Qual è quel cane ch’abbaiando agogna

6^ canto dell’Inferno

Cerbero

Nel terzo cerchio dell’Inferno. Il poeta narra: “Qual è quel cane che abbaiando esprime il desiderio di mangiare, e si rimette silenzioso e tranquillo quando addenta il cibo, perché è intento e si affatica solo a divorarlo, tali diventarono quelle facce sporche del demone Cerbero, che stordisce così le anime, che vorrebbero essere sorde”.

Figura del mito classico, Cerbero, posto da Dante in questo cerchio, fu il guardiano dell’Ade, e virgulto di Tifeo e di Echidna. Frequentemente ricordato nei poemi antichi, Virgilio lo citò nell’Eneide (VIII, 296-297), come un mostro di smisurata possanza dai tre colli ispidi di serpi.

E come nel caso degli altri demoni della mitologia, che il poeta ci presenta uno alla volta alterati fortemente nelle sembianze, durante il lungo dipanarsi del suo viaggio, nel caso di Cerbero queste diventano altamente simboliche del peccato di golosità: gli occhi vermigli, la barba sporca e nera, il ventre ampio, e le mani provviste di unghie.

Da un punto di vista prettamente allegorico, le tre teste di Cerbero furono considerate dai primi commentatori della Commedia come la rappresentazione plastica delle tre maniere con le quali si palesa il molto diffuso, ancora oggi, peccato sopra citato: secondo qualità, secondo quantità, secondo ‘continuo’, cioè ingozzarsi senza aver cura né della qualità né della quantità.

Più recentemente, altri hanno fatto assurgere le stesse a simbolo delle lotte civili tra le varie fazioni fiorentine ai tempi di Dante. Ma da preferire di gran lunga è la prima interpretazione, più coerente con la presenza dei golosi tormentati in eterno da Cerbero.

© QUAL È QUEL CANE CH’ABBAIANDO AGOGNA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5^ canto dell’Inferno

(Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l’inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini.)

Così discesi del cerchio primaio

giù nel secondo, che men loco cinghia

e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:

essamina le colpe ne l’intrata;

giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata

li vien dinanzi, tutta si confessa;

e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;

cignesi con la coda tante volte

quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:

vanno a vicenda ciascuna al giudizio,

dicono e odono e poi son giù volte.

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,

disse Minòs a me quando mi vide,

lasciando l’atto di cotanto offizio,

«guarda com’entri e di cui tu ti fide;

non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».

E ‘l duca mio a lui: «Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare».

Or incomincian le dolenti note

a farmisi sentire; or son venuto

là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d’ogne luce muto,

che mugghia come fa mar per tempesta,

se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,

mena li spirti con la sua rapina;

voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,

quivi le strida, il compianto, il lamento;

bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch’a così fatto tormento

enno dannati i peccator carnali,

che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l’ali

nel freddo tempo, a schiera larga e piena,

così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di sù li mena;

nulla speranza li conforta mai,

non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,

faccendo in aere di sé lunga riga,

così vid’io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;

per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle

genti che l’aura nera sì gastiga?».

«La prima di color di cui novelle

tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,

«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,

che libito fé licito in sua legge,

per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’è Semiramìs, di cui si legge

che succedette a Nino e fu sua sposa:

tenne la terra che ‘l Soldan corregge.

L’altra è colei che s’ancise amorosa,

e ruppe fede al cener di Sicheo;

poi è Cleopatràs lussurïosa.

Elena vedi, per cui tanto reo

tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,

che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille

ombre mostrommi e nominommi a dito,

ch’amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch’io ebbi ‘l mio dottore udito

nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,

pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: «Poeta, volontieri

parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,

e paion sì al vento esser leggeri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno

più presso a noi; e tu allor li priega

per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,

mossi la voce: «O anime affannate,

venite a noi parlar, s’altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate,

con l’ali alzate e ferme al dolce nido

vegnon per l’aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,

a noi venendo per l’aere maligno,

sì forte fu l’affettüoso grido.

«O animal grazïoso e benigno

che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,

noi pregheremmo lui della tua pace,

poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,

noi udiremo e parleremo a voi,

mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui

su la marina dove ‘l Po discende

per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense».

Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,

china’ il viso, e tanto il tenni basso,

fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri

a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,

a che e come concedette amore

che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,

l’altro piangëa; sì che di pietade

io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

Noi leggiavamo un giorno per diletto

5^ canto dell’Inferno

Gli amanti maledetti

Nel secondo cerchio dell’Inferno. Il poeta sente dire da Francesca da Polenta: «Non vi è nessuna sofferenza più intensa che ricordarsi nell’infelicità del tempo felice; e il tuo maestro ha cognizione di ciò. Ma se tu hai un così grande desiderio di sapere la prima origine del nostro amore, parlerò come colui che piange e racconta. Una volta noi leggevamo con piacere come Amore avvinse Lancillotto; eravamo soli e senza nessun timore».

Francesca da Polenta, collocata da Dante in questo cerchio con il cognato Paolo Malatesta tra i lussuriosi, fu la moglie di Gianni ‘Ciotto’ Malatesta, signore di Rimini, e con Paolo si rese protagonista di un efferato fatto di cronaca, in un anno imprecisato tra il 1283 e il 1286. E se non fosse stato il poeta a rievocare poeticamente, con una levità e un garbo impareggiabili, la storia d’amore tra costoro, fatti assurgere a simbolo dell’amore trasgressivo, non avremmo avuto la minima contezza della loro esistenza terrena. Il racconto di Dante, infatti, è la sola testimonianza di questo dramma medievale ‘d’amore e morte’.

Così, quei pochi e generici riferimenti di cronaca attorno a tale vicenda, sono stati ricavati dagli esperti, nei secoli, proprio sulla traccia dantesca. Com’è stato possibile? Si dà il caso che il poeta possa aver conosciuto di persona Paolo Malatesta, quando ricoprì la carica annuale di capitano del popolo a Firenze (1282-1283). Di conseguenza, la sua familiarità con Francesca ci appare più che giustificata.

A un certo punto del dialogo tra costei e Dante, lei scandisce in tre tempi il triste convegno d’amore di cui si è resa partecipe attiva: l’innamoramento di Paolo: “Amore, che improvviso si trasmette al cuore nobile, sedusse costui del bel corpo che mi fu sottratto; e la maniera tuttora mi ferisce e mi tormenta”; l’accettazione dell’amore da parte di Francesca: “Amore, che a nessuno amato fa grazia di amare, mi fece innamorare così forte della bellezza di costui, che, per quel che vedi, tuttora non mi abbandona”, e il drammatico e comune esito finale: “Amore ci portò a una sola morte. La Caina aspetta egli che ci tolse la vita”. Il tutto, dipanandosi in otto versi meravigliosi.

© NOI LEGGIAVAMO UN GIORNO PER DILETTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ell’è Semiramìs, di cui si legge

5^ canto dell’Inferno

Semiramide e gli altri lussuriosi

Nel secondo cerchio dell’Inferno. Virgilio a Dante: «La prima di coloro di cui tu vuoi apprendere notizie, fu regina di molti popoli di lingue diverse. Fu così dedita al vizio della lussuria, che rese consentito nella sua legge ciò che piacesse a ciascuno, per rimuovere la riprovazione in cui era incorsa. Ella è Semiramide, di cui si legge che prese il posto di Nino e fu la sua sposa: dominò la terra che il Sultano regge.

«La seconda è colei che si uccise innamorata, e venne meno alla promessa di fedeltà fatta alle ceneri di Sicheo; poi c’è la lussuriosa Cleopatra. Vedi Elena, per cui trascorse tanto tempo nefasto, e vedi il nobile Achille, che infine si batté contro l’amore. Vedi Paride, Tristano».

Semiramide, posta dal poeta in questo cerchio tra i lussuriosi, fu regina degli Assiri. Venne uccisa dal figlio, dopo aver legalizzato quel che piaceva fare a tutti, illudendosi di annullare la riprovazione in cui era incorsa col suo comportamento immorale. Costei è menzionata, attraverso il procedimento retorico dell’elenco numerico, con la serie di personaggi citati in apertura, tratti dalla storia, dalla letteratura e dalla leggenda: Didone, Cleopatra, Elena, Achille, Paride e Tristano.

