I’ fui de la città che nel Batista

I' fui de la città che nel Batista

Inquadriamo due dannati, che corrono uno dietro l’altro nel sottobosco della selva dei suicidi e degli scialacquatori. Quello davanti – il senese Lano di Squarcia Maconi – ha invocato da poco la dannazione eterna, che lo venisse a prendere con sé. Il compagno – il padovano Giacomo di Sant’Andrea – gli ha ricordato di rimando che nella battaglia di Pieve del Toppo le sue gambe non erano state tanto sciolte come in quel momento, per fermarsi subito dopo, respirando a fatica, e nascondendosi dietro a un cespuglio.

Intanto la selva si era riempita di cagne nere, le quali, scagliandosi contro la pianta, hanno addentato il povero Giacomo, lo hanno ridotto a pezzi, e hanno trascinato via il suo corpo straziato. Canto 13^ dell’Inferno, che andiamo a concludere.

Vedendo questa scena, Virgilio prende per mano il poeta, e si avvia verso il cespuglio che sta lamentandosi vanamente attraverso le sue ferite sanguinanti. E lo sente dire: “O Giacomo di Sant’Andrea, a che ti è servito usarmi come rifugio? che colpa ho io della tua vita dispendiosa?”

Allora il maestro, fermatosi presso di lui, con tono fermo gli chiede: “Chi fosti tu, che da queste numerose ferite emetti sospiri e parole dolenti miste a sangue?”

O anime che siete venute a vedere lo scempio che ha staccati da me i miei rametti frondosi” – così una voce risponde sempre in tono dolente – “sistemateli ai piedi di questo povero sterpo. I’ fui della città che nel Batista sostituì Marte come protettore; ed è per questo che la guerra la renderà sempre tribolata; e se non fosse che in capo del Ponte Vecchio all’Arno rimane la sua statua tronca, quei Fiorentini che poi la ricostruirono sulle macerie che restarono dopo l’assedio dei barbari, l’avrebbero fatta rinascere invano. Io feci della mia casa un patibolo”.

Così, caro lettore, si chiude il canto.

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