Sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi

32^ canto dell’Inferno

Camicione de’ Pazzi

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Prima zona, la Caina. Camicione de’ Pazzi a Dante: «E affinché tu non mi induca a parlare ancora, sappi che fui Camicione de’ Pazzi; e aspetto Carlino che mi discolpi».

Camicione de’ Pazzi, collocato dal poeta nella prima zona di questo cerchio tra i traditori dei parenti, fu ritenuto colpevole dell’omicidio di un suo congiunto, tale Ubertino. Non si ha notizia di fatti sicuri che lo riguardino, tranne che in un documento viene citato tale Betto “quondam Guccii Dom. Uberti Camiscioni”, e che un suo nipote partecipò al convegno di San Godenzo insieme a Dante.

Il quale, va da sé, non poté non renderlo uno dei dannati confitti nel ghiaccio di Cocito, precisamente nella Caina, la zona riservata ai traditori dei parenti. Camicione prima spiega al poeta chi siano le due ombre nel ghiaccio con lui, congiunte insieme e che cozzano con le teste l’una con l’altra (Aleandro e Napoleone degli Alberti), nonché gli indica altri compagni di sorte vicini (Mordret, figlio del re Artù, la cui storia leggendaria fa parte del ciclo della Tavola Rotonda, il pistoiese Vanni de’ Cancellieri, detto Focaccia, efferato uccisore di parenti, addirittura del padre, come sostenuto dal Bambaglioli e dal figlio di Dante, Pietro, tra i primi commentatori della Commedia, e il fiorentino Sassolo Mascheroni, che uccise a tradimento un bambino, figlio di suo zio, per poter vantare diritti ereditari), poi si presenta dicendo il proprio nome, come riportato in apertura, e da ultimo lancia una frecciata diretta a un suo congiunto, tale Carlino (anche lui un de’ Pazzi, che sarà destinato alla seconda zona di Cocito, l’Antenora, dimora dei traditori della patria).

Su questo personaggio si espresse a suo tempo il Momigliano: “Parla con un piglio sgarbato, spavaldo, testardo, uguale dal principio alla fine, con frasi asimmetriche come la sua faccia dalle orecchie mozze mulescamente puntata verso il ghiaccio, ora fluenti in versi rapidi, ora chiuse in versi troncati a mezzo o bizzarramente ossitoni, tutte suggerite dal cinismo bestiale di chi è oramai incallito nella miseria e nella malignità della propria condizione”.

© SAPPI CH’I’ FU’ IL CAMISCION DE’ PAZZI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Se vuoi saper chi son cotesti due

32^ canto dell’Inferno

I fratelli Alberti

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Prima zona, la Caina. Camicione de’ Pazzi al poeta: «Perché ti rifletti tanto in noi? Se vuoi sapere chi sono questi due, la valle da cui discende il Bisenzio fu del loro padre Alberto e di loro. Nacquero da uno stesso corpo; e potrai esplorare tutta la Caina, e non troverai un’ombra più meritevole di essere confitta nel ghiaccio».

Il riferimento è ad Alessandro e Napoleone Alberti, posti da Dante nella prima zona di questo cerchio tra i traditori dei parenti. Furono figli di Alberto Alberti, dei conti di Vernio e di Mangona, famiglia padrona di alcuni castelli nella Val di Bisenzio e nella Val di Sieve. L’Anonimo fiorentino, tra i primi commentatori della Commedia, su di loro scrisse: “furono di sì perverso animo che, per torre l’uno all’altro le fortezze che avevano…, vennono a tanta ira e a tanta malvagità d’animo, che l’uno uccise l’altro, e così insieme morirono”.

