14^ canto dell’Inferno

(Canto XIV, ove tratta de la qualità del terzo girone, contento nel settimo circulo; e quivi si puniscono coloro che fanno forza ne la deitade, negando e bestemmiando quella; e nomina qui spezialmente il re Capaneo scelleratissimo in questo preditto peccato.)

Poi che la carità del natio loco

mi strinse, raunai le fronde sparte

e rende’le a colui, ch’era già fioco.

Indi venimmo al fine ove si parte

lo secondo giron dal terzo, e dove

si vede di giustizia orribil arte.

A ben manifestar le cose nove,

dico che arrivammo ad una landa

che dal suo letto ogne pianta rimove.

La dolorosa selva l’è ghirlanda

intorno, come ‘l fosso tristo ad essa;

quivi fermammo i passi a randa a randa.

Lo spazzo era una rena arida e spessa,

non d’altra foggia fatta che colei

che fu da’ piè di Caton già soppressa.

O vendetta di Dio, quanto tu dei

esser temuta da ciascun che legge

ciò che fu manifesto a li occhi mei!

D’anime nude vidi molte gregge

che piangean tutte assai miseramente,

e parea posta lor diversa legge.

Supin giacea in terra alcuna gente,

alcuna si sedea tutta raccolta,

e altra andava continüamente.

Quella che giva ‘ntorno era più molta,

e quella men che giacëa al tormento,

ma più al duolo avea la lingua sciolta.

Sovra tutto ‘l sabbion, d’un cader lento,

piovean di foco dilatate falde,

come di neve in alpe sanza vento.

Quali Alessandro in quelle parti calde

d’Indïa vide sopra ‘l süo stuolo

fiamme cadere infino a terra salde,

per ch’ei provide a scalpitar lo suolo

con le sue schiere, acciò che lo vapore

mei si stingueva mentre ch’era solo:

tale scendeva l’etternale ardore;

onde la rena s’accendea, com’esca

sotto focile, a doppiar lo dolore.

Sanza riposo mai era la tresca

de le misere mani, or quindi or quinci

escotendo da sé l’arsura fresca.

I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci

tutte le cose, fuor che ‘ demon duri

ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,

chi è quel grande che non par che curi

lo ‘ncendio e giace dispettoso e torto,

sì che la pioggia non par che ‘l marturi?».

E quel medesmo, che si fu accorto

ch’io domandava il mio duca di lui,

gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.

Se Giove stanchi ‘l suo fabbro da cui

crucciato prese la folgore aguta

onde l’ultimo dì percosso fui;

o s’elli stanchi li altri a muta a muta

in Mongibello a la focina negra,

chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,

sì com’el fece a la pugna di Flegra,

e me saetti con tutta sua forza:

non ne potrebbe aver vendetta allegra».

Allora il duca mio parlò di forza

tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:

«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza

la tua superbia, se’ tu più punito;

nullo martiro, fuor che la tua rabbia,

sarebbe al tuo furor dolor compito».

Poi si rivolse a me con miglior labbia,

dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi

ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia

Dio in disdegno, e poco par che ‘l pregi;

ma, com’io dissi lui, li suoi dispetti

sono al suo petto assai debiti fregi.

Or mi vien dietro, e guarda che non metti,

ancor, li piedi ne la rena arsiccia;

ma sempre al bosco tien li piedi stretti».

Tacendo divenimmo là ‘ve spiccia

fuor de la selva un picciol fiumicello,

lo cui rossore ancor mi raccapriccia.

Quale del Bulicame esce ruscello

che parton poi tra lor le peccatrici,

tal per la rena giù sen giva quello.

Lo fondo suo e ambo le pendici

fatt’era ‘n pietra, e ‘ margini da lato;

per ch’io m’accorsi che ‘l passo era lici.

«Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,

poscia che noi intrammo per la porta

lo cui sogliare a nessuno è negato,

cosa non fu da li tuoi occhi scorta

notabile com’è ‘l presente rio,

che sovra sé tutte fiammelle ammorta».

