34^ canto dell’Inferno

(Canto XXXIV e ultimo de la prima cantica di Dante Alleghieri di Fiorenza, nel qual canto tratta di Belzebù principe de’ dimoni e de’ traditori di loro signori, e narra come uscie de l’inferno.)

«Vexilla regis prodeunt inferni

verso di noi; però dinanzi mira»,

disse ‘l maestro mio, «se tu ‘l discerni».

Come quando una grossa nebbia spira,

o quando l’emisperio nostro annotta,

par di lungi un molin che ‘l vento gira,

veder mi parve un tal dificio allotta;

poi per lo vento mi ristrinsi retro

al duca mio, ché non lì era altra grotta.

Già era, e con paura il metto in metro,

là dove l’ombre tutte eran coperte,

e trasparien come festuca in vetro.

Altre sono a giacere; altre stanno erte,

quella col capo e quella con le piante;

altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte.

Quando noi fummo fatti tanto avante,

ch’al mio maestro piacque di mostrarmi

la creatura ch’ebbe il bel sembiante,

d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,

«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco

ove convien che di fortezza t’armi».

Com’io divenni allor gelato e fioco,

nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,

però ch’ogne parlar sarebbe poco.

Io non mori’ e non rimasi vivo;

pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,

qual io divenni, d’uno e d’altro privo.

Lo ‘mperador del doloroso regno

da mezzo ‘l petto uscia fuor de la ghiaccia;

e più con un gigante io mi convegno,

che i giganti non fan con le sue braccia:

vedi oggimai quant’esser dee quel tutto

ch’a così fatta parte si confaccia.

S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,

e contra ‘l suo fattore alzò le ciglia,

ben dee da lui procedere ogne lutto.

Oh quanto parve a me gran maraviglia

quand’io vidi tre facce a la sua testa!

L’una dinanzi, e quella era vermiglia;

l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa

sovresso ‘l mezzo di ciascuna spalla,

e sé giugnieno al loco de la cresta:

e la destra parea tra bianca gialla;

la sinistra a vedere era tal, quali

vegnon di là onde ‘l Nilo s’avvalla.

Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,

quanto si convenia a tanto uccello:

vele di mar non vid’io mai cotali.

Non avean penne, ma di vispistrello

era lor modo; e quelle svolazzava,

sì che tre venti si movean da ello:

quindi Cocito tutto s’aggelava.

Con sei occhi piangëa, e per tre menti

gocciava ‘l pianto e sanguinosa bava.

Da ogne bocca dirompea co’ denti

un peccatore, a guisa di maciulla,

sì che tre ne facea così dolenti.

A quel dinanzi il mordere era nulla

verso ‘l graffiar, che talvolta la schiena

rimanea de la pelle tutta brulla.

«Quell’anima là sù c’ha maggior pena»,

disse ‘l maestro, «è Giuda Scarïotto,

che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena.

De li altri due c’hanno il capo di sotto,

quel che pende dal nero ceffo è Bruto:

vedi come si storce, e non fa motto!;

e l’altro è Cassio, che par sì membruto.

Ma la notte risurge, e oramai

è da partir, ché tutto avem veduto».

Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai;

ed el prese di tempo e loco poste,

e quando l’ali fuoro aperte assai,

appigliò sé a le vellute coste;

di vello in vello discese poscia

tra ‘l folto pelo e le gelate croste.

Quando noi fummo là dove la coscia

si volge, a punto in sul grosso de l’anche,

lo duca, con fatica e con angoscia,

volse la testa ov’elli avea le zanche,

e aggrappossi al pel com’om che sale,

sì che ‘n inferno i’ credea tornar anche.

«Attienti ben, ché per cotali scale»,

disse ‘l maestro, ansando com’uom lasso,

«conviensi dipartir da tanto male».

Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso

e puose me in su l’orlo a sedere;

appresso porse a me l’accorto passo.

Io levai li occhi e credetti vedere

Lucifero com’io l’avea lasciato,

e vidili le gambe in sù tenere;

e s’io divenni allora travagliato,

la gente grossa il pensi, che non vede

qual è quel punto ch’io avea passato.

«Lèvati sù», disse ‘l maestro, «in piede:

la via è lunga e ‘l cammino è malvagio,

e già il sole a mezza terza riede».

Non era camminata di palagio

là ‘v’ eravam, ma natural burella

ch’avea mal suolo e di lume disagio.

«Prima ch’io de l’abisso mi divella,

maestro mio», diss’io quando fui dritto,

«a trarmi d’erro un poco mi favella:

ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto

sì sottosopra? e come, in sì poc’ora,

da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».

Ed elli a me: «Tu imagini ancora

d’esser di là dal centro, ov’io mi presi

al pel del vermo reo che ‘l mondo fóra.

