Trasseci l’ombra del primo parente

4^ canto dell’Inferno.

I giusti Ebrei.

Nel primo cerchio dell’Inferno, il Limbo. Virgilio al poeta: «Io ero appena giunto nel Limbo, quando vidi venire qui un Potente, incoronato con l’insegna della sua vittoria. Portò via di qui l’ombra del primo genitore, di suo figlio Abele e quella di Noè, di Mosè legislatore e osservante degli ordini del Signore; il capostipite Abramo e re David, Giacobbe con il padre e coi suoi figli e con Rachele, per cui si adoperò tanto, e molti altri, e li rese beati. E voglio che tu sappia che, prima di essi, non erano state salvate anime umane».

Figure bibliche, tali personaggi, posti da Dante in questo cerchio tra le anime che non hanno ricevuto il battesimo, non subiscono pene materiali, come accade a tutti gli altri dannati dei cerchi successivi, ma ugualmente sono condannati a un desiderio senza speranza: quello di non poter vedere mai Dio. E, non a caso, la semioscurità del luogo rappresenta per loro l’indicatore visivo del loro esilio perenne dalla luce della grazia divina. Però, davanti a tale terribile prospettiva essi, a un certo punto, sono stati liberati da Cristo, incoronato con l’insegna della vittoria, quando è disceso nel Limbo, peraltro visto da Virgilio, per condurli in Paradiso.

E noi veniamo a conoscenza di questi “privilegiati” proprio per bocca sua, che li nomina al poeta uno dopo l’altro, come visto in apertura, nel rispondere a una precisa domanda di questi. Il dato interessante è che non si tratta di una lista casuale, benché lo possa sembrare a un esame superficiale. Piuttosto essa consente a Dante di raffigurare plasticamente le sei epoche della storia dell’uomo: la prima, che va da Adamo a Noè, la seconda, che giunge fino ad Abramo, la terza, che si conclude con re David, la quarta, che parte da questi fino alla cattività babilonese, la quinta si prolunga fino alla nascita di Cristo, la sesta, infine, da Cristo si spingerà fino alla fine dei tempi. E noi contemporanei ne facciamo parte a pieno titolo. Il tutto, secondo una ripartizione che il poeta riprende da Isidoro di Siviglia e da Brunetto Latini, suo grande mentore nella gioventù.

@ TRASSECI L’OMBRA DEL PRIMO PARENTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

3^ canto dell’Inferno.

(Canto terzo, nel quale tratta de la porta e de l’entrata de l’inferno e del fiume Acheronte, de la pena di coloro che vissero sanza opere di fama degne, e come il demonio Caron li trae in sua nave e come elli parlò a l’auttore; e tocca qui questo vizio ne la persona di papa Cilestino.)

‘Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina podestate,

la somma sapïenza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate’.

Queste parole di colore oscuro

vid’ïo scritte al sommo d’una porta;

per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».

Ed elli a me, come persona accorta:

«Qui si convien lasciare ogne sospetto;

ogne viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto

che tu vedrai le genti dolorose

c’hanno perduto il ben de l’intelletto».

E poi che la sua mano a la mia puose

con lieto volto, ond’io mi confortai,

mi mise dentro a le segrete cose.

Quivi sospiri, pianti e alti guai

risonavan per l’aere sanza stelle,

per ch’io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,

parole di dolore, accenti d’ira,

voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira

sempre in quell’aura sanza tempo tinta,

come la rena quando turbo spira.

E io ch’avea d’error la testa cinta,

dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?

e che gent’è che par nel duol sì vinta?».

Ed elli a me: «Questo misero modo

tegnon l’anime triste di coloro

che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro

de li angeli che non furon ribelli

né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,

né lo profondo inferno li riceve,

ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».

E io: «Maestro, che è tanto greve

a lor che lamentar li fa sì forte?».

Rispuose: «Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,

e la lor cieca vita è tanto bassa,

che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna

che girando correva tanto ratta,

che d’ogne posa mi parea indegna;

e dietro le venìa sì lunga tratta

di gente, ch’i’ non averei creduto

che morte tanta n’avesse disfatta.

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,

vidi e conobbi l’ombra di colui

che fece per viltade il gran rifiuto.

