10^ canto del Purgatorio

(Canto X, dove si tratta del primo girone del proprio purgatorio, il quale luogo discrive l’auttore sotto certi intagli d’antiche imagini; e qui si purga la colpa de la superbia.)

Poi fummo dentro al soglio de la porta

che ‘l mal amor de l’anime disusa,

perché fa parer dritta la via torta,

sonando la senti’ esser richiusa;

e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,

qual fora stata al fallo degna scusa?

Noi salavam per una pietra fessa,

che si moveva e d’una e d’altra parte,

sì come l’onda che fugge e s’appressa.

«Qui si conviene usare un poco d’arte»,

cominciò ‘l duca mio, «in accostarsi

or quinci, or quindi al lato che si parte».

E questo fece i nostri passi scarsi,

tanto che pria lo scemo de la luna

rigiunse al letto suo per ricorcarsi,

che noi fossimo fuor di quella cruna;

ma quando fummo liberi e aperti

sù dove il monte in dietro si rauna,

ïo stancato e amendue incerti

di nostra via, restammo in su un piano

solingo più che strade per diserti.

Da la sua sponda, ove confina il vano,

al piè de l’alta ripa che pur sale,

misurrebbe in tre volte un corpo umano;

e quanto l’occhio mio potea trar l’ale,

or dal sinistro e or dal destro fianco,

questa cornice mi parea cotale.

Là sù non eran mossi i piè nostri anco,

quand’io conobbi quella ripa intorno

che dritto di salita aveva manco,

esser di marmo candido e addorno

d’intagli sì, che non pur Policleto,

ma la natura lì avrebbe scorno.

L’angel che venne in terra col decreto

de la molt’anni lagrimata pace,

ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,

dinanzi a noi pareva sì verace

quivi intagliato in un atto soave,

che non sembiava imagine che tace.

Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!‘;

perché iv’era imaginata quella

ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;

e avea in atto impressa esta favella

Ecce ancilla Deï‘, propriamente

come figura in cera si suggella.

«Non tener pur ad un loco la mente»,

disse ‘l dolce maestro, che m’avea

da quella parte onde ‘l cuore ha la gente.

Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea

di retro da Maria, da quella costa

onde m’era colui che mi movea,

un’altra storia ne la roccia imposta;

per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,

acciò che fosse a li occhi miei disposta.

Era intagliato lì nel marmo stesso

lo carro e ‘ buoi, traendo l’arca santa,

per che si teme officio non commesso.

Dinanzi parea gente; e tutta quanta,

partita in sette cori, a’ due mie’ sensi

faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.

Similemente al fummo de li ‘ncensi

che v’era imaginato, li occhi e ‘l naso

e al sì e al no discordi fensi.

Lì precedeva al benedetto vaso,

trescando alzato, l’umile salmista,

e più e men che re era in quel caso.

Di contra, effigïata ad una vista

d’un gran palazzo, Micòl ammirava

sì come donna dispettosa e trista.

I’ mossi i piè del loco dov’io stava,

per avvisar da presso un’altra istoria,

che di dietro a Micòl mi biancheggiava.

Quiv’era storïata l’alta gloria

del roman principato, il cui valore

mosse Gregorio a la sua gran vittoria;

i’ dico di Traiano imperadore;

e una vedovella li era al freno,

di lagrime atteggiata e di dolore.

Intorno a lui parea calcato e pieno

di cavalieri, e le aguglie ne l’oro

sovr’essi in vista al vento si movieno.

La miserella intra tutti costoro

pareva dir: «Segnor, fammi vendetta

di mio figliuol ch’è morto, ond’io m’accoro»;

ed elli a lei rispondere: «Or aspetta

tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio,

come persona in cui dolor s’affretta,

«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’io,

la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene

a te che fia, se ‘l tuo metti in oblio?»;

ond’elli: «Or ti conforta; ch’ei convene

ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:

giustizia vuole e pietà mi ritene».

Colui che mai non vide cosa nova

produsse esto visibile parlare,

novello a noi perché qui non si trova.

Mentr’io mi dilettava di guardare

l’imagini di tante umilitadi,

e per lo fabbro loro a veder care,

«Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,

mormorava il poeta, «molte genti:

questi ne ‘nvïeranno a li alti gradi».

Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti

per veder novitadi ond’e’ son vaghi,

volgendosi ver’ lui non furon lenti.

Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi

di buon proponimento per udire

come Dio vuol che ‘l debito si paghi.

Non attender la forma del martìre:

pensa la succession; pensa ch’al peggio

oltre la gran sentenza non può ire.

Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio

muovere a noi, non mi sembian persone,

e non so che, sì nel veder vaneggio».

Ed elli a me: «La grave condizione

di lor tormento a terra li rannicchia,

sì che ‘ miei occhi pria n’ebber tencione.

Ma guarda fiso là, e disviticchia

col viso quel che vien sotto a quei sassi:

già scorger puoi come ciascun si picchia».

O superbi cristian, miseri lassi,

che, de la vista de la mente infermi,

fidanza avete ne’ retrosi passi,

non v’accorgete voi che noi siam vermi

nati a formar l’angelica farfalla,

che vola a la giustizia sanza schermi?

Di che l’animo vostro in alto galla,

sì come vermo in cui formazion falla?

Come per sostentar solaio o tetto,

per mensola talvolta una figura

si vede giugner le ginocchia al petto,

la qual fa del non ver vera rancura

nascere ‘n chi la vede; così fatti

vid’io color, quando puosi ben cura.

Vero è che più e meno eran contratti

secondo ch’avien più e meno a dosso;

e qual più pazïenza avea ne li atti,

piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Purgatorio, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1967

Ma guarda fiso là, e disviticchia

10^ canto del Purgatorio

I superbi

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Virgilio: «La molesta qualità del loro tormento li fa piegare in due verso terra, sicché prima i miei occhi ne ebbero motivo di contesa. Ma guarda fissamente là, e districa con gli occhi quello che viene sotto a quei massi: puoi già vedere come ciascuno è battuto e castigato dalla giustizia divina».

Il riferimento è ai superbi, posti da Dante in questa cornice. Costoro appaiono d’un tratto a Virgilio, che ne rende subito edotto Dante, mentre costui è ancora completamente immerso nell’ammirare le sculture ultraterrene che, raffigurando in marmorei bassorilievi gli esempi di umiltà esaltata, sono situate sulla parete della cornice sopra citata che circonda il monte.

Essi, da sinistra rispetto ai due poeti, procedono lentamente, rannicchiati sotto il peso di massi enormi, sotto i quali a malapena è riconoscibile la figura umana, celata alla vista proprio dagli stessi che gravano sulle loro spalle. “I volti, che si ersero superbi, ora sono costretti a forza verso terra; tutta la persona, abituata ad esprimere la dignità e l’alterigia, ora si piega e si contorce in atti di forzata contrizione, viva immagine di una grandezza proterva che è stata umiliata e vinta”, evidenziava il Sapegno nella presentazione di questo canto.

I superbi, nella loro vita terrena, non si accorsero, a causa della loro cecità mentale, che gli uomini vivono sulla Terra soltanto nell’attesa di ‘volare in cielo’, avendo ben poco da compiacersi di sé stessi. E la Chiavacci Leonardi chiosa: “La sofferenza del superbo schiacciato e quasi irriconoscibile come persona umana esprime la condizione dell’anima penitente, che espia la sua colpa con dolore e abbassamento eguali alla presunzione precedente”. Per concludere, non è secondario il fatto che, nell’efficacissima rappresentazione dantesca, l’ispirazione possa essere venuta al poeta appunto dalle cariatidi citate poco sopra, raffigurate nei portali delle chiese.

© MA GUARDA FISO LÀ, E DISVITICCHIA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 12^ ristampa 1979

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Classici Oscar 2005

Era intagliato lì nel marmo stesso

10^ canto del Purgatorio

Gli esempi di umiltà: la danza di David e la leggenda di Traiano con la vedovella

Nella prima cornice del Purgatorio. Dante narra: “«Non pensare soltanto a una sola cosa», disse il caro maestro, che mi teneva da quel lato dove le persone hanno il cuore. Per cui mi mossi con lo sguardo, e dietro a Maria vidi, da quel lato dov’era colui che mi guidava, una seconda scena illustrata in scultura nella parete rocciosa; per cui io oltrepassai Virgilio, e mi avvicinai, affinché fosse esposta ai miei occhi.

