29^ canto dell’Inferno

(Canto XXIX, ove tratta de la decima bolgia, dove si puniscono i falsi fabricatori di qualunque opera, e isgrida e riprende l’autore i Sanesi.)

La molta gente e le diverse piaghe

avean le luci mie sì inebrïate,

che de lo stare a piangere eran vaghe.

Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?

perché la vista tua pur si soffolge

là giù tra l’ombre triste smozzicate?

Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;

pensa, se tu annoverar le credi,

che miglia ventidue la valle volge.

E già la luna è sotto i nostri piedi;

lo tempo è poco omai che n’è concesso,

e altro è da veder che tu non vedi».

«Se tu avessi», rispuos’io appresso,

«atteso a la cagion per ch’io guardava,

forse m’avresti ancor lo star dimesso».

Parte sen giva, e io retro li andava,

lo duca, già faccendo la risposta,

e soggiugnendo: «Dentro a quella cava

dov’io tenea or li occhi sì a posta,

credo ch’un spirto del mio sangue pianga

la colpa che là giù cotanto costa».

Allor disse ‘l maestro: «Non si franga

lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ello.

Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;

ch’io vidi lui a piè del ponticello

mostrarti e minacciar forte col dito,

e udi’ ‘l nominar Geri del Bello.

Tu eri allor sì del tutto impedito

sovra colui che già tenne Altaforte,

che non guardasti in là, sì fu partito».

«O duca mio, la vïolenta morte

che non li è vendicata ancor», diss’io,

«per alcun che de l’onta sia consorte,

fece lui disdegnoso; ond’el sen gio

sanza parlarmi, sì com’ïo estimo:

e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».

Così parlammo infino al loco primo

che de lo scoglio l’altra valle mostra,

se più lume vi fosse, tutto ad imo.

Quando noi fummo sor l’ultima chiostra

di Malebolge, sì che i suoi conversi

potean parere a la veduta nostra,

lamenti saettaron me diversi,

che di pietà ferrati avean li strali;

ond’io li orecchi con le man copersi.

Qual dolor fora, se de li spedali

di Valdichiana tra ‘l luglio e ‘l settembre

e di Maremma e di Sardigna i mali

fossero in una fossa tutti ‘nsembre,

tal era quivi, e tal puzzo n’usciva

qual suol venir de le marcite membre.

Noi discendemmo in su l’ultima riva

del lungo scoglio, pur da man sinistra;

e allor fu la mia vista più viva

giù ver’ lo fondo, là ‘ve la ministra

de l’alto Sire infallibil giustizia

punisce i falsador che qui registra.

Non credo ch’a veder maggior tristizia

fosse in Egina il popol tutto infermo,

quando fu l’aere sì pien di malizia,

che li animali, infino al picciol vermo,

cascaron tutti, e poi le genti antiche,

secondo che i poeti hanno per fermo,

si ristorar di seme di formiche;

ch’era a veder per quella oscura valle

languir li spirti per diverse biche.

Qual sovra ‘l ventre e qual sovra le spalle

l’un de l’altro giacea, e qual carpone

si trasmutava per lo tristo calle.

Passo passo andavam sanza sermone,

guardando e ascoltando li ammalati,

che non potean levar le lor persone.

Io vidi due sedere a sé poggiati,

com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia,

dal capo al piè di schianze macolati;

e non vidi già mai menare stregghia

a ragazzo aspettato dal segnorso,

né a colui che mal volontier vegghia,

come ciascun menava spesso il morso

de l’unghie sopra sé per la gran rabbia

del pizzicor, che non ha più soccorso;

e sì traevan giù l’unghie la scabbia,

come coltel di scardova le scaglie

o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

«O tu che con le dita ti dismaglie»,

cominciò ‘l duca mio a l’un di loro,

«e che fai d’esse tal volta tanaglie,

dinne s’alcun Latino è tra costoro

che son quinc’entro, se l’unghia ti basti

etternalmente a cotesto lavoro».

«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti

qui ambedue», rispuose l’un piangendo;

«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».

E ‘l duca disse: «I’ son un che discendo

con questo vivo giù di balzo in balzo,

e di mostrar lo ‘nferno a lui intendo».

Allor si ruppe lo comun rincalzo;

e tremando ciascuno a me si volse

con altri che l’udiron di rimbalzo.