Andiamo con ordine. Didone, regina di Cartagine e vedova di Sicheo, si diede la morte dopo che fu lasciata da Enea, tradendo così la memoria dello sposo (Eneide, libro IV); Cleopatra, regina di Egitto e amante di Cesare e di Antonio, si tolse la vita dopo la battaglia persa di Azio; Elena, sposa di Menelao, re di Sparta, innamorata di Paride, scappò con lui a Troia, scatenando con ciò la decennale guerra raccontata da Omero nell’Iliade, e finendo la sua vita terrena, secondo la leggenda, impiccata a un albero sull’isola di Rodi.

Achille, eroe greco, innamoratosi di Polissena, figlia di re Priamo di Troia, fu ucciso a tradimento; Paride, fratello di Polissena, fu ucciso da Filottete, anch’esso a tradimento; infine Tristano, personaggio letterario del ciclo bretone, fu ucciso da re Marco di Cornovaglia, zio e marito di Isotta, della quale si era innamorato. Tutte anime la cui vita terrena fu contrassegnata e, infine, travolta dall’amore passionale.

© ELL’È SEMIRAMÌS, DI CUI SI LEGGE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

Non impedir lo suo fatale andare

5^ canto dell’Inferno

Minosse

Nel secondo cerchio dell’Inferno. Virgilio a Minosse: «Perché continui a gridare? Non opporti al suo viaggio voluto dalla volontà di Dio: si vuole così là dove si può ciò che si vuole, e non domandare altro».

Figura del mito classico, Minosse, collocato da Dante in questo cerchio, fu sovrano di Creta, quando la Grecia era ancora una terra desolata. I suoi genitori furono Giove ed Europa. Ebbe diversi figli, tra cui Androgeo, che venne ammazzato dagli Ateniesi per pura invidia, perché era un ginnasta fenomenale. Così egli diede inizio a una guerra vendicatrice, e, per ingraziarsi i favori degli dèi, dovendo sacrificare a Giove un toro meraviglioso, il suo preferito, all’ultimo momento lo scambiò con un altro di minor pregio. Ma Giove, accortosi di ciò, fece una malia contro la moglie, Pasife, facendola innamorare perdutamente di quel toro, così che, dalla loro unione innaturale, nacque il Minotauro, un essere mostruoso con il corpo da uomo e la testa taurina, il quale si nutriva solo di carne umana.

Vinta la guerra, il sovrano di Creta impose agli Ateniesi di inviare ogni anno sette giovinetti a Creta, come premio dei giochi istituiti nell’anniversario del figlio Androgeo, dove il Minotauro li aspettava nel labirinto costruito dall’artefice Dedalo, per cibarsene. Ma Teseo, il “duca di Atene”, aiutato da Arianna, la figlia di Minosse, riuscì a liberare i suoi concittadini da quel servaggio, uccidendo il Minotauro nel labirinto dove lo stesso Minosse lo aveva fatto rinchiudere.

Fu talmente noto per le sue doti di legislatore e di giudice giusto, ma implacabile, che i poeti antichi lo elessero quale supremo giudice dell’Ade. E tale fu confermato dal poeta, dove parla di lui in alcuni canti dell’Inferno, tra cui il quinto, e dove lo rappresenta come un essere demoniaco, dotato di una coda grottesca, che digrigna i denti in modo orribile sulle anime sottoposte al suo insindacabile giudizio.

© NON IMPEDIR LO SUO FATALE ANDARE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

4^ canto dell’Inferno

(Canto quarto, nel quale mostra del primo cerchio de l’inferno, luogo detto Limbo, e quivi tratta de la pena de’ non battezzati e de’ valenti uomini, li quali moriron innanzi l’avvenimento di Gesù Cristo e non conobbero debitamente Idio; e come Iesu Cristo trasse di questo luogo molte anime.)

Ruppemi l’alto sonno ne la testa

un greve truono, sì ch’io mi riscossi

come persona ch’è per forza desta;

e l’occhio riposato intorno mossi,

dritto levato, e fiso riguardai

per conoscer lo loco dov’io fossi.

Vero è che ‘n sulla proda mi trovai

de la valle d’abisso dolorosa

che ‘ntrono accoglie d’infiniti guai.

Oscura e profonda era e nebulosa

tanto che, per ficcar lo viso a fondo,

io non vi discernea alcuna cosa.

«Or discendiam qua giù nel cieco mondo»,

cominciò il poeta tutto smorto.

«Io sarò primo, e tu sarai secondo».

E io, che del color mi fui accorto,

dissi: «Come verrò, se tu paventi

che suoli al mio dubbiare esser conforto?».