L’odio reciproco era sì dovuto a ragioni politiche, essendo guelfo Alessandro e ghibellino Napoleone, ma soprattutto dipendeva da mere ragioni di interesse, relative alla divisione dell’eredità del padre. Chiosava il Sapegno a tal proposito: “Napoleone, a cui il padre aveva lasciato solo la decima parte dei suoi beni, già prima del 1259 s’era preso con la violenza parte del retaggio spettante ai fratelli, ma era stato costretto, per l’intervento del comune fiorentino, a restituire il castello di Mangona”.

Circa venti anni dopo, nel 1279, il cardinal Latino convinse i due fratelli a riappacificarsi, ma il suo intervento non servì a molto. Infatti, la contesa tra loro divenne ancora più aspra, fino a raggiungere il suo naturale epilogo. Dopo essere stato estromesso con l’inganno dai possedimenti della Val di Bisenzio ad opera di Napoleone, Alessandro assalì costui a tradimento e durante la lotta i due si uccisero vicendevolmente. Il fatto ebbe grande risonanza a Firenze ed è databile tra il 1282 e il 1286, dunque quando Dante era giovane. Peraltro, il duplice fratricidio non bastò a placare gli animi nella famiglia. Infatti, poco dopo, Orso, figlio di Napoleone, fu ucciso da Alberto, figlio di Alessandro.

© SE VUOI SAPER CHI SON COTESTI DUE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

31^ canto dell’Inferno

(Canto XXXI, ove tratta de’ giganti che guardano il pozzo de l’inferno, ed è il nono cerchio.)

Una medesma lingua pria mi morse,

sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,

e poi la medicina mi riporse;

così od’io che solea far la lancia

d’Achille e del suo padre esser cagione

prima di trista e poi di buona mancia.

Noi demmo il dosso al misero vallone

su per la ripa che ‘l cinge dintorno,

attraversando sanza alcun sermone.

Quiv’era men che notte e men che giorno,

sì che ‘l viso m’andava innanzi poco;

ma io senti’ sonare un alto corno,

tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,

che, contra sé la sua via seguitando,

dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.

Dopo la dolorosa rotta, quando

Carlo Magno perdé la santa gesta,

non sonò sì terribilmente Orlando.

Poco portäi in là volta la testa,

che me parve veder molte alte torri;

ond’io: «Maestro, dì, che terra è questa?».

Ed elli a me: «Però che tu trascorri

per le tenebre troppo da la lungi,

avvien che poi nel maginare abborri.

Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,

quanto ‘l senso s’inganna di lontano;

però alquanto più te stesso pungi».

Poi caramente mi prese per mano

e disse: «Pria che noi siam più avanti,

acciò che ‘l fatto men ti paia strano,

sappi che non son torri, ma giganti,

e son nel pozzo intorno da la ripa

da l’umbilico in giuso tutti quanti».

Come quando la nebbia si dissipa,

lo sguardo a poco a poco raffigura

ciò che cela ‘l vapor che l’aere stipa,

così forando l’aura grossa e scura,

più e più appressando ver’ la sponda,

fuggiemi errore e crescémi paura;

però che, come su la cerchia tonda

Monteriggion di torri si corona,

così la proda che ‘l pozzo circonda

torreggiavan di mezza la persona

li orribili giganti, cui minaccia

Giove del cielo ancora quando tuona.

E io scorgeva già d’alcun la faccia,

le spalle e ‘l petto e del ventre gran parte,

e per le coste giù ambo le braccia.

Natura certo, quando lasciò l’arte

di sì fatti animali, assai fé bene

per tòrre tali essecutori a Marte.

E s’ella d’elefanti e di balene

non si pente, chi guarda sottilmente,

più giusta e più discreta la ne tene;

ché dove l’argomento de la mente

s’aggiugne al mal volere e a la possa,

nessun riparo vi può far la gente.

La faccia sua mi parea lunga e grossa

come la pina di San Pietro a Roma,

e a sua proporzione eran l’altre ossa;

sì che la ripa, ch’era perizoma

dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto

di sovra, che di giugnere a la chioma

tre Frison s’averien dato mal vanto;

però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi

dal loco in giù dov’omo affibbia ‘l manto.