“Lì erano scolpiti nello stesso marmo il carro e i buoi, trainanti l’Arca santa, per cui da allora si teme di assumere un incarico non affidato. In primo piano apparivano le persone; e tutte quante, divise in sette schiere in atto di cantare, facevano dire ai miei due sensi all’uno ‘No’, all’altro ‘Sì, canta’. Ugualmente rispetto al fumo dell’incenso che vi era rappresentato, la vista e l’odorato si fecero contrastanti sia al “sì” sia al “no”.

“Lì incedeva davanti alla reliquia sacra, danzando con la veste alzata, l’umile autore di salmi, e in quell’occasione era più che un re e meno che un re. Dirimpetto, scolpita a una finestra di un grande palazzo, Micol guardava con attenzione come una donna sprezzante e corrucciata. M’incamminai dal punto in cui io stavo, per guardare attentamente da vicino una terza scena, che splendeva ai miei occhi con il marmo candido di là di quella di Micol.

“Lì era raffigurato il nobile atto di giustizia compiuto dal principe romano, la cui eccellenza morale spinse Gregorio alla sua grande vittoria; parlo di Traiano, imperatore; e una vedovella gli teneva il cavallo al morso, raffigurata nel marmo con l’atteggiamento di chi piange e si duole. Intorno a lui appariva affollato e pieno di cavalieri, e le aquile delle insegne effigiate in campo d’oro sopra di essi per ciò che sembrava alla vista si muovevano al vento.

“La miserella sembrava dire tra tutti costoro: «Signore, rendimi giustizia per il mio figliolo che è stato ucciso, per cui io mi strazio»; ed egli risponderle: «Ora aspetta finché torni»; e quella, come una persona in cui la sofferenza si fa impaziente: «Signore mio, se tu non torni?»; ed egli: «Chi sarà al mio posto, te la renderà»; ed essa: «Il bene compiuto da altri di quale vantaggio sarà, se trascuri il tuo?»; ed egli: «Ora rincuorati; che è giusto che adempia il mio dovere prima che parta: lo vuole la giustizia e mi trattiene la compassione»”.

© ERA INTAGLIATO LÌ NEL MARMO STESSO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

E avea in atto impressa esta favella

10^ canto del Purgatorio

Gli esempi di umiltà: l’arcangelo Gabriele e Maria

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Dopo che fummo oltre il limitare della porta che lascia in abbandono la viziosa cupidigia per i beni terreni degli uomini, perché fa apparire diretta la via errata, mentre risuonava la sentii che si era chiusa; e se io avessi volto gli occhi a essa, come sarebbe stata un’opportuna giustificazione alla colpa? Noi salivamo attraverso un sentiero scavato nella parete rocciosa, che procedeva tortuosamente sia da un lato sia dall’altro, come l’onda che si allontana in fretta e si avvicina.

“«Qui è necessario usare un poco d’accortezza», iniziò a dire la guida mia, «nell’accostarsi una volta di qua, una volta di là alle rientranze della parete». E questo rese i nostri passi lenti e brevi, tanto che l’ultimo quarto di luna giunse di nuovo all’orizzonte per tramontare, prima che noi fossimo fuori di quella strettoia; ma quando fummo liberi e in un luogo aperto in alto dove il monte ritrae le coste verso il proprio asse, io prostrato e ambedue dubbiosi sulla via da seguire, ci fermammo su un ripiano solitario più che le strade che attraversano i luoghi solitari e disabitati.

“Dal suo margine esterno, in cui ha come confine il vuoto, ai piedi dell’alta parete che continua ad andare su, misurerebbe tre volte la lunghezza di un corpo umano; e quanto il mio occhio poteva spaziare con le ali, una volta dalla parte sinistra una volta dalla destra, questo ripiano mi sembrava di tal fatta. I nostri piedi non si erano ancora mossi sul ripiano, quando io mi avvidi che quella parete attorno che aveva una minore ripidezza per salire, era di marmo bianchissimo e adornato di bassorilievi tali, che non soltanto Policleto, ma lì la natura ne avrebbe lo scorno.

