O Capaneo, in ciò che non s’ammorza

14^ canto dell’Inferno.

Capaneo.

Capaneo. Uno dei “Sette contro Tebe”. I sette sovrani ellenici che diedero l’assalto a Tebe, insieme a Polinice, per scacciarne Eteocle, fratello di quest’ultimo. Dalla mitologia alla storia della letteratura, il cammino non è stato arduo. Lo ritroviamo, infatti, nel terzo girone del settimo cerchio infernale, tra chi parla, disprezzando Dio nell’intimo, come Virgilio ha spiegato al poeta, durante la sosta dietro il sepolcro che conserva le spoglie di Anastasio II.

Capaneo, sulle mura della città, ebbro della vittoria appena conseguita, e sicuro della propria forza, sfidò Giove a difendere la città, così che il capo degli dèi testé gli scagliò contro un fulmine. Già colpito, rimase ancora in piedi per un po’, ed esalò l’ultimo respiro ergendo la testa verso le stelle, sì sconfitto ma nemmeno lontanamente pronto ad accettare il suo destino.

Dante, sulle orme di Stazio, colloca questo indomito personaggio sul terreno sabbioso dei violenti contro Dio, appunto i bestemmiatori, riverso sotto la pioggia di fuoco come i suoi compagni di sorte; ma mentre costoro agitano forsennatamente le loro misere mani, nella vana speranza di allontanare da sé le larghe falde che in eterno cadono su di essi, Capaneo se ne sta immobile, “così che la pioggia non sembra che lo tormenti”, annota diligentemente il poeta.

Infatti, egli non vuol dare a Giove proprio la soddisfazione di vederlo soffrire, e immediatamente appare a Dante in atteggiamento di disprezzo per tutto, mentre gira lo sguardo torvo attorno a sé. E non appena si accorge che Dante lo ha notato, perché sente che il poeta si è rivolto a Virgilio, domandandogli chi sia quel dannato, egli si presenta.

Nessuno al mondo, perfino Giove, ha potuto e può farlo diventare un altro: “ebbe e appare che egli abbia Dio in disprezzo, e appare che lo apprezzi poco”, non a caso Dante evidenzia nel racconto di questo incontro. Dove Capaneo grida: “Come io fui da vivo, così sono da morto. Anche se Giove rendesse stanco il suo fabbro da cui adirato afferrò la saetta appuntita da cui fui colpito l’ultimo giorno; o anche se egli rendesse stanchi gli altri a vicenda nell’officina oscura del Mongibello, incitando ‘Valente Vulcano, aiuto!, aiuto!’, come egli fece nel combattimento di Flegra, e mi scagliasse saette con tutta la sua forza: non ne potrebbe avere la gioiosa soddisfazione di vedermi umiliato”.

 A costui replica Virgilio, con voce tanto forte e risentita, come Dante non l’ha mai sentita così con forza: “O Capaneo, proprio in ciò che la tua superbia non si spegne, tu sei più punito; nessun tormento, tranne che la tua rabbia, sarebbe una sofferenza adeguata alla tua ira rabbiosa”.

@ O CAPANEO, IN CIÒ CHE NON S’AMMORZA

                                       

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