Lo buon maestro a me tutto s’accolse,

dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;

e io incominciai, poscia ch’ei volse:

«Se la vostra memoria non s’imboli

nel primo mondo da l’umane menti,

ma s’ella viva sotto molti soli,

ditemi chi voi siete e di che genti;

la vostra sconcia e fastidiosa pena

di palesarvi a me non vi spaventi».

«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,

rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;

ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.

Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:

“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;

e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,

volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo

perch’io nol feci Dedalo, mi fece

ardere a tal che l’avea per figliuolo.

Ma ne l’ultima bolgia de le diece

me per l’alchìmia che nel mondo usai

dannò Minòs, a cui fallar non lece».

E io dissi al poeta: «Or fu già mai

gente sì vana come la sanese?

Certo non la francesca sì d’assai!».

Onde l’altro lebbroso, che m’intese,

rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca

che seppe far le temperate spese,

e Niccolò che la costuma ricca

del garofano prima discoverse

ne l’orto dove tal seme s’appicca;

e tra’ne la brigata in che disperse

Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,

e l’Abbagliato suo senno proferse.

Ma perché sappi chi sì ti seconda

contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,

sì che la faccia mia ben ti risponda:

sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,

che falsai li metalli con l’alchìmia;

e te dee ricordar, se ben t’adocchio,

com’io fui di natura buona scimia».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966


Sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio

29^ canto dell’Inferno

Capocchio

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Il poeta sente dire da Capocchio: «Ma affinché tu apprenda chi ti asseconda così contro i Senesi, aguzza l’occhio verso di me, sicché la faccia mia risponda pienamente al tuo sguardo: così vedrai che io sono l’ombra di Capocchio, che falsificai la lega metallica delle monete con l’alchimia; e ti devi ricordare, se riconosco chiaramente chi sei, come io fui un valente imitatore di uomini e di cose».

Capocchio, collocato da Dante nella decima bolgia di questo cerchio tra gli alchimisti adulteratori di leghe metalliche, per la quasi totalità dei primi commentatori della Commedia fu fiorentino, nonché compagno di studi del poeta in phisica o in filosofia naturale, forse in uno dei corsi frequentati da Dante per iscriversi all’arte dei medici e degli speziali.

Secondo il Buti, tra i più eminenti di quei commentatori, fu “di grande ingegno, e in filosofia giunse a tanto, che poi si diede all’alchimia credendosi venire alla vera; ma mancando nelle operazioni s’avvenne alla sofistica, cioè si diede a falsificare sottilmente ‘i metalli”.

E l’Anonimo, a seguire, attribuì l’alchimia di questo personaggio alla predisposizione imitatoria “che possedeva in sommo grado, così che sapea contrafare ogni uomo che volea e ogni cosa ed egli parea propriamente la cosa o l’uomo ch’egli contrafacea in ciascun atto… diessi nell’ultimo a contrafare i metalli, come egli facea gli uomini”. E proprio in qualità di alchimista Capocchio fu arso a Siena il 15 Agosto 1293.

© SÌ VEDRAI CH’IO SON L’OMBRA DI CAPOCCHIO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena

29^ canto dell’Inferno

Griffolino d’Arezzo

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Griffolino d’Arezzo a Dante: «Io fui di Arezzo, e Albero da Siena mi fece mettere al rogo; ma non mi ha fatto arrivare qui quello per cui io morii».

Griffolino d’Arezzo, posto dal poeta nella decima bolgia di questo cerchio tra gli alchimisti adulteratori di leghe metalliche, fu bruciato vivo in qualità di eretico prima del 1272. Di lui si occupò il Lana, tra i primi commentatori della Commedia, il quale scrisse a proposito della sua fine: “Questo Aretino fu una scritturata persona, sottile e sagace, ed ebbe nome maestro Griffolino; sapea e adoperava quella parte d’alchimia che è appellata sofistica, ma facealo sì secretamente che non era saputo per alcuna persona.

“Or questo maestro avea contezza con un Albero, figliuolo secreto del vescovo di Siena, e questo Albero era persona vaga e semplice; ed essendo un die a parlamento collo detto maestro Griffolino, e per modo di treppo lo ditto maestro disse: ‘S’io volessi, io anderei volando per aire come fanno li uccelli e di die e di notte’…

“Questo Albero si mise le parole al cuore, e credettelo; infine strinse lo detto maestro ch’elli li insegnasse volare. Lo maestro pur li dicea di no, come persona che non sapea fare niente. Costui li prese tanto odio addosso, che ‘l padre predetto, cioè il vescovo, li informò una inquisizione addosso e fello ardere per patarino”.