Ed elli a me: «L’angoscia de le genti

che son qua giù, nel viso mi dipigne

quella pietà che tu per tema senti.

Andiam, ché la via lunga ne sospigne».

Così si mise e così mi fé intrare

nel primo cerchio che l’abisso cigne.

Quivi, secondo che per ascoltare,

non avea pianto mai che di sospiri

che l’aura etterna facevan tremare;

ciò avvenia di duol sanza martìri,

ch’avean le turbe, ch’eran molte e grandi,

d’infanti e di femmine e di viri.

Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi

che spiriti son questi che tu vedi?

Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,

non basta, perché non ebber battesmo,

ch’è porta de la fede che tu credi;

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,

non adorar debitamente a Dio:

e di questi cotai son io medesmo.

Per tai difetti, non per altro rio,

semo perduti, e sol di tanto offesi

che sanza speme vivemo in disio».

Gran duol mi prese al cor quando lo ‘ntesi,

però che gente di molto valore

conobbi che ‘n quel limbo eran sospesi.

«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,

comincia’ io per volere esser certo

di quella fede che vince ogne errore:

«uscicci mai alcuno, o per suo merto

o per altrui, che poi fosse beato?».

E quei che ‘ntese il mio parlar coverto,

rispuose: «Io ero nuovo in questo stato,

quando ci vidi venire un possente,

con segno di vittoria coronato.

Trasseci l’ombra del primo parente,

d’Abèl suo figlio e quella di Noè,

di Moïsèlegista e ubidente;

Abràam patrïarca e Davìd re,

Israèl con lo padre e co’ suoi nati

e con Rachele, per cui tanto fé,

e altri molti, e feceli beati.

E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,

spiriti umani non eran salvati».

Non lasciavam l’andar perch’ei dicessi,

ma passavam la selva tuttavia,

la selva, dico, di spiriti spessi.

Non era lunga ancor la nostra via

di qua dal sonno, quand’io vidi un foco

ch’emisperio di tenebre vincia.

Di lungi n’eravamo ancora un poco,

ma non sì ch’io non discernessi in parte

ch’orrevol gente possedea quel loco.

«O tu ch’onori scïenzïa e arte,

questi chi son c’hanno cotanta onranza,

che dal modo de li altri li diparte?».

E quelli a me: «L’onrata nominanza

che di lor suona sù ne la tua vita,

grazïa acquista in ciel che sì li avanza».

Intanto voce fu per me udita:

«Onorate l’altissimo poeta;

l’ombra sua torna, ch’era dipartita».

Poi che la voce fu restata e queta,

vidi quattro grand’ombre a noi venire:

sembianz’avevan né trista né lieta.

Lo buon maestro cominciò a dire:

«Mira colui con quella spada in mano,

che vien dinanzi ai tre sì come sire:

quelli è Omero poeta sovrano;

l’altro è Orazio satiro che vene;

Ovidio è ‘l terzo, e l’ultimo Lucano.

Però che ciascun meco si convene

nel nome che sonò la voce sola,

fannomi onore, e di ciò fanno bene».

Così vid’i’ adunar la bella scola

di quel segnor de l’altissimo canto

che sovra li altri com’aquila vola.

Da ch’ebber ragionato insieme alquanto,

volsersi a me con salutevol cenno,

e ‘l mio maestro sorrise di tanto;

e più d’onore ancora assai mi fenno,

ch’e’ sì mi fecer de la loro schiera,

sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.

Così andammo infino a la lumera,

parlando cose che ‘l tacere è bello,

sì com’era ‘l parlar colà dov’era.

Venimmo al piè d’un nobile castello,

sette volte cerchiato d’alte mura,

difeso intorno d’un bel fiumicello.

Questo passammo come terra dura;

per sette porte intrai con questi savi:

giugnemmo in prato di fresca verdura.

Genti v’eran con occhi tardi e gravi,

di grande autorità ne’ lor sembianti:

parlavan rado, con voci soavi.

Traemmoci così da l’un de’ canti,

in loco aperto, luminoso e alto,

sì che veder si potien tutti quanti.

Colà diritto, sovra ‘l verde smalto,

mi fuor mostrati li spiriti magni,

che del vedere in me stesso m’essalto.

I’ vidi Eletra con molti compagni,

tra ‘ quai conobbi Ettòr ed Enea,

Cesare armato con li occhi grifagni.

