal fiere,

guastatori e predon, tutti tormenta

lo giron primo per diverse schiere.

Puote omo avere in sé man vïolenta,

e ne’ suoi beni; e però nel secondo

giron convien che sanza pro si penta

qualunque priva sé del vostro mondo,

biscazza e fonde la sua facultade,

e piange là dov’esser de’ giocondo.

Puossi far forza ne la deïtade,

col cor negando e bestemmiando quella,

e spregiando natura e sua bontade;

e però lo minor giron suggella

del segno suo e Soddoma e Caorsa

e chi, spregiando Dio col cor, favella.

La frode, ond’ogne coscïenza è morsa,

può l’omo usare in colui che ‘n lui fida

e in quel che fidanza non imborsa.

Questo modo di retro par ch’incida

pur lo vinco d’amor che fa natura;

onde nel cerchio secondo s’annida

ipocresia, lusinghe e chi affattura,

falsità, ladroneccio e simonia,

ruffian, baratti e simile lordura.

Per l’altro modo quell’amor s’oblia

che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,

di che la fede spezïal si cria;

onde nel cerchio minore, ov’è ‘l punto

de l’universo in su che Dite siede,

qualunque trade in etterno è consunto».

E io: «Maestro, assai chiara procede

la tua ragione, e assai ben distingue

questo baràtro e ‘l popol ch’e’ possiede.

Ma dimmi: quei de la palude pingue,

che mena il vento, e che batte la pioggia,

e che s’incontran con sì aspre lingue,

perché non dentro da la città roggia

sono ei puniti, se Dio li ha in ira?

e se non li ha, perché sono a tal foggia?».

Ed elli a me «Perché tanto delira»,

disse, «lo ‘ngegno tuo da quel che sòle?

o ver la mente dove altrove mira?

Non ti rimembra di quelle parole

con le quai la tua Etica pertratta

le tre disposizion che ‘l ciel non vole,

incontenenza, malizia e la matta

bestialitade? e come incontenenza

men Dio offende e men biasimo accatta?

Se tu riguardi ben questa sentenza,

e rechiti a la mente chi son quelli

che sù di fuor sostegnon penitenza,

tu vedrai ben perché da questi felli

sien dipartiti, e perché men crucciata

la divina vendetta li martelli».

«O sol che sani ogne vista turbata,

tu mi contenti sì quando tu solvi,

che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.

Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,

diss’io, «là dove di’ ch’usura offende

la divina bontade, e il groppo solvi».

«Filosofia», mi disse, «a chi la ‘ntende,

nota, non pure in una sola parte,

come natura lo suo corso prende

dal divino ‘ntelletto e da sua arte;

e se tu ben la tua Fisica note,

tu troverai, non dopo molte carte,

che l’arte vostra quella, quanto pote,

segue, come ‘l maestro fa ‘l discente;

sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote.

Da queste due, se tu ti rechi a mente

lo Genesì dal principio, convene

prender sua vita e avanzar la gente;

e perché l’usuriere altra via tene,

per sé natura e per la sua seguace

dispregia, poi ch’in altro pon la spene.

Ma seguimi oramai che ‘l gir mi piace;

ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,

e ‘l Carro tutto sovra ‘l Coro giace,

e ‘l balzo via là oltra si dismonta».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

 

E perché l’usuriere altra via tene

11^ canto dell’Inferno

L’usura secondo Dante

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Il poeta sente dire di Virgilio: «La dottrina aristotelica, per chi la comprende, indica, non soltanto in un unico punto, come la natura proceda dal divino Intelletto e dalla sua opera; e se tu esamini compiutamente la Fisica per te canonica, troverai, dopo non molte pagine, che l’opera umana, quanto può, segue quella, come l’allievo segue il maestro; sicché l’opera umana è quasi nipote di Dio.

«Da queste due, se ti ricordi la Genesi dall’inizio, bisogna che gli uomini traggano i mezzi per sostentarsi e per migliorarsi; e per il fatto che l’usuraio si comporta diversamente, disprezza la natura per sé stessa e per la sua seguace, poiché volge la sua speranza in altro».

