Ier, più oltre cinqu’ore che quest’otta

21^ canto dell’Inferno

L’inganno di Malacoda e la cronologia del viaggio dantesco

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. I due poeti sentono dire da Malacoda: «Non si può avanzare per questa fila di ponti, poiché il ponte tra la sesta e la settima bolgia è precipitato tutto rotto sul fondo. E se volete proseguire, salite per questo argine; vicino c’è un’altra fila di ponti che permette il passaggio. Ieri, cinque ore più tardi che quest’ora, si compirono milleduecentosessantasei anni da quando qui fu interrotta la via. Io invio verso là alcuno di questi miei a sorvegliare se qualcuno si mette in mostra fuori della pece; andate con loro, che non vi faranno del male».

L’inganno perpetrato da Malacoda verso Dante e Virgilio ci aiuta a inquadrare nel migliore dei modi la cronologia del viaggio del poeta nei regni ultraterreni. Così è doveroso fare un passo indietro, quando Virgilio chiarisce al poeta (se ne ha traccia nel 12^ canto dell’Inferno) che al momento della crocifissione di Cristo ci fu un terremoto, il quale originò un franamento “qui”, all’entrata del settimo cerchio dell’Inferno, e “altrove”, negli altri cerchi; pertanto, Malacoda non può non riferirsi a questo evento. Ora, posto che Dante era convinto che Cristo fosse morto a trentaquattro anni (Convivio, IV, 23), e che, secondo il Vangelo di Luca, ciò fosse avvenuto un venerdì a mezzogiorno, ciò significa che quando Malacoda afferma quanto su riportato, sono le sette del mattino o quasi del sabato santo del 1300.

Ma quale fu la l’effettiva data d’inizio del viaggio dantesco? Mentre taluni commentatori sostennero che questo ebbe inizio il 25 Marzo 1300, un venerdì, vale a dire l’anniversario storico della morte di Cristo, altri optarono per lʼ8 Aprile 1300, un venerdì santo, venendo la Pasqua il 10 Aprile. Ora, senza prendere partito per l’una o per l’altra tesi, non si può non rilevare che i sostenitori della seconda fanno risaltare il passo della fine del 20^ canto dell’Inferno, quando Virgilio dice al poeta, smarritosi nella selva oscura la notte tra un giovedì e un venerdì, “e già ieri notte la luna fu piena”. Quindi, da sempre venendo la Pasqua dei Cristiani la domenica dopo il primo plenilunio di primavera, la “luna piena” sopra citata dovette essere quella che si stagliò nel cielo lunedì 4 Aprile 1300.

© IER, PIÙ OLTRE CINQU’ORE CHE QUEST’OTTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Innanzi che l’uncin vostro mi pigli

21^ canto dell’Inferno

I Malebranche

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. Virgilio ai Malebranche: «Nessuno di voi sia male intenzionato! Prima che mi afferri il vostro uncino, si faccia avanti uno di voi che mi ascolti, e poi esamini l’opportunità di afferrarmi col rampino».

Figure demoniache, i Malebranche, collocati dal poeta nella quinta bolgia di questo cerchio, straziano i dannati con le loro grandi unghie, e con i runcigli, uncini, o raffi che dir si voglia, li mettono dentro o li tirano fuori dalla pece. Litigano di continuo tra loro e ogni tanto vengono scelti dal loro capo Malacoda a gruppi di dieci, e mandati a sorvegliare i barattieri. Ciascuno ha un nome: il già citato Malacoda, Scarmiglione, Alichino e Calcabrina, Cagnazzo e Barbariccia, Libicocco e Draghignazzo, Ciriatto e Graffiacane, Farfarello e Rubicante.

Secondo il Sapegno, “i loro nomi furono scelti dal poeta con lo stesso procedimento che gli aveva dettato già il nome di Malebolge, un procedimento, cioè, non puramente fantastico, ma intellettualistico, inteso a sottolineare taluni aspetti della… figura e dei… costumi di questi guardiani infernali attraverso la combinazione di precisi elementi lessicali, e sono di numero indefinito, con aspetto di una ferocia inaudita e totalmente neri e alati”.

