E perché l’usuriere altra via tene

11^ canto dell’Inferno.

L’usura.

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Il poeta sente dire da Virgilio: «La filosofia aristotelica, per chi la comprende, indica, non soltanto in un unico punto, come la natura procede dall’intelletto divino e dalla sua attività; e se tu consideri attentamente la Fisica per te canonica, troverai, dopo non molte pagine, che l’operare umano, per quanto può, segue quella, come l’allievo segue il docente; così che l’operare umano è quasi nipote di Dio.

«Dalla natura e dal lavoro, se tu ti ricordi della Genesi nella parte iniziale, è necessario che l’uomo tragga i mezzi per sostentarsi eper far progredire il genere umano; e poiché l’usuraio segue un altro cammino, disprezza la natura in sé e il lavoro, dal momento che volge in altro la sua speranza».

L’usura fu causa di grande dolore per Dante. E il fatto che tra i secoli XIII^ e XIV^ lo status quo fosse influenzato fortemente da questo che la Chiesa riteneva un vero e proprio peccato, è dimostrato dalla copiosa letteratura teologica fiorita a quel tempo. A mo’ di esempio valga per tutti il trattato di Remigio de’ Girolami, il quale batté forte sul carattere di contrasto alla natura che l’usura comportava.

Dunque per il poeta l’usura appariva come una delle manifestazioni di un male più alto, che attraversava in modo particolare la sua epoca, ma che in realtà da sempre fa parte dell’indole umana, cioè la cupidigia. Da qui alla sua concezione sulle ‘ricchezze’ nel Convivio, parte IV^, il passo fu breve, ispirato in ciò da Aristotele.

Per lui, queste, benché lecitamente procurate, avevano un non so che d’ingiusto e di non compiuto, anche e proprio in funzione della ‘fortuna’ che determinava il loro conseguimento, tanto che non riusciva nemmeno a giustificare i proventi derivanti da una mercatantia lecita, figuriamoci quando quelli erano il frutto di un illicito procaccio, vale a dire di un guadagno illecito.

@ E PERCHÉ L’USURIERE ALTRA VIA TENE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Se tu riguardi ben questa sentenza

11^ canto dell’Inferno.

Etica nicomachea.

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Virgilio a Dante: «Non ti ricordi di quelle parole con le quali l’Etica per te canonica tratta compiutamente i tre abiti peccaminosi che Dio condanna, l’incontinenza, la tendenza al male e la folle violenza bruta? e come l’incontinenza reca meno offesa a Dio e si attira meno riprovazione? Se tu consideri attentamente questa tesi, e ti ricordi chi sono coloro che su fuori Dite subiscono la pena inflitta come punizione, intenderai pienamente perché siano distinti da questi malvagi, e perché la giustizia divina li punisca meno adirata».

L’Etica nicomachea è il più importante trattato di Aristotele sulla morale. Divisa in dieci libri, fu chiamata così perché dedicata a suo figlio Nicomaco o, forse, perché a questo si deve la prima edizione della stessa. Al poeta pervenne previa la più nota traduzione in latino della sua epoca, eseguita da Roberto Grossatesta, vescovo di Lincoln, tra il 1240 e il 1249, con il nome di Liber Ethicorum, che fu rivista nel 1260 da Guglielmo di Moerbeke, quella da cui Dante trasse i maggiori spunti, da cui il commento di Tommaso d’Aquino nel 1266, anch’esso fonte preziosa per le citazioni dantesche. L’Etica nicomachea fu senza dubbio l’opera del filosofo greco che il poeta conobbe meglio e alla quale fu maggiormente legato. Per questo egli la citò sovente nelle sue opere, e non ci fu libro o passo che non abbia studiato a fondo.