© MA QUEL PER CH’IO MORI’ QUI NON MI MENA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Qual sovra ‘l ventre e qual sovra le spalle

29^ canto dell’Inferno

I falsari

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Il poeta narra: «Questo giaceva sul ventre e quello sulle spalle l’uno dell’altro, e chi si trascinava carponi per il dolente sentiero. Andavamo lentamente in silenzio, contemplando e ascoltando i dannati, che non potevano sollevare i loro corpi».

Il riferimento è ai falsari, collocati da Dante nella decima bolgia di questo cerchio. Costoro furono peccatori di natura diversa: gli alchimisti adulteratori di leghe metalliche, affetti da lebbra o scabbia, i contraffattori di persona a fini fraudolenti, malati d’idrofobia, i falsari di monete, idropici, e i falsificatori della verità, tormentati da una febbre ardente.

Il Fraccaroli, tra i moderni commentatori della Commedia, ha rilevato, invece, che l’ultimo posto del terzo gruppo dei fraudolenti è quello in cui l’odio si sostituisce all’amore, tale essendo la condizione morale dei consiglieri fraudolenti (ottava bolgia), dei seminatori di discordie e di scismi (nona bolgia) e appunto dei falsari. Ma per questi ultimi, “il loro mal animo verso il prossimo è tale che si avvicina al tradimento”. Infatti, dopo di loro e il pozzo dei giganti, troveremo i traditori. Nel nono e ultimo cerchio dell’Inferno.

© QUAL SOVRA ‘L VENTRE E QUAL SOVRA LE SPALLE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

28^ canto dell’Inferno

(Canto XXVIII, nel quale tratta le qualitadi de la nona bolgia, dove l’auttore vide punire coloro che commisero scandali, e ‘ seminatori di scisma e discordia e d’ogne realtà altro male operare.)

Chi poria mai pur con parole sciolte

dicer del sangue e de le piaghe a pieno

ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?

Ogne lingua per certo verria meno

per lo nostro sermone e per la mente

c’hanno a tanto comprender poco seno.

S’el s’aunasse ancor tutta la gente

che già, in su la fortunata terra

di Puglia, fu del suo sangue dolente

per li Troiani e per la lunga guerra

che de l’anella fé sì alte spoglie,

come Livïo scrive, che non erra,

con quella che sentio di colpi doglie

per contastare a Ruberto Guiscardo;

e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie

a Ceperan, là dove fu bugiardo

ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,

dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo;

e qual forato suo membro e qual mozzo

mostrasse, d’aequar sarebbe nulla

il modo de la nona bolgia sozzo.

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,

com’io vidi un, così non si pertugia,

rotto dal mento infin dove si trulla.

Tra le gambe pendevan le minugia;

la corata pareva e ‘l triste sacco

che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m’attacco,

guardommi e con le man s’aperse il petto,

dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco!

vedi come storpiato è Mäometto!

Dinanzi a me sen va piangendo Alì,

fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

E tutti li altri che tu vedi qui,

seminator di scandalo e di scisma

fuor vivi, e però son fessi così.

Un diavolo è qua dietro che n’accisma

sì crudelmente, al taglio de la spada

rimettendo ciascun di questa risma,

quand’avem volta la dolente strada;

però che le ferite son richiuse

prima ch’altri dinanzi li rivada.

Ma tu chi se’ che ‘n su lo scoglio muse,

forse per indugiar d’ire a la pena

ch’è giudicata in su le tue accuse?».

«Né morte ‘l giunse ancor, né colpa ‘l mena»,

rispuose ‘l mio maestro, «a tormentarlo;

ma per dar lui esperïenza piena,

a me, che morto son, convien menarlo

per lo ‘nferno qua giù di giro in giro;

e quest’è ver così com’io ti parlo».

Più fuor di cento che, quando l’udiro,

s’arrestaron nel fosso a riguardarmi

per maraviglia, oblïando il martiro.

«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,

tu che forse vedra’ il sole in breve,

s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,

sì di vivanda, che stretta di neve

non rechi la vittoria al Noarese,

ch’altrimenti acquistar non saria leve».