A proposito dei nomi, nei secoli furono oggetto di numerose elucubrazioni, da parte dei commentatori della Commedia; per limitarci ai moderni, secondo il Torraca Dante coniò quei nomi sulla base di nomi, cognomi, soprannomi di suoi contemporanei. Di più, il Luiso riportò a Lucca l’origine dei nomi, ad iniziare da Malacoda, “che è nome di famiglia lucchese”, continuando con Cagnazzo, Graffiacane, Scarmiglione, tutti nomi che comparivano nei principali atti pubblici della città.

© INNANZI CHE L’UNCIN VOSTRO MI PIGLI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche

21^ canto dell’Inferno

Uno degli anziani di Santa Zita

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. Un diavolo ai compagni: «O Malebranche, ecco uno dei magistrati di Santa Zita! Mettetelo sotto, mentre torno di nuovo in quella città, che ne è assai provvista: ognuno vi è barattiere, eccetto che Bonturo; lì, in cambio di denaro, il no si trasforma in sì».

Il riferimento è a Martino Bottaio, posto dal poeta nella quinta bolgia di questo cerchio tra i barattieri. Questo personaggio ha rappresentato per molto tempo un grande mistero. Si era ancora nel campo delle ipotesi più fantasiose, fino a quando, qualche decennio or sono, si è avuta una prova documentale, con il ritrovamento di alcuni atti, tra i quali un estratto dai verbali di adunanza del Consiglio del Capitano e del Consiglio del Podestà di Lucca datato 30 settembre – 1 Ottobre 1295, che testimoniavano l’esistenza in vita, alla fine del 1200, di un tale Martino, in arte bottaio.

Tra i moderni, per il Chiari, l’accertamento della data della morte di quel Martino barattiere, avvenuta nell’Aprile del 1300, precisamente nella notte tra il Venerdì e il Sabato Santo, dimostrerebbe che, “l’indicazione dell’ora e del giorno in cui si trovano in quella bolgia Dante e Virgilio, data da Malacoda, determina di preciso di quale Anziano si parli, come dovettero capire i contemporanei di Dante, e come difatti capì Guido da Pisa”.

Tuttavia, prove documentali o no, altri commentatori recenti non meno prestigiosi, tra i quali il Pietrobono e il Grabher, hanno insistito sul fatto che il poeta, con la sua indicazione in perifrasi, si riferì alla magistratura lucchese presa nel suo insieme, più che a un magistrato determinato.

© METTETEL SOTTO, CH’I’ TORNO PER ANCHE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970


Manto fu, che cercò per terre molte

20^ canto dell’Inferno

Manto

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quarta bolgia. Il poeta sente dire da Virgilio: «E quella che riveste e nasconde il petto, che tu non vedi, con la capigliatura sciolta, e ha tutte le parti pelose del corpo dalla parte opposta, fu Manto, che andò errando per molte regioni; in seguito si fermò là dove io nacqui; e mi sembra opportuno che mi ascolti un poco. Dopo che suo padre morì e la città sacra a Bacco divenne schiava, questa andò a lungo per la Terra».

Figura della letteratura latina, Manto, collocata da Dante nella quarta bolgia di questo cerchio tra gli indovini, è un personaggio citato nelle Metamorfosi di Ovidio (VI 157-162), quando sollecita le donne di Tebe a venerare Latona contro il divieto di Niobe, e nella Tebaide di Stazio (IV 463-585), quando aiuta il padre Tiresia durante le suppliche alle divinità infernali e le cerimonie per i vaticini.

Da questo personaggio, il poeta, per bocca di Virgilio, prende spunto per una digressione di carattere storico-geografico su Mantova. In breve, Manto, dopo che suo padre morì e la città sacra a Bacco divenne serva, andò a lungo per la terra. Mentre passava per una bassura lacustre, la vergine selvaggia vide la terraferma, nel centro della palude, senza vegetazione e priva di abitanti. Lì, per evitare ogni convivenza di uomini con altri uomini, si fermò con i suoi schiavi e familiari per esercitare le sue pratiche magiche, e trascorse la vita, e vi lasciò il suo corpo privo dell’anima.