Vidi Cammilla e la Pantasilea;

da l’altra parte vidi ‘l re Latino

che con Lavina sua figlia sedea.

Vidi quel Bruto che cacciò Tarquino,

Lucrezia, Iulia, Marzïae Corniglia;

e solo, in parte, vidi ‘l Saladino.

Poi ch’innalzai un poco più le ciglia,

vidi ‘l maestro di color che sanno

seder tra filosofica famiglia.

Tutti lo miran, tutti onor li fanno:

quivi vid’ïo Socrate e Platone,

che ‘nnanzi a li altri più presso li stanno;

Democrito che ‘l mondo a caso pone,

Dïogenès, Anassagora e Tale,

Empedoclès, Eraclito e Zenone;

e vidi il buon accoglitor del quale,

Dïascoride dico; e vidi Orfeo,

Tulïo e Lino e Seneca morale;

Euclide geomètra e Tolomeo,

Ipocràte, Avicenna e Galïeno,

Averoìs che ‘l gran comento feo.

Io non posso ritrar di tutti a pieno,

però che sì mi caccia il lungo tema,

che molte volte al fatto il dir vien meno.

La sesta compagnia in due si scema:

per altra via mi mena il savio duca,

fuor de la queta, ne l’aura che trema.

E vegno in parte ove non è che luca.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966

 

Vidi ‘l maestro di color che sanno

4^ canto dell’Inferno

Aristotele

Nel primo cerchio dell’Inferno, il Limbo. Il poeta narra: “Dopo aver guardato un poco più in alto, vidi il maestro di coloro che hanno dottrina sedere tra la schiera di filosofi”.

Tale personaggio non può essere che Aristotele, posto da Dante in questo cerchio tra gli “spiriti magni”, per lui e per i suoi contemporanei il filosofo per antonomasia. Il poeta, nel Convivio, lo definisce ‘mio maestro’ e ‘maestro de li filosofi’, ‘maestro e duca de la ragione umana’ e ‘maestro de la nostra vita’. Questi è ‘dignissimo di fede e d’obedienza’, perché la sua autorictas si fonda sulla fiducia aprioristica accordatagli da tutti. L’aristotelismo, la ‘filosofia per eccellenza’ cui tutti i maestri fanno riferimento, compendiato nell’Etica nicomachea e nei trattati sulla fisica, è il piedistallo quindi della cultura filosofica di Dante, benché il suo sia un aristotelismo di tipo scolastico, appreso nelle ‘dispute de li filosofanti’ e nei contatti con gli ambienti colti frequentati in gioventù, anzitutto con il suo più grande amico, Guido Cavalcanti, seguace dell’averroismo.

Aristotele nacque a Stagira, in Grecia, nel 384-383 a. C., e compì gli studi di filosofia presso l’Accademia di Platone, dove entrò diciottenne, restandovi per quasi venti anni. Alla morte del maestro, si recò nella Troade, dove fondò una scuola platonica. Chiamato a Mitilene, in Macedonia, presso la corte di Filippo, divenne il precettore del figlio Alessandro, fin quando costui divenne re. Successivamente tornò ad Atene, dove fondò nel 335-334 a. C. una scuola situata nel recinto sacro ad Apollo Liceo, da cui il nome Liceo preso dalla stessa.

Morto Alessandro, ad Atene prevalse la fazione contraria ai Macedoni, e così Aristotele, accusato di empietà, si vide costretto a fuggire, riparando a Calcide, dove morì nel 322 a.C. Tra le sue opere, ricordiamo i corsi delle lezioni tenuti al Liceo, sistemati in un corpus e resi pubblici nel I secolo a.C. da Andronico di Rodi, oltre le opere sopra citate, le quali, tradotte di nuovo in latino dall’arabo e dal siriano, diventarono i testi fondamentali e unici sui quali veniva insegnata la filosofia nelle facoltà universitarie delle Arti.

© VIDI ‘L MAESTRO DI COLOR CHE SANNO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

Quelli è Omero poeta sovrano

4^ canto dell’Inferno

Omero

Nel primo cerchio dell’Inferno, il Limbo. Virgilio a Dante: «Guarda colui con quella spada in mano, che precede i tre come un signore: quegli è il sommo poeta Omero; il secondo che incede è lo scrittore di satire Orazio; il terzo è Ovidio, e l’ultimo è Lucano».