“L’angelo che scese in Terra con la deliberazione divina della pace con Dio invocata con lacrime e attesa per molti secoli, che riaprì il Paradiso negato all’uomo da lungo tempo, sembrava lì davanti a noi così reale scolpito in un contegno di tenera e venerante devozione, che non dava l’impressione di essere una raffigurazione muta ma una persona viva e parlante. Si sarebbe giurato che egli dicesse ‘Ave!’; perché lì era rappresentata quella che girò la chiave ad aprire la porta del divino Amore; e nell’atteggiamento aveva impresse queste parole: ‘Ecco l’ancella di Dio’, precisamente come un’immagine s’imprime come un sigillo nella cera”.

© E AVEA IN ATTO IMPRESSA ESTA FAVELLA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

9^ canto del Purgatorio

(Canto IX, nel quale pone l’auttore uno suo significativo sogno; e poi come pervennero a l’entrata del purgatorio proprio, descrivendo come ne l’entrata di purgatorio trovoe uno angelo che con la punta de la spada che portava in mano scrisse ne la fronte di Dante sette P.)

La concubina di Titone antico

già s’imbiancava al balco d’orïente,

fuor de le braccia del suo dolce amico;

di gemme la sua fronte era lucente,

poste in figura del freddo animale

che con la coda percuote la gente;

e la notte, de’ passi con che sale,

fatti avea due nel loco ov’eravamo,

e ‘l terzo già chinava in giuso l’ale;

quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,

vinto dal sonno, in su l’erba inchinai

là ‘ve già tutti e cinque sedavamo.

Ne l’ora che comincia i tristi lai

la rondinella presso a la mattina,

forse a memoria de’ suo’ primi guai,

e che la mente nostra, peregrina

più da la carne e men da’ pensier presa,

a le sue visïon quasi è divina,

in sogno mi parea veder sospesa

un’aguglia nel ciel con penne d’oro,

con l’ali aperte e a calare intesa;

ed esser mi parea là dove fuoro

abbandonati i suoi da Ganimede,

quando fu ratto al sommo consistoro.

Fra me pensava: ‘Forse questa fiede

pur qui per uso, e forse d’altro loco

disdegna di portarne suso in piede’.

Poi mi parea che, poi rotata un poco,

terribil come folgor discendesse,

e me rapisse suso infino al foco.

Ivi parea che ella e io ardesse;

e sì lo ‘ncendio imaginato cosse,

che convenne che ‘l sonno si rompesse.

Non altrimenti Achille si riscosse,

li occhi svegliati rivolgendo in giro

e non sappiendo là dove si fosse,

quando la madre da Chirón a Schiro

trafuggò lui dormendo in su le braccia,

là onde poi li Greci il dipartiro;

che mi scoss’io, sì come da la faccia

mi fuggì ‘l sonno, e diventa’ ismorto,

come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.

Dallato m’era solo il mio conforto,

e ‘l sole er’ alto già più che due ore,

e ‘l viso m’era a la marina torto.

«Non aver tema», disse il mio segnore;

«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;

non stringer, ma rallarga ogne vigore.

Tu se’ omai al purgatorio giunto:

vedi là il balzo che ‘l chiude dintorno;

vedi l’entrata là ‘ve par digiunto.

Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,

quando l’anima tua dentro dormia,

sovra li fiori ond’è là giù addorno

venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;

lasciatemi pigliar costui che dorme;

sì l’agevolerò per la sua via”.

Sordel rimase e l’altre genti forme;

ella ti tolse, e come ‘l dì fu chiaro,

sen venne suso: e io per le sue orme.

Qui ti posò, ma pria mi dimostraro

li occhi suoi belli quella intrata aperta;

poi ella e ‘l sonno ad una se n’andaro».

A guisa d’uom che ‘n dubbio si raccerta

e che muta in conforto sua paura,

poi che la verità li è discoperta,

mi cambia’ io; e come sanza cura

vide me ‘l duca mio, su per lo balzo

si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.

Lettor, tu vedi ben com’io innalzo

la mia matera, e però con più arte

non ti maravigliar s’io la rincalzo.

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte

che là dove pareami prima rotto,

pur come un fesso che muro diparte,

vidi una porta, e tre gradi di sotto

per gire ad essa, di color diversi,

e un portier ch’ancor non facea motto.