Poi gli uomini che erano dispersi intorno si radunarono in quel luogo, che era sicuro a causa della palude che aveva tutto intorno. Costruirono la città sopra quelle ossa morte; e in onore di colei che scelse per prima il luogo, la chiamarono col nome di Mantova senza altre pratiche divinatorie. «Perciò ti avverto che, se tu mai senti raccontare in altro modo l’origine della mia città, nessuna falsa narrazione alteri la verità», conclude Virgilio. E non a caso diversi commentatori della Commedia, antichi e moderni, hanno interpretato questo passo come un tentativo, da parte sua, di discolpare la città dall’accusa di essere debitrice a una maga circa la propria origine ed esistenza.

© MANTO FU, CHE CERCÒ PER TERRE MOLTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Vedi Tiresia, che mutò sembiante

20^ canto dell’Inferno

Tiresia

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Virgilio a Dante: «Vedi Tiresia, che cambiò aspetto quando da maschio divenne una femmina, mutandosi tutte quante le membra; e prima che avesse di nuovo la barba virile, poi, gli fu necessario percuotere di nuovo i due serpenti attorcigliati, con lo stesso bastone».

Figura sia della letteratura greca sia latina, Tiresia, posto dal poeta nella quarta bolgia di questo cerchio tra gli indovini, è prima un personaggio dell’Odissea, definito da Omero profeta glorioso, cieco e sapiente, nonché interprete delle vicende scabrose che interessarono la famiglia di Edipo, poi della Tebaide di Stazio, essendo il poeta latino a farlo assurgere a un ruolo ben più significativo. Nella sua opera, infatti, egli lo ritrasse con la fisionomia di aruspice in un episodio di evocazione infernale, puro horror, in tutti i sensi.

Tornando al ritratto che ne fece Omero, la cecità e la facoltà divinatoria di Tiresia, secondo Ovidio nelle Metamorfosi, ebbero origine dal giudizio che egli diede in una diatriba fra Giove e Giunone su quale sesso provasse maggior piacere nell’atto d’amore.

Egli, infatti, fu chiamato a deliberare come arbitro, in qualità di esperto, perché mutato in femmina per aver percosso con un bastone i due serpenti sopra citati, recuperando la natura originaria soltanto dopo sette anni, ripetendo lo stesso gesto. Tiresia diede ragione al re degli dèi, il quale lo ricompensò conferendogli il dono della profezia, mentre la dea, vendicandosi del verdetto a lei sfavorevole, lo rese cieco.

© VEDI TIRESIA, CHE MUTÒ SEMBIANTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui

20^ canto dell’Inferno

Anfiarao

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quarta bolgia. Virgilio al poeta: «Alza la testa, alzala, e vedi colui al quale si spalancò il suolo davanti agli occhi dei Tebani; per cui tutti essi gridavano: “Dove vieni giù, Anfiarao? perché abbandoni la guerra?”. E non cessò di precipitare in basso fino a Minosse che ha in potere ciascuno. Guarda che ha trasformato le spalle in petto; perché pretese di vedere troppo avanti, guarda verso la parte posteriore e cammina all’indietro».

Figura del mito classico, Anfiarao, collocato da Dante nella quarta bolgia di questo cerchio tra gli indovini, fu poeta e indovino. Sposò di Erifile, sorella del re di Argo, Adrasto, da cui ebbe due figli, Alcmeone e Anfiloco. Non volendo prendere parte alla guerra contro Tebe, detta “dei Sette Re”, poiché era sicuro che vi avrebbe perso la vita, si nascose in un luogo conosciuto solo dalla moglie.