Queste parole fuor del duca mio;

per ch’io ‘l pregai che mi largisse ‘l pasto

di cui largito m’avëa il disio.

«In mezzo mar siede un paese guasto»,

diss’elli allora, «che s’appella Creta,

sotto ‘l cui rege fu già ‘l mondo casto.

Una montagna v’è che già fu lieta

d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;

or è diserta come cosa vieta.

Rëa la scelse già per cuna fida

del suo figliuolo, e per celarlo meglio,

quando piangea, vi facea far le grida.

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,

che tien volte le spalle inver’ Dammiata

e Roma guarda come süo speglio.

La sua testa è di fin oro formata,

e puro argento son le braccia e ‘l petto,

poi è di rame infino a la forcata;

da indi in giuso è tutto ferro eletto,

salvo che ‘l destro piede è terra cotta;

sta ‘n su quel, più che ‘n su l’altro, eretto.

Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta

d’una fessura che lagrime goccia,

le quali, accolte, fóran quella grotta.

Lor corso in questa valle si diroccia;

fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;

poi sen van giù per questa stretta doccia,

infin, là dove più non si dismonta,

fanno Cocito; e qual sia quello stagno

tu lo vedrai, però qui non si conta».

E io a lui: «Se ‘l presente rigagno

si diriva così dal nostro mondo,

perché ci appar pur a questo vivagno?».

Ed elli a me: «Tu sai che ‘l loco è tondo;

e tutto che tu sie venuto molto,

pur a sinistra, giù calando al fondo,

non se’ ancor per tutto ‘l cerchio vòlto;

per che, se cosa n’apparisce nova,

non de’ addur maraviglia al tuo volto».

E io ancor: «Maestro, ove si trova

Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,

e l’altro di’ che si fa d’esta piova».

«In tutte tue question certo mi piaci»,

rispuose, «ma ‘l bollor de l’acqua rossa

dovea ben solver l’una che tu faci.

Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,

là dove vanno l’anime a lavarsi

quando la colpa pentuta è rimossa».

Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi

dal bosco; fa che di retro a me vegne:

li margini fan via, che non son arsi,

e sopra loro ogne vapor si spegne».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966


Fanno Acheronte, Stige e Flegetonta

14^ canto dell’Inferno

I fiumi infernali

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Il poeta sente dire da Virgilio: «Ogni porzione, eccetto che la testa d’oro, è divisa da una fenditura che gocciola lacrime, le quali, raccolte, perforano quella roccia. Il loro percorso scende di roccia in roccia in questa voragine; formano l’Acheronte, lo Stige e il Flegetonte; poi scendono per questo ruscello angusto, infine, là dove non si discende più, formano il Cocito; e come sia quello stagno tu lo vedrai, perciò a questo punto non ne parlo».

Virgilio, alla fine della sua descrizione del Veglio di Creta, coglie l’occasione per parlare a Dante dei fiumi infernali i quali, in realtà, si riducono a uno solo, che di volta in volta assume nomi diversi, a seconda della dislocazione, nonché degli aspetti che mutano di volta in volta: l’Acheronte, una ‘livida palude’, lo Stige, uno stagno fangoso, il Flegetonte, un fiume di sangue bollente e, da ultimo, il Cocito, un lago ghiacciato. Ma procediamo in ordine di citazione.

Mentre l’Acheronte è un fiume attraverso il quale Caronte traghetta le anime dannate, situato nel vestibolo dell’Inferno, subito dopo gli ignavi, e divide costoro dai non battezzati e dagli ‘spiriti magni’ del Limbo, lo Stige è un pantano situato nel quinto cerchio e circonda tutto intorno le mura della città di Dite, dove sono immersi gli iracondi e gli accidiosi.

Nel Flegetonte, il fiume di sangue bollente sono, invece, immersi gli omicidi e i predoni. Lo stesso forma il primo girone del settimo cerchio, nonché cinge la selva dei suicidi e degli scialacquatori, per riemergere con una diramazione, che, attraversando il terreno sabbioso del terzo girone del settimo cerchio, ospitante i bestemmiatori, i sodomiti e gli usurai, precipita a Malebolge, l’ottavo cerchio.

