5^ canto del Purgatorio

(Canto V, ove si tratta de la terza qualitade, cioè di coloro che per cagione di vendicarsi d’alcuna ingiuria insino a la morte mettono in non calere di riconoscere sé esser peccatori e sodisfare a Dio; de li quali nomina in persona messer Iacopo da Fano, e Bonconte di Montefeltro.)

Io era già da quell’ombre partito,

e seguitava l’orme del mio duca,

quando di retro a me, drizzando ‘l dito,

una gridò: «Ve’ che non par che luca

lo raggio da sinistra a quel di sotto,

e come vivo par che si conduca!».

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,

e vidile guardar per meraviglia

pur me, pur me, e ‘l lume ch’era rotto.

«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia»,

disse ‘l maestro, «che l’andare allenti?

che ti fa ciò che quivi si pispiglia?

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:

sta come torre ferma, che non crolla

già mai la cima per soffiar di venti;

ché sempre l’omo in cui pensier rampolla

sovra pensier, da sé dilunga il segno,

perché la foga l’un de l’altro insolla».

Che potea io ridir, se non «Io vegno»?

Dissilo, alquanto del color consperso

che fa l’uom di perdon talvolta degno.

E ‘ntanto per la costa di traverso

venivan genti innanzi a noi un poco,

cantando ‘Miserere’ a verso a verso.

Quando s’accorser ch’i’ non dava loco

per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,

mutar lor canto in un «oh!» lungo e roco;

e due di loro, in forma di messaggi,

corsero incontr’a noi e dimandarne:

«Di vostra condizione fatene saggi».

E il mio maestro: «Voi potete andarne

e ritrarre a color che vi mandaro

che ‘l corpo di costui è vera carne.

Se per veder la sua ombra restaro,

com’io avviso, assai è lor risposto:

fàccianli onore, ed esser può lor caro».

Vapori accesi non vid’io sì tosto

di prima notte mai fender sereno,

né, sol calando, nuvole d’agosto,

che color non tornasser suso in meno;

e, giunti là, con li altri a noi dier volta,

come schiera che scorre sanza freno.

«Questa gente che preme a noi è molta,

e vegnonti a pregar», disse ‘l poeta:

«però pur va, e in andando ascolta».

«O anima che vai per esser lieta

con quelle membra con le quai nascesti»,

venian gridando, «un poco il passo queta.

Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,

sì che di lui di là novella porti:

deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?

Noi fummo tutti già per forza morti,

e peccatori fino a l’ultima ora;

quivi lume del ciel ne fece accorti,

sì che, pentendo e perdonando, fora

di vita uscimmo a Dio pacificati,

che del desio di sé veder n’accora».

E io: «Perché ne’ vostri visi guati,

non riconosco alcun; ma s’a voi piace

cosa ch’io possa, spiriti ben nati,

voi dite, e io farò per quella pace

che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,

di mondo in mondo cercar mi si face».

E uno incominciò: «Ciascun si fida

del beneficio tuo sanza giurarlo,

pur che ‘l voler nonpossa non ricida.

Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo,

ti priego, se mai vedi quel paese

che siede tra Romagna e quel di Carlo,

che tu mi sie di tuoi prieghi cortese

in Fano, sì che ben per me s’adori

pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri

ond’uscì ‘l sangue in sul quale io sedea,

fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,

là dov’io più sicuro esser credea:

quel da Esti il fé far, che m’avea in ira

assai più là che dritto non volea.

Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,

quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,

ancor sarei di là dove si spira.

Corsi al palude, e le cannucce e ‘l braco

m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io

de le mie vene farsi in terra laco».

Poi disse un altro: «Deh, se quel disio

si compia che ti tragge a l’alto monte,

con buona pïetate aiuta il mio!

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;

Giovanna o altri non ha di me cura;

per ch’io vo tra costor con bassa fronte».

E io a lui: «Qual forza o qual ventura

ti travïò sì fuor di Campaldino,

che non si seppe mai la tua sepultura?».

«Oh!», rispuos’elli, «a piè del Casentino

traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano,

che sovra l’Ermo nasce in Apennino.

Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano,

arriva’ io forato ne la gola,

fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Quivi perdei la vista e la parola;

nel nome di Maria fini’, e quivi

caddi, e rimase la mia carne sola.

Io dirò vero, e tu ‘l ridì tra ‘ vivi:

l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno

gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l’etterno

per una lagrimetta che ‘l mi toglie;

ma io farò de l’altro altro governo!”.

Ben sai come ne l’aere si raccoglie

quell’umido vapor che in acqua riede,

tosto che sale dove ‘l freddo il coglie.

