Quei fu al mondo persona orgogliosa

8^ canto dell’Inferno 

Filippo Argenti

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Dante: «Animo che disdegna il male, sia lodata colei che fu incinta di te! Quegli fra i vivi fu una persona iraconda e tracotante; non c’è opera buona che ne nobiliti la fama: così la sua ombra qui è violenta e rabbiosa. Quanti si ritengono ora sulla Terra insigni personaggi che staranno qui come maiali nella melma schifosa, lasciando di sé spregevoli ricordi!».

È Filippo de’ Cavicciuli, collocato dal poeta in questo cerchio tra gli iracondi e gli accidiosi. Questo personaggio fu un eminente membro della consorteria degli Adimari, detto Argenti perché, secondo Boccaccio, fece rivestire di ferro il suo cavallo, appunto, con ferri d’argento. L’Argenti fu un Guelfo appartenente alla fazione dei Neri, dunque avversario acerrimo del poeta, il quale apparteneva ai Bianchi. E sempre da Boccaccio veniamo a sapere che “fu cavaliere ricchissimo, uomo di persona grande e nerboruto e di meravigliosa forza e più che altro iracundo”.

Alle cronache del tempo, peraltro, è ascritto un fatto, non proprio edificante, cui prese parte il nostro iracondo: un litigio con il poeta, culminato con uno ceffone patito proprio da Dante. Sarà per questo che egli, poi, lo collocherà all’Inferno tra gli iracondi e gli accidiosi? Possiamo scommetterci.

Il primo episodio in cui facciamo la sua conoscenza è nel dialogo concitato con il poeta, che inizia quando chiede a Dante: “Chi sei tu che vieni prima del tempo?”, e il poeta gli risponde che se è venuto prima del tempo, non è certo per rimanervi, per chiedergli a sua volta chi egli sia, atteggiandosi a disprezzo, e poi, finalmente riconoscendolo, augurandogli di rimanere nella palude a espiare i suoi peccati.

Nel secondo assistiamo al suo gesto minaccioso, che si accosta alla barca e sarà proprio Virgilio a ricacciarlo in mezzo al fango, rimbrottandolo malamente. Il terzo riguarda sempre Virgilio, il quale, elogiando dapprima Dante per la severità del suo comportamento tenuto in precedenza verso questo collerico spirito fiorentino, poi glielo descrive nel modo riportato in apertura. Nell’ultimo, lo vediamo attaccato dai suoi stessi compagni di pena, al grido di «Addosso a Filippo Argenti!».

© QUEI FU AL MONDO PERSONA ORGOGLIOSA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Più non ci avrai che sol passando il loto

8^ canto dell’Inferno

Flegias




Nel quinto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Flegias: «Flegias, Flegias, tu gridi inutilmente per questa volta: più non ci avrai che solo mentre attraverseremo la palude fangosa».

Figura del mito classico, Flegias, posto da Dante in questo cerchio, fu figlio di Marte e Crise e, secondo il Sapegno, “per vendicarsi di Apollo che gli aveva sedotto la figlia, diede fuoco al tempio del dio a Delfi”. Il poeta lo trasformò “in un demone con la funzione di nocchiero dello Stige e di guardiano dei dannati puniti nel quinto cerchio dell’Inferno. Viene assurto a simbolo dell’ira, perché questo peccato si traduce in un cieco impulso di vendetta e distrugge negli uomini il timore e il rispetto per la divinità. Flegias è una figura vivente dell’ira, alla quale le fonti classiche hanno dato a Dante poco più che lo spunto iniziale e il nome”, ancora il Sapegno .

Infatti, il poeta trasse le sembianze demoniache di questo personaggio in piena autonomia, visto che le citazioni provenienti dalle fonti classiche (su tutte, l’Eneide, libro VI, di Virgilio e la Tebaide, libro I, di Stazio) non lo confortarono di certo ai fini di una precisa e attendibile caratterizzazione, benché solo e squisitamente mitologica. Dunque, il Flegias dantesco nulla a che vedere con il Flegias del mito. Questi è l’unico nocchiero di una barca che attraversa lo Stige alla velocità di un freccia; così Dante descrive il suo arrivo inaspettato, anticipato da alcuni segnali luminosi lampeggianti nelle tenebre, che coprono la palude come un macabro sudario.