«Raphèl maì amècche zabì almi»,

cominciò a gridar la fiera bocca,

cui non si convenia più dolci salmi.

E ‘l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca,

tienti col corno, e con quel ti disfoga

quand’ira o altra passïon ti tocca!

Cércati al collo, e troverai la soga

che ‘l tien legato, o anima confusa,

e vedi lui che ‘l gran petto ti doga».

Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;

questi è Nembrotto per lo cui mal coto

pur un linguaggio nel mondo non s’usa.

Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;

ché così è a lui ciascun linguaggio

come ‘l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».

Facemmo adunque più lungo vïaggio,

vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro

trovammo l’altro assai più fero e maggio.

A cigner lui qual che fosse ‘l maestro,

non so io dir, ma el tenea soccinto

dinanzi l’altro e dietro il braccio destro

d’una catena che ‘l tenea avvinto

dal collo in giù, sì che ‘n su lo scoperto

si ravvolgëa infino al giro quinto.

«Questo superbo volle esser esperto

di sua potenza contra ‘l sommo Giove»,

disse ‘l mio duca, «ond’elli ha cotal merto.

Fïalte ha nome, e fece le gran prove

quando i giganti fer paura a’ dèi;

le braccia ch’el menò, già mai non move».

E io a lui: «S’esser puote, io vorrei

che de lo smisurato Brïareo

esperïenza avesser li occhi mei».

Ond’ei rispuose: «Tu vedrai Anteo

presso di qui che parla ed è disciolto,

che ne porrà nel fondo d’ogne reo.

Quel che tu vuo’ veder, più là è molto

ed è legato e fatto come questo,

salvo che più feroce par nel volto».

Non fu tremoto già tanto rubesto,

che scotesse una torre così forte,

come Fïalte a scuotersi fu presto.

Allor temett’io più che mai la morte,

e non v’era mestier più che la dotta,

s’io non avessi viste le ritorte.

Noi procedemmo più avante allotta,

e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,

sanza la testa, uscia fuor de la grotta.

«O tu che ne la fortunata valle

che fece Scipïon di gloria reda,

quand’Anibàl co’ suoi diede le spalle,

recasti già mille leon per preda,

e che, se fossi stato a l’alta guerra

de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda

ch’avrebber vinto i figli de la terra:

mettine giù, e non ten vegna schifo,

dove Cocito la freddura serra.

Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:

questi può dar di quel che qui si brama;

però ti china e non torcer lo grifo.

Ancor ti può nel mondo render fama,

ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta

se ‘nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».

Così disse ‘l maestro; e quelli in fretta

le man distese, e prese ‘l duca mio,

ond’Ercule sentì già grande stretta.

Virgilio, quando prender si sentio,

disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;

poi fece sì ch’un fascio era elli e io.

Qual pare a riguardar la Carisenda

sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada

sovr’essa sì, ched ella incontro penda:

tal parve Antëo a me che stava a bada

di vederlo chinare, e fu tal ora

ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.

Ma lievemente al fondo che divora

Lucifero con Giuda, ci sposò;

né, sì chinato, lì fece dimora,

e come albero in nave si levò.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

Mettine giù, e non ten vegna schifo

31^ canto dell’Inferno

Anteo

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Lungo l’argine che circonda la decima bolgia. Il poeta sente dire da Virgilio: «O tu che nell’illustre pianura che rese Scipione glorioso, quando Annibale fuggì coi suoi, portasti già come bottino di caccia mille leoni, e che, se avessi preso parte all’ardua battaglia dei tuoi fratelli, ancora si crede che i figli della Terra avrebbero vinto: mettici giù, e non averne sdegno, dove il freddo rigido e intenso stringe in gelo Cocito».