L’usura fu causa di grande dolore per Dante. E il fatto che tra i secoli XIII^ e XIV^ lo status quo fosse influenzato fortemente da questo che la Chiesa riteneva un vero e proprio peccato, è dimostrato dalla copiosa letteratura teologica fiorita a quel tempo. A mo’ di esempio valga per tutti il trattato di Remigio de’ Girolami, il quale batté forte sul carattere di contrasto alla natura che l’usura comportava.

Dunque per il poeta l’usura appariva come una delle manifestazioni di un male più alto, che attraversava in modo particolare la sua epoca, ma che in realtà da sempre fa parte dell’indole umana, cioè la cupidigia. Da qui alla sua concezione sulle ‘ricchezze’ nel Convivio, parte IV^, il passo fu breve, ispirato in ciò da Aristotele.

Per lui, queste, benché lecitamente procurate, avevano un non so che d’ingiusto e di non compiuto, anche e proprio in funzione della ‘fortuna’ che determinava il loro conseguimento, tanto che non riusciva nemmeno a giustificare i proventi derivanti da una mercatantia lecita, figuriamoci quando quelli erano il frutto di un illicito procaccio, vale a dire di un guadagno illecito.

© E PERCHÉ L’USURIERE ALTRA VIA TENE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Se tu riguardi ben questa sentenza

11^ canto dell’Inferno

L’Etica nicomachea

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Virgilio a Dante: «Perché il tuo acume intellettuale esce tanto dal solco di quello che è solito seguire? ovvero si lascia attirare da altre cose? Non ti ricordi di quelle parole con le quali l’Etica per te canonica tratta compiutamente i tre abiti peccaminosi che Dio condanna, incontinenza, tendenza al male e folle violenza bruta? e come l’incontinenza reca meno offesa a Dio e si attira meno riprovazione? Se tu consideri attentamente questa tesi, e ti ricordi chi sono coloro che su fuori della città di Dite subiscono la pena inflitta come punizione, intenderai pienamente perché siano distinti da questi malvagi, e perché la giustizia divina li punisca meno adirata».

L’Etica nicomachea è il più importante trattato di Aristotele sulla morale. Divisa in dieci libri, fu chiamata così perché dedicata a suo figlio Nicomaco o, forse, perché a questo si deve la prima edizione della stessa. Al poeta pervenne previa la più nota traduzione in latino della sua epoca, eseguita da Roberto Grossatesta, vescovo di Lincoln, tra il 1240 e il 1249, con il nome di Liber Ethicorum, che fu rivista nel 1260 da Guglielmo di Moerbeke, quella da cui Dante trasse i maggiori spunti, da cui il commento di Tommaso d’Aquino nel 1266, anch’esso fonte preziosa per le citazioni dantesche. L’Etica nicomachea fu senza dubbio l’opera del filosofo greco che il poeta conobbe meglio e alla quale fu maggiormente legato. Per questo egli la citò sovente nelle sue opere, e non ci fu libro o passo che non abbia studiato a fondo.

In sostanza, tutte o quasi le dottrine aristoteliche più di rilievo, furono da Dante riportate nelle sue opere, in specie nel Convivio, nel De Monarchia e nella Quaestio, oltre al riferimento sopra citato nell’Inferno: dalle avvertenze circa il metodo della scienza alla dottrina del bene come fine e del fine come felicità, dalla classificazione delle virtù etiche alla dottrina della giustizia e dell’equità, dalla distinzione delle parti dell’anima alla trattazione della prudenza, dalla classificazione dei peccati, che sta alla base dell’ordinamento morale dell’Inferno, alla dottrina dell’amicizia e alla supremazia della vita contemplativa.

© SE TU RIGUARDI BEN QUESTA SENTENZA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come udirai con aperta ragione

11^ canto dell’Inferno 

La tipologia dei dannati

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Virgilio al poeta: «Figliolo mio, oltre questi massi ci sono tre piccoli cerchi che scendono verso il basso gradatamente, come quelli che lasci. Sono tutti colmi di spiriti maledetti; ma affinché poi ti sia sufficiente soltanto il vedere, apprendi in che modo e per quale motivo sono stretti insieme. Di ogni mala azione, che procura l’avversione presso Dio, lo scopo è la lesione di un diritto, e ogni tale scopo lede gli altri o con l’aperta violenza o con la frode.