Incontanente intesi e certo fui

che questa era la setta d’i cattivi,

a Dio spiacenti e a’ nemici sui.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,

erano ignudi e stimolati molto

da mosconi e da vespe ch’eran ivi.

Elle rigavan lor di sangue il volto,

che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi

da fastidiosi vermi era ricolto.

E poi ch’a riguardar oltre mi diedi,

vidi genti a la riva d’un gran fiume;

per ch’io dissi: «Maestro, or mi concedi

ch’i’ sappia quali sono, e qual costume

le fa di trapassar parer sì pronte,

com’i’ discerno per lo fioco lume».

Ed elli a me: «Le cose ti fier conte

quando noi fermerem li nostri passi

su la trista riviera d’Acheronte».

Allor con li occhi vergognosi e bassi,

temendo no ‘l mio dir li fosse grave,

infino al fiume del parlar mi trassi.

Ed ecco verso noi venir per nave

un vecchio, bianco per antico pelo,

gridando: «Guai a voi, anime prave!

Non isperate mai veder lo cielo:

i’ vegno per menarvi a l’altra riva

ne le tenebre etterne, in caldo e ‘n gelo.

E tu che se’ costì, anima viva,

pàrtiti da cotesti che son morti».

Ma poi che vide ch’io non mi partiva,

disse: «Per altra via, per altri porti

verrai a piaggia, non qui, per passare:

più lieve legno convien che ti porti».

E ‘l duca lui: «Caron, non ti crucciare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare».

Quinci fuor quete le lanose gote

al nocchier de la livida palude,

che ‘ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Ma quell’anime, ch’eran lasse e nude,

cangiar colore e dibattero i denti,

ratto che ‘nteser le parole crude.

Bestemmiavano Dio e lor parenti,

l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e ‘l seme

di lor semenza e di lor nascimenti.

Poi si ritrasser tutte quante insieme,

forte piangendo, a la riva malvagia

ch’attende ciascun uom che Dio non teme.

Caron dimonio, con occhi di bragia

loro accennando, tutte le raccoglie;

batte col remo qualunque s’adagia.

Come d’autunno si levan le foglie

l’una appresso de l’altra, fin che ‘l ramo

vede a la terra tutte le sue spoglie,

similemente il mal seme d’Adamo

gittansi di quel lito ad una ad una,

per cenni come augel per suo richiamo.

Così sen vanno su per l’onda bruna,

e avanti che sien di là discese,

anche di qua nuova schiera s’auna.

«Figliuol mio», disse ‘l maestro cortese,

«quelli che muoion ne l’ira di Dio

tutti convegnon qui d’ogne paese;

e pronti sono a trapassar lo rio,

ché la divina giustizia li sprona,

sì che la tema si volve in disio.

Quinci non passa mai anima buona;

e però, se Caron di te si lagna,

ben puoi sapere omai che ‘l suo dir suona».

Finito questo, la buia campagna

tremò sì forte, che de lo spavento

la mente di sudore ancor mi bagna.

La terra lagrimosa diede vento,

che balenò una luce vermiglia

la qual mi vinse ciascun sentimento;

e caddi come l’uom cui sonno piglia.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

I’ vegno per menarvi a l’altra riva

3^ canto dellʼInferno.

Caronte.

Nel vestibolo dell’Inferno. I due poeti sentono dire da Caronte: «Guai a voi, anime malvagie! Non sperate mai di vedere il cielo: vengo per condurvi all’altra sponda nelle tenebre eterne, nel fuoco e nel ghiaccio. E tu che sei in codesto luogo, anima viva, allontanati da questi che sono morti».

Figura del mito classico, Caronte, collocato da Dante in questo luogo, fu figlio di Erebo e della Notte. Dal momento che i popoli dell’antichità, a partire dagli Etruschi, ponevano nei sepolcri, dopo le esequie effettuate secondo il rituale prestabilito, l’obolo affinché nell’Ade avvenisse il traghettamento delle anime dei defunti da una riva all’altra dell’Acheronte, lo individuarono quale nocchiero adatto allo scopo.