Durante il successivo e breve viaggio nello Stige e il violento diverbio fra il poeta e Filippo Argenti, Flegias non parla mai e ritrova la parola soltanto quando, arrivato non senza aver fatto prima un lungo giro intorno alle mura della città di Dite, avvisa i due viaggiatori che possono uscire dalla barca, essendo giunti all’ingresso. Così ci ricorderemo di lui per due sole battute: all’arrivo, quando grida all’indirizzo di Dante e Virgilio: «Ora sei raggiunta, anima malvagia!» e nel momento di congedarsi. Mera comparsa? Sì, ma molto significativa.

© PIÙ NON CI AVRAI CHE SOL PASSANDO IL LOTO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

 

 

 

 

Ordinò general ministra e duce

7^ canto dell’Inferno

La Fortuna

Nel quarto cerchio dell’Inferno. Il poeta sente dire da Virgilio: «Colui la cui suprema intelligenza supera la totalità dell’esistente, creò i cieli e assegnò loro chi li muove così, che ogni coro angelico riflette il suo splendore su ogni sfera celeste, ripartendo in modo uguale la luce. In modo simile destinò ai beni del mondo una generale amministratrice e guida che trasferisse a tempo debito i beni fallaci di popolo in popolo e da una stirpe a un’altra, senza che il senno degli uomini potesse ripararsi da lei; per cui una popolazione domina e l’altra è oppressa, uniformandosi al decreto di costei, che è nascosto come il serpente nella vegetazione bassa e folta».

Virgilio parla della Fortuna, un tema che aveva larghissima eco nel Medioevo, che fu utile a Dante per far conoscere al lettore la propria concezione riguardo a questa entità ultramondana. Dunque, per lui, costei è una divinità che gira la sua ruota, incaricata da Dio a distribuire tra gli esseri umani (intesi come individui e popolazioni) i beni terreni, sotto forma di ricchezze, bellezza, onori, forza, potere, gloria, e di trasferirli, di tanto in tanto, secondo i suoi disegni preordinati. Perciò si rivelano inutili la difese approntate dagli uomini, i quali, per non avvedersi dell’origine ultraterrena di questa divinità, talvolta inveiscono ingiustamente al suo indirizzo. Ma essa è felice e non bada a ciò.

Nella compilazione di questo passo, il poeta deve aver tenuto sicuramente presente l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino, come si può evincere dall’aver accostato questa entità alla Provvidenza, ancorché il tema è stato svolto in forma poetica; e a tale riguardo ci aiuta Boccaccio, che riporta: “In questa parte, l’autore, quanto più può, secondo il costume poetico, parla”.

Questa sulla Fortuna è la prima digressione dantesca di una certa ampiezza posta in bocca a Virgilio, che nell’Eneide ricorda di continuo tale entità divina, identificandola con il volere di Giove. E non casualmente Virgilio dice a Dante: «Ora voglio che tu di ciò riceva il mio ragionamento», prima di dare il via alla sua lunga dissertazione.

© ORDINÒ GENERAL MINISTRA E DUCE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In etterno verranno a li due cozzi

7^ canto dell’Inferno

Gli avari e i prodighi

Nel quarto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Dante: «Accogli nella mente un pensiero superfluo: la vita priva di discernimento che li rese immondi, ora li rende oscuri a ogni riconoscimento. Verranno ai due urti in eterno: gli uni resusciteranno dal sepolcro col pugno stretto, e gli altri coi capelli tagliati. Lo spendere e il risparmiare peccaminosamente li ha privati del mondo bello, e destinati a questo scontro: quale sia esso, non vi cerco belle parole».