Ma costei lo disse a Polinice, corrotto dalla collana di Armonia, apportatrice di sventure a chi ne fosse venuto in possesso, di proprietà della moglie di Polinice, Argia. Così scoperto, Anfiarao dovette partecipare giocoforza alla guerra contro Tebe, nella quale, dopo varie schermaglie preliminari, fu inghiottito dalla terra, d’un tratto apertasi in una profondissima fenditura, giungendo pertanto ancora vivo nell’Ade. In seguito fu vendicato dal figlio, che uccise la propria madre.

Il mito di Anfiarao e di Erifile godette di grande fortuna nell’antichità greca e romana. Dante lo conobbe grazie alla Tebaide di Stazio, della cui opera è uno dei personaggi principali.

© DRIZZA LA TESTA, DRIZZA, E VEDI A CUI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

E veramente fui figliuol de l’orsa

 

19^ canto dell’Inferno

La simonia e il nepotismo di Niccolò III

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Terza bolgia. Il poeta sente dire da Niccolò III: «E fui proprio della famiglia degli Orsini, così avido per favorire i figli dell’Orsa, che sulla Terra misi i denari nella borsa e qui me stesso. Sotto al mio capo sono precipitati gli altri che mi precedettero praticando la simonia, appiattiti nelle strette fenditure della roccia».

La simonia e il nepotismo di Niccolò III furono parte preponderante dei suoi comportamenti e della sua politica. Dante, per questo, lo condannò con fermezza, e questa sua condanna subito fu confermata dai primi commentatori della Commedia.

Per il Villani, Niccolò III “fu de’ primi, o primo papa, nella cui corte s’usasse palese simonia per gli suoi parenti (Cronica VII 54), Salimbene da Parma fece spesso menzione nelle sue opere del nepotismo di questo papa, e per il Buti, “Nicolao per fare grande sé, e quelli di casa sua, fu avarissimo, e non intese se non a simoneggiare per aver pecunia”.

Per quanto riguarda la citazione dantesca sopra riportata sulla “famiglia Orsini” e sui “discendenti dell’Orsa”, tra i commentatori moderni il Torraca ricordò la cronaca di Pipino (RIS IX, col. 724), dove si citava un libello dove Niccolò III era rappresentato con un orsacchiotto sulla mitra e due ai suoi piedi.

© E VERAMENTE FUI FIGLIUOL DE L’ORSA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto

19^ canto dell’Inferno

Niccolò III

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Terza bolgia. Niccolò III a Dante: «Dunque che cosa cerchi di sapere da me? Se t’importa così tanto di sapere chi sia, che tu abbia per questo percorso la parete, sappi che fui vestito del manto papale».

Niccolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini, posto dal poeta nella terza bolgia di questo cerchio tra i simoniaci, nacque a Roma nel periodo compreso tra il 1210 e il 1220. Cardinale nel 1244, fu sodale di Innocenzo IV nella lotta contro Federico II di Svevia. Eletto al sacro soglio nel 1277 durante un complicato conclave a Viterbo, perseguì una politica tesa all’indipendenza della Chiesa, che manifestò in specie contro Carlo I d’Angiò, a cui tolse la dignità di senatore di Roma e di vicario dell’impero in Toscana.

Fatta riconoscere dall’Impero la supremazia della Chiesa sulla Romagna, vi inviò suo nipote Bertoldo Orsini come rettore. E mentre favoriva il matrimonio tra Carlo Martello, nipote del d’Angiò, e Clemenza, figlia di Rodolfo I d’Asburgo, con l’intenzione di porre fine alle diatribe tra i due sovrani, si dedicò alla pacificazione delle lotte tra le varie fazioni che dilaniavano l’Italia. Morì il 22 agosto 1280 nel castello di Soriano, nei pressi di Viterbo.

© SE DI SAPER CH’I’ CHI SIA TI CAL COTANTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

Anima trista come pal commessa

19^ canto dell’Inferno

I simoniaci

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Terza bolgia. Il poeta a Niccolò III: «O chiunque tu sia che tieni la parte di sopra in basso, anima dolente piantata come un palo, se puoi, parla».