Ed è il poeta a trasformarlo, secoli dopo, nel protagonista principale di questo canto, dopo un’ampia dissertazione riguardante gli ignavi. L’ingresso in scena di Caronte corrisponde ad un’irruzione improvvisa, che gli crea non poco sconcerto; egli, lasciati gli ignavi al loro ingrato destino di non dannati, è posizionato insieme a Virgilio un po’ discosto dalla moltitudine di anime radunate presso la riva dell’Acheronte in attesa di attraversare il fiume, per recarsi nel luogo della dannazione.

Certamente l’episodio gli fu ispirato dal passo del sesto libro dell’Eneide, là dove Virgilio ne parla in questi termini: “Caronte custodisce queste acque e il fiume e, orrendo nocchiero, a cui una larga canizie invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma, sordido pende dagli omeri il mantello annodato. Egli, vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiaia, spinge la zattera con una pertica e governa le vele a trasportare i corpi sulla barca di colore ferrigno”.

@ I’ VEGNO PER MENARVI A L’ALTRA RIVA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Vidi e conobbi l’ombra di colui

3^ canto dell’Inferno.

Celestino V.

Nel vestibolo dell’Inferno. Dante narra: “E io, che rivolsi nuovamente lo sguardo, vidi una bandiera che girando correva tanto veloce, che mi sembrava incapace di ogni pausa; e la seguiva una fila di anime così lunga, che non avrei pensato che la morte ne avesse distrutte tante. Dopo che io vi ebbi riconosciuto qualcuno, vidi e riconobbi l’ombra di colui che per pusillanimità fece la grande rinuncia”.

Pietro da Morrone, posto dal poeta in questo luogo tra gli ignavi, salì al Sacro Soglio con il nome di Celestino V. Nato in Molise verso il 1210, si stabilì sul monte Morrone, da cui il nome, facendo l’eremita. Acquistata la fama di taumaturgo una volta trasferitosi sulla Maiella, dove fondò una congregazione di eremiti, poi inserita nell’ordine dei Benedettini, venne eletto papa nel 1294, dopo che per molto tempo la sede papale era rimasta vacante per le rivalità tra i Colonna e gli Orsini. Ma dopo cinque mesi abdicò, conscio della sua inadeguatezza nel ricoprire l’alta carica, ma anche per le pressioni del cardinale Benedetto Caetani, che lo sostituì col nome di Bonifacio VIII. Morì nel maggio del 1296 nel castello di Fumone, in Ciociaria, relegatovi proprio dal suo successore.

Contro l’identificazione del personaggio dantesco con la figura del pontefice, si svilupparono subito due teorie. La prima: il poeta non poteva condannare il papa dei cd. Spirituali (una corrente dell’ordine francescano), giustificando il passo indietro non per pusillanimità, ma per senso di responsabilità. La seconda: Dante non poteva collocare all’Inferno Celestino V, poiché era stato canonizzato nel 1313.

I primi commentatori della Commedia furono subito certi che si trattasse di Celestino V (il Lana e il Bambaglioli su tutti), anche se dal 1328 in poi cominciarono ad avvertirsi i primi dubbi, persino da Petrarca, e altri iniziarono a identificare questo personaggio con Diocleziano (Pietro, il figlio di Dante) o Esaù (Boccaccio). Sta di fatto che l’allusione doveva essere d’immediato impatto, nelle intenzioni di Dante, circa la riconoscibilità per i contemporanei e, pertanto, concordemente fu recepito come citazione indiretta del papa abruzzese.

Il quale, invece di rispondere alle istanze di rinnovamento della Curia Romana, rinunciò alla carica pontificia a causa della sua incapacità di prendere partito in rapporto alla grande responsabilità cui era stato chiamato. Comunque, il gesto di Celestino V portò alla elezione di Bonifacio VIII: poteva avercela con lui o no il poeta, che dovrà ringraziare proprio il Caetani ritenuto a torto o a ragione, dopo la sconfitta dei Bianchi, come l’ispiratore massimo degli eventi che lo porteranno in esilio?

@ VIDI E CONOBBI L’OMBRA DI COLUI 

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Caccianli i ciel per non esser men belli

3^ canto dell’Inferno.

Gli ignavi.