Giunse quel mal voler che pur mal chiede

con lo ‘ntelletto, e mosse il fummo e ‘l vento

per la virtù che sua natura diede.

Indi la valle, come il dì fu spento,

da Pratomagno al gran giogo coperse

di nebbia; e ‘l ciel di sopra fece intento,

sì che ‘l pregno aere in acqua si converse;

la pioggia cadde, e a’ fossati venne

di lei ciò che la terra non sofferse;

e come ai rivi grandi si convenne,

ver’ lo fiume real tanto veloce

si ruinò, che nulla la ritenne.

Lo corpo mio gelato in su la foce

trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse

ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce

ch’i’ fe’ di me quando ‘l dolor mi vinse;

voltòmmi per le ripe e per lo fondo,

poi di sua preda mi coperse e cinse».

«Deh, quando tu sarai tornato al mondo

e riposato de la lunga via»,

seguitò ‘l terzo spirito al secondo,

«ricorditi di me, che son la Pia;

Siena mi fé, disfecemi Maremma:

salsi colui che ‘nnanellata pria

disposando m’avea con la sua gemma».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Purgatorio, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1967

Siena mi fé, disfecemi Maremma

5^ canto del Purgatorio

Pia de’ Tolomei

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta sente dire da Pia de’ Tolomei: «Deh, quando tu sarai tornato in Terra e ristorato dal lungo viaggio, ti sovvenga di me, che sono Pia; nacqui a Siena, morii in Maremma: lo sa bene colui che prima mi aveva donato l’anello con la sua pietra preziosa dichiarandosi pronto a prendermi in sposa».

Pia de’ Tolomei, posta da Dante nell’Antipurgatorio tra i morti con violenza pentiti in fin di vita, fu identificata da alcuni antichi commentatori della Commedia (Pietro di Dante, Benvenuto da Imola e l’Anonimo) con una donna recante tali generalità, moglie di Nello d’Inghiramo de’ Pannocchieschi, signore del castello della Pietra, nei pressi di Massa Marittima, nonché capitano della Taglia guelfa nel 1284 e ancora vivo nel 1322.

Questi l’avrebbe fatta uccidere, inducendo qualcuno dei suoi accoliti a sospingerla giù da una finestra del proprio castello, per potersi poi sposare con Margherita Aldobrandeschi, quando, nel 1297, fu dichiarato sciolto il matrimonio di costei con Loffredo Caetani, nipote di Bonifacio VIII; tutto ciò per alcuni, mentre, secondo altri, l’evento sarebbe accaduto per gelosia.

Nondimeno si rileva che, al di fuori della citazione che ne fa il poeta nella parte finale di questo canto, nessun documento ufficiale è giunto fino a noi a dimostrare l’esistenza di questo personaggio. E da come Dante presenta Pia, è possibile ritenere che la vicenda di una contessa morta in Maremma in circostanze comunque avvolte nel mistero, fosse ben nota in Toscana e avesse suscitato viva compassione nel popolo.

“La brevità della storia – che il suo alto significato richiede – sarà propria di altre chiusure di canto, dove altre persone, tutte strettamente legate alla vita e all’esperienza di Dante, appariranno in modo rapido e intenso (Provenzan Salvani nell’XI, Arnaut Daniel nel XXVI, Romeo di Villanova in Par.VI), secondo un procedimento tipico dell’arte dantesca. Questa tuttavia è fra tutte la storia più breve, di appena due terzine. Forse il grande maestro sapeva che una certa qualità di incanto non poteva durare oltre senza spezzarsi”, secondo la Chiavacci Leonardi.

© SIENA MI FÉ, DISFECEMI MAREMMA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Oscar Classici 2005

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte

5^ canto del Purgatorio

Bonconte da Montefeltro

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Bonconte da Montefeltro a Dante: «Deh, così possa realizzarsi quel desiderio che ti conduce verso la sommità del monte, soccorri il mio con una vera pietà cristiana! Io fui di Montefeltro, io sono Bonconte; Giovanna o altri non si curano di me; per cui io vado tra costoro a capo chino».

Bonconte da Montefeltro, collocato dal poeta nell’Antipurgatorio tra i morti con violenza pentiti in fin di vita, fu figlio del conte Guido da Montefeltro (il famoso condottiero ghibellino incontrato dal poeta tra i consiglieri fraudolenti, Inferno, 27^ canto), e nacque intorno alla seconda metà del Duecento. Distintosi particolarmente nel 1287 nelle lotte tra i Guelfi e i Ghibellini aretini, fu tra i protagonisti principali della cacciata dei primi dalla città.