Nella persona di Niccolò III, Dante si rivolge ai simoniaci, da lui collocati nella terza bolgia di questo cerchio. Essi furono gli uomini di chiesa, la simonia essendo la volontà di comprare o vendere per un prezzo temporale un bene intrinsecamente spirituale o una cosa temporale necessariamente connessa con la spirituale.

Il termine ha origine da Simone di Samaria o Mago. Questi, osservata l’efficacia dell’imposizione delle mani da parte degli apostoli Pietro e Giovanni, cercò di comprare con la moneta quel potere, ricevendone un netto rifiuto da Pietro. Tra i principali peccatori di questo commercio il poeta ne individuò tre: Niccolò III, Bonifacio VIII e Clemente V. Del primo se ne parlerà in separata sede.

Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani, durante il suo pontificato, dal 1294 alla sua morte nel 1303, celebrò il primo anno santo della storia. Fervido interventista nella lotta tra Filippo IV il Bello ed Edoardo d’Inghilterra, e in quella tra Angioini e Aragonesi, si distinse per aver favorito l’accordo che portò alla pace tra Venezia e Genova. L’esilio di Dante da Firenze e le conseguenti condanne ebbero inizio dall’attività politica del papa verso Firenze; il poeta, infatti, aveva denunciato una missione della Chiesa contraria ai propri principi spirituali.

Clemente V, al secolo Bertrand de Got, fu eletto al soglio pontificio nel 1305, dove restò fino al 1314, anno della sua morte. Fu colui che portò la sede apostolica da Roma ad Avignone. Dove, per compiacere Filippo IV il Bello, fece annullare tutti gli atti di Bonifacio VIII e di Benedetto XI che sembravano ostili allo stesso, e gli lasciò via libera nel perseguire i Templari.

© ANIMA TRISTA COME PAL COMMESSA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

E or s’accoscia e ora è in piedi stante

18^ canto dell’Inferno

Taide

 Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Seconda bolgia. Il poeta sente dire da Virgilio: «Protendi lo sguardo un poco più avanti, sicché tu raggiunga esattamente con l’occhio la faccia di quell’immonda bagascia con i capelli scompigliati che si graffia là con le unghie imbrattate di merda, e una volta si piega abbassandosi sulle cosce e una volta è ferma in piedi. È Taide, la meretrice che rispose al ganzo suo quando le disse “Io ho grandi meriti presso di te?” : “E per di più meravigliosi!”. E i nostri occhi siano paghi di questo».

Figura della letteratura latina, Taide, posta da Dante nella seconda bolgia di questo cerchio tra gli adulatori, è la protagonista della commedia di Terenzio, Eunuchus. Nella stessa, le frasi che riportiamo sotto, che il poeta parafrasò a modo suo, non furono scambiate tra la prostituta e il suo amante Trasone, ma tra questi e il mezzano Gnatone, al quale il primo chiede se Taide gli sia grata del proprio dono: una schiava.

Quindi la fonte dantesca non fu Terenzio, ma forse Cicerone e il suo De Amicitia (XXVI 98), in cui il dialogo venne riferito come esempio di adulazione senza la citazione degli interlocutori. Nel leggere Cicerone, infatti, era possibile equivocare, come accadde a Dante, che nella replica fosse deputata proprio Taide: “Magnas vero agere gratias Thais mihi? satis erat respondere magnas; ingentes inquit: semper auget adsentator id, quod is cuius ad voluntatem dicitur, vult esse magnum”. In tal caso, infatti, Thais, fungendo da soggetto, poteva essere scambiato facilmente per un vocativo, attribuendo quindi a essa la risposta.

Il Buti, uno dei primi commentatori della Commedia, peraltro menzionò il Liber Esopi di Gualtiero Anglico, dove la favola Taide e il giovane si raccontò per educare le nuove generazioni a non farsi attrarre dagli adulatori. Ciò dimostrava come fosse popolare ai tempi del poeta tale personaggio, e come fosse diventato il simbolo del peccato di adulazione.

© E OR S’ACCOSCIA E ORA È IN PIEDI STANTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970