Nel vestibolo dell’Inferno. Virgilio al poeta: «In questa misera condizione stanno le anime sciagurate di coloro che vissero senza cattiva fama e senza merito. Sono frammiste con quell’abietto gruppo degli angeli che non furono ribelli né credenti in Dio, ma se ne stettero in disparte. I cieli li scacciano per non essere meno belli, né li trattiene la parte profonda dell’Inferno, poiché i dannati avrebbero su di essi qualche vanto».

Gli ignavi, collocati da Dante in questo luogo, secondo il Sapegno, “non seppero operare il bene per viltà, corrono senza posa dietro un’insegna, stimolati da schifosi insetti, che rigano di sangue il loro volto; e il sangue, misto con le lagrime, offre un pasto, ai loro piedi, a una turba di fastidiosi vermi.

“Non salvi e neppure propriamente dannati, ugualmente disdegnati da Dio e dai diavoli, la condizione di questi ignavi stimola il fiero disprezzo di Dante; e il disprezzo si traduce nell’invenzione di una pena, che scolpisce in simboli evidenti la miseria, il grigiore, la vergogna della loro esistenza opaca ed ignobile”.

In tale rappresentazione, il poeta ci dà il primo esempio del “contrappasso”, cioè la norma per la quale la pena è adeguata in modo proporzionale al peccato commesso. Egli, desumendola dapprima dalla cd. legge del taglione della quale si parla nell’Antico Testamento, ripresa poi dagli Scolastici, che tradussero un vocabolo di Aristotele, se ne serve per costruire più che una proporzione legata alla quantità, una corrispondenza qualitativa tra colpa e forma della pena.

@ CACCIANLI I CIEL PER NON ESSER MEN BELLI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

 

2^ canto dell’Inferno.

(Canto secondo de la prima parte ne la quale fa proemio a la prima cantica cioè a la prima parte di questo libro solamente, e in questo canto tratta l’auttore come trovò Virgilio, il quale il fece sicuro del cammino per le tre donne che di lui aveano cura ne la corte del cielo.)

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno

toglieva li animai che sono in terra

da le fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate,

che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;

o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,

qui si parrà la tua nobilitate.

Io cominciai: «Poeta che mi guidi,

guarda la mia virtù s’ell’è possente,

prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.

Tu dici che di Silvïo il parente,

corruttibile ancora, ad immortale

secolo andò, e fu sensibilmente.

Però, se l’avversario d’ogne male

cortese i fu, pensando l’alto effetto

ch’uscir dovea di lui e ‘l chi e ‘l quale

non pare indegno ad omo d’intelletto;

ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero

ne l’empireo ciel per padre eletto:

la quale e ‘l quale, a voler dir lo vero,

fu stabilita per lo loco santo

u’ siede il successor del maggior Piero.

Per questa andata onde li dai tu vanto,

intese cose che furon cagione

di sua vittoria e del papale ammanto.

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,

per recarne conforto a quella fede

ch’è principio a la via di salvazione.

Ma io, perché venirvi? o chi ‘l concede?

Io non Enëa, io non Paulo sono;

me degno a ciò né io né altri ‘l crede.

Per che, se del venire io m’abbandono,

temo che la venuta non sia folle.

Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».

E qual è quei che disvuol ciò che volle

e per novi pensier cangia proposta,

sì che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec’ïo ‘n quella oscura costa,

perché, pensando, consumai la ‘mpresa

che fu nel cominciar cotanto tosta.

«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,

rispuose del magnanimo quell’ombra,

«l’anima tua è da viltade offesa;

la qual molte fïate l’omo ingombra

sì che d’onrata impresa lo rivolve,

come falso veder bestia quand’ombra.

Da questa tema a ciò che tu ti solve,

dirotti perch’io venni e quel ch’io ‘ntesi

nel primo punto che di te mi dolve.

Io era tra color che son sospesi,

e donna mi chiamò beata e bella,

tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi più che la stella;

e cominciommi a dir soave e piana,

con angelica voce, in sua favella:

“O anima cortese mantoana,

di cui la fama ancor nel mondo dura,

e durerà quanto ‘l mondo lontana,

l’amico mio, e non della ventura,

ne la diserta piaggia è impedito

sì nel cammin, che vòlt’è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,

ch’io mi sia tardi al soccorso levata,

per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata

e con ciò c’ha mestieri al suo campare,

l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.