L’anno successivo fu uno dei comandanti che portarono allo scontro vittorioso con Siena alla Pieve del Toppo. Nel 1289 guidò i Ghibellini aretini nella guerra contro Firenze, comportandosi con valore nella battaglia di Campaldino (l’11 Giugno), dove morì. Non venne mai ritrovato il suo cadavere, e probabilmente fin dal giorno dopo nacque qualche leggenda per spiegare la misteriosa sparizione dello stesso; quindi, il racconto che ne fa il poeta, per bocca dello stesso Bonconte, nel prosieguo di quanto riportato in apertura nel momento in cui i due s’incontrano, si ritiene essere frutto della fantasia dantesca.

Aveva sposato una tale Giovanna, la quale, stando sempre a Dante, doveva essere ancora viva nel 1300. Ne ebbe una figlia, Manentessa. Quanto egli dice al poeta “Giovanna o altri non ha di me cura”, sembra riferirsi ad altre persone della sua casata (il fratello Federico o il conte Galasso di Montefeltro, che, avendolo dimenticato, non pregavano per lui in modo tale da affrettare la sua purificazione per poter ascendere in Paradiso.

Chiosa la Chiavacci Leonardi: “Dante, che partecipò alla battaglia (di Campaldino, ndr) nella schiera opposta, ne fa qui una figura mesta ed elegiaca, condotta in controcanto a quella cupa e tragica di Guido: le lacrime del figlio, che nella morte chiude le braccia facendo croce di se stesso, danno forte risalto al chiuso ed impenitente rancore del padre, e allo stesso tempo questa salvezza vuol essere, forse, un conforto a quella perdizione”.

© IO FUI DI MONTEFELTRO, IO SON BONCONTE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Classici Oscar 2005

Venivan genti a noi innanzi un poco

5^ canto del Purgatorio

I negligenti “morti per forza”

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta narra: “E intanto lungo il pendio in direzione trasversale venivano spiriti un poco davanti a noi, cantando il ‘Miserere‘ a versetti alternati. Quando si avvidero che non davo agio al passare dei raggi di sole attraverso il mio corpo, cambiarono il loro canto in un «oh!» lungo e rauco; e due di loro, in qualità di messaggeri, corsero verso di noi e ci domandarono: «Rendeteci edotti del vostro modo di essere»”.

Il riferimento è ai negligenti “morti per forza”, posti da Dante nell’Antipurgatorio. Costoro rappresentano la terza schiera dei negligenti. “Continuando a salire nell’Antipurgatorio, i poeti s’imbattono in un’altra schiera di anime, che anche più di quelle finora incontrate si mostrano, nei gesti che han qualcosa di violento e nelle parole affannose, ansiose di avvicinarsi, di parlare, di invocare una promessa di buoni suffragi. Sono anime di persone che morirono di morte violenta e fecero appena in tempo a invocare nell’estremo sospiro il perdono divino. Qui nell’Antipurgatorio le trattiene dunque la legge che incombe su tutti gli spiriti che tardarono fino all’ultimo la cura della propria salvezza”. Così il Sapegno.

La particolarità di queste anime è quella che esse palesano la voglia di essere ricordate fra i vivi, al contempo coltivando la speranza di poter accorciare il tempo del loro esilio, sentimenti del resto comuni a tutti coloro che si trovano nell’Antipurgatorio, con una più vivace trepidazione, che non si riscontra né tra gli scomunicati, né tra i pigri a pentirsi (vedi Belacqua).

Il poeta, per bocca di tre personaggi che lui incontra (Iacopo del Cassero, Bonconte di Montefeltro e Pia de’ Tolomei: degli ultimi due se ne parlerà a parte) rievoca le loro tristi sorti: il primo fu fatto uccidere dal tiranno di Ferrara, Azzo VIII d’Este nel Padovano; il secondo, morto nella battaglia di Campaldino, il cadavere del quale sparì nelle acque dell’Arno in piena; la gentildonna senese Pia de’ Tolomei, fatta morire in un castello della Maremma ad opera del marito Nello d’Inghiramo de’ Pannocchieschi, perché voleva passare a nuove nozze, che poi fece, o forse per gelosia.

© VENIVAN GENTI INNANZI A NOI UN POCO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 12^ ristampa 1979

4^ canto del Purgatorio

(Canto IV, dove si tratta de la soprascritta seconda qualitade, dove si purga chi per negligenza di qui a la morte si tardò a confessare; tra i quali si nomina il Belacqua, uomo di corte.)