«Ma poiché la frode è un peccato proprio dell’uomo, più spiace a Dio; e perciò i peccatori di frode stanno di sotto, e li grava molto dolore. Il primo cerchio è completamente dei violenti; ma poiché si esercita la violenza contro tre categorie di persone, è suddiviso e messo insieme in tre gironi. Si può esercitare la violenza contro Dio, contro di sé, contro il prossimo, dico contro di loro e contro i loro beni, come apprenderai con una chiara spiegazione.

«Contro il prossimo s’infliggono morte con aperta violenza e ferite dolorose, e contro i suoi averi rovine di case, incendi e ruberie dannose; e omicidi e ciascuno che ferisce ingiustamente, distruttori e predoni, il primo girone punisce tutti in vari gruppi. Uno può avere la mano violenta contro di sé e contro i suoi averi; e perciò nel secondo girone è inevitabile che si dolga inutilmente ognuno che si priva della vita degli uomini, sperpera e dissipa il suo patrimonio, e soffre là dove dovrebbe essere lieto. Si può esercitare la violenza contro la divinità, rinnegandola internamente e bestemmiandola con le parole, e disprezzando la natura e la sua virtù; e perciò il girone minore imprime la sua impronta come con un sigillo sia sui sodomiti sia sugli usurai e chi parla disprezzando intimamente Dio.

«La frode, da cui la coscienza di ognuno è sempre intaccata, uno la può esercitare contro colui che ha ragione di fidarsi di lui e contro colui che non accoglie in sé la fiducia. Quest’ultimo tipo di frode è evidente che recida proprio il legame istintivo che la natura crea tra gli uomini; e nel secondo cerchio ci sono ipocriti, adulatori e maghi e indovini, falsari, ladri e simoniaci, ruffiani e seduttori, barattieri e colpevoli similmente sozzi. Con l’ultimo tipo di frode si distrugge quel legame istintivo che la natura crea tra gli uomini, e quello che poi si aggiunge, da cui si genera un rapporto di fiducia speciale; e nel cerchio minore, dov’è il luogo dell’universo in cui sta Dite, sono consumati in eterno tutti i traditori».

© COME UDIRAI CON APERTA RAGIONE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10^ canto dell’Inferno

(Canto decimo, ove tratta del sesto cerchio de l’inferno e de la pena de li eretici, e in forma d’indovinare in persona di messer Farinata predice molte cose e di quelle che avvennero a Dante, e solve una questione.)

Ora sen va per un secreto calle,

tra ‘l muro de la terra e li martìri,

lo mio maestro, e io dopo le spalle.

«O virtù somma, che per li empi giri

mi volvi», cominciai, «com’a te piace,

parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.

La gente che per li sepolcri giace

potrebbesi veder? già son levati

tutt’i coperchi, e nessun guardia face».

E quelli a me: «Tutti saran serrati

quando di Iosafàt qui torneranno

coi corpi che là sù hanno lasciati.

Suo cimitero da questa parte hanno

con Epicuro tutti suoi seguaci,

che l’anima col corpo morta fanno.

Però a la dimanda che mi faci

quinc’entro satisfatto sarà tosto,

e al disio ancor che tu mi taci».

E io: «Buon duca, non tegno riposto

a te mio cuor se non per dicer poco,

e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».

«O Tosco che per la città del foco

vivo ten vai così parlando onesto,

piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto

di quella nobil patrïa natio,

a la qual forse fui troppo molesto».

Subitamente questo suono uscìo

d’una de l’arche; però m’accostai,

temendo, un poco più al duca mio.

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?

Vedi là Farinata che s’è dritto:

da la cintola in sù tutto ‘l vedrai».

Io avea già il mio viso nel suo fitto;

ed el s’ergea col petto e con la fronte

com’avesse l’inferno a gran dispitto.

E l’animose man del duca e pronte

mi pinser tra le sepulture a lui,

dicendo: «Le parole tue sien conte».

Com’io al piè de la sua tomba fui,

guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,

mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».

Io ch’era d’ubidir disideroso,

non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;

ond’ei levò le ciglia un poco in suso;

poi disse: «Fieramente furo avversi

a me e a miei primi e a mia parte,

sì che per due fïate li dispersi».

«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,

rispuos’io lui, «l’una e l’altra fïata;

ma i vostri non appreser ben quell’arte».