In sostanza, tutte o quasi le dottrine aristoteliche più di rilievo, furono da Dante riportate nelle sue opere, in specie nel Convivio, nel De Monarchia e nella Quaestio, oltre al riferimento sopra citato nell’Inferno: dalle avvertenze circa il metodo della scienza alla dottrina del bene come fine e del fine come felicità, dalla classificazione delle virtù etiche alla dottrina della giustizia e dell’equità, dalla distinzione delle parti dell’anima alla trattazione della prudenza, dalla classificazione dei peccati, che sta alla base dell’ordinamento morale dell’Inferno, alla dottrina dell’amicizia e alla supremazia della vita contemplativa.

@ SE TU RIGUARDI BEN QUESTA SENTENZA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come udirai con aperta ragione

11^ canto dell’Inferno

La tipologia dei dannati.

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Virgilio al poeta: «Figliolo mio, oltre questi massi ci sono
tre piccoli cerchi che scendono verso il basso gradatamente, come quelli che lasci. Sono tutti colmi di spiriti maledetti; ma affinché poi ti sia sufficiente soltanto il vedere, odi con attenzione in che modo e per quale motivo sono stretti insieme. Di ogni mala azione, che procura l’avversione presso Dio, lo scopo è la lesione di un diritto, e ogni tale scopo lede gli altri o con l’aperta violenza o con la frode.

«Ma poiché la frode è un peccato proprio dell’uomo, spiace di più a Dio; e perciò i peccatori di frode stanno di sotto, e li grava più dolore. Il primo cerchio è completamente dei violenti; ma poiché si esercita violenza contro tre categorie di persone, è suddiviso e messo insieme in tre gironi. Si può esercitare violenza contro Dio, contro di sé, contro il prossimo, dico contro di loro e contro i loro beni, come apprenderai con una chiara spiegazione.

«Contro il prossimo s’infliggono morte per atto di violenza fisica e ferite dolorose, e contro i suoi averi rovine di case, incendi e ruberie dannose; e il primo girone strazia in vari gruppi, tutti gli omicidi e ciascuno che infligge ferite ingiustamente, i guastatori e i predoni. Uno può avere la mano violenta contro di sé e contro i suoi averi; e perciò nel secondo girone è inevitabile che si dolga inutilmente chiunque si tolga la vita, sperperi e dissipi il suo patrimonio, e soffra là dove dovrebbe essere lieto. Si può esercitare violenza contro la divinità, rinnegandola internamente e bestemmiandola con le parole, e disprezzando la natura e la sua virtù; e perciò il girone minore imprime la sua impronta come con un sigillo sia sui sodomiti sia sugli usurai e su chi parla disprezzando intimamente Dio.

«La frode, da cui è intaccata la coscienza di ognuno, uno può esercitarla contro colui che ha ragione di fidarsi di lui e contro colui che non accoglie in sé la fiducia. Questo tipo di frode detto per ultimo è evidente che recida proprio il legame istintivo che la natura crea tra gli uomini; e nel secondo cerchio ci sono ipocriti, adulatori e maghi e indovini, falsari, ladri e simoniaci, ruffiani e seduttori, barattieri e colpevoli similmente sozzi. Con il tipo di frode precedente si distrugge quel legame istintivo che la natura crea tra gli uomini, e quello che poi si aggiunge, da cui si genera un rapporto di fiducia speciale; e nel cerchio minore, dov’è il luogo dell’universo in cui sta Lucifero, sono consumati in eterno tutti i traditori».

@ COME UDIRAI CON APERTA RAGIONE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10^ canto dell’Inferno.

(Canto decimo, ove tratta del sesto cerchio de l’inferno e de la pena de li eretici, e in forma d’indovinare in persona di messer Farinata predice molte cose e di quelle che avvennero a Dante, e solve una questione.)

Ora sen va per un secreto calle,

tra ‘l muro de la terra e li martìri,

lo mio maestro, e io dopo le spalle.

«O virtù somma, che per li empi giri

mi volvi», cominciai, «com’a te piace,

parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.

La gente che per li sepolcri giace

potrebbesi veder? già son levati

tutt’i coperchi, e nessun guardia face».

E quelli a me: «Tutti saran serrati

quando di Iosafàt qui torneranno

coi corpi che là sù hanno lasciati.