Si tratta degli avari e dei prodighi, collocati dal poeta in questo cerchio, e da lui distinti in due gruppi contrapposti, provenienti da una direzione e dall’altra, facendo rotolare enormi pesi con la forza del petto, e “s’incontrano e cozzano in un punto, scambiandosi aspre ingiurie; poi si rivoltano e ripercorrono il cammino fatto, finché nuovamente vengono a incontrarsi e insultarsi a vicenda nel punto diametralmente opposto del cerchio”, scriveva il Sapegno.

La loro pena, forse fatta derivare da Dante dal supplizio di Sisifo, “ritrae simbolicamente lo sforzo che quei peccatori durarono da vivi intorno ad un oggetto, qual è la ricchezza, di per sé vano. Tutti questi dannati sono irriconoscibili, come in vita furono ‘sconoscenti, e cioè ciechi di mente e privi di discrezione; ma tra gli avari compaiono numerosi i chierici, papi e cardinali che la cupidigia dominò e condusse a dannazione. Nel modo della rappresentazione è facile cogliere l’atteggiamento polemico e sprezzante dello scrittore”, ancora il Sapegno.

Questi dannati, i quali nel giorno del Giudizio rivestiranno le loro spoglie: gli avari, con la mano chiusa e i prodighi con i capelli tagliati, furono considerati dal poeta in numero maggiore che nei precedenti cerchi, quasi che questi avesse voluto sottolineare la preminenza di questo vizio sugli altri prima trattati (lussuria e gola). Di certo egli, a proposito dei prodighi, ebbe a mente il pensiero di Aristotele al riguardo; per il grande filosofo greco lo sperpero delle ricchezze con cui l’uomo sostenta la propria vita, è una vera e propria distruzione della loro intima essenza.

© IN ETTERNO VERRANNO A LI DUE COZZI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

Non è sanza cagion l’andare al cupo

7^ canto dell’Inferno

Pluto

Nel quarto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Pluto: «Taci, maledetto lupo! consumati dentro con la tua rabbia. Non è senza ragione l’andare al luogo profondo: si vuole così nel Paradiso, là dove Michele rese giustizia alla violenza mossa dalla superbia contro Dio».

Figura del mito classico, Pluto, posto da Dante in questo cerchio, fu figlio di Iasione e di Demetra. Idolatrato come dio delle ricchezze, fu considerato quale protettore dell’abbondanza nei campi, e rappresentò ogni forma di benessere, tanto che Aristofane gli dedicò una commedia famosa ancora oggi. Pluto fu relegato in secondo piano da Plutone, dio degli Inferi, al quale fu trasferita la potestà delle ricchezze.

Dai primi commentatori della Commedia, Pluto fu confuso con Plutone o Ade (figlio di Rea e di Crono, divise la supremazia del mondo con i fratelli Giove e Nettuno, prendendosi la zona sotterranea; il nome a questa divinità venne attribuito dai misteri eleusini, in cui era celebrato come produttore di fertilità), che Cicerone identificava con Dite.

Questa confusione venne attribuita pure al poeta, non solo da quei commentatori, ma altresì da qualche moderno; ma, ad onore del vero, questi distinse nettamente le due divinità: per lui Dite era Lucifero, il re dell’Inferno, come il Dite dell’Eneide, mentre della figura di Pluto i lettori, antichi e moderni, ne presero e ne prendono conoscenza al momento della discesa sua e di Virgilio nel cerchio sopra citato, assegnando ad entrambe le divinità i rispettivi luoghi di appartenenza, tuttavia restando ignota la fonte da cui egli apprese tale distinzione.

La trasformazione di Pluto, da dio delle ricchezze a demonio infernale, operata da Dante, fu sicuramente dovuta al rapporto cupidigia-lupo più volte da affermato nel corso del poema. Il poeta lasciò intuire le grandi dimensioni di questo personaggio, con tratti umani e sembianze di animale, con il sopravvento di queste ultime. Ma che Pluto si trattasse di una figura indefinita, è dimostrato dal fatto che gli illustratori del Trecento dovettero fare uno sforzo di fantasia per rappresentarlo. A tal proposito, notevole fu la miniatura del codice Laurenziano, dove venne raffigurato con la testa di lupo, corpo umano pieno di peluria e ali di pipistrello.