Figura del mito classico, Omero, collocato dal poeta in questo cerchio tra gli “spiriti magni”, ci fa ritornare, fosse pure per un solo istante, sui banchi di scuola, per immergerci di nuovo nell’eroico mondo dell’Iliade, e in quello avventuroso dell’Odissea. Poemi epici attribuiti ad Omero sin dalla notte dei tempi.

Ma gli antichi non sapevano nulla che non fosse avvolto nella pura leggenda, per quanto attiene la reale esistenza di questo personaggio. Infatti, le diverse Vite di Omero giunte fino a noi, la più nota delle quali è quella di Erodoto, peraltro da alcuni ritenuta attribuita falsamente a lui, sono, in realtà, poco più che racconti fantastici.

Non è una fantasia, invece, che un Omero poeta, nome che in greco significa “ostaggio”, fosse da subito conteso da parecchie città, greche e non, quanto ai natali: Smirne, Chio (dove c’era una famiglia di poeti, gli Omeridi), Cuma eolica, Pilo, Itaca, Argo e Atene. E allora non ci resta che congetturare. Così, da una congettura all’altra, ci piace pensare che egli sia stato un cantore al servizio di un principe della Troade, il cui unico vanto era quello di discendere da Enea.

E proprio a questo cantore, non si saprà mai il motivo, furono attribuiti i due poemi in virtù dei quali è famoso da secoli, l’Iliade e l’Odissea, appunto. Da noi ricordati in questa sede, insieme al suo autore, con tanta nostalgia.

© QUELLI È OMERO POETA SOVRANO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

Trasseci l’ombra del primo parente

4^ canto dell’Inferno

I giusti Ebrei

Nel primo cerchio dell’Inferno, il Limbo. Virgilio al poeta: «Io ero nuovo in questa condizione, quando vidi venire qui un potente, incoronato con l’insegna della sua vittoria. Portò via di qui l’ombra del primo genitore, di suo figlio Abele e quella di Noè, di Mosè, legislatore e osservante degli ordini del Signore; del patriarca Abramo e di re David, Giacobbe con il padre e coi suoi figli e con Rachele, per cui fece tanto, e molti altri, e li rese beati. E voglio che tu sappia che, prima di essi, non erano state salvate altre anime umane».

Figure bibliche, tutti questi personaggi, posti da Dante in questo cerchio tra le anime che non hanno ricevuto il battesimo, non subiscono pene materiali, come accade a tutti gli altri dannati dei cerchi successivi, ma ugualmente sono condannati a un desiderio senza speranza: quello di non poter vedere mai Dio. E, non a caso, la semioscurità del luogo rappresenta per loro l’indicatore visivo del loro esilio perenne dalla luce della grazia divina. Però, davanti a tale terribile prospettiva essi, a un certo punto, sono stati liberati da Cristo, incoronato con l’insegna della vittoria, quando è disceso nel Limbo, peraltro visto da Virgilio, per condurli in Paradiso.

E noi veniamo a conoscenza di questi “privilegiati” proprio per bocca sua, che li nomina al poeta uno dopo l’altro, come visto in apertura, nel rispondere a una precisa domanda di questi. Il dato interessante è che non si tratta di una lista casuale, benché lo possa sembrare a un esame superficiale. Piuttosto essa consente a Dante di raffigurare plasticamente le sei epoche della storia dell’uomo: la prima, che va da Adamo a Noè, la seconda, che giunge fino ad Abramo, la terza, che si conclude con re David, la quarta, che parte da questi fino alla cattività babilonese, la quinta si prolunga fino alla nascita di Cristo, la sesta, infine, da Cristo si spingerà fino alla fine dei tempi. E noi contemporanei ne facciamo parte a pieno titolo. Il tutto, secondo una ripartizione che il poeta riprende da Isidoro di Siviglia e da Brunetto Latini, suo grande mentore nella gioventù.

© TRASSECI L’OMBRA DEL PRIMO PARENTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

 

3^ canto dell’Inferno

(Canto terzo, nel quale tratta de la porta e de l’entrata de l’inferno e del fiume Acheronte, de la pena di coloro che vissero sanza opere di fama degne, e come il demonio Caron li trae in sua nave e come elli parlò a l’auttore; e tocca qui questo vizio ne la persona di papa Cilestino.)