Quando per dilettanze o ver per doglie,

che alcuna virtù nostra comprenda,

l’anima bene ad essa si raccoglie,

par ch’a nulla potenza più intenda;

e questo è contra quello error che crede

ch’un’anima sovr’altra in noi s’accenda.

E però, quando s’ode cosa o vede

che tegna forte a sé l’anima volta,

vassene ‘l tempo e l’uom non se n’avvede;

ch’altra potenza è quella che l’ascolta,

e altra è quella c’ha l’anima intera:

questa è quasi legata e quella è sciolta.

Di ciò ebb’io esperïenza vera,

udendo quello spirto e ammirando;

ché ben cinquanta gradi salito era

lo sole, e io non m’era accorto, quando

venimmo ove quell’anime ad una

gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».

Maggiore aperta molte volte impruna

con una forcatella di sue spine

l’uom de la villa quando l’uva imbruna,

che non era la calla onde salìne

lo duca mio, e io appresso, soli,

come da noi la schiera si partìne.

Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,

montasi su in Bismantova e ‘n Cacume

con esso i piè; ma qui convien ch’om voli;

dico con l’ale snelle e con le piume

del gran disio, di retro a quel condotto

che speranza mi dava e facea lume.

Noi salavam per entro ‘l sasso rotto,

e d’ogne lato ne stringea lo stremo,

e piedi e man volea il suol di sotto.

Poi che fummo in su l’orlo suppremo

de l’alta ripa, a la scoperta piaggia,

«Maestro mio», diss’io, «che via faremo?».

Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;

pur su al monte dietro a me acquista,

fin che n’appaia alcuna scorta saggia».

Lo sommo er’ alto che vincea la vista,

e la costa superba più assai

che da mezzo quadrante a centro lista.

Io era lasso, quando cominciai:

«O dolce padre, volgiti, e rimira

com’io rimango sol, se non restai».

«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,

additandomi un balzo poco in sùe

che da quel lato il poggio tutto gira.

Sì mi spronaron le parole sue,

ch’i’ mi sforzai carpando appresso lui,

tanto che ‘l cinghio sotto i piè mi fue.

A seder ci ponemmo ivi ambedui

vòlti a levante ond’eravam saliti,

che suole a riguardar giovare altrui.

Li occhi prima drizzai ai bassi lidi;

poscia li alzai al sole, e ammirava

che da sinistra n’eravam feriti.

Ben s’avvide il poeta ch’ïo stava

stupido tutto al carro de la luce,

ove tra noi e Aquilone intrava.

Ond’elli a me: «Se Castore e Poluce

fossero in compagnia di quello specchio

che sù e giù del suo lume conduce,

tu vedresti il Zodïaco rubecchio

ancora a l’Orse più stretto rotare,

se non uscisse fuor del cammin vecchio.

Come ciò sia, se ‘l vuoi poter pensare,

dentro raccolto, imagina Sïòn

con questo monte in su la terra stare

sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn

e diversi emisperi; onde la strada

che mal non seppe carreggiar Fetòn,

vedrai come a costui convien che vada

da l’un, quando a colui da l’altro fianco,

se lo ‘ntelletto tuo ben chiaro bada».

«Certo, maestro mio», diss’io, «unquanco

non vid’io chiaro sì com’io discerno

là dove mio ingegno parea manco,

che ‘l mezzo cerchio del moto superno,

che si chiama Equatore in alcun’arte,

e che sempre riman tra ‘l sole e ‘l verno,

per la ragion che di’, quinci si parte

verso settentrïon, quanto li Ebrei

vedevan lui verso la calda parte.

Ma se a te piace, volontier saprei

quanto avemo ad andar; ché ‘l poggio sale

più che salir non posson li occhi miei».

Ed elli a me: «Questa montagna è tale,

che sempre al cominciar di sotto è grave;

e quant’om più va sù, e men fa male.

Però, quand’ella ti parrà soave

tanto, che sù andar ti fia leggero

com’a seconda giù andar per nave,

allor sarai al fin d’esto sentiero;

quivi di riposar l’affanno aspetta.

Più non rispondo, e questo so per vero».

E com’elli ebbe la sua parola detta,

una voce di presso sonò: «Forse

che di sedere in pria avrai distretta!».

Al suon di lei ciascun di noi si torse,

e vedemmo a mancina un gran petrone,

del qual né io né ei prima s’accorse.

Là ci traemmo; e ivi eran persone

che si stavano a l’ombra dietro al sasso

come l’uom per negghienza a star si pone.