Di là fosti cotanto quant’io scesi;

quand’io mi volsi, tu passasti ‘l punto

al qual si traggon d’ogne parte i pesi.

E se’ or sotto l’emisperio giunto

ch’è contraposto a quel che la gran secca

coverchia, e sotto ‘l cui colmo consunto

fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;

tu haï i piedi in su picciola spera

che l’altra faccia fa de la Giudecca.

Qui è da man, quando di là è sera;

e questi, che ne fé scala col pelo,

fitto è ancora sì come prim’era.

Da questa parte cadde giù dal cielo;

e la terra, che pria di qua si sporse,

per paura di lui fé del mar velo,

e venne a l’emisperio nostro; e forse

per fuggir lui lasciò qui loco vòto

quella ch’appar di qua, e sù ricorse».

Luogo è là giù da Belzebù remoto

tanto quanto la tomba si distende,

che non per vista, ma per suon è noto

d’un ruscelletto che quivi discende

per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,

col corso ch’elli avvolge, e poco pende.

Lo duca e io per quel cammino ascoso

intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

e sanza cura aver d’alcun riposo,

salimmo sù, el primo e io secondo,

tanto ch’i’ vidi de le cose belle

che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

De li altri due c’hanno il capo di sotto

34^ canto dell’Inferno

Bruto e Cassio

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Quarta zona, la Giudecca. Il poeta sente dire da Virgilio: «Degli altri due che hanno il capo in basso, quello che penzola dal muso nero è Bruto: vedi come si contorce, e tace!; e il terzo è Cassio, che sembra così robusto».

Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, collocati dal poeta nella quarta zona di questo cerchio tra i traditori dei benefattori, furono tra i congiurati che parteciparono all’assassinio di Gaio Giulio Cesare. Il primo, figlio della sorellastra di Marco Porcio Catone, nacque nell’82 a.C. Dopo la battaglia di Farsalo, divenne seguace di Cesare, da cui fu perdonato, ottenendo poi da lui particolari favori. Propretore per la Gallia Cisalpina (47-45 a.C.), nonché pretore di Roma (44 a.C.), nel timore di un definitivo sovvertimento degli antichi ideali repubblicani, fu con Gaio Licinio Crasso l’elemento determinante tra coloro che idearono e attuarono alle Idi di Marzo del 44 a.C. il cd. cesaricidio. Fuggì da Roma con Gaio Cassio Longino e altri congiurati. Ma dopo che nell’agosto del 43 a.C. fu emanata lʼinterdictio aqua et igni contro di loro, e venne costituito il secondo triunvirato, l’esercito di Marco Antonio e di Gaio Ottaviano Augusto sconfisse in due battaglie consecutive a Filippi (42 a.C.) i due congiurati, evento che decretò il successivo suicidio di entrambi.

Il secondo, nato prima dellʼ85 a.C., fu prima questore con Gaio Licinio Crasso (54 a.C.) nella guerra contro i Parti, poi tribuno (49 a.C.) quando parteggiò con Pompeo nella prima guerra civile; anche lui dopo la battaglia di Farsalo fu perdonato da Gaio Giulio Cesare, ottenendo da lui particolari privilegi, per poi trovarsi tra coloro che parteciparono al complotto delle Idi di Marzo. Lasciata Roma per l’Oriente, con Bruto ottenne dal Senato l’imperium maius per la province orientali. Ma dopo l’ascesa al potere da parte di Marco Antonio e di Gaio Ottaviano Augusto, fu bandito da Roma. Raggiunta la Tracia con il suo sodale, fu sconfitto separatamente da Marco Antonio nella prima battaglia di Filippi, e subito dopo si uccise. Decisione repentina che, facendo precipitare le sorti di Marco Giunio Bruto, indusse anche costui a togliersi la vita, come sopra citato.

A proposito di costoro, ma anche di Giuda Iscariota, il Sapegno scriveva: “Nei tre sommi traditori Dante ha voluto colpire coloro che attentarono primamente alle due massime potestà, entrambe preordinate da Dio come guide dell’umanità per conseguire rispettivamente la felicità terrena e oltremondana: Giuda ha infatti tradito Gesù, da cui deriva l’autorità dei papi; Bruto e Cassio hanno tradito Cesare, il «primo prencipe sommo» e fondatore dell’autorità imperiale; e il castigo inflitto al primo è più grave, perché il potere spirituale e il fine della beatitudine celeste sovrastano al potere temporale e al fine della felicità terrena”.

© DE LI ALTRI DUE C’HANNO IL CAPO DI SOTTO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

Quell’anima là sù c’ha maggior pena

34^ canto dell’Inferno

Giuda Iscariota

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Quarta zona, la Giudecca. Virgilio a Dante: «Quell’anima lassù che ha la pena più intensa, è Giuda Iscariota, che ha il capo dentro e agita le gambe fuori».