Allor surse a la vista scoperchiata

un’ombra, lungo questa, infino al mento:

credo che s’era in ginocchie levata.

Dintorno mi guardò, come talento

avesse di veder s’altri era meco;

e poi che ‘l sospecciar fu tutto spento,

piangendo disse: «Se per questo cieco

carcere vai per altezza d’ingegno,

mio figlio ov’è? e perché non è teco?».

E io a lui: «Da me stesso non vegno:

colui ch’attende là, per qui mi mena

forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».

Le sue parole e ‘l modo de la pena

m’avean di costui già letto il nome;

però fu la risposta così piena.

Di sùbito drizzato gridò: «Come?

dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora?

non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».

Quando s’accorse d’alcuna dimora

ch’io facëa dinanzi a la risposta,

supin ricadde e più non parve fora.

Ma quell’altro magnanimo, a cui posta

restato m’era, non mutò aspetto,

né mosse collo, né piegò sua costa;

e sé continüando al primo detto,

«S’elli han quell’arte», disse, «male appresa,

ciò mi tormenta più che questo letto.

Ma non cinquanta volte fia raccesa

la faccia de la donna che qui regge,

che tu saprai quanto quell’arte pesa.

E se tu mai nel dolce mondo regge,

dimmi: perché quel popolo è sì empio

incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?».

Ond’io a lui: «Lo strazio e’ l grande scempio

che fece l’Arbia colorata in rosso,

tal orazion fa far nel nostro tempio».

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,

«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo

sanza cagion con li altri sarei mosso.

Ma fu’ io solo, là dove sofferto

fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,

colui che la difesi a viso aperto».

«Deh, se riposi mai vostra semenza»,

prega’ io lui, «solvetemi quel nodo

che qui ha ‘nviluppata mia sentenza.

El par che voi veggiate, se ben odo,

dinanzi quel che ‘l tempo seco adduce,

e nel presente tenete altro modo».

«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,

le cose», disse, «che ne son lontano;

cotanto ancor ne splende il sommo duce.

Quando s’appressano o son, tutto è vano

nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,

nulla sapem di vostro stato umano.

Però comprender puoi che tutta morta

fia nostra conoscenza da quel punto

che del futuro fia chiusa la porta».

Allor, come di mia colpa compunto,

dissi: «Or direte dunque a quel caduto

che ‘l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,

fate i saper che ‘l fei perché pensava

già ne l’error che m’avete soluto».

E già ‘l maestro mio mi richiamava;

per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio

che mi dicesse chi con lu’ istava.

Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:

qua dentro è ‘l secondo Federico

e ‘l Cardinale; e de li altri mi taccio».

Indi s’ascose; e io inver’ l’antico

poeta volsi i passi, ripensando

a quel parlar che mi parea nemico.

Elli si mosse; e poi, così andando,

mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».

E io li sodisfeci al suo dimando.

«La mente tua conservi quel ch’udito

hai contra te», mi comandò quel saggio;

«e ora attendi qui», e drizzò ‘l dito:

«quando sarai dinanzi al dolce raggio

di quella il cui bell’occhio tutto vede,

da lei saprai di tua vita il vïaggio».

Appresso mosse a man sinistra il piede:

lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo

per un sentier ch’a una valle fiede,

che ‘nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966


Nulla sapem di vostro stato umano

10^ canto dell’Inferno

La prescienza dei dannati

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Il poeta sente dire da Farinata degli Uberti: «Noi vediamo, come colui che ha la vista difettosa, le cose che ci sono distanti; solo di tanto il sommo Signore ci concede ancora la sua luce. Quando si avvicinano o sono presenti, il nostro potere intellettivo è completamente inutile; e se altri non ci reca notizie, nulla conosciamo della vostra condizione terrena. Perciò puoi capire che la nostra conoscenza sarà annullata del tutto da quel momento in cui non si potrà più varcare la porta che conduce al futuro».

La prescienza dei dannati fu trattata da Dante attribuendo loro la conoscenza del futuro, ma immaginando la stessa limitata. Infatti, essa veniva meno quando il fatto in questione era in procinto di passare dalla tipologia del futuro a quella del presente. A questa possibilità il poeta ne affiancava, a favore del dannato, un’altra, cioè una sorta di conoscenza indiretta, che prendeva spunto dalla comunicazione altrui o dalla sua memoria personale del passato.