E come l’occhio più e più v’apersi,

vidil seder sovra ‘l grado sovrano,

tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;

e una spada nuda avëa in mano,

che reflettëa i raggi sì ver’ noi,

ch’io dirizzava spesso il viso in vano.

«Dite costinci: che volete voi?»,

cominciò elli a dire, «ov’è la scorta?

Guardate che ‘l venir sù non vi nòi».

«Donna del ciel, di queste cose accorta»,

rispuose ‘l mio maestro a lui, «pur dianzi

ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».

«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,

ricominciò il cortese portinaio:

«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».

Là ne venimmo; e lo scaglion primaio

bianco marmo era sì pulito e terso,

ch’io mi specchiai in esso qual io paio.

Era il secondo tinto più che perso,

d’una petrina ruvida e arsiccia,

crepata per lo lungo e per traverso.

Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,

porfido mi parea, sì fiammeggiante

come sangue che fuor di vena spiccia.

Sovra questo tenëa ambo le piante

l’angel di Dio sedendo in su la soglia

che mi sembiava pietra di diamante.

Per li tre gradi sù di buona voglia

mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi

umilemente che ‘l serrame scioglia».

Divoto mi gittai a’ santi piedi;

misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,

ma tre volte nel petto pria mi diedi.

Sette P ne la fronte mi descrisse

col punton de la spada, e «Fa che lavi,

quando se’ dentro, queste piaghe», disse.

Cenere, o terra che secca si cavi,

d’un color fora col suo vestimento;

e di sotto da quel trasse due chiavi.

L’una era d’oro e l’altra era d’argento;

pria con la bianca e poscia con la gialla

fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.

«Quandunque l’una d’este chiavi falla,

che non si volga dritta per la toppa»,

diss’elli a noi, «non s’apre questa calla.

Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa

d’arte e d’ingegno avanti che diserri,

perch’ella è quella che ‘l nodo digroppa.

Da Pier la tegno; e dissemi ch’i’ erri

anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,

pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».

Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,

dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti

che di fuor torna chi ‘n dietro si guata».

E quando fuor ne’ cardini distorti

li spigoli di quella regge sacra,

che di metallo son sonanti e forti,

non rugghiò sì né si mostrò sì acra

Tarpëa, come tolto le fu il buono

Metello, per che poi rimase macra.

Io mi rivolsi attento al primo tuono,

e ‘Te Deum laudamus‘ mi parea

udire in voce mista al dolce suono.

Tale imagine a punto mi rendea

ciò ch’io udiva, qual prender si suole

quando a cantar con organi si stea;

ch’or sì or no s’intendon le parole.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Purgatorio, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1967

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte

9^ canto del Purgatorio

Il cortese portinaio

Nel Purgatorio. Davanti alla porta. Il poeta narra: “Noi ci avvicinammo, ed eravamo a un punto per cui là dove prima mi appariva spaccato, proprio come una crepa che divide un muro, vidi una porta, e tre gradini sottostanti per andare a essa, di colori vari, e un portiere che ancora taceva. E quando sempre più lo guardai con attenzione, lo vidi sedere sopra il gradino posto più in alto, tale nella faccia che io non ne sopportai la vista; e aveva in mano una spada sguainata, che rimandava così i raggi di luce verso di noi, che io spesso vi volgevo inutilmente lo sguardo.

“«Parlate da dove siete: voi che cosa desiderate?», egli iniziò a dire, «dov’è la guida? State attenti che il salire non vi sia di nocumento».

“«Una donna del Paradiso, resa edotta di queste cose», gli rispose il mio maestro, «proprio poco fa ci disse: “Dirigetevi là: lì c’è la porta”».

“«Ed ella vi faccia progredire nella via del bene», riprese a dire il cortese portinaio: «Venite dunque davanti ai gradini sotto la nostra custodia».

“Noi giungemmo là; e il primo scalino era di marmo bianco così levigato e limpido, che io mi contemplai come in uno specchio in esso quale io appaio. Il secondo era nero più che scuro, fatto di pietra scabra e arida, piena di crepe per lungo e per largo. Il terzo, che poggia con la propria massa al di sopra, somigliava al porfido, così rosseggiante come il sangue che esce fuori con forza da una vena.