‘Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina podestate,

la somma sapïenza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.

Queste parole di colore oscuro

vid’ïo scritte al sommo d’una porta;

per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».

Ed elli a me, come persona accorta:

«Qui si convien lasciare ogne sospetto;

ogne viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto

che tu vedrai le genti dolorose

c’hanno perduto il ben de l’intelletto».

E poi che la sua mano a la mia puose

con lieto volto, ond’io mi confortai,

mi mise dentro a le segrete cose.

Quivi sospiri, pianti e alti guai

risonavan per l’aere sanza stelle,

per ch’io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,

parole di dolore, accenti d’ira,

voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira

sempre in quell’aura sanza tempo tinta,

come la rena quando turbo spira.

E io ch’avea d’error la testa cinta,

dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?

e che gent’è che par nel duol sì vinta?».

Ed elli a me: «Questo misero modo

tegnon l’anime triste di coloro

che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro

de li angeli che non furon ribelli

né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,

né lo profondo inferno li riceve,

ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».

E io: «Maestro, che è tanto greve

a lor che lamentar li fa sì forte?».

Rispuose: «Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,

e la lor cieca vita è tanto bassa,

che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna

che girando correva tanto ratta,

che d’ogne posa mi parea indegna;

e dietro le venìa sì lunga tratta

di gente, ch’i’ non averei creduto

che morte tanta n’avesse disfatta.

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,

vidi e conobbi l’ombra di colui

che fece per viltade il gran rifiuto.

Incontanente intesi e certo fui

che questa era la setta d’i cattivi,

a Dio spiacenti e a’ nemici sui.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,

erano ignudi e stimolati molto

da mosconi e da vespe ch’eran ivi.

Elle rigavan lor di sangue il volto,

che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi

da fastidiosi vermi era ricolto.

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,

vidi genti a la riva d’un gran fiume;

per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume

le fa di trapassar parer sì pronte,

com’i’ discerno per lo fioco lume».

Ed elli a me: «Le cose ti fier conte

quando noi fermerem li nostri passi

su la trista riviera d’Acheronte».

Allor con li occhi vergognosi e bassi,

temendo no ‘l mio dir li fosse grave,

infino al fiume del parlar mi trassi.

Ed ecco verso noi venir per nave

un vecchio, bianco per antico pelo,

gridando: «Guai a voi, anime prave!

Non isperate mai veder lo cielo:

i’ vegno per menarvi a l’altra riva

ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.

E tu che se’ costì, anima viva,

pàrtiti da cotesti che son morti».

Ma poi che vide ch’io non mi partiva,

disse: «Per altra via, per altri porti

verrai a piaggia, non qui, per passare:

più lieve legno convien che ti porti».

E ‘l duca lui: «Caron, non ti crucciare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare».

Quinci fuor quete le lanose gote

al nocchier de la livida palude,

che ‘ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,

cangiar colore e dibattero i denti,

ratto che ‘nteser le parole crude.

Bestemmiavano Dio e lor parenti,

l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e ‘l seme

di lor semenza e di lor nascimenti.

Poi si ritrasser tutte quante insieme,

forte piangendo, a la riva malvagia

ch’attende ciascun uom che Dio non teme.

Caron dimonio, con occhi di bragia

loro accennando, tutte le raccoglie;

batte col remo qualunque s’adagia.

Come d’autunno si levan le foglie

l’una appresso de l’altra, fin che ‘l ramo

vede a la terra tutte le sue spoglie,

similemente il mal seme d’Adamo

gittansi di quel lito ad una ad una,

per cenni come augel per suo richiamo.

Così sen vanno su per l’onda bruna,

e avanti che sien di là discese,

anche di qua nuova schiera s’auna.

«Figliuol mio», disse ‘l maestro cortese,

«quelli che muoion ne l’ira di Dio

tutti convegnon qui d’ogne paese;

e pronti sono a trapassar lo rio,

ché la divina giustizia li sprona,

sì che la tema si volve in disio.

Quinci non passa mai anima buona;

e però, se Caron di te si lagna,

ben puoi sapere omai che ‘l suo dir suona».

Finito questo, la buia campagna

tremò sì forte, che de lo spavento

la mente di sudore ancor mi bagna.

La terra lagrimosa diede vento,

che balenò una luce vermiglia

la qual mi vinse ciascun sentimento;

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Inferno, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966