Il riferimento è ad Anteo, figura del mito classico, collocato da Dante intorno alla parete del pozzo che circonda il nono cerchio. Fu figlio della Terra, che lo aveva generato con Nettuno (per alcuni). Viveva nell’attuale Tunisia, nella valle del Bagrada, vicino a Zama, ed era solito adornare la sua dimora con le teste mozzate dei suoi nemici, fin quando incontrò Ercole, il quale lo stritolò con la forza senza limiti delle sue braccia.

Il poeta descrisse la sua fine nel Convivio (III, III 7-8) come segue: “si legge ne le storie d’Ercule, e ne l’Ovidio Maggiore e in Lucano e in altri poeti, che combattendo con lo gigante che si chiamava Anteo, tutte volte che lo gigante era stanco, e elli ponea lo suo corpo sopra la terra disteso o per sua volontà o per forza d’Ercule, forza e vigore interamente de la terra resurgea, ne la quale e de la quale esso era generato. Di che accorgendosi Ercule, a la fine prese lui; e stringendo quello e levatolo da la terra, tanto lo tenne sanza lasciarlo a la terra ricongiugnere, che lo vinse per soperchio e uccise. E questa battaglia fu in Africa, secondo le testimonianze delle scritture”.

Dai primi commentatori della Commedia in poi si è ritenuto che Dante avesse letto questo racconto nella Farsaglia di Lucano (IV, 593-600), del quale il riferimento sopra riportato non è altro che un riassunto. Lucano, peraltro, affermò che fu una fortuna il fatto che il gigante non poté partecipare alla battaglia di Flegra, combattuta dagli altri giganti contro Giove – di qui, egli non ha le braccia incatenate nel luogo dell’Inferno dove si trova, da cui, previa l’efficace captatio benevolentiae virgiliana citata in apertura, farà approdare i due poeti nel nono cerchio.

© METTINE GIÙ, E NON TEN VEGNA SCHIFO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Questi è Nembrotto per lo cui mal coto

31^ canto dell’Inferno

Nembrot

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Lungo l’argine che circonda la decima bolgia. Virgilio a Dante: «Si rivela da solo; questi è Nembrot per il cui malvagio pensiero non si parla soltanto una lingua fra gli uomini. Lascialo stare e non parliamo inutilmente; perché ogni lingua è così per lui come la sua per gli altri, che nessuno intende».

Figura biblica, Nembrot, posto dal poeta intorno alla parete del pozzo che circonda il nono cerchio, fondò Babilonia e, secondo la Genesi (10, 8 e 11, 1-9 ) ne fu il primo monarca, indicato quale robustus venator contram Domino. Questi, figlio di Chus, a sua volta figlio di Cam, volle edificare la torre passata alla storia come Torre di Babele a Sennaar, con lo scopo dichiarato di raggiungere la volta celeste. Ma Dio vanificò questo progetto, confondendo il suo linguaggio e di tutti coloro che presero parte all’opera.

Eroe dei primi tempi dopo il diluvio universale, le prime notizie che si ebbero su di lui furono inserite nella cd. tavola etnografica dei popoli, che derivarono dai figli di Noè. E l’appellativo di “gigante” (da qui la sua presenza voluta da Dante tra i giganti del mito) gli venne attribuito nella versione latina della Bibbia detta Vetus o Antiqua, citata da Sant’Agostino (“hic erat gigans venator contra Dominum Deum“), che lo presentò come esempio inarrivabile di superbia contro Dio.

Il poeta lo aveva citato già nel De Vulgari Eloquentia (I, 7-4) come gigans, e da quel passo fu possibile intravedere gli elementi principali per penetrare nel dato allegorico prefigurato da questo personaggio nei tre episodi in cui poi comparve il suo nome nella Commedia: oltre che nell’Inferno, in Purgatorio e in Paradiso. E tutto ciò fu ritenuto significativo per la verifica della grande conoscenza dantesca sia della tradizione esegetica della Bibbia sia di quella di altre tradizioni di stampo ebraico e musulmano – si legga il Raphèl maì amècche zabì almi gridato da Nembrot alla vista di Dante e Virgilio.