Suo cimitero da questa parte hanno

con Epicuro tutti suoi seguaci,

che l’anima col corpo morta fanno.

Però a la dimanda che mi faci

quinc’entro satisfatto sarà tosto,

e al disio ancor che tu mi taci».

E io: «Buon duca, non tegno riposto

a te mio cuor se non per dicer poco,

e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».

«O Tosco che per la città del foco

vivo ten vai così parlando onesto,

piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto

di quella nobil patrïa natio,

a la qual forse fui troppo molesto».

Subitamente questo suono uscìo

d’una de l’arche; però m’accostai,

temendo, un poco più al duca mio.

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?

Vedi là Farinata che s’è dritto:

da la cintola in sù tutto ‘l vedrai».

Io avea già il mio viso nel suo fitto;

ed el s’ergea col petto e con la fronte

com’avesse l’inferno a gran dispitto.

E l’animose man del duca e pronte

mi pinser tra le sepulture a lui,

dicendo: «Le parole tue sien conte».

Com’io al piè de la sua tomba fui,

guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,

mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».

Io ch’era d’ubidir disideroso,

non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;

ond’ei levò le ciglia un poco in suso;

poi disse: «Fieramente furo avversi

a me e a miei primi e a mia parte,

sì che per due fïate li dispersi».

«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,

rispuos’io lui, «l’una e l’altra fïata;

ma i vostri non appreser ben quell’arte».

Allor surse a la vista scoperchiata

un’ombra, lungo questa, infino al mento:

credo che s’era in ginocchie levata.

Dintorno mi guardò, come talento

avesse di veder s’altri era meco;

e poi che ‘l sospecciar fu tutto spento,

piangendo disse: «Se per questo cieco

carcere vai per altezza d’ingegno,

mio figlio ov’è? e perché non è teco?».

E io a lui: «Da me stesso non vegno:

colui ch’attende là, per qui mi mena

forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».

Le sue parole e ‘l modo de la pena

m’avean di costui già letto il nome;

però fu la risposta così piena.

Di sùbito drizzato gridò: «Come?

dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora?

non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».

Quando s’accorse d’alcuna dimora

ch’io facëa dinanzi a la risposta,

supin ricadde e più non parve fora.

Ma quell’altro magnanimo, a cui posta

restato m’era, non mutò aspetto,

né mosse collo, né piegò sua costa;

e sé continüando al primo detto,

«S’elli han quell’arte», disse, «male appresa,

ciò mi tormenta più che questo letto.

Ma non cinquanta volte fia raccesa

la faccia de la donna che qui regge,

che tu saprai quanto quell’arte pesa.

E se tu mai nel dolce mondo regge,

dimmi: perché quel popolo è sì empio

incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?».

Ond’io a lui: «Lo strazio e’ l grande scempio

che fece l’Arbia colorata in rosso,

tal orazion fa far nel nostro tempio».

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,

«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo

sanza cagion con li altri sarei mosso.

Ma fu’ io solo, là dove sofferto

fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,

colui che la difesi a viso aperto».

«Deh, se riposi mai vostra semenza»,

prega’ io lui, «solvetemi quel nodo

che qui ha ‘nviluppata mia sentenza.

El par che voi veggiate, se ben odo,

dinanzi quel che ‘l tempo seco adduce,

e nel presente tenete altro modo».

«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,

le cose», disse, «che ne son lontano;

cotanto ancor ne splende il sommo duce.

Quando s’appressano o son, tutto è vano

nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,

nulla sapem di vostro stato umano.

Però comprender puoi che tutta morta

fia nostra conoscenza da quel punto

che del futuro fia chiusa la porta».

Allor, come di mia colpa compunto,

dissi: «Or direte dunque a quel caduto

che ‘l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,

fate i saper che ‘l fei perché pensava

già ne l’error che m’avete soluto».

E già ‘l maestro mio mi richiamava;

per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio

che mi dicesse chi con lu’ istava.

Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:

qua dentro è ‘l secondo Federico

e ‘l Cardinale; e de li altri mi taccio».