Giuda Iscariota, posto dal poeta nella quarta zona di questo cerchio tra i traditori dei benefattori, fu il traditore di Cristo, il quale per Dante, nonché per l’uomo del Medioevo in generale, simboleggiava l’una delle due maggiori autorità (essendo l’altra rappresentata da Giulio Cesare, per quanto concerneva l’ordinato vivere civile), sulla quale poggiava la sua ragion d’essere il raggiungimento della beatitudine eterna. Citato sempre all’ultimo posto negli elenchi dei dodici discepoli di Cristo, Giuda venne detto Iscariota, forse, dal nome del luogo di provenienza.

Soltanto dal Vangelo di Giovanni, sono reperibili alcuni particolari della sua vita: per esempio, custodiva la cassa comune degli apostoli, che ogni tanto veniva fatta oggetto di piccole sottrazioni. Da Matteo, invece, è notorio il fatto del suo tradimento ai danni di Cristo, che consegnò ai sacerdoti suoi avversari in cambio di trenta sicli o denari d’argento. Evento che venne assunto a simbolo del tradimento per antonomasia. Assalito dai rimorsi per il suo abietto comportamento, restituì immediatamente il compenso ricevuto, ma ciò non lo salvò dalla morte, perché si impiccò. E al posto rimasto vacante fu eletto poco dopo Matteo.

Dante, oltre che in questo canto, parla di lui nel 19^ canto dell’Inferno, dove lo ricorda come l’anima malvagia al cui compito fu preposto, appunto, Matteo; nel 20^ canto del Purgatorio: la sua arma non fu altro che il tradimento, e nel 21^ canto della stessa cantica: egli di fatto ha venduto Gesù. E tra tutti i dannati dell’Inferno, nessuno ha una sofferenza maggiore, perché ha la testa dentro la bocca di Lucifero, come detto in apertura, e ai lati Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, dei quali parleremo in altra sede, che gli fanno da degna cornice, con le teste a pendere nel vuoto. E il fatto che Giuda Iscariota non sia nominato nel Paradiso, la cantica della luce, la dice lunga sulla considerazione che il poeta nutriva nei suoi confronti: infatti, solo a parlarne, perfino celata tra le pieghe della più oscura perifrasi, avrebbe rappresentato per lui la più stonata delle citazioni.

© QUELL’ANIMA LÀ SÙ C’HA MAGGIOR PENA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Là dove l’ombre tutte eran coperte

34^ canto dell’Inferno

I traditori dei benefattori

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Quarta zona, la Giudecca. Il poeta narra: “Mi trovavo già, e lo metto in versi con paura, là dove le ombre erano tutte coperte, e trasparivano come un fuscello nel vetro. Alcune sono a giacere; altre stanno dritte, queste col capo e quelle con i piedi verso l’alto; altre ancora volgono all’indietro il capo fino ai piedi, come un arco”.

Il riferimento è ai traditori dei benefattori, collocati da Dante nella quarta zona di questo cerchio. Costoro sono ritenuti dai commentatori più recenti della Commedia, come il Porena, coloro che si sono meritati la Giudecca in quanto peccatori verso l’autorità divina sia nel mondo spirituale sia in quello secolare. Per il Petrocchi, invece, “i benefattori vanno intesi in un senso altissimo di sollecitudine spirituale e umana, che altrimenti troppo assomiglierebbero agli ‘ospiti’ : prima di tutto Cristo, che ha recato al mondo il ‘beneficio’ della sua incarnazione e passione; poi coloro che sono chiamati da Dio a curare la preparazione del ‘beneficio eterno’ (i vicari di Cristo), e a distribuire in terra i benefici della pace e della giustizia; infine tutti coloro che, nell’ambito della società cristiana, operano per realizzare la carità cristiana, per comunicare a tutti i benefici di Cristo”.

È ben vero che, per il poeta, la qualità del tradimento punita in questa zona del nono cerchio è la più grave di tutte: lo conferma anche la pena riservata a costoro, consistente, eccettuati Giuda, Bruto e Cassio, nel trovarsi totalmente sepolti nel ghiaccio. Pena, peraltro, che esprime con molta efficacia l’eterna cristallizzazione dei dannati, pur nella diversità delle posizioni corporali. Per i commentatori più antichi dell’opera come il Buti, Dante “quattro differenzie pone, perché quattro sono le differenzie di questi traditori: imperò che altri sono che usano tradimento alli benefattori suoi pari, e questi finge che stiano parimente a giacere; e altri sono che l’usano contro li maggiori benefattori…, signori,… e maestri e qualunque altro grado di maggioria, e questi sono col capo in giù e coi piedi in su; et altri sono che l’usano contra li minori…, come li signori contra li sudditi, e questi stanno col capo in su e co’ piedi in giù; et altri sono che l’usano contra li minori e contra li maggiori parimente, e questi stanno inarcocchiati col capo e coi piedi parimente giù nella ghiaccia”. Ma, tornando al Petrocchi, si tratterebbe di una spiegazione poco persuasiva, perché il poeta “non ha fatto altro che richiamarsi alla necessità poetica, che sollecitava alla pittura di un quadro vario e composito”.