© QUESTI È NEMBROTTO PER LO CUI MAL COTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Sappi che non son torri, ma giganti

31^ canto dell’Inferno

I giganti

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Lungo l’argine che circonda la decima bolgia. Virgilio al poeta: «Prima che noi siamo avanzati oltre, affinché la cosa ti sembri meno terrificante, sappi che non sono torri, ma giganti, e sono intorno alla parete del pozzo dall’ombelico in giù tutti quanti».

Figure del mito classico, i giganti, alcuni di essi collocati da Dante intorno alla parete del pozzo che circonda il nono cerchio, furono figli della Terra o Gea, e nati dal sangue di Urano per vendicare i titani trattenuti da Giove nel Tartaro. Dalla forma di uomo e di altezza mirabolante, ricavarono dalla loro immane forza fisica il coraggio di far guerra agli dèi, guidati dal re Eurimedonte, tentando la scalata dell’Olimpo. Giove, con l’aiuto di Ercole, li vinse a Flegra, in Macedonia, in un’epica battaglia, dove li sterminò fulminandoli con le sue saette.

La cd. “gigantomachia” fu uno dei miti verso i quali si rivolse in modo più copioso la letteratura greco-romana. Ma il poeta ne ebbe conoscenza anche attraverso la tradizione biblica, dove il tentativo di scalare l’Olimpo da parte dei giganti fu parallelo a quello che la Bibbia raccontava della torre di Babele e di Nembrot, il re di Babilonia.

Essi rappresentavano per Dante, nella loro potenza fisica manifestatasi nel tentativo di sfidare la divinità, la superbia degli uomini che credevano di diventare uguali a Dio; del resto, la superbia fu il peccato attribuito ai giganti fin dall’antichità. E tra i primi ad evidenziare ciò fu Sant’Agostino, a proposito di Nembrot, nel De civitate Dei: “ergebat ergo cum suis populis turrem contra Deum, qua est impia significata superbia”.

Tornando alla posizione che il poeta assunse nei loro riguardi, la Chiavacci Leonardi ha scritto che questi giganti danteschi “sono infatti degli uomini, sia pure eccezionali, e non mostri, come li aveva figurati il mito… Anzi Dante tiene a precisare che la loro figura umana non ha alcun tratto mostruoso”.

© SAPPI CHE NON SON TORRI, MA GIGANTI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Inferno, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Oscar Classici 2005

30^ canto dell’Inferno

(Canto XXX, ove tratta di quella medesima materia e gente.)

Nel tempo che Iunone era crucciata

per Semelè contra ‘l sangue tebano,

come mostrò una e altra fïata,

Atamante divenne tanto insano,

che veggendo la moglie con due figli

andar carcata da ciascuna mano,

gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli

la leonessa e ‘ leoncini al varco»;

e poi distese i dispietati artigli,

prendendo l’un ch’avea nome Learco,

e rotollo e percosselo ad un sasso;

e quella s’annegò con l’altro carco.

E quando la fortuna volse in basso

l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,

sì che ‘nsieme col regno il re fu casso,

Ecuba trista, misera e cattiva,

poscia che vide Polissena morta,

e del suo Polidoro in su la riva

del mar si fu la dolorosa accorta,

forsennata latrò sì come cane;

tanto il dolor le fé la mente torta.

Ma né di Tebe furie né troiane

si vider mäi in alcun tanto crude,

non punger bestie, nonché membra umane,

quant’io vidi in due ombre smorte e nude,

che mordendo correvan di quel modo

che ‘l porco quando del porcil si schiude.

L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo

del collo l’assannò, sì che, tirando,

grattar li fece il ventre al fondo sodo.

E l’Aretin che rimase, tremando

mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,

e va rabbioso altrui così conciando».