Indi s’ascose; e io inver’ l’antico

poeta volsi i passi, ripensando

a quel parlar che mi parea nemico.

Elli si mosse; e poi, così andando,

mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».

E io li sodisfeci al suo dimando.

«La mente tua conservi quel ch’udito

hai contra te», mi comandò quel saggio;

«e ora attendi qui», e drizzò ‘l dito:

«quando sarai dinanzi al dolce raggio

di quella il cui bell’occhio tutto vede,

da lei saprai di tua vita il vïaggio».

Appresso mosse a man sinistra il piede:

lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo

per un sentier ch’a una valle fiede,

che ‘nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Nulla sapem di vostro stato umano

10^ canto dell’Inferno

La prescienza dei dannati.

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Il poeta sente dire da Farinata degli Uberti: «Noi vediamo, come colui che ha la vista cattiva, le cose che ci sono distanti nel tempo e nello spazio; solo di tanto il supremo Signore tuttora c’irradia la sua luce. Quando si avvicinano o sono presenti, il nostro intelletto è tutto inutile; e se altri non ci porta notizie, nulla conosciamo della condizione terrena degli uomini. Perciò puoi capire che la nostra conoscenza sarà tutta spenta da quel momento in cui sarà serrata la porta che conduce al futuro».

La prescienza dei dannati fu trattata da Dante attribuendo loro la conoscenza del futuro, ma immaginando la stessa limitata. Infatti, essa veniva meno quando il fatto in questione era in procinto di passare dalla tipologia del futuro a quella del presente. A questa possibilità il poeta ne affiancava, a favore del dannato, un’altra, cioè una sorta di conoscenza indiretta, che prendeva spunto dalla comunicazione altrui o dalla sua memoria personale del passato.

Questa teoria fu applicata nei riguardi di quei personaggi che Dante chiamò a un qualunque rapporto con il futuro o il presente del mondo terreno o dell’Inferno, per esempio Ciacco e Brunetto Latini. Ma sarà con Farinata degli Uberti, con le parole sopra riportate, che la teoria della prescienza toccò il proprio apice.

Il poeta, per questa sua invenzione poetica, oltre a ispirarsi a Virgilio, a Stazio e a Lucano, tenne in particolare considerazione la filosofia a lui più vicina, nella quale spiccava in tutto il proprio fulgore la Summa Theologica di Tommaso d’Aquino, specialmente nei punti riguardanti la conoscenza, dove il grande filosofo sosteneva la possibilità di conoscere il futuro nel distacco dei sensi.

@ NULLA SAPEM DI VOSTRO STATO UMANO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Mio figlio ov’è? e perché non è teco?

10^ canto dellInferno.

Cavalcante de’ Cavalcanti.

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Cavalcante de’ Cavalcanti a Dante: «Se tu cammini attraverso questa prigione tenebrosa per eccellenza d’intelletto, dov’è mio figlio? e perché non è con te?».

Cavalcante de’ Cavalcanti, collocato dal poeta in questo cerchio tra gli eretici e gli epicurei, fu un nobile fiorentino vissuto alla fine del Duecento (morì intorno al 1280), imparentato con i Guidi e i Salimbeni. Da Guelfo quale fu, e podestà di Gubbio nel 1257, subì gli effetti di quanto avvenne nella battaglia di Montaperti del 1260, quando gli odiati Ghibellini danneggiarono le sue case di San Pier Scheraggio nel Mercato Nuovo a Firenze. Fu costretto all’esilio a Lucca, e rientrò nella sua città dopo il 1266.

Di lui Boccaccio scrisse: “Fu leggiadro e ricco cavaliere, e seguì l’oppinion d’Epicuro in non credere che l’anima dopo la morte del corpo vivesse e che il nostro sommo bene fosse ne’ diletti carnali”.