© NON È SANZA CAGION L’ANDARE AL CUPO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poi appresso convien che questa caggia

6^ canto dell’Inferno

Le profezie nella Commedia

Nel terzo cerchio dell’Inferno. Il poeta sente dire da Ciacco: «Dopo un lungo contrasto si abbandoneranno a sanguinose lotte civili, e la fazione rustica scaccerà l’altra con molte offese e danni. Poi dopo avverrà che la prima decada dalla sua egemonia entro il tempo di tre anni, e che la seconda prevalga con il potere prevaricatore di un tale che ora si barcamena tra le fazioni».

Le profezie, in senso lato, vengono rese possibili da una legge dell’Inferno, per la quale i dannati possono leggere il futuro, ma non gli risulta nulla di quanto accade nel presente. Ovviamente, in quelle come questa di Ciacco, ci troviamo di fronte a una mera finzione letteraria, nel senso che i fatti storici preannunziati a Dante, a partire da Ciacco per finire all’avo Cacciaguida in Paradiso, passando per Farinata degli Uberti, Brunetto Latini e Vanni Fucci nell’Inferno, e per Corrado Malaspina, Oderisi da Gubbio e Ugo Capeto in Purgatorio, durante l’intero viaggio nei tre regni ultraterreni, sono già avvenuti. E quindi questi personaggi dicono al poeta ciò che egli già sa.

Altra cosa sono, invece, le profezie tout court, dove si preconizza ciò che potrà accadere. Una di queste, molto famosa, è quella della venuta di un Veltro, per bocca di Virgilio; un’altra, meno nota, è quella dell’avvento di un Dux inviato da Dio, per bocca di Beatrice, in Purgatorio. In entrambe, sia nella figura del primo, sia in quella del secondo, le opinioni al riguardo sembrano convergere ormai, dopo secoli di divergenze, verso un generico riformatore, forse un imperatore. In questi due casi, Dante, per il tramite di Virgilio e Beatrice, si veste da profeta vero e proprio, animato chiaramente più da un proprio convincimento, che dalla certezza che quanto sperato e immaginato avvenga realmente.

E questa tensione profetica, che aveva caratterizzato nell’Alto Medio Evo l’operato di papa Gregorio Magno, il quale aveva speso tutte le sue energie in una predicazione diretta a convincere il suo gregge su un imminente ritorno di Cristo, si riverbera per tutta la Commedia, mirabile visione in cui ognuno può rivivere la propria esperienza.

© POI APPRESSO CONVIEN CHE QUESTA CAGGIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco

6^ canto dell’Inferno

Ciacco

Nel terzo cerchio dell’Inferno. Ciacco a Dante: «La tua città, che è colma d’invidia così che il sacco già ne trabocca, mi accolse in sé nella vita terrena. Voi concittadini mi chiamaste Ciacco: a causa del peccato di gola, come tu vedi, mi consumo sotto la pioggia. E io anima dolente non sono sola, perché tutte queste stanno a un uguale tormento per un uguale peccato».

Ciacco, collocato dal poeta in questo cerchio tra i golosi, già dai primi commentatori della Commedia fu ritenuto un mistero. Infatti, numerosi furono i loro sforzi per dargli un’identità sicura. Così, da un Ciacco di Buoninsegna, rinvenuto in un documento del 1264, passando per Tuccio del Ciacco, del popolo di San Pier Maggiore, “sindaco per la locazione del carcere dei Magnati” nel 1293, si è giunti a tale Ciacco di Pietro. E qualcuno addirittura pensò di identificarlo col rimatore Ciacco dell’Anguillara. Ma tutto ciò, nel corso del tempo, si è rivelato velleitario, tanto che ancora oggi non si conosce la vera identità del Ciacco dantesco.