«Oh», diss’io lui, «se l’altro non ti ficchi

li denti a dosso, non ti sia fatica

a dir chi è, pria che di qui si spicchi».

Ed elli a me: «Quell’è l’anima antica

di Mirra scellerata, che divenne

al padre, fuor del dritto amore, amica.

Questa a peccar con esso così venne,

falsificando sé in altrui forma,

come l’altro che là sen va, sostenne,

per guadagnar la donna de la torma,

falsificare in sé Buoso Donati,

testando e dando al testamento norma».

E poi che i due rabbiosi fuor passati

sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,

rivolsilo a guardar li altri mal nati.

Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,

pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia

tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.

La grave idropesì, che sì dispaia

le membra con l’omor che mal converte,

che ‘l viso non risponde a la ventraia,

faceva lui tener le labbra aperte

come l’etico fa, che per la sete

l’un verso ‘l mento e l’altro in sù rinverte.

«O voi che sanz’alcuna pena siete,

e non so io perché, nel mondo gramo»,

diss’elli a noi, «guardate e attendete

a la miseria del maestro Adamo;

io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,

e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.

Li ruscelletti che d’i verdi colli

del Casentin discendon giuso in Arno,

faccendo i lor canali freddi e molli,

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,

ché l’imagine lor vie più m’asciuga

che ‘l male ond’io nel volto mi discarno.

La rigida giustizia che mi fruga

tragge cagion del loco ov’io peccai

a metter più li miei sospiri in fuga.

Ivi è Romena, là dov’io falsai

la lega suggellata del Batista;

per ch’io il corpo sù arso lasciai.

Ma s’io vedessi qui l’anima trista

di Guido o d’Alessandro o di lor frate,

per Fonte Branda non darei la vista.

Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate

ombre che vanno intorno dicon vero;

ma che mi val, c’ho le membra legate?

S’io fossi più di tanto ancor leggero

ch’i’ potessi in cent’anni andare un’oncia,

io sarei messo già per lo sentiero,

cercando lui tra questa gente sconcia,

con tutto ch’ella volge undici miglia,

e men d’un mezzo di traverso non ci ha.

Io son per lor tra sì fatta famiglia;

e’ m’indussero a batter li fiorini

ch’avevan tre carati di mondiglia».

E io a lui: «Chi son li due tapini

che fumman come man bagnate ‘l verno,

giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».

«Qui li trovai – e poi volta non dierno -»,

rispuose, «quando piovvi in questo greppo,

e non credo che dieno in sempiterno.

L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;

l’altr’è ‘l falso Sinon greco di Troia:

per febbre aguta gittan tanto leppo».

E l’un di lor, che si recò a noia

forse d’esser nomato sì oscuro,

col pugno li percosse l’epa croia.

Quella sonò come fosse un tamburo;

e mastro Adamo li percosse il volto

col braccio suo, che non parve men duro,

dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto

lo muover per le membra che son gravi,

ho io il braccio a tal mestiere sciolto».

Ond’ei rispuose: «Quando tu andavi

al fuoco, non l’avei tu così presto;

ma sì e più l’avei quando coniavi».

E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:

ma tu non fosti sì ver testimonio

là ‘ve del ver fosti a Troia richesto».

«S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,

disse Sinon; «e son qui per un fallo,

e tu per più ch’alcun altro demonio!».

«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,

rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;

«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».

«E te sia rea la sete onde ti crepa»,

disse ‘l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia

che ‘l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».

Allora il monetier: «Così si squarcia

la bocca tua per tuo mal come suole;

ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,

tu hai l’arsura e ‘l capo che ti duole,

e per leccar lo specchio di Narcisso,

non vorresti a ‘nvitar molte parole».

Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso,

quando ‘l maestro mi disse: «Or pur mira,

che per poco che teco non mi risso!».

