Levando i moncherin per l’aura fosca

28^ canto dell’Inferno.

Mosca de’ Lamberti.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Nona bolgia. Mosca de’ Lamberti dice a Dante: «Ti ricorderai pure del Mosca, che disse, ohimè!, “Cosa fatta non può disfarsi”, che fu causa di male per la gente toscana».

Mosca de’ Lamberti, collocato dal poeta in questa bolgia tra i seminatori di discordie e di scismi, fu un autorevole uomo politico della prima metà del XIII^ secolo, membro della potente famiglia ghibellina dei Lamberti. Nacque a Firenze in data ignota, ma è presumibile che agli inizi del 1200 avesse circa vent’anni, perché risultò come testimone in un atto di cessione di terre tra Siena e Firenze.

L’episodio certamente più rilevante della vita di questo personaggio, e il motivo per cui il poeta ne tramandò il non felice ricordo, fu l’omicidio di Buondelmonte de’ Buondelmonti nel giorno di Pasqua del 1216, evento da cui si fece risalire la nascita e la conseguente contesa tra due fazioni cittadine, che successivamente presero il nome di Guelfi e Ghibellini.

Dietro suo consiglio, gli Amidei e i loro alleati avevano deciso di vendicarsi dell’offesa ricevuta da Buondelmonte, il quale aveva tradito la promessa di maritarsi con una giovane di quella famiglia, uccidendo l’autore della stessa offesa. Mentre essi erano riuniti per prendere la giusta decisione sul modo di castigare Buondelmonte, “o di batterlo o di ferirlo, il Mosca de’ Lamberti disse la mala parola: ‘cosa fatta capo ha’, cioè che fosse morto: e così fu fatto”, per il Villani (Cronache, I, 2).

@ LEVANDO I MONCHERIN PER L’AURA FOSCA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

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