31^ canto dell’Inferno
Nembrot
Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Lungo l’argine che circonda la decima bolgia. Virgilio a Dante: «Si rivela da solo; questi è Nembrot per il cui malvagio pensiero non si parla soltanto una lingua fra gli uomini. Lascialo stare e non parliamo inutilmente; perché ogni lingua è così per lui come la sua per gli altri, che nessuno intende».
Figura biblica, Nembrot, posto dal poeta intorno alla parete del pozzo che circonda il nono cerchio, fondò Babilonia e, secondo la Genesi (10, 8 e 11, 1-9 ) ne fu il primo monarca, indicato quale robustus venator contram Domino. Questi, figlio di Chus, a sua volta figlio di Cam, volle edificare la torre passata alla storia come Torre di Babele a Sennaar, con lo scopo dichiarato di raggiungere la volta celeste. Ma Dio vanificò questo progetto, confondendo il suo linguaggio e di tutti coloro che presero parte all’opera.
Eroe dei primi tempi dopo il diluvio universale, le prime notizie che si ebbero su di lui furono inserite nella cd. tavola etnografica dei popoli, che derivarono dai figli di Noè. E l’appellativo di “gigante” (da qui la sua presenza voluta da Dante tra i giganti del mito) gli venne attribuito nella versione latina della Bibbia detta Vetus o Antiqua, citata da Sant’Agostino (“hic erat gigans venator contra Dominum Deum“), che lo presentò come esempio inarrivabile di superbia contro Dio.
Il poeta lo aveva citato già nel De Vulgari Eloquentia (I, 7-4) come gigans, e da quel passo fu possibile intravedere gli elementi principali per penetrare nel dato allegorico prefigurato da questo personaggio nei tre episodi in cui poi comparve il suo nome nella Commedia: oltre che nell’Inferno, in Purgatorio e in Paradiso. E tutto ciò fu ritenuto significativo per la verifica della grande conoscenza dantesca sia della tradizione esegetica della Bibbia sia di quella di altre tradizioni di stampo ebraico e musulmano – si legga il Raphèl maì amècche zabì almi gridato da Nembrot alla vista di Dante e Virgilio.
© QUESTI È NEMBROTTO PER LO CUI MAL COTO
Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970