I’ son Beatrice che ti faccio andare;

vegno del loco ove tornar disio;

amor mi mosse, che mi faparlare.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,

di te mi loderò sovente a lui”.

Tacette allora, e poi comincia’ io:

“O donna di virtù sola per cui

l’umana spezie eccede ogne contento

di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,

tanto m’aggrada il tuo comandamento,

che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;

più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.

Ma dimmi la cagion che non ti guardi

de lo scender qua giuso in questo centro

de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,

dirotti brievemente”, mi rispuose,

“perch’i’ non temo di venir qua entro.

Temer si dee di sole quelle cose

c’hanno potenza di fare altrui male;

de l’altre no, ché non son paurose.

Io son fatta da Dio, sua mercé, tale,

che la vostra miseria non mi tange,

né fiamma d’esto ‘ncendio non m’assale.

Donna è gentil nel ciel che si compiange

di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,

sì che duro giudicio là sù frange.

Questa chiese Lucia in suo dimando

e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele

di te, e io a te lo raccomando -.

Lucia, nimica di ciascun crudele,

si mosse, e venne al loco dov’i’ era,

che mi sedea con l’antica Rachele.

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,

ché non soccorri quei che t’amò tanto,

ch’uscì per te de la volgare schiera?

Non odi tu la pieta del suo pianto,

non vedi tu la morte che ‘l combatte

sulla fiumana ove ‘l mar non ha vanto? -.

Al mondo non fur mai persone ratte

a far lor pro o a fuggir lor danno,

com’io, dopo cotai parole fatte,

venni qua giù del mio beato scanno,

fidandomi del tuo parlare onesto,

ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.

Poscia che m’ebbe ragionato questo,

li occhi lucenti lagrimando volse,

per che mi fece del venir più presto.

E venni a te così com’ella volse:

d’inanzi a quella fiera ti levai

che del bel monte il corto andar ti tolse.

Dunque: che è? perché, perché restai,

perché tanta viltà nel core allette,

perché ardire e franchezza non hai,

poscia che tai tre donne benedette

curan di te ne la corte del cielo,

e ‘l mio parlar tanto ben ti promette?».

Quali fioretti dal notturno gelo

chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca,

si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec’io di mia virtude stanca,

e tanto buono ardire al cor mi corse,

ch’i’ cominciai come persona franca:

«Oh pietosa colei che mi soccorse!

e te cortese ch’ubidisti tosto

a le vere parole che ti porse!

Tu m’hai con disiderio il cor disposto

sì al venir con le parole tue,

ch’i’ son tornato nel primo proposto.

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:

tu duca, tu segnore, e tu maestro».

Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

Questa chiese Lucia in suo dimando

2^ canto dell’Inferno.

Santa Lucia.

Sulla piaggia diserta. Il poeta sente dire da Virgilio: «C’è una donna nobile nel Paradiso che si duole e si rammarica di questo impedimento in cui io t’invio, sicché lassù mitiga il severo decreto divino. Questa chiamò Lucia presso di sé e disse: – Adesso il tuo fedele ha bisogno di te, e io te lo affido -. Lucia, avversaria di ogni crudeltà, si avviò, e venne al luogo in cui mi trovavo, che sedevo con l’antica Rachele».

Santa Lucia fu convertita da Dante nell’allegoria della grazia illuminante (dono divino che coopera con l’uomo per condurlo alla salvezza). Ciò si spiega col fatto che, ammalatosi in gioventù di una seria patologia agli occhi dovuta alle troppe letture, di cui egli parla nel Convivio (III, IX, 15), ne riceve per intercessione una prodigiosa guarigione.

La sua devozione lo spinge a citarla nella Commedia almeno in tre occasioni: nella prima cantica, quella sopra menzionata; nella seconda, addormentatosi nella ‘valletta dei principi’, egli sogna di essere trasportato in alto da un’aquila fino alla porta del Purgatorio; qui Virgilio gli spiega che, invece, è stata santa Lucia; nella terza, a proposito della sua presenza nell’Empireo accanto a sant’Anna e a san Giovanni Battista, e di fronte ad Adamo, facendo tutti corona a Maria Vergine.