E un di lor, che mi sembiava lasso,

sedeva e abbracciava le ginocchia,

tenendo ‘l viso giù tra esse basso.

«O dolce segnor mio» diss’io, «adocchia

colui che mostra sé più negligente

che se pigrizia fosse sua serocchia».

Allor si volse a noi e puose mente,

movendo ‘l viso pur su per la coscia,

e disse: «Or va tu sù, che se’ valente!».

Conobbi allor chi era, e quella angoscia

che m’avacciava un poco ancor la lena,

non m’impedì l’andare a lui; e poscia

ch’a lui fu’ giunto, alzò la testa a pena,

dicendo: «Hai ben veduto come ‘l sole

da l’omero sinistro il carro mena?».

Li atti suoi pigri e le corte parole

mosser le labbra mie un poco a riso;

poi cominciai: «Belacqua, a me non dole

di te omai; ma dimmi: perché assiso

quiritto se’? attendi tu iscorta,

o pur lo modo usato t’ha’ ripriso?».

Ed elli: «O frate, andar in sù che porta?

ché non mi lascerebbe ire a’ martìri

l’angel di Dio che siede in su la porta.

Prima convien che tanto il ciel m’aggiri

di fuor da essa, quanto fece in vita,

perch’io ‘ndugiai al fine i buon sospiri,

se orazïone in prima non m’aita

che surga sù di cuor che in grazia viva;

l’altra che val, che ‘n ciel non è udita?».

E già il poeta innanzi mi saliva,

e dicea: «Vienne omai; vedi ch’è tocco

meridïan dal sole, e a la riva

cuopre la notte già col piè Morrocco».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Purgatorio, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1967

Prima convien che tanto il ciel m’aggiri

4^ canto del Purgatorio

Belacqua


Nell’Antipurgatorio. Primo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta sente dire da Belacqua: «O fratello, a che giova salire? perché l’angelo di Dio che sta sulla porta non mi lascerebbe andare ai tormenti. Prima dovrà avvenire che il cielo si volga tanto intorno a me fuori di essa, quanto fece durante la mia vita, perché io rimandai all’ultima parte di essa i validi sospiri, a meno che prima non mi soccorra qualche preghiera che nasca su da un individuo che sia in grazia di Dio; l’altra a che giova, che non è esaudita in Paradiso?».

Belacqua, collocato da Dante nell’Antipurgatorio tra i pigri a pentirsi, fu suo amico e vicino di casa. A proposito di questo personaggio, l’Anonimo Fiorentino, uno dei primi commentatori della Commedia, a suo tempo scrisse: “Questo Belacqua fu un cittadino da Firenze, artefice, e facea cotai colli di liuti e di chitarre, et era il più pigro uomo che fosse mai; et si dice di lui ch’egli veniva la mattina a bottega, et ponevasi a sedere, et mai non si levava se non quando egli voleva ire a desinare et a dormire. Ora l’Auttore fu forte suo dimestico: molto il riprendea di questa sua negligenzia; onde un dì, riprendendolo, Belacqua rispose con le parole d’Aristotele: Sedendo et quiescendo anima efficitur sapiens; di che l’Auttore gli rispose: Per certo, se per sedere si diventa savio, niuno fu mai più savio di te”.

Di lui si sono trovate tracce negli archivi fiorentini, riferite a tale Duccio di Bonavia, detto Belacqua, ancora vivo nel 1299, ma morto prima del 1302, abitante nel quartiere di San Procolo, limitrofo alla residenza degli Alighieri, che era situata nel quartiere di San Martino. La Chiavacci Leonardi, a commento di costui nel canto in questione, ha precisato: “L’identificazione appare molto probabile, se non certa. La vicinanza di casa, e la professione di liutaio riferita dai commentatori, rendono ragione della «dimestichezza» di Dante con lui di cui parla l’Anonimo… Come Casella, anche questo amico è morto da poco, e la consuetudine appena interrotta sembra riprendere, al di là della morte, con modi uguali e insieme diversi, per quel velo che la soglia oltrepassata pone ora tra i due”.

© PRIMA CONVIEN CHE TANTO IL CIEL M’AGGIRI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Oscar Classici 2005

Là ci traemmo; e ivi eran persone

4^ canto del Purgatorio

I negligenti pigri a pentirsi

Nell’Antipurgatorio. Primo balzo. Pendici del Purgatorio. Dante narra: “Ci accostammo là; e lì c’erano alcuni che se ne stavano all’ombra dietro al masso come chi si mette a sedere per pigrizia”.