Dal quale, alla fine di un lungo percorso, diventerà il Cocito. Di cui sarà il poeta a parlarne diffusamente negli ultimi tre canti, come luogo di espiazione dei traditori dei parenti, della patria, degli ospiti e dei benefattori, nel nono e ultimo cerchio. Egli, infatti, immaginò Cocito a mo’ di una grande distesa ghiacciata, divisa in quattro zone: Caina, Antenora, Tolomea e Giudecca, formata dai venti prodotti dalle sei ali di Lucifero, e rappresentata come un imbuto inclinato.

© FANNO ACHERONTE, STIGE E FLEGETONTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio

14^ canto dell’Inferno

Il Veglio di Creta

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Virgilio a Dante: « All’interno del monte sta levata in piedi la grande statua di un vecchio, che tiene le spalle rivolte verso oriente e si rivolge verso occidente come al suo fine ultimo. La sua testa è fatta di puro oro, e le braccia e il petto sono di puro argento, poi è di rame fino all’inforcatura delle gambe; da quel punto in giù è tutto di ferro purissimo, eccetto che il piede destro è di terracotta; e sta poggiato su questo più che sul sinistro».

È il Veglio, figura biblica rappresentata dalla statua apparsa in sogno a Nabucodonosor (Daniele 2, 31-45), senza alcuna indicazione del luogo della sua collocazione, e simboleggiava l’intero genere umano. Il poeta diede alla stessa una posizione geografica, l’isola di Creta, poiché dagli antichi poeti essa era vista come il centro della terra, nonché sede della prima età umana.

In più Dante fece assurgere la statua a simbolo della decadenza dell’umanità, avviata da Giove, la cui madre aveva tenuto nascosto nelle viscere del monte Ida, dalla mitica età dell’oro via via fino al suo tempo. Nella sua ricostruzione, la statua è formata dai metalli che corrispondono alle età del mito (oro, argento, rame, ferro), mentre i due piedi rappresentano la Chiesa e l’Impero: di terracotta il destro, di ferro il sinistro. Essa poi volge le spalle a Damiata, in Egitto, simbolo dell’oriente, miscredente agli occhi dei Cristiani, e guarda Roma, cioè l’occidente, il cuore della cristianità.

© DENTRO DAL MONTE STA DRITTO UN GRAN VEGLIO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

Nullo martiro, fuor che la tua rabbia

14^ canto dell’Inferno

Capaneo

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Virgilio a Capaneo: «O Capaneo, in ciò che la tua superbia non si spegne, tu sei più castigato; nessun tormento, eccetto che la tua rabbia, sarebbe alla tua ira rabbiosa un tormento compiutamente adeguato».

Figura del mito classico, Capaneo, posto dal poeta nel terzo girone di questo cerchio tra i bestemmiatori, fu uno dei “Sette contro Tebe”, vale a dire i sette sovrani ellenici (secondo la versione vulgata del mito: Adrasto, capo della spedizione, Tideo, Ippomedonte, Partenopeo, Anfiarao, lo stesso Capaneo e Polinice) che posero a Tebe il primo assedio per ridarne il regno a Polinice cui il fratello Eteocle l’aveva defraudato. Tutti, tranne Adrasto, morirono nell’impresa, che forma l’argomento della Tebaide di Stazio.

Capaneo, sulle mura della città, ebbro della vittoria appena conseguita, e sicuro della propria forza, sfidò Giove a difendere la città, così che il capo degli dèi testé gli scagliò contro un fulmine. Già colpito, rimase ancora in piedi per un poco, ed esalò l’ultimo respiro ergendo la testa verso le stelle, sì sconfitto ma nemmeno lontanamente pronto ad accettare il suo destino.

Dalla mitologia alla letteratura, grazie al poeta, il cammino di questo personaggio è stato breve. Non a caso, egli lo collocò in questo girone, raffigurandolo in preda a un’empietà indomita, corrispondente, del resto, alla sua potenza fisica fedele a quella tramandata dalla mitologia.