L’apparizione improvvisa di questo personaggio, “padre di quel Guido, filosofo e poeta, che di Dante era stato il primo e il più caro amico al tempo dei suoi amori e delle sue esperienze letterarie giovanili”, per il Sapegno, che interrompe momentaneamente il ‘botta e risposta’ tra Dante e Farinata degli Uberti, si insinua con mirabile equilibrio in quel dialogo, senza però minarne l’intrinseca drammaticità, sia per gli argomenti trattati, sia per il luogo in cui si svolge.

@ MIO FIGLIO OV’È? E PERCHÈ NON È TECO?

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

 

Vedi là Farinata che s’è dritto

10^ canto dell’Inferno.

Farinata degli Uberti.

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Virgilio al poeta: «Volgiti! Che cosa fai? Vedi là Farinata che si è alzato: lo vedrai tutto dalla cintura in su».

Farinata degli Uberti, posto da Dante in questo cerchio tra gli eretici e gli epicurei, nacque a Firenze agli albori del 1200, e quasi quarant’anni dopo diventerà il capo della sua famiglia e di tutto il partito ghibellino della città. In tale veste, nel 1248, darà un rilevante contributo alla messa al bando dalla città di molti rappresentanti del partito guelfo, tra i quali alcuni Alighieri, grazie anche al sostegno di Federico II.

Riconquistato così alla causa ghibellina il governo di Firenze, deciderà la seconda messa al bando dei Guelfi. Ma, nella successiva riunione di Empoli dei capi ghibellini, dove verrà proposta, in specie dai Pisani, la distruzione della “città del giglio”, egli sarà il solo che vi si opporrà con fermezza.

Dopo la sua morte nel 1264, e la sconfitta definitiva degli Svevi a Benevento, due anni dopo, il partito guelfo bandirà i Ghibellini dalla città, radendone al suolo le case, le prime e non a caso, quelle degli Uberti. Processati a posteriori, il buon Farinata e i suoi, tutti subiranno una condanna per eresia, o meglio per epicureismo, la dottrina filosofica per la quale i seguaci ritenevano l’anima destinata a morire col corpo.

@ VEDI LÀ FARINATA CHE SʼÈ DRITTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

9^ canto dell’Inferno.

(Canto nono, ove tratta e dimostra de la cittade c’ha nome Dite, la qual si è nel sesto cerchio de l’inferno e vedesi messa la qualità de le pene de li eretici; e dichiara in questo canto Virgilio e Dante una questione, e rendelo sicuro dicendo sé esservi stato dentro altra fiata.)

Quel color che viltà di fuor mi pinse

veggendo il duca mio tornare in volta,

più tosto dentro il suo novo ristrinse.

Attento si fermò com’uom ch’ascolta;

ché l’occhio nol potea menare a lunga

per l’aere nero e per la nebbia folta.

«Pur a noi converrà vincer la punga»,

cominciò el, «se non… Tal ne s’offerse.

Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».

I’ vidi ben sì com’ei ricoperse

lo cominciar con l’altro che poi venne,

che fur parole a le prime diverse;

ma nondimen paura il suo dir dienne,

perch’io traeva la parola tronca

forse a peggior sentenzia che non tenne.

«In questo fondo de la trista conca

discende mai alcun del primo grado,

che sol per pena ha la speranza cionca?».

Questa question fec’io; e quei «Di rado

incontra», mi rispuose, «che di noi

faccia il cammino alcun per qual io vado.

Ver è ch’altra fïata qua giù fui,

congiurato da quella Eritón cruda

che richiamava l’ombre a’ corpi sui.

Di poco era di me la carne nuda,

ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro,

per trarne un spirto del cerchio di Giuda.

Quell’è ‘l più basso loco e ‘l più oscuro,

e ‘l più lontan dal ciel che tutto gira:

ben so ‘l cammin; però ti fa sicuro.

Questa palude che ‘l gran puzzo spira

cigne dintorno la città dolente,

u’ non potemo intrare omai sanz’ira».