Il riferimento è ai negligenti pigri a pentirsi, posti dal poeta nell’Antipurgatorio. Costoro rappresentano la seconda schiera dei negligenti, e lui e Virgilio li incontrano nel primo balzo di questo luogo. Costoro, per mera pigrizia, nella loro vita terrena trascurarono l’esercizio delle virtù e aspettarono gli ultimi istanti di vita per pentirsi dei loro peccati. Le loro anime sono sedute all’ombra di un grande masso, in atteggiamento e posa che attestano il carattere che li contraddistingueva in vita. Dante viene a sapere da una di loro (Belacqua, un suo vecchio amico), come se volesse giustificarsi della sua indolenza e di quella altrui, che devono rimanere nell’Antipurgatorio tanto tempo quanto vissero, a meno che non siano aiutati ad accorciare il tempo da una preghiera che nasca su da un cuore in grazia di Dio.

Secondo il Busnelli, che fece propria la l’ordinazione dell’Antipurgatorio in base alla classificazione operata dal poeta per il 7^ cerchio dell’Inferno, queste anime, insieme a quelle che seguiranno (i negligenti morti per violenza) sono i rappresentanti della negligenza usata verso sé stessi. A tale criterio si uniformò il Santi, il quale, però, cercando di aderire di più al pensiero di Dante, considerò i pigri a pentirsi più colpevoli di negligenza di quelli sopra citati.

Da parte sua, il Pietrobono, rifacendosi ad un’interpretazione più meramente allegorica, dopo aver notato che il poeta ha rappresentato l’accidia sempre sulle cd. piagge, ha visto nei pigri a pentirsi, nei morti per violenza e nei principi negligenti (l’ultima categoria di negligenti che i due poeti incontreranno nell’Antipurgatorio) un puntuale riferimento alle tre fiere di cui al 1^ canto dell’Inferno.

© LÀ CI TRAEMMO; E IVI ERAN PERSONE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Tu vedresti il Zodïaco rubecchio

4^ canto del Purgatorio

Dante e l’astrologia

Nell’Antipurgatorio. Primo balzo. Pendici del Purgatorio. Virgilio al poeta: «Se Castore e Polluce fossero in congiunzione con quell’astro che muove la sua luce a nord e a sud, tu vedresti la parte rosseggiante dello Zodiaco girare ancora più vicino alle due Orse, a meno che non deviasse dal suo corso obbligato. Come avvenga ciò, se lo vuoi supporre, concentrandoti in te, immagina il monte Sion con questo monte sulla Terra stare così, che ambedue abbiano un unico orizzonte e opposti emisferi; per cui il cammino che Fetonte con suo danno non riuscì a percorrere col carro del Sole, vedrai come rispetto al Purgatorio è inevitabile che proceda da sinistra, quando rispetto al monte Sion dal lato opposto, se tu osservi attentamente».

Premesso che lo Zodiaco è il circolo massimo della sfera celeste, del quale il Sole occupa i diversi punti un giorno dietro l’altro, che lo stesso coincide con l’eclittica, che è inclinato sull’equatore di ca. 23^, e da un punto di vista astrologico è suddiviso in dodici parti uguali, le cd. ‘case’, ciascuna con il nome della costellazione ivi in essa compresa, è rilevante, in questa sede, l’analisi che ne fa Dante.

Il poeta era un grande appassionato di astrologia e per lui il posto occupato dal Sole lungo lo Zodiaco era di fondamentale importanza. Esempio eclatante di ciò si ha quando, sedendo con Virgilio sul primo balzo dell’Antipurgatorio con il volto verso est, resta sorpreso nel vedere il Sole alla sua sinistra, ossia verso nord (il verso indicativo di ciò, nel canto che stiamo trattando, è ‘tu vedresti il Zodïaco rubecchio ancora a l’Orse più stretto rotare‘), mentre si aspetta di vederlo alla sua destra, cioè verso il mezzogiorno.

Il fenomeno, gli spiega Virgilio nel modo sopra riportato, è dovuto al fatto che, agli antipodi di Gerusalemme, l’orientamento è quello dell’emisfero australe, quindi invertito rispetto a quanto succede in quello boreale; fenomeno che è tanto più accentuato quanto più ci si avvicina all’estate nell’emisfero boreale. Infatti, quando il Sole è nel segno dei Gemelli tra la fine di maggio e l’inizio di Giugno, per chi si trova nell’emisfero australe, in cui si avvicina l’inverno, il percorso che compie il Sole al di sopra della linea dell’orizzonte si svolge per l’intero entro la metà settentrionale della sfera visibile.