© NULLO MARTIRO, FUOR CHE LA TUA RABBIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

13^ canto dell’Inferno

(Canto XIII, ove tratta de l’esenzia del secondo girone ch’è nel settimo circulo, dove punisce coloro ch’ebbero contra sé medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo sé ma guastando i loro beni.)

Non era ancor di là Nesso arrivato,

quando noi ci mettemmo per un bosco

che da neun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;

non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti;

non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.

Non han sì aspri sterpi né sì folti

quelle fiere selvagge che ‘n odio hanno

tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,

che cacciar de le Strofade i Troiani

con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,

piè con artigli, e pennuto ‘l gran ventre;

fanno lamenti in su l’alberi strani.

E ‘l buon maestro «Prima che più entre,

sappi che se’ nel secondo girone»,

mi cominciò a dire, «e sarai mentre

che tu verrai ne l’orribil sabbione.

Però riguarda ben; sì vederai

cose che torrien fede al mio sermone».

Io sentia d’ogne parte trarre guai

e non vedea persona che ‘l facesse;

per ch’io tutto smarrito m’arrestai.

Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse

che tante voci uscisser, tra quei bronchi,

da gente che per noi si nascondesse.

Però disse ‘l maestro: «Se tu tronchi

qualche fraschetta d’una d’este piante

li pensier c’hai si faran tutti monchi».

Allor porsi la mano un poco avante

e colsi un ramicel da un gran pruno;

e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».

Da che fatto fu poi di sangue bruno,

ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?

non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:

ben dovrebb’esser la tua man più pia,

se state fossimo anime di serpi».

Come d’un tizzo verde ch’arso sia

da l’un de’ capi, che da l’altro geme

e cigola per vento che va via,

sì de la scheggia rotta usciva insieme

parole e sangue; ond’io lasciai la cima

cadere, e stetti come l’uom che teme.

«S’elli avesse potuto creder prima»,

rispuose ‘l savio mio, «anima lesa,

ciò c’ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;

ma la cosa incredibile mi fece

indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, sì che ‘n vece

d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi

nel mondo sù, dove tornar li lece».

E ‘l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,

ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi

perch’ïo un poco a ragionar m’inveschi.

Io son colui che tenni ambo le chiavi

del cor di Federigo, e che le volsi,

serrando e diserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;

fede portai al glorïoso offizio,

tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ‘ polsi.

La meretrice che mai da l’ospizio

di Cesare non torse li occhi putti,

morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;

e li ‘nfiammati infiammar sì Augusto,

che ‘ lieti onor tornaro in tristi lutti.

L’animo mio, per disdegnoso gusto,

credendo col morir fuggir disdegno,

ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d’esto legno

vi giuro che già mai non ruppi fede

al mio segnor, che fu d’onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,

conforti la memoria mia, che giace

ancor del colpo che ‘nvidia le diede».

Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,

disse ‘l poeta a me, «non perder l’ora;

ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».

Ond’ïo a lui: «Domandal tu ancora

di quel che credi ch’a me satisfaccia;

ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».

Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia

liberamente ciò che ‘l tuo dir priega,

spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di dirne come l’anima si lega

in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,

s’alcuna mai di tai membra si spiega».

Allor soffiò il tronco forte, e poi

si convertì quel vento in cotal voce:

«Brievemente sarà risposto a voi.

Quando si parte l’anima feroce

dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,

Minòs la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;

ma là dove fortuna la balestra,

quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra:

l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,

fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l’altre verrem per nostre spoglie,

ma non però ch’alcuna sen rivesta,

ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.

Qui le strascineremo, e per la mesta

selva saranno i nostri corpi appesi,

ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».

Noi eravamo ancora al tronco attesi,

credendo ch’altro ne volesse dire,

quando noi fummo d’un romor sorpresi,

similemente a colui che venire

sente ‘l porco e la caccia a la sua posta,

ch’ode le bestie, e le frasche stormire.