E altro disse, ma non l’ho a mente;

però che l’occhio m’avea tutto tratto

ver’ l’alta torre a la cima rovente,

dove in un punto furon dritte ratto

tre furïe infernal di sangue tinte,

che membra feminine avieno e atto,

e con idre verdissime eran cinte;

serpentelli e ceraste avien per crine,

onde le fiere tempie erano avvinte.

E quei, che ben conobbe le meschine

de la regina de l’etterno pianto,

«Guarda», mi disse, «le feroci Erine.

Quest’è Megera dal sinistro canto;

quella che piange dal destro è Aletto;

Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.

Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;

battiensi a palme e gridavan sì alto,

ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.

«Vegna Medusa: sì ‘l farem di smalto»,

dicevan tutte riguardando in giuso;

«mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».

«Volgiti ‘n dietro e tien lo viso chiuso;

ché se ‘l Gorgón si mostra e tu ‘l vedessi,

nulla sarebbe di tornar mai suso».

Così disse ‘l maestro; ed elli stessi

mi volse, e non si tenne a le mie mani,

che con le sue ancor non mi chiudessi.

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto ‘l velame de li versi strani.

E già venìa su per le torbide onde

un fracasso d’un suon, pien di spavento,

per cui tremavano amendue le sponde,

non altrimenti fatto che d’un vento

impetüoso per li avversi ardori,

che fier la selva e sanz’alcun rattento

li rami schianta, abbatte e porta fori;

dinanzi polveroso va superbo,

e fa fuggir le fiere e li pastori.

Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo

del viso su per quella schiuma antica

per indi ove quel fummo è più acerbo».

Come le rane innanzi a la nimica

biscia per l’acqua si dileguan tutte,

fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,

vid’io più di mille anime distrutte

fuggir così dinanzi ad un ch’al passo

passava Stige con le piante asciutte.

Dal volto rimovea quell’aere grasso,

menando la sinistra innanzi spesso;

e sol di quell’angoscia parea lasso.

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,

e volsimi al maestro; e quei fé segno

ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!

Venne a la porta e con una verghetta

l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.

«O cacciati del ciel, gente dispetta»,

cominciò elli in su l’orribil soglia,

«ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?

Perché recalcitrate a quella voglia

a cui non puote il fin mai esser mozzo,

e che più volte v’ha cresciuta doglia?

Che giova ne le fata dar di cozzo?

Cerbero vostro, se ben vi ricorda,

ne porta ancor pelato il mento e ‘l gozzo».

Poi si rivolse per la strada lorda,

e non fé motto a noi, ma fé sembiante

d’omo cui altra cura stringa e morda

che quella di colui che li è davante;

e noi movemmo i piedi inver’ la terra,

sicuri appresso le parole sante.

Dentro li ‘ntrammo sanz’alcuna guerra;

e io, ch’avea di riguardar disio

la condizion che tal fortezza serra,

com’io fui dentro, l’occhio intorno invio:

e veggio ad ogne man grande campagna,

piena di duolo e di tormento rio.

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,

sì com’a Pola, presso del Carnaro

ch’Italia chiude e suoi termini bagna,

fanno i sepulcri tutt’il loco varo,

così facevan quivi d’ogne parte,

salvo che ‘l modo v’era più amaro;

ché tra gli avelli fiamme erano sparte,

per le quali eran sì del tutto accesi,

che ferro più non chiede verun’arte.

Tutti li lor coperchi eran sospesi,

e fuor n’uscivan sì duri lamenti,

che ben parean di miseri e d’offesi.

E io: «Maestro, quai son quelle genti

che, seppellite dentro da quell’arche,

si fan sentir coi sospiri dolenti?».

E quelli a me: «Qui son li eresïarche

con lor seguaci, d’ogne setta, e molto

più che non credi son le tombe carche.

Simile qui con simile è sepolto,

e i monimenti son più e men caldi».

E poi ch’a la man destra si fu vòlto,

passammo tra i martìri e li alti spaldi.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

Dal volto rimovea quell’aere grasso

9^ canto dell’Inferno.

L’inviato celeste.