A completamento di quanto riportato finora, nel 10^ canto del Paradiso, Dante fa poi alcune interessanti considerazioni sul ruolo che l’obliquità o inclinazione dello Zodiaco gioca sulla vita degli uomini e sulle loro attività. Dalla stessa deriva, infatti, il ritmo delle stagioni e la differente distribuzione della virtù celeste, le variazioni della quale formano le leggi stesse dell’astrologia.

© TU VEDRESTI IL ZODÏACO RUBECCHIO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

3^ canto del Purgatorio

(Canto III, nel quale di tratta de la seconda equalitade, cioè di coloro che per cagione d’alcuna violenza che ricevettero, tardaro di qui a la loro fine a pentersi e confessarsi de’ loro falli, sì come sono quelli che muoiono in contumacia di Santa Chiesa scomunicati, li quali sono puniti in quel piano. In essempro di cotali peccatori nomina tra costoro il re Manfredi.)

Avvegna che la subitana fuga

dispergesse color per la campagna,

rivolti al monte ove ragion ne fruga,

i’ mi ristrinsi a la fida compagna:

e come sare’ io sanza lui corso?

chi m’avria tratto su per la montagna?

El mi parea da sé stesso rimorso:

o dignitosa coscïenza e netta,

come t’è picciol fallo amaro morso!

Quando li piedi suoi lasciar la fretta,

che l’onestade ad ogn’atto dismaga,

la mente mia, che prima era ristretta,

lo ‘ntento rallargò, sì come vaga,

e diedi il viso mio incontr’al poggio

che ‘nverso ‘l ciel più alto si dislaga.

Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,

rotto m’era dinanzi a la figura,

ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.

Io mi volsi dallato con paura

d’essere abbandonato, quand’io vidi

solo dinanzi a me la terra oscura;

e ‘l mio conforto: «Perché pur diffidi»?,

a dir mi cominciò tutto rivolto;

«non credi tu me teco e ch’io ti guidi?

Vespero è già colà dov’è sepolto

lo corpo dentro al quale io facea ombra;

Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.

Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,

non ti maravigliar più che d’i cieli

che l’uno a l’altro raggio non ingombra.

A sofferir tormenti, caldi e geli

simili corpi la Virtù dispone

che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.

Matto è chi spera che nostra ragione

possa trascorrer la infinita via

che tiene una sustanza in tre persone.

State contenti, umana gente, al quia;

ché, se potuto aveste veder tutto,

mestier non era parturir Maria;

e disïar vedeste sanza frutto

tai che sarebbe lor disio quetato,

ch’etternalmente è dato lor per lutto;

io dico d’Aristotele e di Plato

e di molt’altri»; e qui chinò la fronte,

e più non disse, e rimase turbato.

Noi divenimmo intanto a piè del monte;

quivi trovammo la roccia sì erta,

che ‘ndarno vi sarien le gambe pronte.

Tra Lerice e Turbìa la più diserta,

la più rotta ruina è una scala,

verso di quella, agevole e aperta.

«Or chi sa da qual man la costa cala»,

disse ‘l maestro mio fermando ‘l passo,

«sì che possa salir chi va sanz’ala?».

E mentre ch’e’ tenendo ‘l viso basso

essaminava del cammin la mente,

e io mirava suso intorno al sasso,

da man sinistra m’apparì una gente

d’anime, che movieno i piè ver’ noi,

e non pareva, sì venïan lente.

«Leva», diss’io, «maestro, li occhi tuoi:

ecco di qua chi ne darà consiglio,

se tu da te medesmo aver nol puoi».

Guardò allora, e con libero piglio

rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;

e tu ferma la spene, dolce figlio».

Ancora era quel popol di lontano,

i’ dico dopo i nostri mille passi,

quanto un buon gittator trarria con mano,

quando si strinser tutti ai duri massi

de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti

com’a guardar, chi va dubbiando, stassi.

«O ben finiti, o già spiriti eletti»,

Virgilio incominciò, «per quella pace

ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,

ditene dove la montagna giace,

sì che possibil sia l’andare in suso;

ché perder tempo a chi più sa più spiace».

Come le pecorelle escon del chiuso

a una, a due, a tre, e l’altre stanno

timidette atterrando l’occhio e ‘l muso;

e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,

addossandosi a lei, s’ella s’arresta,

semplici e quete, e lo ‘mperché non sanno;

sì vid’io muovere a venir la testa

di quella mandra fortunata allotta,

pudica in faccia e ne l’andare onesta.