Ed ecco due da la sinistra costa,

nudi e graffiati, fuggendo sì forte,

che de la selva rompieno ogne rosta.

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».

E l’altro, cui pareva tardar troppo,

gridava: «Lano, sì non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!».

E poi che forse li fallia la lena,

di sé e d’un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena

di nere cagne, bramose e correnti

come veltri ch’uscisser di catena.

In quel che s’appiattò miser li denti,

e quel dilaceraro a brano a brano;

poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,

e menommi al cespuglio che piangea

per le rotture sanguinenti in vano.

«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,

che t’è giovato di me fare schermo?

che colpa ho io de la tua vita rea?».

Quando ‘l maestro fu sovr’esso fermo,

disse: «Chi fosti, che per tante punte

soffi con sangue doloroso sermo?».

Ed elli a noi: «O anime che giunte

siete a veder lo strazio disonesto

c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.

I’ fui de la città che nel Batista

mutò ‘l primo padrone; ond’ei per questo

sempre con l’arte sua la farà trista;

e se non fosse che ‘n sul passo d’Arno

rimane ancor di lui alcuna vista,

que’ cittadin che poi la rifondarno

sovra ‘l cener che d’Attila rimase,

avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

 

I’ fui de la città che nel Batista

13^ canto dell’Inferno

Un anonimo suicida

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Secondo girone. I due poeti sentono dire da Lotto degli Agli: «O anime che siete arrivate per vedere la lacerazione indecorosa che ha così staccato da me i miei ramoscelli, raccoglieteli alla base del cespuglio sventurato. Nacqui nella città che col Battista sostituì il primo patrono; per cui egli per questo la contristerà ogni volta con l’opera sua; e se non fosse che presso il Ponte Vecchio rimane ancora di lui una figura comunque ridotta, quei cittadini che poi la fondarono di nuovo sopra le macerie che rimasero dopo Attila, avrebbero fatto lavorare inutilmente i costruttori. Io trasformai per me la mia casa in patibolo».

Lotto degli Agli, indicato dal Graziolo, dal Lana e dall’Anonimo, tra i primi commentatori della Commedia, come l’anonimo suicida collocato da Dante nel secondo girone di questo cerchio tra i suicidi, visse a Firenze nel XIII^ secolo, e fu citato quale professor iuris in un documento del 1273, con cui Carlo I d’Angiò gli affidò, unitamente a Guglielmo Martini, un giurisperito anch’egli fiorentino, l’incarico di riportare la pace tra i Guelfi di Massa.

La sua carriera politico-burocratica si svolse fuori Firenze, anche se fu membro del collegio dei priori nel bimestre 15 Aprile-15 Giugno 1285, la carica ricoperta poi da Dante nel bimestre 15 Giugno-15 Agosto 1300. Spesso fu chiamato a ricoprire le funzioni di giudice, a Bologna nel 1266 e nelle Marche nel 1267, di capitano del popolo, a Cremona nel 1277 e a San Miniato nel 1293, di podestà, a San Miniato nel 1282 e, passando in varie località in anni diversi, a Borgo San Sepolcro nel 1291, per suicidarsi subito dopo, impiccandosi in casa propria, a causa del disonore provato per un falso perpetrato in qualità di giudice.

© I’ FUI DE LA CITTÀ CHE NEL BATISTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io son colui che tenni ambo le chiavi

13^ canto dell’Inferno

Pier della Vigna

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Secondo girone. Pier della Vigna a Virgilio: «Mi alletti così con dilettevoli parole, che non posso tacere; e non vi pesi per quanto io mi lasci invischiare a parlare un poco. Io sono colui che tenne ambo le chiavi del cuore di Federico, e che le girò, chiudendo e aprendo, così delicatamente, che dalla confidenza sua allontanai quasi ognuno; provai la fedeltà per la gloriosa carica, tanto che per questo persi la pace e la vita».