Poi che l’un piè per girsene sospese,

Mäometto mi disse esta parola;

indi a partirsi in terra lo distese.

Un altro, che forata avea la gola

e tronco ‘l naso infin sotto le ciglia,

e non avea mai ch’una orecchia sola,

ristato a riguardar per maraviglia

con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,

ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,

e disse: «O tu cui colpa non condanna

e cu’ io vidi in su terra latina,

se troppa simiglianza non m’inganna,

rimembriti di Pier da Medicina,

se mai torni a veder lo dolce piano

che da Vercelli a Marcabò dichina.

E fa sapere a’ due miglior da Fano,

a messer Guido e anco ad Angiolello,

che, se l’antiveder qui non è vano,

gittati saran fuor di lor vasello

e mazzerati presso a la Cattolica

per tradimento d’un tiranno fello.

Tra l’isola di Cipri e di Maiolica

non vide mai sì gran fallo Nettuno,

non da pirate, non da gente argolica.

Quel traditor che vede pur con l’uno,

e tien la terra che tale qui meco

vorrebbe di vedere esser digiuno,

farà venirli a parlamento seco;

poi farà sì, ch’al vento di Focara

non sarà lor mestier voto né preco».

E io a lui: «Dimostrami e dichiara,

se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,

chi è colui da la veduta amara».

Allor puose la mano a la mascella

d’un suo compagno e la bocca li aperse,

gridando: «Questi è desso, e non favella.

Questi, scacciato, il dubitar sommerse

in Cesare, affermando che ‘l fornito

sempre con danno l’attender sofferse».

Oh quanto mi pareva sbigottito

con la lingua tagliata ne la strozza

Curïo, ch’a dir fu così ardito!

E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,

levando i moncherin per l’aura fosca,

sì che ‘l sangue facea la faccia sozza,

gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca,

che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,

che fu mal seme per la gente tosca».

E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;

per ch’elli, accumulando duol con duolo,

sen gio come persona trista e matta.

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,

e vidi cosa ch’io avrei paura,

sanza più prova, di contarla solo;

se non che coscïenza m’assicura,

la buona compagnia che l’uom francheggia

sotto l’asbergo del sentirsi pura.

Io vidi certo, e ancor par ch’io ‘l veggia,

un busto sanza capo andar sì come

andavan li altri de la trista greggia;

e ‘l capo tronco tenea per le chiome,

pesol con mano a guisa di lanterna:

e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».

Di sé facea a sé stesso lucerna,

ed eran due in uno e uno in due;

com’esser può, quei sa che sì governa.

Quando diritto al piè del ponte fue,

levò ‘l braccio alto con tutta la testa

per appressarne le parole sue,

che fuoro: «Or vedi la pena molesta,

tu che, spirando, vai veggendo i morti:

vedi s’alcuna è grande come questa.

E perché tu di me novella porti,

sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli

che diedi al re giovane i ma’ conforti.

Io feci il padre e ‘l figlio in sé ribelli;

Achitofèl non fé più d’Absalone

e di Davìd coi malvagi punzelli.

Perch’io parti’ così giunte persone,

partito porto il mio cerebro, lasso!,

dal suo principio ch’è in questo troncone.

Così s’osserva in me lo contrapasso».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

E ‘l capo tronco tenea per le chiome

28^ canto dell’Inferno

Bertram dal Bornio

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Nona bolgia. Il poeta sente dire da Bertram dal Bornio: «Ora vedi la pena gravosa, tu che, mentre ancora vivi, vai visitando i dannati: vedi se qualcuna è grande come questa. E affinché tu arrechi notizie di me, sappi che sono Bertram dal Bornio, colui che fornì al re giovane i cattivi consigli. Io resi il padre e il figlio nemici tra di loro; Achitofel non dispose di più di Assalonne e di David coi perfidi stimoli. Perché io divisi persone così congiunte, tengo in mano diviso il mio cervello, ohimè!, dal suo inizio che è chiuso in questo busto mozzo del capo. Così si ravvisa in me il contrappasso».

Bertram dal Bornio (Bertran de Born), posto da Dante nella nona bolgia di questo cerchio tra i seminatori di discordie e di scismi, fu il signore del castello di Hautefort nel Périgord, e visse nella seconda metà del XII^ secolo. Indiscutibilmente uno dei più importanti trovatori di lingua provenzale, fu ricordato dal poeta sia come “poeta delle armi” (De Vulgari Eloquentia, II, II, 9), sia per la sua grande liberalità e magnificenza nei costumi (Convivio, IV, XI, 14).