© LA DOVE L’OMBRE TUTTE ERAN COPERTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

33^ canto dell’Inferno

(Canto XXXIII, ove si tratta di quelli che tradirono coloro che in loro tutto si fidavano, e coloro da cui erano stati promossi a dignità e grande stato; e riprende qui i Pisani e i Genovesi.)

La bocca sollevò dal fiero pasto

quel peccator, forbendola a’ capelli

del capo ch’elli avea di retro guasto.

Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli

disperato dolor che ‘l cor mi preme

già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,

parlare e lagrimar vedrai insieme.

Io non so chi tu se’ né per che modo

venuto se’ qua giù; ma fiorentino

mi sembri veramente quand’io t’odo.

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,

e questi è l’arcivescovo Ruggieri:

or ti dirò perché i son tal vicino.

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,

fidandomi di lui, io fossi preso

e poscia morto, dir non è mestieri;

però quel che non puoi avere inteso,

cioè come la morte mia fu cruda,

udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.

Breve pertugio dentro da la Muda,

la qual per me ha ‘l titol de la fame,

e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,

m’avea mostrato per lo suo forame

più lune già, quand’io feci ‘l mal sonno

che del futuro mi squarciò ‘l velame.

Questi pareva a me maestro e donno,

cacciando il lupo e ‘ lupicini al monte

per che i Pisan veder Lucca non ponno.

Con cagne magre, studïose e conte

Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi

s’avea messi dinanzi da la fronte.

In picciol corso mi parieno stanchi

lo padre e ‘ figli, e con l’agute scane

mi parea lor veder fender li fianchi.

Quando fui desto innanzi la dimane,

pianger senti’ fra ‘l sonno i miei figliuoli

ch’eran con meco, e dimandar del pane.

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli

pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava;

e se non piangi, di che pianger suoli?

Già eran desti, e l’ora s’appressava

che ‘l cibo ne solëa essere addotto,

e per suo sogno ciascun dubitava;

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto

a l’orribile torre; ond’io guardai

nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

Io non piangëa, sì dentro impetrai:

piangevan elli; e Anselmuccio mio

disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.

Perciò non lagrimai né rispuos’io

tutto quel giorno né la notte appresso,

infin che l’altro sol nel mondo uscìo.

Come un poco di raggio si fu messo

nel doloroso carcere, e io scorsi

per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;

ed ei, pensando ch’io ‘l fessi per voglia

di manicar, di sùbito levorsi

e disser: “Padre, assai ci fia men doglia

se tu mangi di noi: tu ne vestisti

queste misere carni, e tu le spoglia”.

Queta’mi allor per non farli più tristi;

lo dì e l’altro stemmo tutti muti;

ahi dura terra, perché non t’apristi?

Poscia che fummo al quarto dì venuti,

Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,

dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.

Quivi morì; e come tu mi vedi,

vid’io cascar li tre ad uno ad uno

tra ‘l quinto dì e il sesto; ond’io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,

e due dì li chiamai, poi che fur morti.

Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno».

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti

riprese ‘l teschio misero co’ denti,

che furo a l’osso, come d’un can, forti.

Ahi Pisa, vituperio de le genti

del bel paese là dove ‘l sì suona,

poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,

e faccian siepe ad Arno in su la foce,

sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

Che se ‘l conte Ugolino aveva voce

d’aver tradita te de le castella,

non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Innocenti facea l’età novella,

novella Tebe, Uguiccione e ‘l Brigata

e li altri due che ‘l canto suso appella.

Noi passammo oltre, là ‘ve la gelata

ruvidamente un’altra gente fascia,

non volta in giù, ma tutta riversata.

Lo pianto stesso lì pianger non lascia,

e ‘l duol che truova in su li occhi rintoppo,

si volge in entro a far crescer l’ambascia;

ché le lagrime prime fanno groppo,

e sì come visiere di cristallo,

rïempion sotto ‘l ciglio tutto il coppo.

E avvegna che, sì come d’un callo,

per la freddura ciascun sentimento

cessato avesse del mio viso stallo,

già mi parea sentire alquanto vento;

per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?

non è qua giù ogne vapore spento?».

Ond’elli a me: «Avaccio sarai dove

di ciò ti farà l’occhio la risposta,

veggendo la cagion che ‘l fiato piove».

E un de’ tristi de la fredda crosta

gridò a noi: «O anime crudeli

tanto che data v’è l’ultima posta,

levatemi dal viso i duri veli,

sì ch’ïo sfoghi ‘l duol che ‘l cor m’impregna,

un poco, pria che ‘l pianto si raggeli».

Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,

dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,

al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».

Rispose adunque: «I’ son frate Alberigo;

i’ son quel de le frutta del mal orto,

che qui riprendo dattero per figo».

«Oh», diss’io lui, «or se’ tu ancor morto?».

Ed elli a me: «Come ‘l mio corpo stea

nel mondo sù, nulla scïenza porto.

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,

che spesse volte l’anima ci cade

innanzi ch’Atropòs mossa le dea.

E perché tu più volontier mi rade

le ‘nvetrïate lagrime dal volto,

sappie che, tosto che l’anima trade

come fec’ïo, il corpo suo l’è tolto

da un demonio, che poscia il governa

mentre che ‘l tempo suo tutto sia vòlto.

Ella ruina in sì fatta cisterna;

e forse pare ancor lo corpo suso

de l’ombra che di qua dietro mi verna.

Tu ‘l dei saper, se tu vien pur mo giuso:

elli è ser Branca Doria, e son più anni

poscia passati ch’el fu sì racchiuso».

«Io credo», diss’io lui, «che tu m’inganni;

ché Branca Doria non morì unquanche,

e mangia e bee e dorme e veste panni».

«Nel fosso sù», diss’el, «de’ Malebranche,

là dove bolle la tenace pece,

non era ancora giunto Michel Zanche,

che questi lasciò il diavolo in sua vece

nel corpo suo, ed un suo prossimano

che ‘l tradimento insieme con lui fece.

Ma distendi oggimai in qua la mano;

aprimi li occhi». E io non gliel’apersi;

e cortesia fu lui esser villano.

Ahi Genovesi, uomini diversi

d’ogne costume e pien d’ogne magagna,

perché non siete voi del mondo spersi?

Ché col peggiore spirto di Romagna

trovai di voi un tal, che per sua opra

in anima in Cocito già si bagna,

e in corpo par vivo ancor di sopra.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

I’ son quel da le frutta del mal orto

33^ canto dell’Inferno

Frate Alberigo

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Terza zona, la Tolomea. Il poeta sente dire da Frate Alberigo: «Sono frate Alberigo; sono quello dei frutti cresciuti nell’orto del male, che qui ricevo il dattero invece del fico».

Frate Alberigo, al secolo Alberigo di Ugolino de’ Manfredi di Faenza, posto da Dante nella terza zona di questo cerchio tra i traditori degli ospiti, appartenne, al pari di Catalano de’ Malavolti e Loderingo degli Andalò (incontrati dal poeta nella sesta bolgia dell’ottavo cerchio tra gli ipocriti), all’ordine dei Cavalieri della Milizia della Beata Vergine Gloriosa, denominati ‘frati gaudenti’. La sua famiglia, forse di provenienza tedesca, fu guelfa e si oppose con alterne vicende agli Accarisi, i quali, nel 1274, li bandirono da Faenza. I Manfredi, allora, si rifugiarono nel Bolognese, e ritornarono nella loro città soltanto nel 1280, per il tradimento del ghibellino Tebaldello de’ Zambrasi, compagno di sorte di Bocca degli Abati (e da costui citato nella seconda zona, l’Antenora, del nono cerchio tra i traditori della patria).

Alberigo nacque, presumibilmente, nel secondo decennio del Duecento; ciò si deduce dal fatto che entrò solo in vecchiaia nei ‘frati gaudenti’, quindi non prima del 1261, anno in cui a Bologna fu costituito quell’ordine. E come non si sa la data di nascita, così si ignora quando morì; anche in tal caso, congetturando, essendosi Dante stupito di trovarlo già a Cocito (dove l’Alberigo dannato afferma di non sapere di come il suo corpo possa stare in terra), si dimostra che la sua morte non era ancora avvenuta nell’aprile del 1300.

Comunque, perché troviamo il frate a Cocito? Avendo in corso con certi suoi parenti, Manfredo e Alberghetto, una mera questione d’interesse, fece finta di volersi riappacificare con loro e li invitò nella sua villa di Cesate; “e quando essi ebbono desinato tutte le vivande, elli comandò che venessono le frutta, et allora venne la sua famiglia armata, com’elli aveva ordinato, et uccisono tutti costoro alle mense, com’erano a sedere; e però s’usa di dire: Elli ebbe delle frutta di frate Alberigo”, come raccontò il Buti, tra i primi commentatori della Commedia.

© I’ SON QUEL DA LE FRUTTA DEL MAL ORTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino

33^ canto dell’Inferno

Il conte Ugolino racconta

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Seconda zona, l’Antenora. Il conte Ugolino a Dante: «Tu vuoi che io rinnovi l’inconsolabile travaglio che mi opprime il cuore già al solo pensiero, prima che io ne discuta. Ma se le mie parole devono essere motivo che procuri cattiva fama al traditore che mordo, mi vedrai nello stesso momento parlare e piangere.