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Il poeta narra: “Come le rane al cospetto dell’ostile serpe si allontanano tutte sull’acqua, fino a che ciascuna fa un mucchio di sé e della terra, così io vidi più di mille anime dannate fuggire di fronte a uno che camminando sulle acque attraversava lo Stige senza bagnarvi le piante. Allontanava dal volto quell’ aria densa di caligine, agitando spesso avanti la mano sinistra; e sembrava affaticato solo da quella molestia. Senz’altro capii che egli era un inviato celeste, e mi volsi al maestro; e lui a sua volta fece segno che stessi riverente e piegassi il corpo verso quello. Ahi quanto mi sembrava irato! Raggiunse la porta e l’aprì con un’insegna di comando, per modo che non vi ebbe nessun impedimento”.

Questo personaggio, inviato in soccorso Dante in questo cerchio, ha rappresentato nei secoli per i commentatori della Commedia uno dei suoi enigmi più celebri, che gli stessi hanno cercato in tutti i modi di risolvere, attraverso le congetture più bizzarre. Il poeta lo vede quando i dannati fuggono di fronte a uno che al passaggio attraversa lo Stige senza bagnarvi le piante dei piedi, nonché allontana dal volto l’aria densa di caligine, subito dopo Virgilio facendogli segno che stesse riverente e piegasse il corpo verso di lui.

Di recente la Chiavacci Leonardi, riprendendo l’antica querelle sull’identità da attribuire a costui, si è così espressa: “Escludiamo il riferimento – da molti proposto – ad un personaggio storico qualsiasi (Arrigo VII, Enea, ecc.), perché non ve n’è alcuna traccia nel testo, mentre l’indicazione dell’angelo appare chiara sia nelle parole da ciel messo (n.d.r. Dante le usa nella narrazione quando si rende conto della natura del personaggio), sia nel riscontro con la scena Purg. VIII, sia nel compito a lui affidato, sia nell’esortazione di Virgilio a Dante perché s’inchini davanti a lui, come farà per gli angeli del Purgatorio”.

@ DAL VOLTO RIMOVEA QUELL’AERE GRASSO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1991 e successive ristampe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quest’è Megera dal sinistro canto

9^ canto dell’Inferno.

Le Erinni o Furie.

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Dante: «Guarda le crudeli Erinni. Questa che sta al lato sinistro è Megera; quella che piange al destro è Aletto; Tesifone è nel mezzo».

Figure del mito classico, le Erinni o Furie, poste dal poeta in questo cerchio, furono Megera, Aletto e Tesifone. Nate dal sangue di Urano, quando costui fu mutilato dal figlio Crono, il padre di Giove, furono considerate le dee della vendetta, perché perseguitavano gli omicidi. E non appena il colpevole otteneva dagli dèi l’assoluzione sotto forma di purificazione, esse diventavano benevole: le Eumenidi.

Trasferite nel campo letterario, in particolar modo quello latino, esse, quali figlie della Notte, avevano un aspetto orrendo e dimoravano nell’Ade. Quando vi uscivano, sotto forma di mostri alati e dietro specifica richiesta di Giunone, seminavano la discordia tra gli uomini.

Aletto fu la più tremenda delle tre: fu lei che, nell’Eneide di Virgilio, indusse gli indigeni a ribellarsi contro Enea e i suoi, spargendo qua e là equivoci, rancori e rappresaglie. Tesifone, per non essere da meno, inculcò nella mente di Atamante la follia che lo porterà a uccidere la moglie e i figli. Di Megera, preposta a suscitare l’invidia e l’infedeltà matrimoniale tra gli esseri umani, ne parlò Stazio nella sua Tebaide.

A detta della maggior parte dei commentatori antichi e moderni della Commedia, che nel tempo si sono sforzati di cercare un significato allegorico, tentativo perlopiù rivelatosi inutile, non pare che le Erinni assolvessero a una funzione ben precisa. E ammesso che ne avessero una, sempre dai più, la stessa sarebbe da ricondurre a semplici rappresentanti di Medusa.

@ QUEST’È MEGERA DAL SINISTRO CANTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970