Pier della Vigna, posto da Dante nel secondo girone di questo cerchio, nacque a Capua intorno al 1190 da un’umile famiglia, e nonostante ciò riuscì a compiere gli studi a Bologna. Appena trentenne, su raccomandazione dell’arcivescovo di Palermo, fu accolto presso la corte di Federico II con la duplice funzione di notaio e scrittore della cancelleria imperiale. Eletto nel 1225 a giudice della Magna Curia, nel 1247 fu insignito del prestigioso titolo di “imperialis aulae protonotarius et regni Siciliae logotheta“, vale a dire primo segretario e portavoce ufficiale dell’imperatore.

Nel frattempo, tra la redazione di un atto di governo e una missione diplomatica nei paesi stranieri, ovviamente intendendo con ciò anche gli stati piccoli e grandi disseminati nella penisola italica, si dilettò a poetare in volgare, svettando con il sonetto Amando con fin core, e a redigere un apprezzatissimo epistolario. Infine, nel febbraio 1249, mentre era in missione a Cremona, venne arrestato; ciò portò alla privazione di tutte le sue cariche.

Pier della Vigna si suicidò un paio di mesi dopo quella infausta giornata. Tra le versioni della sua tragica fine, che circolarono subito dopo, ne ricordiamo un paio, quanto al luogo e alle modalità: nella rocca di San Miniato, battendo la testa contro il muro della prigione, nella chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno a Pisa, sfracellandosi la testa sulla parete esterna. Anche le cause che provocarono la sua caduta in disgrazia sono alquanto contraddittorie. Quella più accreditata ci riporta a una congiura di palazzo organizzata dai nobili della corte, invidiosi della vertiginosa ascesa ai vertici dell’amministrazione da parte dell’umile Pietro, tesi peraltro riportata dal poeta e accolta da quasi tutti i commentatori contemporanei della Commedia, nonché da qualche moderno.

© IO SON COLUI CHE TENNI AMBO LE CHIAVI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno

13^ canto dell’Inferno 

Le Arpie

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Secondo girone. Il poeta narra: “Lì costruiscono le loro dimore le sozze Arpie, che scacciarono i Troiani dalle Strofadi con la funesta predizione di una futura rovina. Hanno ali larghe, e colli e visi umani, zampe con artigli, e il grande ventre ricoperto di penne; emettono lamenti terrificanti sugli alberi”.

Figure del mito classico, le Arpie, collocate da Dante nel secondo girone di questo cerchio, furono raffigurate come grandi creature alata dal volto di fanciulla, dotate di una rapidità straordinaria e particolarmente portatrici di distruzione. Fineo, re di Arcadia, avendo accecato i propri figli, e reso a sua volta cieco, fu per punizione angustiato da queste creature che gli lordavano tutti i cibi; ne fu liberato da Zeto e Calai i quali, grati per l’ospitalità che il re aveva concessa agli Argonauti, con il provvidenziale soccorso di Ercole le cacciarono dall’Arcadia inseguendole fino alle Strofadi, dove le incontrò Enea, secondo quanto Virgilio riportò nell’Eneide.

I Troiani, sbarcati in quelle isole, avevano ucciso alcune giovani vacche, non sapendo che le isole erano presidiate dalle Arpie e ne custodivano gli armenti. Appena sedutisi a banchetto, esse scesero a capofitto sui cibi, afferrandoli rabbiosamente e imbrattando tutte le suppellettili. Allora ai Troiani non rimase altro da fare che rifugiarsi in un luogo sicuro, dove si difesero strenuamente dai ripetuti attacchi. E Celeno, una di loro, le altre essendo Ocipete e Aello, vista l’inutilità di quegli attacchi, predisse loro future sventure.

Secondo i primi commentatori della Commedia, tra tutti i figli del poeta, Iacopo e Pietro, essendo il comportamento delle Arpie quello di imbrattare tutte le cose che incontravano, rendendole inutilizzabili e quindi distruggendole, ciò si confaceva ai suicidi, che gettarono alla ortiche la propria vita.