«Io non so chi tu sia né come sei sceso all’Inferno; ma mi sembri veramente fiorentino quando io ti sento. Tu devi sapere che fui il conte Ugolino, e questi è l’arcivescovo Ruggieri: ora ti dirò perché gli sono un tale vicino. Non è necessario dire che, in conseguenza dei suoi malvagi propositi, mentre mi fidavo di lui, io fossi imprigionato e in seguito lasciato morire; tuttavia verrai a sapere quello che non hai potuto intendere, ossia quanto fu orribile la morte mia, e apprenderai se mi ha recato offesa.

«Una stretta feritoia all’interno della Torre della Muda, la quale a causa mia ha il nome di Torre della Fame, e che ancora dovrà avvenire che sia chiusa per altri, mi aveva già lasciato vedere attraverso la sua angusta apertura il passare di molti mesi, quando io feci il triste sogno che mi svelò il futuro. Questi mi appariva come capo e signore, dando la caccia al lupo e ai lupetti su per il monte a causa del quale i Pisani non possono vedere Lucca.

«Aveva messo davanti a sé i Gualandi e i Sismondi e i Lanfranchi con cagne fameliche, sollecite a inseguire la preda ed esperte nella caccia. Dopo breve corsa il lupo e i lupetti mi apparivano stanchi, e avevo l’impressione di veder lacerare a loro i fianchi con i denti aguzzi. Quando fui sveglio prima della mattina, udii piangere durante il sonno i miei figli che erano con me, e chiedere del pane.

«Sei davvero insensibile, dato che tu già non ti duoli riflettendo su ciò che il mio cuore presagiva a sé stesso; e se non piangi, per che cosa sei solito piangere? Già erano svegli, e si avvicinava l’ora in cui era solito esserci recato il cibo, e ciascuno temeva a causa del proprio sogno; e io udii inchiodare in basso la porta dell’orribile torre; per cui io contemplai il viso ai miei figli tacendo.

«Io non piangevo, così impietrii dentro: piangevano essi; e il mio Anselmuccio disse: “Tu ci contempli così, padre! che cos’hai?”. Perciò non piansi né io risposi tutto quel giorno né la notte seguente, fino a che il nuovo giorno sorse sulla Terra. Quando un poco di raggio di sole fu entrato nella prigione piena dolore, e io vidi nei quattro visi il mio stesso sembiante, mi morsi ambedue le mani a causa del travaglio; ed essi, supponendo che io lo facessi per via del bisogno di mangiare, si alzarono improvvisamente e dissero: “Padre, ci sarà assai meno dolore se ti nutri di noi: tu ci hai dato questi miseri corpi, ebbene tu togliceli di dosso”.

«Quindi mi calmai per non renderli più dolenti; quel giorno e il successivo restammo tutti silenziosi; ahi suolo crudele, perché non ti spalancasti? Dopo che fummo giunti al quarto giorno, Gaddo mi si gettò sdraiato ai piedi, dicendo: “Padre mio, perché non mi soccorri?”. Così morì; e come tu vedi me, io vidi cadere senza vita i tre uno per volta tra il quinto giorno e il sesto; per cui io mi misi, già cieco, a brancolare sopra ciascuno, e li chiamai per due giorni, dopo che furono morti. In seguito, più che il travaglio, ebbe maggior potere la fame».

© TU DEI SAPER CH’I’ FUI CONTE UGOLINO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Quel peccator, forbendola a’ capelli

33^ canto dell’Inferno

Il conte Ugolino

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Seconda zona, l’Antenora. Il poeta narra: “Quel peccatore sollevò la bocca dal bestiale pasto, pulendola ai capelli del capo di cui aveva fatto scempio dalla parte posteriore”.

Il riferimento è a Ugolino della Gherardesca, conte di Donoratico, collocato da Dante nella seconda zona di questo cerchio tra i traditori della patria. Nacque nella prima metà del 1200 da una nobile famiglia ghibellina di Pisa, proprietaria di vaste proprietà feudali nella Maremma Pisana e in Sardegna, si accordò con il genero Giovanni Visconti nel 1275 per far vincere a Pisa i Guelfi. Scoperta la cospirazione, fu subito esiliato, ma rientrò in città l’anno dopo, in breve acquistando una grande autorità.

Dopo la sconfitta dei Pisani nella battaglia della Meloria nel 1284, resse la signoria del comune come podestà. Fu in quel momento che, per rompere la lega stretta contro Pisa da Genova, Firenze e Lucca, cedette ai Lucchesi i castelli di Bientina, Ripafratta e Viareggio, e ai Fiorentini quelli di Fucecchio, S. Maria in Monte, Castelfranco e Montecalvoli.