Scavando nel personaggio, il modo stesso in cui Dante lo presenta a chi legge, dà ad intendere che tale nomignolo gli sia venuto dopo la nascita, forse, ad opera dei compagni. E se il soprannome in qualche maniera sconcerta, ancor di più lo fa la scenografia in cui è inserito il personaggio Ciacco. E il fatto che in vita sia stato noto a Firenze per la sua golosità, lo possiamo reputare vero in virtù della citazione dantesca: se il poeta lo ha scelto quale simbolo di questo peccato, ciò significa che egli merita sì il suo posto tra i golosi, ma vuol dire anche che egli è ritenuto il solo capace di riferire certe cose che qualcun altro non saprebbe o potrebbe dire.

Al punto che Dante gli farà pronunciare la prima profezia sulle vicende politiche della città, previa idonea domanda. La risposta? A Calendimaggio del 1300, la parte dei Guelfi Bianchi (la famiglia dei Cerchi) e quella dei Neri (i Donati), si azzufferanno a Piazza Santa Trinita per ingraziarsi, pare, alcune floride e danzanti fanciulle. Da questo fatto in apparenza banale, si scatenerà la classica reazione a catena, fino al più nefasto degli eventi per il poeta: il bando perenne dalla sua patria.

© VOI CITTADINI MI CHIAMASTE CIACCO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna

6^ canto dell’Inferno

Cerbero

Nel terzo cerchio dell’Inferno. Il poeta narra: “Qual è quel cane che abbaiando esprime il desiderio di mangiare, e si rimette silenzioso e tranquillo quando addenta il cibo, perché è intento e si affatica solo a divorarlo, tali diventarono quelle facce sporche del demone Cerbero, che stordisce così le anime, che vorrebbero essere sorde”.

Figura del mito classico, Cerbero, posto da Dante in questo cerchio, fu il guardiano dell’Ade, e virgulto di Tifeo e di Echidna. Frequentemente ricordato nei poemi antichi, Virgilio lo citò nell’Eneide (VIII, 296-297), come un mostro di smisurata possanza dai tre colli ispidi di serpi.

E come nel caso degli altri demoni della mitologia, che il poeta ci presenta uno alla volta alterati fortemente nelle sembianze, durante il lungo dipanarsi del suo viaggio, nel caso di Cerbero queste diventano altamente simboliche del peccato di golosità: gli occhi vermigli, la barba sporca e nera, il ventre ampio, e le mani provviste di unghie.

Da un punto di vista prettamente allegorico, le tre teste di Cerbero furono considerate dai primi commentatori della Commedia come la rappresentazione plastica delle tre maniere con le quali si palesa il molto diffuso, ancora oggi, peccato sopra citato: secondo qualità, secondo quantità, secondo ‘continuo’, cioè ingozzarsi senza aver cura né della qualità né della quantità.

Più recentemente, altri hanno fatto assurgere le stesse a simbolo delle lotte civili tra le varie fazioni fiorentine ai tempi di Dante. Ma da preferire di gran lunga è la prima interpretazione, più coerente con la presenza dei golosi tormentati in eterno da Cerbero.

© QUAL È QUEL CANE CH’ABBAIANDO AGOGNA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Noi leggiavamo un giorno per diletto

5^ canto dell’Inferno

Gli amanti maledetti

Nel secondo cerchio dell’Inferno. Il poeta sente dire da Francesca da Polenta: «Non vi è nessuna sofferenza più intensa che ricordarsi nell’infelicità del tempo felice; e il tuo maestro ha cognizione di ciò. Ma se tu hai un così grande desiderio di sapere la prima origine del nostro amore, parlerò come colui che piange e racconta. Una volta noi leggevamo con piacere come Amore avvinse Lancillotto; eravamo soli e senza nessun timore».

Francesca da Polenta, collocata da Dante in questo cerchio con il cognato Paolo Malatesta tra i lussuriosi, fu la moglie di Gianni ‘Ciotto’ Malatesta, signore di Rimini, e con Paolo si rese protagonista di un efferato fatto di cronaca, in un anno imprecisato tra il 1283 e il 1286. E se non fosse stato il poeta a rievocare poeticamente, con una levità e un garbo impareggiabili, la storia d’amore tra costoro, fatti assurgere a simbolo dell’amore trasgressivo, non avremmo avuto la minima contezza della loro esistenza terrena. Il racconto di Dante, infatti, è la sola testimonianza di questo dramma medievale ‘d’amore e morte’.