Da trovatore di eccellenza quale fu, le sue canzoni trattarono generalmente temi politico-militari e, nella più famosa delle stesse, Be. m platz lo gais temps de pascor, descrisse “la tragica bellezza delle battaglie, con i corpi feriti e mutilati, e i tronconi delle lance ancora confitti nei cadaveri”, secondo la Chiavacci Leonardi, confrontando tutto questo alle delizie primaverili.

Secondo una biografia dell’epoca, da feudatario del Périgord e quindi suddito di Enrico II Plantageneto, re d’Inghilterra, allora anche duca di Aquitania, indusse il figlio primogenito del re, Enrico III detto il re giovane, in quanto già incoronato durante la vita del padre, a ribellarsi contro di lui. Alla morte di lui, Bertran scrisse un’altra celebre canzone, Si tuit li dol. Da parte sua, Dante, pur attenendosi alla biografia di cui sopra, gli volle comunque conservare la dignità che lo distinse nella vita terrena, conclusa da monaco cistercense nell’abbazia di Dalon prima del 1215.

© E ‘L CAPO TRONCO TENEA PER LE CHIOME

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Inferno, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Oscar Classici 2005

Levando i moncherin per l’aura fosca

28^ canto dell’Inferno

Mosca de’ Lamberti

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Nona bolgia. Mosca de’ Lamberti a Dante: «Ti ricorderai pure del Mosca, che disse, ohimè!, “Cosa fatta capo ha”, che fu generatrice di male per i Toscani».

Mosca de’ Lamberti, collocato dal poeta in questa bolgia tra i seminatori di discordie e di scismi, fu un autorevole uomo politico della prima metà del XIII^ secolo, membro della potente famiglia ghibellina dei Lamberti. Nacque a Firenze in data ignota, ma è presumibile che agli inizi del 1200 avesse circa vent’anni, perché risultò come testimone in un atto di cessione di terre tra Siena e Firenze.

L’episodio certamente più rilevante della vita di questo personaggio, e il motivo per cui il poeta ne tramandò il non felice ricordo, fu l’omicidio di Buondelmonte de’ Buondelmonti nel giorno di Pasqua del 1216, evento da cui si fece risalire la nascita e la conseguente contesa tra due fazioni cittadine, che successivamente presero il nome di Guelfi e Ghibellini.

Dietro suo consiglio, gli Amidei e i loro alleati avevano deciso di vendicarsi dell’offesa ricevuta da Buondelmonte, il quale aveva tradito la promessa di maritarsi con una giovane di quella famiglia, uccidendo l’autore della stessa offesa. Mentre essi erano riuniti per prendere la giusta decisione sul modo di castigare Buondelmonte, “o di batterlo o di ferirlo, il Mosca de’ Lamberti disse la mala parola: ‘cosa fatta capo ha’, cioè che fosse morto: e così fu fatto”, per il Villani (Cronache, I, 2).

© LEVANDO I MONCHERIN PER L’AURA FOSCA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

S’el s’aunasse ancor tutta la gente

28^ canto dell’Inferno

I seminatori di discordie

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Nona bolgia. Il poeta narra: “Se anche si riunissero tutte le persone che già, nella famosa terra del meridione d’Italia, si dolsero del sangue versato a causa della lunga battaglia dei Romani che produsse un così prezioso bottino di anelli, come scrive Livio, che non si parte dal vero, con quelle che sentirono il dolore delle ferite per opporre resistenza a Roberto Guiscardo; e le altre il cui mucchio di ossa ancora si trova riunito a Ceprano, là dove ogni suddito napoletano fu traditore, e là presso Tagliacozzo, dove il vecchio Alardo vinse senza combattere; e ciascuno facesse vedere chi le sue membra ferite e chi amputate, sarebbe impossibile eguagliare il deforme spettacolo della nona bolgia”.