“Sottratto in tal modo il comune ai pericoli più urgenti”, scriveva il Sapegno, “rafforzò la signoria, associandosi nel governo il nipote Ugolino Visconti (1285). Nel giugno del 1288, però la parte ghibellina insorse sotto la guida dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini e delle famiglie dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi”.

Ugolino fu rinchiuso nella torre dei Gualandi, con i due figli e i due nipoti, e, dopo alcuni mesi di prigionia, cominciata nel luglio del 1288, tutti e cinque furono lasciati morire di fame. Era il marzo del 1289. Scriveva ancora il Sapegno: “La storia di Ugolino della Gherardesca, che racconta come fosse lasciato morire di fame coi figli e i nipoti per ordine dell’arcivescovo Ruggieri, dopo che nobili e il popolo di Pisa s’eran ribellati alla sua signoria, e minutamente rievoca ad uno ad uno i giorni e le ore di quel terribile supplizio, è una delle pagine più famose, e delle più umane, di tutto il poema”.

© QUEL PECCATOR, FORBENDOLA A’ CAPELLI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

32^ canto dell’Inferno

(Canto XXXII, nel quale tratta de’ traditori di loro schiatta e di traditori de la loro patria, che sono nel pozzo de l’inferno.)

S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,

come si converrebbe al tristo buco

sovra ‘l qual pontan tutte l’altre rocce,

io premerei di mio concetto il suco

più pienamente; ma perch’io non l’abbo,

non sanza tema a dicer mi conduco;

ché non è impresa da pigliare a gabbo

discriver fondo a tutto l’universo,

né da lingua che chiami mamma o babbo.

Ma quelle donne aiutino il mio verso

ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,

sì che dal fatto il dir non sia diverso.

Oh sovra tutte mal creata plebe

che stai nel loco onde parlare è duro,

mei foste state qui pecore o zebe!

Come noi fummo giù nel pozzo scuro

sotto i piè del gigante assai più bassi,

e io mirava ancora a l’alto muro,

dicere udi’mi: «Guarda come passi:

va sì, che tu non calchi con le piante

le teste de’ fratei miseri lassi».

Per ch’io mi volsi, e vidimi davante

e sotto i piedi un lago che per gelo

avea di vetro e non d’acqua sembiante.

Non fece al corso suo sì grosso velo

di verno la Danoia in Osterlicchi,

né Tanaï là sotto ‘l freddo cielo,

com’era quivi; che se Tambernicchi

vi fosse sù caduto, o Pietrapana,

non avria pur da l’orlo fatto cricchi.

E come a gracidar si sta la rana

col muso fuor de l’acqua, quando sogna

di spigolar sovente la villana,

livide, insin là dove appar vergogna

eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,

mettendo i denti in nota di cicogna.

Ognuna in giù tenea volta la faccia;

da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo

tra lor testimonianza si procaccia.

Quand’io m’ebbi dintorno alquanto visto,

volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,

che ‘l pel del capo avieno insieme misto.

«Ditemi, voi che sì strignete i petti»,

diss’io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;

e poi ch’ebber li visi a me eretti,

li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,

gocciar su per le labbra, e ‘l gelo strinse

le lagrime tra essi e riserrolli.

Con legno legno spranga mai non cinse

forte così; ond’ei come due becchi

cozzaro insieme, tanta ira li vinse.

E un ch’avea perduti ambo li orecchi

per la freddura, pur col viso in giùe,

disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?

Se vuoi saper chi son cotesti due,

la valle onde Bisenzo si dichina

del padre loro Alberto e di lor fue.

D’un corpo usciro; e tutta la Caina

potrai cercare, e non troverai ombra

degna più d’esser fitta in gelatina:

non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra

con esso un colpo per la man d’Artù;

non Focaccia; non questi che m’ingombra

col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,

e fu nomato Sassol Mascheroni;

se tosco se’, ben sai omai chi fu.

E perché non mi metti in più sermoni,

sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;

e aspetto Carlin che mi scagioni».

Poscia vid’io mille visi cagnazzi

fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,

e verrà sempre, de’ gelati guazzi.

E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo

al quale ogne gravezza si rauna,

e io tremava ne l’etterno rezzo;

se voler fu o destino o fortuna,

non so; ma, passeggiando tra le teste,

forte percossi ‘l piè nel viso ad una.

Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?

se tu non vieni a crescer la vendetta

di Montaperti, perché mi moleste?».

E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta,

sì ch’io esca d’un dubbio per costui;

poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».

Lo duca stette, e io dissi a colui

che bestemmiava duramente ancora:

«Qual se’ tu che così rampogni altrui?».

«Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,

percotendo», rispuose, «altrui le gote,

sì che, se fossi vivo, troppo fora?».

«Vivo son io, e caro esser ti puote»,

fu mia risposta, «se dimandi fama,

ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».

Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.

Lèvati quinci e non mi dar più lagna,

ché mal sai lusingar per questa lama!».

Allor lo presi per la cuticagna

e dissi: «El converrà che tu ti nomi,

o che capel qui sù non ti rimagna».

Ond’elli a me: «Perché tu mi dischiomi,

né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti

se mille fiate in sul capo mi tomi».

Io avea già i capelli in mano avvolti,

e tratti glien’avea più d’una ciocca,

latrando lui con li occhi giù raccolti,

quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?

non ti basta sonar con le mascelle,

se tu non latri? qual diavol ti tocca?».

«Omai», diss’io, «non vo’ che più favelle,

malvagio traditor; ch’a la tua onta

io porterò di te vere novelle».

«Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;

ma non tacer, se tu di qua entro eschi,

di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.

El piange qui l’argento de’ Franceschi:

“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera

là dove i peccatori stanno freschi”.

Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,

tu hai dallato quel di Beccheria

di cui segò Fiorenza la gorgiera.

Gianni de’ Soldanier credo che sia

più là con Ganellone e Tebaldello,

ch’aprì Faenza quando si dormia».

Noi eravam partiti già da ello,

ch’io vidi due ghiacciati in una buca,

sì che l’un capo a l’altro era cappello;

e come ‘l pan per fame si manduca,

così ‘l sovran li denti a l’altro pose

là ‘ve ‘l cervel s’aggiugne con la nuca:

non altrimenti Tidëo si rose

le tempie a Menalippo per disdegno,

che quei faceva il teschio e l’altre cose.

«O tu che mostri per sì bestial segno

odio sovra colui che tu ti mangi,

dimmi ‘l perché», diss’io, «per tal convegno,

che se tu a ragion di lui ti piangi,

sappiendo chi voi siete e la sua pecca,

nel mondo suso ancora io te ne cangi,

se quella con ch’io parlo non si secca».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

Né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti

32^ canto dell’Inferno

Bocca degli Abati

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Seconda zona, l’Antenora. Il poeta sente dire da Bocca degli Abati: «Per quanto tu mi strappi i capelli, né ti dirò chi io sia, né te lo rivelerò anche se tu mi salti sul capo mille volte».

Bocca degli Abati, posto da Dante nella seconda zona di questo cerchio tra i traditori della patria, fu un nobile fiorentino di parte guelfa che, in quanto membro eminente di questa fazione politica, partecipò alla battaglia di Montaperti il 4 settembre 1260 contro i ghibellini senesi, alleati dei fuoriusciti fiorentini guidati da Farinata degli Uberti e dei cavalieri inviati da Manfredi di Svevia.

Raccontò il Villani (VI 78), a proposito della partecipazione di tale personaggio a questa battaglia: “e come la schiera de’ Tedeschi rovinosamente percosse la schiera de’ cavalieri de’ Fiorentini ov’era la ‘nsegna della cavalleria del comune, la quale portava messer Iacopo del Nacca della casa de’ Pazzi di Firenze, uomo di grande valore, il traditore di messer Bocca degli Abati, ch’era in sua schiera e presso di lui, colla spada fedì il detto messer Iacopo e tagliogli la mano colla quale tenea la detta insegna, e ivi fu morto di presente. E ciò fatto, la cavalleria e ‘l popolo veggendo abbattuta l’insegna, e così traditi da’ loro, e da’ Tedeschi sì forte assaliti, in poco d’ora si misono in isconfitta”.

Durante gli anni seguenti di governo ghibellino, Bocca degli Abati collaborò con i vincitori. Ma dopo la rivincita guelfa nel 1266, fu bandito. Morì prima del 1300. Scriveva il Sapegno: “Più ancora delle conseguenze del gesto di Bocca, in quanto lo toccavano personalmente come cittadino, e come uomo, a Dante doveva parer particolarmente odiosa la turpitudine del gesto in sé: da ogni pagina di questi due canti, XXXII e XXXIII, deve scaturire risoluta la condanna, non già di questa o quella parte politica, ma dei metodi e delle forme di tutta la politica dell’età comunale, vista e giudicata nel suo complesso”.

Il personaggio di Bocca degli Abati, tutto sommato, è rivestito suo malgrado di un’angosciosa nota di umanità, “sebbene di una protervia che dà anche al dolore qualcosa di bestiale”, notava il Grabher, in quanto, nel prosieguo del concitato dialogo tra lui e il poeta, la circostanza che egli si opponga alla legittima curiosità del secondo di sapere chi sia (Dante ne ha piena conferma dall’intervento di un altro dannato, che rimbrotta il vicino chiamandolo per nome), rivela da ultimo la consapevolezza della sua vergogna.

© NÉ TI DIRÒ CH’IO SIA, NÉ MOSTERROLTI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969