Così, quei pochi e generici riferimenti di cronaca attorno a tale vicenda, sono stati ricavati dagli esperti, nei secoli, proprio sulla traccia dantesca. Com’è stato possibile? Si dà il caso che il poeta possa aver conosciuto di persona Paolo Malatesta, quando ricoprì la carica annuale di capitano del popolo a Firenze (1282-1283). Di conseguenza, la sua familiarità con Francesca ci appare più che giustificata.

A un certo punto del dialogo tra costei e Dante, lei scandisce in tre tempi il triste convegno d’amore di cui si è resa partecipe attiva: l’innamoramento di Paolo: “Amore, che improvviso si trasmette al cuore nobile, sedusse costui del bel corpo che mi fu sottratto; e la maniera tuttora mi ferisce e mi tormenta”; l’accettazione dell’amore da parte di Francesca: “Amore, che a nessuno amato fa grazia di amare, mi fece innamorare così forte della bellezza di costui, che, per quel che vedi, tuttora non mi abbandona”, e il drammatico e comune esito finale: “Amore ci portò a una sola morte. La Caina aspetta egli che ci tolse la vita”. Il tutto, dipanandosi in otto versi meravigliosi.

© NOI LEGGIAVAMO UN GIORNO PER DILETTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ell’è Semiramìs, di cui si legge

5^ canto dell’Inferno

Semiramide e gli altri lussuriosi

Nel secondo cerchio dell’Inferno. Virgilio a Dante: «La prima di coloro di cui tu vuoi apprendere notizie, fu regina di molti popoli di lingue diverse. Fu così dedita al vizio della lussuria, che rese consentito nella sua legge ciò che piacesse a ciascuno, per rimuovere la riprovazione in cui era incorsa. Ella è Semiramide, di cui si legge che prese il posto di Nino e fu la sua sposa: dominò la terra che il Sultano regge.

«La seconda è colei che si uccise innamorata, e venne meno alla promessa di fedeltà fatta alle ceneri di Sicheo; poi c’è la lussuriosa Cleopatra. Vedi Elena, per cui trascorse tanto tempo nefasto, e vedi il nobile Achille, che infine si batté contro l’amore. Vedi Paride, Tristano».

Semiramide, posta dal poeta in questo cerchio tra i lussuriosi, fu regina degli Assiri. Venne uccisa dal figlio, dopo aver legalizzato quel che piaceva fare a tutti, illudendosi di annullare la riprovazione in cui era incorsa col suo comportamento immorale. Costei è menzionata, attraverso il procedimento retorico dell’elenco numerico, con la serie di personaggi citati in apertura, tratti dalla storia, dalla letteratura e dalla leggenda: Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride e Tristano.

Andiamo con ordine. Didone, regina di Cartagine e vedova di Sicheo, si diede la morte dopo che fu lasciata da Enea, tradendo così la memoria dello sposo (Eneide, libro IV); Cleopatra, regina di Egitto e amante di Cesare e di Antonio, si tolse la vita dopo la battaglia persa di Azio; Elena, sposa di Menelao, re di Sparta, innamorata di Paride, scappò con lui a Troia, scatenando con ciò la decennale guerra raccontata da Omero nell’Iliade, e finendo la sua vita terrena, secondo la leggenda, impiccata a un albero sull’isola di Rodi.

Achille, eroe greco, innamoratosi di Polissena, figlia di re Priamo di Troia, fu ucciso a tradimento; Paride, fratello di Polissena, fu ucciso da Filottete, anch’esso a tradimento; infine Tristano, personaggio letterario del ciclo bretone, fu ucciso da re Marco di Cornovaglia, zio e marito di Isotta, della quale si era innamorato. Tutte anime la cui vita terrena fu contrassegnata e, infine, travolta dall’amore passionale.

© ELL’È SEMIRAMÌS, DI CUI SI LEGGE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970