Fin qui il personaggio letterario. La Lucia reale fu una giovane donna appartenente a una ricca famiglia di Siracusa, che venne denunciata in quanto cristiana dal suo promesso sposo, che era pagano, quando questi si vide respinto d’improvviso. Correva l’anno 304 d. C., momento in cui la persecuzione dei cristiani, voluta da Diocleziano, era al massimo della propria intensità. Durante il processo, Lucia si proclamò seguace di Cristo. Fino al sacrificio estremo, quando subì la decapitazione senza abiurare la propria fede. La sua venerazione si estese da subito in tutta la Chiesa; in suo onore furono costruiti edifici di culto, e la sua immagine venne raffigurata in mosaici e dipinti, fino a diventare la santa protettrice delle malattie oftalmiche.

@ QUESTA CHIESE LUCIA IN SUO DIMANDO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

E donna mi chiamò beata e bella

2^ canto dell’Inferno.

Beatrice.

Sulla piaggia diserta. Virgilio a Dante: «Se ho inteso esattamente il tuo discorso, la tua anima è lesa dalla viltà; la quale impedisce molte volte l’uomo così che lo distoglie da un onorevole proposito, come un’ingannevole visione fa tornare indietro un animale quando si adombra. Affinché tu ti liberi da questo timore, ti dirò perché io venni e quello che io intesi nel primo momento in cui provai dolore per te. Io ero tra coloro che sono in stato di sospensione, e mi fece venire una donna beata e bella, tale che io mi offrii di ubbidirle».

Beatrice fu una delle figlie di Folco Portinari, un facoltoso banchiere fiorentino. Malgrado le divergenze, la consuetudine secolare che la identifica con quella Beatrice che fu la musa del poeta, è ormai cosa certa. La sua data di nascita si è desunta da quella di Dante (nato nel 1265); si crede sia stata della stessa età o, al massimo, minore di un anno. Invece, quella della morte (1290), la si è ricavata dalla Vita Nuova, opera giovanile del poeta.

La fanciulla si maritò, ancora adolescente, con Simone de’ Bardi, facoltoso banchiere come il padre. E si è sempre ritenuto che la sua morte avvenne in occasione del primo parto. Fu sepolta, almeno per la tradizione, nella chiesa di Santa Margherita dei Cerchi, dove una lapide tuttora la ricorda. Dante, davanti a questo evento per lui traumatizzante, le dedicò la citata Vita Nuova, in cui raccolse in prosa una sequela di scritti poetici composti qualche anno prima, mentre nella Commedia la farà assurgere a simbolo della celeste sapienza.

@ E DONNA MI CHIAMÒ BEATA E BELLA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Guarda la mia virtù s’ell’è possente

2^ canto dell’Inferno.

Il timore di Dante.

Sulla piaggia diserta. Il poeta a Virgilio: «Poeta che mi guidi, guarda la mia capacità se è adeguata prima che tu mi affidi all’arduo viaggio. Tu dici che il genitore di Silvio, ancora mortale, si recò nell’eterno mondo dell’aldilà, e avvenne col corpo. Perciò, se il nemico di ogni peccato gli fu munifico, pensando all’eccellente risultato che doveva derivare da lui, sia nella sua essenza specifica sia nelle sue qualità sostanziali non sembra disdicevole a chiunque abbia mente sana; poiché egli fu prescelto da Dio nel decimo cielo come progenitore della nobile Roma e del suo impero: la quale e il quale, per dire le cose come stanno realmente, furono destinati come la santa sede in cui regna il successore di Pietro.

«In questo viaggio per cui tu gli attribuisci la gloria, intese concetti che furono la causa della sua vittoria e dell’autorità papale. Vi si recò poi l’Apostolo che accolse in sé la volontà divina, per portare di là la conferma a quella fede che è il principio per la via della salvezza. Ma io, perché venirvi? o chi permette ciò? Io non sono Enea, non sono Paolo; né io né altri riteniamo possibile che io sia idoneo per questo. Per cui, se io mi lascio indurre quanto al venire, temo che l’andare sia dissennato. Sei saggio; comprendi meglio di quanto esprima».