Il riferimento è ai seminatori di discordie, posti da Dante nella nona bolgia di questo cerchio. Costoro si resero colpevoli della separazione di ciò che era unito nelle città e nella comunità ecclesiale, entità in cui abbondavano, appunto, tutti quelli che avevano, e hanno ancora oggi, il loro interesse a “seminare zizzania” tra gli esseri umani. Al poeta, quindi, non restò altro che rappresentare i personaggi descritti attraverso efferate mutilazioni, al tempo stesso effetto e configurazione plastica delle divisioni da essi prodotte tra cristiani, tra cittadini, addirittura tra genitori e figli.

Infatti, la sua attenzione fu rivolta a definire nei minimi particolari le feroci modalità della pena e del contrappasso confacente alla stessa, per cui, secondo il Sapegno, “coloro che introdussero nella società umana le ferite della discordia, l’atrocità degli odi, delle vendette e del sangue, sono alla loro volta orrendamente dilaniati, lacerati e insanguinati nelle loro stesse carni”.

© S’EL S’AUNASSE ANCOR TUTTA LA GENTE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

27^ canto dell’Inferno

(Canto XXVII, dove tratta di que’ medesimi aguatatori e falsi consiglieri d’inganni in persona del conte Guido da Montefeltro.)

Già era dritta in sù la fiamma e queta

per non dir più, e già da noi sen gia

con la licenza del dolce poeta,

quand’un’altra, che dietro a lei venìa,

ne fece volger li occhi a la sua cima

per un confuso suon che fuor n’uscia.

Come ‘l bue cicilian che mugghiò prima

col pianto di colui, e ciò fu dritto,

che l’avea temperato con sua lima,

mugghiava con la voce de l’afflitto,

sì che, con tutto che fosse di rame,

pur el pareva dal dolor trafitto;

così, per non aver via né forame

dal principio nel foco, in suo linguaggio

si convertïan le parole grame.

Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio

su per la punta, dandole quel guizzo

che dato avea la lingua in lor passaggio,

udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo

la voce e che parlavi mo lombardo,

dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,

perch’io sia giunto forse alquanto tardo,

non t’incresca restare a parlar meco;

vedi che non incresce a me, e ardo!

Se tu pur mo in questo mondo cieco

caduto se’ di quella dolce terra

latina ond’io mia colpa tutta reco,

dimmi se i Romagnuoli han pace o guerra;

ch’io fui d’i monti là intra Orbino

e ‘l giogo di che Tever si diserra».

Io era in giuso ancora attento e chino,

quando il mio duca mi tentò di costa,

dicendo: «Parla tu; questi è latino».

E io, ch’avea già pronta la risposta,

sanza indugio a parlare incominciai:

«O anima che se’ là giù nascosta,

Romagna tua non è, e non fu mai,

sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;

ma ‘n palese nessuna or vi lasciai.

Ravenna sta come stata è molt’anni:

l’aguglia da Polenta la si cova,

sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.

La terra che fé già la lunga prova

e di Franceschi sanguinoso mucchio,

sotto le branche verdi si ritrova.

E ‘l mastin vecchio e ‘l nuovo da Verrucchio,

che fecer di Montagna il mal governo,

là dove soglion fan d’i denti succhio.

Le città di Lamone e di Santerno

conduce il lïoncel dal nido bianco,

che muta parte da la state al verno.

E quella cu’ il savio bagna il fianco,

così com’ella sie’ tra ‘l piano e ‘l monte,

tra tirannia si vive e stato franco.

Ora chi se’, ti priego che ne conte;

non esser duro più ch’altri sia stato,

se ‘l nome tuo nel mondo tegna fronte».

Poscia che ‘l foco alquanto ebbe rugghiato

al modo suo, l’aguta punta mosse

di qua, di là, e poi diè cotal fiato:

«S’i’ credesse che mia risposta fosse

a persona che mai tornasse al mondo,

questa fiamma staria sanza più scosse;

ma però che già mai di questo fondo

non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,

sanza tema d’infamia ti rispondo.

Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,

credendomi, sì cinto, fare ammenda;

e certo il creder mio venìa intero,

se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,

che mi rimise ne le prime colpe;

e come e quare, voglio che m’intenda.

Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe

che la madre mi diè, l’opere mie

non furon leonine, ma di volpe.

Li accorgimenti e le coperte vie

io seppi tutte, e sì menai lor arte,

ch’al fine de la terra il suono uscie.

Quando mi vidi giunto in quella parte

di mia etade ove ciascun dovrebbe

calar le vele e raccoglier le sarte,

ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,

e pentuto e confesso mi rendei;

ahi miser lasso! e giovato sarebbe.