© QUIVI LE BRUTTE ARPIE LOR NIDI FANNO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

12^ canto dell’Inferno

(Canto XII, ove tratta del discendimento nel settimo cerchio d’inferno, e de le pene di quelli che fecero forza in persona de’ tiranni, e qui tratta di Minotauro e del fiume del sangue, e come per uno centauro furono scorti e guidati sicuri oltre il fiume.)

Era lo loco ov’a scender la riva

venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco,

tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual è quella ruina che nel fianco

di qua da Trento l’Adice percosse,

o per tremoto o per sostegno manco,

che da cima del monte, onde si mosse,

al piano è sì la roccia discoscesa,

ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:

cotal di quel burrato era la scesa;

e ‘n su la punta de la rotta lacca

l’infamïa di Creti era distesa

che fu concetta ne la falsa vacca;

e quando vide noi, sé stesso morse,

sì come quei cui l’ira dentro fiacca.

Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse

tu credi che qui sia ‘l duca d’Atene,

che sù nel mondo la morte ti porse?

Pàrtiti, bestia, ché questi non vene

ammaestrato da la tua sorella,

ma vassi per veder le vostre pene».

Qual è quel toro che si slaccia in quella

c’ha ricevuto già ‘l colpo mortale,

che gir non sa, ma qua e là saltella,

vid’io lo Minotauro far cotale;

e quello accorto gridò: «Corri al varco;

mentre ch’e’ ‘nfuria, è buon che tu ti cale».

Così prendemmo via giù per lo scarco

di quelle pietre, che spesso moviensi

sotto i miei piedi per lo novo carco.

Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi

forse a questa ruina, ch’è guardata

da quell’ira bestial ch’i’ ora spensi.

Or vo’ che sappi che l’altra fïata

ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,

questa roccia non era ancor cascata.

Ma certo poco pria, se ben discerno,

che venisse colui che la gran preda

levò a Dite del cerchio superno,

da tutte parti l’alta valle feda

tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo

sentisse amor, per lo qual è chi creda

più volte il mondo in caòsso converso;

e in quel punto questa vecchia roccia,

qui e altrove, tal fece riverso.

Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia

la riviera del sangue in la qual bolle

qual che per vïolenza in altrui noccia».

Oh cieca cupidigia e ira folle,

che sì ci sproni ne la vita corta,

e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!

Io vidi un’ampia fossa in arco torta,

come quella che tutto ‘l piano abbraccia,

secondo ch’avea detto la mia scorta;

e tra ‘l piè de la ripa ed essa, in traccia

corrien centauri, armati di saette,

come solien nel mondo andare a caccia.

Veggendoci calar, ciascun ristette,

e de la schiera tre si dipartiro

con archi e asticciuole prima elette;

e l’un gridò da lungi: «A qual martiro

venite voi che scendete la costa?

Ditel costinci; se non, l’arco tiro».

Lo mio maestro disse: «La risposta

farem noi a Chirón costà di presso:

mal fu la voglia tua sempre sì tosta».

Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,

che morì per la bella Deianira,

e fé di sé la vendetta elli stesso.

E quel di mezzo, ch’al petto si mira,

è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;

quell’altro è Folo, che fu sì pien d’ira.

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,

saettando qual anima si svelle

del sangue più che sua colpa sortille».

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:

Chirón prese uno strale, e con la cocca

fece la barba in dietro a le mascelle.

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,

disse a’ compagni: «Siete voi accorti

che quel di retro move ciò ch’el tocca?

Così non soglion far li piè d’i morti».

E ‘l mio buon duca, che già li er’ al petto,

dove le due nature son consorti,

rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto

mostrar li mi convien la valle buia;

necessità ‘l ci ‘nduce, e non diletto.

Tal si partì da cantare alleluia

che mi commise quest’officio novo:

non è ladron, né io anima fuia.

Ma per quella virtù per cu’ io movo

li passi miei per sì selvaggia strada,

danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,

e che ne mostri là dove si guada,

e che porti costui in su la groppa,

ché non è spirto che per l’aere vada».