Con questo esteso ragionamento, Dante manifesta a Virgilio il suo timore di affrontare il viaggio per i regni ultraterreni prospettatogli proprio da costui, al termine del quale riceverà come premio la salvezza dell’anima. A tal proposito, secondo la Chiavacci Leonardi, “il problema che qui si pone è alla base stessa del viaggio (e del poema): come può essere che un semplice mortale, e per di più peccatore, degno di tale impresa, già concessa ai due uomini – Enea e Paolo – che ebbero il compito di restaurare nell’umanità l’ordine politico e quello religioso? Dante non ha a questo nessun titolo, e mai – né qui né altrove nella Commedia – si celebrerà un suo qualunque diritto a tale missione. E proprio Enea e Paolo, di cui il poeta è stato invitato a ricalcare le orme, danno fin dall’inizio una dimensione storica e civile a questa vicenda di salvezza, preannunciando il secondo significato del viaggio”.

@ GUARDA LA MIA VIRTÙ S’ELL’È POSSENTE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1991 e successive ristampe

 

1^ canto dell’Inferno.

(Incomincia la Comedia di Dante Alleghieri da Fiorenza, ne la quale tratta de le pene e punimenti de’ vizi e de’ meriti e premi de le virtù. Comincia il canto primo de la parte la quale di chiama inferno, nel qual l’auttore fa proemio a tutta l’opera.)

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

tant’era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,

là dove terminava quella valle

che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle

vestite già de’ raggi del pianeta

che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta,

che nel lago del cor m’era durata

la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata,

uscito fuor del pelago a la riva,

si volge all’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

si volse a retro a rimirar lo passo

che non lasciò già mai persona viva.

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,

ripresi via per la piaggia diserta,

sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,

una lonza leggera e presta molto,

che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,

anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,

ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

Temp’era dal principio del mattino,

e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle

ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;

sì ch’a bene sperar m’era cagione

di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;

ma non sì che paura non mi desse

la vista che m’apparve d’un leone.

Questi parea che contra me venisse

con la test’alta e con rabbiosa fame,

sì che parea che l’aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame

sembiava carca ne la sua magrezza,

e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza

con la paura ch’uscia di sua vista,

ch’io perdei la speranza de l’altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,

e giugne ‘l tempo che perder lo face,

che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,

che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco

mi ripigneva là dove ‘l sol tace.

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,

dinanzi a li occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,

«Miserere di me», gridai a lui,

«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».

Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,

e li parenti miei furon lombardi,

mantoani per patrïa ambedui.

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,

e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto

nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

Poeta fui, e cantai di quel giusto

figliuol d’Anchise che venne di Troia,

poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto.

Ma tu perché ritorni a tanta noia?

perché non sali il dilettoso monte

ch’è principio e cagion di tutta gioia?».

«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?»,

rispuos’io lui con vergognosa fronte.

«O de li altri poeti onore e lume,

vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore

che m’ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,

tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

lo bello stilo che m’ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;

aiutami da lei, famoso saggio,

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».

«A te convien tenere altro vïaggio»,

rispuose, poi che lagrimar mi vide,

«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

ché questa bestia, per la qual tu gride,

non lascia altrui passar per la sua via,

ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,

che mai non empie la bramosa voglia,

e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.

Molti son li animali a cui s’ammoglia,

e più saranno ancora, infin che ‘l veltro

verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,

ma sapïenza, amore e virtute,

e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute

per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa,

fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,

là onde ‘nvidia prima dipartilla.

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno

che tu mi segui, e io sarò tua guida,

e trarrotti di qui per loco etterno;

ove udirai le disperate strida,

vedrai li antichi spiriti dolenti,

ch’a la seconda morte ciascun grida;

e vederai color che son contenti

nel foco, perché speran di venire

quando che sia a le beate genti.

A le quai poi se tu vorrai salire,

anima fia a ciò più di me degna:

con lei ti lascerò nel mio partire;

ché quello imperador che là su regna,

perch’i fu’ ribellante a la sua legge,

non vuol che ‘n sua città per me si vegna.

In tutte parti impera e quivi regge;

quivi è la sua città e l’alto seggio:

oh felice colui cu’ ivi elegge!».

E io a lui: «Poeta, io ti richeggio

per quello Dio che tu non conoscesti,

a ciò ch’io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dov’or dicesti,

sì ch’io veggia la porta di san Pietro

e color cui tu fai cotanto mesti».

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67