Questa teoria fu applicata nei riguardi di quei personaggi che Dante chiamò a un qualunque rapporto con il futuro o il presente del mondo terreno o dell’Inferno, per esempio Ciacco e Brunetto Latini. Ma sarà con Farinata degli Uberti, con le parole sopra riportate, che la teoria della prescienza toccò il proprio apice.

Il poeta, per questa sua invenzione poetica, oltre a ispirarsi a Virgilio, a Stazio e a Lucano, tenne in particolare considerazione la filosofia a lui più vicina, nella quale spiccava in tutto il proprio fulgore la Summa Theologica di Tommaso d’Aquino, specialmente nei punti riguardanti la conoscenza, dove il grande filosofo sosteneva la possibilità di conoscere il futuro nel distacco dei sensi.

© NULLA SAPEM DI VOSTRO STATO UMANO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Mio figlio ov’è? e perché non è teco?

10^ canto dell’Inferno

Cavalcante de’ Cavalcanti

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Cavalcante de’ Cavalcanti a Dante: «Se tu cammini attraverso questa prigione tenebrosa per eccellenza d’intelletto, dov’è mio figlio? e perché non è con te?».

Cavalcante de’ Cavalcanti, collocato dal poeta in questo cerchio tra gli eretici e gli epicurei, fu un nobile fiorentino vissuto alla fine del Duecento (morì intorno al 1280), imparentato con i Guidi e i Salimbeni. Da Guelfo quale fu, e podestà di Gubbio nel 1257, subì gli effetti di quanto avvenne nella battaglia di Montaperti del 1260, quando gli odiati Ghibellini danneggiarono le sue case di San Pier Scheraggio nel Mercato Nuovo a Firenze. Fu costretto all’esilio a Lucca, e rientrò nella sua città dopo il 1266.

Di lui Boccaccio scrisse: “Fu leggiadro e ricco cavaliere, e seguì l’oppinion d’Epicuro in non credere che l’anima dopo la morte del corpo vivesse e che il nostro sommo bene fosse ne’ diletti carnali”.

L’apparizione improvvisa di questo personaggio, “padre di quel Guido, filosofo e poeta, che di Dante era stato il primo e il più caro amico al tempo dei suoi amori e delle sue esperienze letterarie giovanili”, per il Sapegno, che interrompe momentaneamente il ‘botta e risposta’ tra Dante e Farinata degli Uberti, si insinua con mirabile equilibrio in quel dialogo, senza però minarne l’intrinseca drammaticità, sia per gli argomenti trattati, sia per il luogo in cui si svolge.

© MIO FIGLIO OV’È? E PERCHÈ NON È TECO?

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

 

Vedi là Farinata che s’è dritto

10^ canto dell’Inferno

Farinata degli Uberti

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Virgilio al poeta: «Volgiti! Che cosa fai? Vedi là Farinata che si è alzato: lo vedrai tutto dalla cintura in su».

Farinata degli Uberti, posto da Dante in questo cerchio tra gli eretici e gli epicurei, nacque a Firenze agli albori del 1200, e quasi quarant’anni dopo diventerà il capo della sua famiglia e di tutto il partito ghibellino della città. In tale veste, nel 1248, darà un rilevante contributo alla messa al bando dalla città di molti rappresentanti del partito guelfo, tra i quali alcuni Alighieri, grazie anche al sostegno di Federico II.

Riconquistato così alla causa ghibellina il governo di Firenze, deciderà la seconda messa al bando dei Guelfi. Ma, nella successiva riunione di Empoli dei capi ghibellini, dove verrà proposta, in specie dai Pisani, la distruzione della “città del giglio”, egli sarà il solo che vi si opporrà con fermezza.

Dopo la sua morte nel 1264, e la sconfitta definitiva degli Svevi a Benevento, due anni dopo, il partito guelfo bandirà i Ghibellini dalla città, radendone al suolo le case, le prime e non a caso, quelle degli Uberti. Processati a posteriori, il buon Farinata e i suoi, tutti subiranno una condanna per eresia, o meglio per epicureismo, la dottrina filosofica per la quale i seguaci ritenevano l’anima destinata a morire col corpo.

© VEDI LÀ FARINATA CHE S’È DRITTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970