Quand’io ‘l senti’ a me parlar con ira,

volsimi verso lui con tal vergogna,

ch’ancor per la memoria mi si gira.

Qual è colui che suo dannaggio sogna,

che sognando desidera sognare,

sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,

tal mi fec’io, non possendo parlare,

che disïava scusarmi, e scusava

me tuttavia, e nol mi credea fare.

«Maggior difetto men vergogna lava»,

disse ‘l maestro, «che ‘l tuo non è stato;

però d’ogne trestizia ti disgrava.

E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,

se più avvien che fortuna t’accoglia

dove sien genti in simigliante piato:

ché voler ciò udire è bassa voglia».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

L’altr’è ‘l falso Sinon greco di Troia

30^ canto dell’Inferno

Sinone

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Il poeta sente dire da Maestro Adamo: «Li incontrai qui – e da allora non si sono più mossi -, quando precipitai in questa bolgia, e non credo che potranno muoversi per l’eternità. L’una è la disonesta che incolpò Giuseppe; l’altro è il greco Sinone impostore di Troia: emanano tanto fetore di unto arso a causa della febbre molto alta e violenta».

Figura della letteratura latina, Sinone, posto da Dante nella decima bolgia di questo cerchio tra i falsificatori della verità, è un personaggio di un noto episodio dell‘Eneide (II 57-198), in cui la sua grande abilità di mentitore è lungamente descritta. Questi, lasciato sulla spiaggia di Troia dai suoi compagni d’arme, quando costoro fecero credere di rinunciare all’assedio della città che si protraeva da lungo tempo, si fece catturare dai nemici, inducendoli con una falsa scusa a far introdurre dentro le mura cittadine il famigerato cavallo di legno.

Nel leggere la concisa presentazione di costui, che avviene durante il colloquio tra Maestro Adamo e il poeta, fatta dal primo dietro precisa richiesta del secondo, non si può non rilevare un atteggiamento di aperta antipatia del dannato, e quindi di Dante, nei suoi confronti. Sentimento mostrato sia attraverso l’accento posto da Maestro Adamo sulla provenienza geografica di lui, col dire “il greco Sinone” (e qui è il caso di rammentare la nomea dei Greci quanto alla loro furbizia unita alla notevole capacità di mentire, evidenziata proprio da Virgilio nell’episodio sopra citato), sia attraverso l’epiteto di “falso” a significare “impostore”.

Infatti, re Priamo, avendolo accolto con molta benevolenza, fu preso da subitanea commozione alla vista delle finte lacrime di lui, e gli disse che avrebbe desiderato di poterlo considerare come uno dei Troiani. E da ciò si può facilmente arguire la gravità del peccato commesso dal nostro eroe.

© L’ALTR’È ‘L FALSO SINON GRECO DI TROIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Ivi è Romena, là dov’io falsai

30^ canto dell’Inferno

Maestro Adamo

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Maestro Adamo ai due poeti: «La spietata giustizia che mi punge con tormento trae il motivo dal luogo in cui io peccai a farmi più sospirare. Lì c’è Romena, là dove io falsificai i fiorini che recavano impressa l’immagine del Battista; per cui io lasciai sulla terra il mio corpo arso. Ma se io vedessi qui l’anima malvagia di Guido o di Alessandro o del loro fratello, non darei gli occhi in cambio dell’acqua della Fonte Branda».

Maestro Adamo, collocato dal poeta nella decima bolgia di questo cerchio tra i falsari di monete, fu ritenuto di patria incerta dai primi commentatori della Commedia: se per Bambagliuoli era casentinese, per Benvenuto da Imola veniva da Brescia. Tuttavia, un rilevante contributo per individuare la sua origine fu la scoperta, ad opera del Tarlazzi nel 1869, di un atto rogato a Bologna il 28 Ottobre 1277, in cui veniva citato quale “magistro Adam de Anglia familiare comitum de Romena”. E un “Adam Anglicus” compariva in un altro documento del 1273.