Come color dinanzi vider rotta

la luce in terra dal mio destro canto,

sì che l’ombra era da me a la grotta,

restaro, e trasser sé in dietro alquanto,

e tutti li altri che venieno appresso,

non sappiendo ‘l perché, fenno altrettanto.

«Sanza vostra domanda io vi confesso

che questo è corpo uman che voi vedete;

per che ‘l lume del sole in terra è fesso.

Non vi maravigliate, ma credete

che non sanza virtù che da ciel vegna

cerchi di soverchiar questa parete».

Così ‘l maestro; e quella gente degna

«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,

coi dossi de le man faccendo insegna.

E un di loro incominciò: «Chiunque

tu se’, così andando, volgi ‘l viso:

pon mente se di là mi vedesti unque».

Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:

biondo era e bello e di gentile aspetto,

ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’io mi fui umilmente disdetto

d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;

e mostrommi una piaga a sommo ‘l petto.

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,

nepote di Costanza imperadrice;

ond’io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia, genitrice

de l’onor di Cicilia e d’Aragona,

e dichi ‘l vero a lei, s’altro si dice.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona

di due punte mortali, io mi rendei,

piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;

ma la bontà infinita ha sì gran braccia,

che prende ciò che si rivolge a lei.

Se ‘l pastor di Cosenza, che a la caccia

di me fu messo per Clemente allora,

avesse in Dio ben letta questa faccia,

l’ossa del corpo mio sarieno ancora

in co del ponte presso a Benevento,

sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento

di fuor dal regno, quasi lungo ‘l Verde,

dov’ e’ le trasmutò a lume spento.

Per lor maladizion sì non si perde,

che non possa tornar, l’etterno amore,

mentre che la speranza ha fior del verde.

Vero è che quale in contumacia more

di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,

star li convien da questa ripa in fore,

per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,

in sua presunzïon, se tal decreto

più corto per buon prieghi non diventa.

Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,

revelando a la mia buona Costanza

come m’hai visto, e anco esto divieto;

ché qui per quei di là molto s’avanza».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Purgatorio, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1967

Orribil furon li peccati miei

3^ canto del Purgatorio

La conversione di Manfredi

Nell’Antipurgatorio. Dalla spiaggia verso le pendici del Purgatorio. Il poeta sente dire da Manfredi: «I peccati miei furono orribili; ma la Bontà incommensurabile è così grande e generosa, che accoglie ciò che si volge a lei. Se l’arcivescovo di Cosenza, che fu inviato in quel tempo alla mia ricerca da Clemente, avesse inteso esattamente l’aspetto misericordioso di Dio, le ossa del corpo mio sarebbero ancora in capo al ponte vicino a Benevento, sotto la protezione del pesante cumulo di pietre».

A proposito della conversione di Manfredi effettuata poco prima della morte, della stessa esisteva una tradizione orale, della quale alcune tracce furono trovate nella cronaca di fra Iacopo d’Acqui, l’Imago Mundi, datata 1330-1340. Secondo tale narrazione, un certo conte Enrico, della famiglia di Manfredi, sarebbe stato testimone delle sue ultime parole: “Deus propitius esto mihi peccatori”, a causa delle quali poi il re si sarebbe salvato.

Parole, tra l’altro, riecheggianti quelle del pubblicano nella parabola evangelica di Luca (Vangelo 18,13), ed entrate successivamente a far parte della liturgia cristiana della penitenza. Tornando al racconto del frate, è certo che lo stesso ha lasciato aperta la congettura che le voci di cui alla tradizione orale di riferimento, fossero vere o meno, riguardassero la salvezza finale di Manfredi e che Dante si sia limitato a farle proprie, riportandole poeticamente nel 3^ canto del Purgatorio.

Per quanto riguarda, invece, il rapporto tra la suddetta conversione, la bontà di Dio e il tema della salvezza dell’anima di Manfredi, citiamo questo passo della Chiavacci Leonardi: “Il re scomunicato e peccatore (Orribil furon li peccati miei) che, già ferito a morte in battaglia, si rivolge a Dio con lacrime (io mi rendei, piangendo) e ne riceve l’abbraccio e il perdono, ci dice l’infinita ampiezza della misericordia divina, la gratuità della salvezza (data a chi ha peccato fino all’ultima ora), e l’unica cosa che è richiesta all’uomo per ottenerla: la conversione del cuore, anche all’ultimo breve momento, anche con una sola lacrima (come dirà poi Bonconte), con una sola parola. È questo il senso profondo del Purgatorio dantesco, che via via apparirà, in forme diverse, nelle diverse storie che verranno narrate”.

© ORRIBIL FURON LI PECCATI MIEI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Classici Oscar 2005