Chirón si volse in su la destra poppa,

e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,

e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».

Or ci movemmo con la scorta fida

lungo la proda del bollor vermiglio,

dove i bolliti facieno alte strida.

Io vidi gente sotto infino al ciglio,

e ‘l gran centauro disse: «E’ son tiranni

che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.

Quivi si piangon li spietati danni;

quivi è Alessandro, e Dïonisio fero

che fé Cicilia aver dolorosi anni.

E quella fronte c’ha ‘l pel così nero,

è Azzolino; e quell’altro ch’è biondo,

è Opizzo da Esti, il qual per vero

fu spento dal figliastro sù nel mondo».

Allor mi volsi al poeta, e quei disse:

«Questi ti sia or primo, e io secondo».

Poco più oltre il centauro s’affisse

sovr’una gente che ‘nfino a la gola

parea che di quel bulicame uscisse.

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,

dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio

lo cor che ‘n su Tamisi ancor si cola».

Poi vidi gente che di fuor del rio

tenean la testa e ancor tutto ‘l casso;

e di costoro assai riconobb’io.

Così a più a più si facea basso

quel sangue, sì che cocea pur li piedi;

e quindi fu del fosso il nostro passo.

«Sì come tu da questa parte vedi

lo bulicame che sempre si scema»,

disse ‘l centauro, «voglio che tu credi

che da quest’altra a più a più giù prema

lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge

ove la tirannia convien che gema.

La divina giustizia di qua punge

quell’Attila che fu flagello in terra,

e Pirro e Sesto; e in etterno munge

le lagrime, che col bollor diserra,

a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,

che fecero a le strade tanta guerra».

Poi si rivolse e ripassossi ‘l guazzo.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

Lo cor che ‘n su Tamisi ancor si cola

12^ canto dell’Inferno

Guido di Montfort

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Primo girone. I due poeti sentono dire da Nesso: «Colui spaccò in chiesa il cuore che ancora si venera a Londra».

Nesso si riferisce a Guido di Monfort, posto da Dante nel primo girone di questo cerchio tra gli omicidi. Questo personaggio fu figlio di Simone, conte di Leicester, e avversario dello zio, il re Enrico III d’Inghilterra e di suo zio, il principe Edoardo I, nella battaglia di Evesham (1265), dove perse il padre e il fratello maggiore, i corpi dei quali furono oltraggiati, ed egli stesso fu fatto prigioniero. Riuscito a fuggire, dopo varie vicissitudini in tutta Europa, finì sotto la protezione di Carlo I d’Angiò, da costui ricevendo poi il feudo di Nola, in Campania, e la nomina di vicario in Toscana, dove si distinse per la sua crudeltà. Morì in prigione a Messina nel 1288, dopo essersi impegnato nella guerra del Vespro e fatto prigioniero da Ruggero di Lauria a Castellamare di Stabia (1287).

Guido di Monfort si rese protagonista di un agghiacciante fatto di sangue che, ai suoi tempi, fece grande scalpore. Nel 1272, infatti, pugnalò a morte in una chiesa di Viterbo il giovane Arrigo, cugino di Edoardo I e figlio del conte di Cornovaglia, per vendicare la morte dei suoi parenti più stretti.

La “vendetta di Viterbo”, come venne chiamata, perpetrata alla presenza di Filippo III di Francia e di Carlo I d’Angiò, pur destando il clamore di cui si è detto, anzitutto per il luogo in cui avvenne il fatto, nonché per il successivo vilipendio del cadavere, ebbe come conseguenza soltanto la scomunica per l’assassino, a causa della protezione accordatagli dall’Angioino, il quale lo spinse a nascondersi nei possedimenti di Maremma del conte Ildebrandino degli Aldobrandeschi, di cui era divenuto congiunto, avendo sposato la figlia. Per il Villani “il cuore di Arrigo fu posto in una coppa dʼoro… su una colonna in capo del ponte di Londra sopra il fiume Tamigi”.

© LO COR CHE ‘N SU TAMISI ANCOR SI COLA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970