Da ciò si è dedotto non esserci ragioni plausibili per mettere in dubbio se non la sua patria, almeno la provenienza dall’Inghilterra, come magister, qualifica che, per il Contini, indicava “un termine tecnico del mondo universitario, grado sinonimo di dottore”, relativa a una facoltà che “più che medica, ben probabilmente è ancora quella delle Artes, fra le quali vennero classificate le cosiddette scienze naturali”.

Raccontò l’Anonimo Fiorentino, a sostegno di quanto Maestro Adamo diceva ai due poeti: “Fu tirato in Casentino nel castello di Romena, al tempo che i conti di quello lato stavano male col comune di Firenze. Erono allora signori di Romena e d’attorno in quello paese tre fratelli: il conte Aghinolfo, il conte Guido e il conte Alessandro. Il maestro Adamo riduttosi con loro, costoro il missono in sul salto e feciongli battere fiorini sotto il conio del comune di Firenze, ch’erono buoni di peso, ma non di lega, però ch’egli erono di 21 carati dov’elli debbono essere di 24, sì che tre carati v’avea dentro di rame o d’altro metallo… Di questi fiorini e ne spesono assai: ora nel fine, venendo un dì il maestro Adamo a Firenze, spendendo di questi fiorini, furono conosciuti essere falsati; fu preso, e ivi fu arso”. Secondo la cronaca di Paolino Pieri, correva l’anno 1281.

© IVI È ROMENA, LÀ DOV’IO FALSAI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

E va rabbioso altrui così conciando

30^ canto dell’Inferno

Gianni Schicchi

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Griffolino d’Arezzo al poeta: «Quello spirito maligno è Gianni Schicchi, e affetto da rabbia va macerando così gli altri».

Gianni Schicchi, posto da Dante nella decima bolgia di questo cerchio tra i contraffattori di persona a fini fraudolenti, fu un membro della famiglia fiorentina dei Cavalcanti. Cavaliere, morì prima del 1280 e riguardo al fatto peccaminoso di cui si rese protagonista in vita, i primi commentatori della Commedia diedero notizie divergenti: da Iacopo, figlio di Dante, al Lana.

Il primo scrisse quanto segue: “… l’altre sue operazioni, alcuna volta, a petizione d’un altro cavaliere di Firenze nominato messer Simone de’ Donati, in un zio del detto messer Simone nominato messer Buoso, in fine di morte stando in sul letto, falsamente trasformato, il testamento di lui a suo modo fece, lasciando reda della maggior parte del suo il detto messer Simone, nel quale testamento finalmente una sua cavalla di pregio d’alcun suo armento a sé medesimo diede”.

E sul Buoso sopra richiamato, nei secoli si sono succedute diverse opinioni in merito alla sua identità; opinioni risolte alla fine dal Barbi, uno dei più eminenti dantisti moderni, nel senso che egli dimostrò che quel Buoso non doveva essere identificato con il Buoso figlio di Forese e fratello di Simone, ma con un altro Buoso Donati, figlio di Vinciguerra, fratello di Forese e zio di Simone e di Buoso figlio di Forese. Identificazione suffragata dal fatto che Simone, il padre di Corso, di Forese e di Piccarda, aveva tutti i titoli per diventare erede dello zio, che era vedovo e senza prole.

Ma la discriminante maggiore per la tesi del Barbi sembrò essere il dato cronologico: mentre Buoso di Vinciguerra morì verso la metà del XIII^ secolo, il Buoso figlio di Forese figurava tra coloro che nel febbraio del 1280 fu tra i protagonisti della pace del cardinale Latino, quando Gianni Schicchi era già morto; in quell’atto, infatti, comparì un “Bettinus condam domini Iohannis de Cavalcantibus”, figlio del falsatore.

© E VA RABBIOSO ALTRUI COSÌ CONCIANDO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970