Vid’io lo Minotauro far cotale

Vid'io lo Minotauro far cotale

Una volta lasciato lʼavello del papa Anastasio II, dietro il quale hanno sostato, i due poeti hanno raggiunto il punto in cui comincia la discesa della costa franata, che gli permetterà di entrare nel settimo cerchio dellʼInferno, sono giunti al fiume di sangue bollente e vermiglio, il primo girone dello stesso cerchio, e fatta la conoscenza dei Centauri. E qui, totalmente schiacciato sopra gli speroni rocciosi, che affiorano come lame di pugnali dal margine del declivio, appare loro la mostruosa figura del Minotauro.

Il quale, vedendoli, infierisce contro sé stesso, come quegli che l’ira consuma internamente, ci ricorda Dante. Per cui a Virgilio non resta che gridargli contro che il suo accompagnatore non è Teseo, che lo uccise sulla Terra, per poi spingerne fino al colmo la furia, sicché il mostro, roso dalla rabbia, comincia ad agitarsi in modo scomposto.

Dante così lo paragona a un toro che, tentando di sciogliersi dai legami che lo legano mentre ha già ricevuto la ferita mortale, non è capace di andare, ma fa piccoli salti qua e là.  E i due poeti allora possono andarsene del tutto indisturbati, dopo che Virgilio ha incoraggiato il poeta ad accorrere verso la discesa.

Dunque il Minotauro. Questi fu una creatura del mito greco, nato a Creta dallʼaccoppiamento tra Pasife, moglie del re Minosse, con il toro sacro a Poseidone, che venne nascosto proprio da Minosse nel labirinto realizzato dallʼartefice Dedalo, dove successivamente verrà ucciso da Teseo. 

La presenza di questo personaggio – siamo nella parte iniziale del 12^ canto dellʼInferno – ha indotto gli esegeti danteschi, antichi e moderni, a domandarsi quale fosse il suo compito, quindi a quale allegoria occorresse ascriverlo. Divergenze di opinioni si riscontrano, a tal proposito, tra i primi dantisti e quelli più vicini a noi.

I primi vedevano il Minotauro come simbolo delle tre specie della “violenza che procede da malizia o da bestialità”, (Buti) e, pertanto, era considerato come il custode del settimo cerchio latu sensu – così come Gerione, quale simbolo della frode, è ritenuto il guardiano di tutto l’ottavo.

Gli studiosi moderni – su tutti Sapegno – non hanno visto, però, il Minotauro quale mero custode del settimo cerchio per intero, ma solamente del pendio franoso, per cui si accede al basso Inferno – anche se di recente la critica è tornata sulle posizioni dei primi commentatori della Commedia.

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