Lo principe d’i novi Farisei,

avendo guerra presso a Laterano,

e non con Saracin né con Giudei,

ché ciascun suo nimico era Cristiano,

e nessun era stato a vincer Acri

né mercatante in terra di Soldano,

né sommo officio né ordini sacri

guardò in sé, né in me quel capestro

che solea fare i suoi cinti più macri.

Ma come Costantin chiese Silvestro

d’entro Siratti a guerir de la lebbre,

così mi chiese questi per maestro

a guerir de la sua superba febbre;

domandommi consiglio, e io tacetti

perché le sue parole parver ebbre.

E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;

finor t’assolvo, e tu m’insegna fare

sì come Penestrino in terra getti.

Lo ciel poss’io serrare e diserrare,

come tu sai; però son due le chiavi

che ‘l mio antecessor non ebbe care”.

Allor mi pinser li argomenti gravi

là ‘ve ‘l tacer mi fu avviso ‘l peggio,

e dissi: “Padre, da che tu mi lavi

di quel peccato ov’io mo cader deggio,

lunga promessa con l’attender corto

ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.

Francesco venne poi, com’io fu’ morto,

per me; ma un d’i neri cherubini

li disse: “Non portar; non mi far torto.

Venir se ne dee giù tra ‘ miei meschini

perché diede ‘l consiglio frodolente,

dal quale in qua stato li sono a’ crini;

ch’assolver non si può chi non si pente,

né pentere e volere insieme puossi

per la contradizion che nol consente”.

Oh me dolente! come mi riscossi

quando mi prese dicendomi: “Forse

tu non pensavi ch’io löico fossi”.

A Minòs mi portò; e quelli attorse

otto volte la coda al dosso duro;

e poi che per la gran rabbia la si morse,

disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;

per ch’io là dove vedi son perduto,

e sì vestito, andando, mi rancuro».

Quand’elli ebbe ‘l suo dir così compiuto,

la fiamma dolorando si partio,

torcendo e dibattendo ‘l corno aguto.

Noi passam’ oltre, e io e ‘l duca mio,

su per lo scoglio infino in su l’altr’arco

che cuopre ‘l fosso in che si paga il fio

a quei che scommettendo acquistan carco.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

Lunga promessa con l’attender corto

27^ canto dell’Inferno

Il “consiglio fraudolento” di Guido da Montefeltro

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. Il poeta sente dire da Guido da Montefeltro: «Quando mi vidi arrivato in quel periodo della mia vita in cui ciascuno dovrebbe ammainare le vele e radunare le corde, ciò che prima praticavo, in quel tempo mi dispiacque, e pentito e confessato mi feci frate; ahi sventurato infelice! e sarebbe servito. Il principe dei nuovi Farisei, avendo la guerra vicino al Laterano, e non contro i Saraceni né contro i Giudei, perché ogni suo avversario era Cristiano, e nessuno era stato all’assedio di San Giovanni d’Acri né mercante nella terra del Sultano, né considerò nel giusto valore la somma funzione né i sacri attributi propri, né verso di me quell’abito francescano che era solito consumare nelle penitenze i frati da esso rivestiti.

«Ma come Costantino chiamò Silvestro dalle grotte del Soratte a guarire dalla lebbra, così questi mi chiamò come medico a guarire dalla sua febbre di superbia; mi chiese un suggerimento, e io tacqui perché le sue parole sembrarono quelle di un uomo ebbro. Egli poi continuò a dire: “Il tuo cuore non abbia timore; ti assolvo fin d’ora, e tu consigliami a fare in modo che rada al suolo la fortezza di Palestrina. Io posso chiudere e aprire il Paradiso, come tu sai; perciò sono due le chiavi che il mio predecessore non tenne in molto pregio»”.

Appunto. Bonifacio VIII fece proprio questo. Egli si mise d’accordo con i suoi nemici Colonna, che furono perdonati; tolse loro la scomunica, promettendo di restituire loro la dignità precedente, e poi fece abbattere la rocca di Palestrina, dove si erano rifugiati dall’inizio delle ostilità, che erano insorte a seguito della mancata accettazione della sua elezione da parte dei cardinali Pietro e Jacopo Colonna, dopo che Celestino V aveva abdicato.

© LUNGA PROMESSA CON L’ATTENDER CORTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970