“Sopra questo l’angelo di Dio teneva ambo i piedi sedendo sul limitare che mi sembrava una pietra di diamante. La guida mia condusse me che ero volenteroso su per i tre gradini, dicendo: «Prega in modo contrito che apra la serratura della porta». M’inginocchiai devotamente davanti ai suoi piedi santi; pregai misericordia e che mi aprisse, ma prima mi battei tre volte il petto”.

© NOI CI APPRESSAMMO, ED ERAVAMO IN PARTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Lasciatemi pigliar costui che dorme

9^ canto del Purgatorio

L’aiuto di santa Lucia

Nel Purgatorio. In vista della porta. Dante narra: “Accanto a me c’era solo il mio conforto, e il sole era già sorto da più che due ore, e la mia vista era rivolta verso il tratto di mare. «Non aver timore», disse il mio signore; «tranquillizzati, perché noi siamo avanti nel nostro cammino; non restringere, ma dà libero corso a ogni energia spirituale. Dopo quanto è accaduto tu sei arrivato al Purgatorio: vedi là il pendio che lo cinge intorno; vedi l’ingresso là dove il pendio appare disgiunto.

«Poco fa, nell’alba che precede il giorno, quando la tua anima dentro aveva le sue facoltà impedite dal sonno, venne una donna sopra i fiori di cui è adorno quel luogo laggiù, e disse: “Sono Lucia; permettetemi di prendere costui che dorme; così l’aiuterò nel suo cammino”. Sordello e le altre anime nobili rimasero lì; ella ti prese tra le braccia, e quando si fece giorno, salì; e io lo seguii. Ti depose qui, ma prima gli occhi suoi belli mi resero manifesta quella fessura nel balzo; poi ella e il sonno scomparvero insieme».

“Similmente a colui che si accerta nel dubbio e che trasforma la sua paura in sicurezza, dopo che la verità gli è stata rivelata, mi mutai io; e quando la guida mia mi vide senza timore, salì per il pendio, e io dietro verso l’alto. Lettore, tu intendi chiaramente come io elevo a una maggiore dignità poetica il mio tema, e perciò non ti meravigliare se io lo fortifico con più artificio di finzioni”.

© LASCIATEMI PIGLIAR COSTUI CHE DORME

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Ne l’ora che comincia i tristi lai

9^ canto del Purgatorio

Il sogno di Dante

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Il poeta narra: “La moglie del vecchio Titone s’illuminava già al balcone d’oriente, lontano dalle braccia del suo caro uomo amato; la sua fronte era splendente di astri celesti, disposti a formare il disegno della costellazione dell’animale dal sangue freddo che colpisce le persone con la coda; e la notte, dei passi con cui sale verso lo zenit, ne aveva percorsi due nel punto in cui ci trovavamo, e il terzo chinava già le ali in basso; quando io, che avevo con me il corpo mortale, sopraffatto dalla sonnolenza, mi chinai sul terreno là dove sedevamo già tutti e cinque.

“Nell’ora in cui la rondinella inizia le sue voci querule vicino alla mattina, forse in ricordo dei suoi lamenti di un tempo, e in cui la mente umana, più distaccata dai vincoli corporei e meno posseduta dai pensieri, è quasi divinatrice nei suoi sogni, avevo l’impressione di vedere in sogno un’aquila con le piume di color d’oro librata nel cielo, con le ali distese e in atto di scendere; e mi sembrava di essere là dove furono abbandonati i suoi da Ganimede, quando fu trasportato fino al supremo concilio degli dèi.

“Dentro di me riflettevo: ‘Forse questa si dirige proprio qui per abitudine, e forse ritiene non degno di sé il levare prede tra gli artigli da un altro luogo’. Poi avevo l’impressione che, dopo aver roteato un poco, discendesse terribile come un fulmine, e mi trasportasse in alto fino alla sfera del fuoco. Lì sembrava che bruciassimo essa e io; e così mi scottò la visione dell’ardore immaginato, che fu inevitabile che mi destassi.

“Non in modo diverso si scosse Achille, mentre volgeva intorno a sé gli occhi appena aperti e non sapendo là dove fosse, quando la madre togliendolo alle cure di Chirone lo portò via di nascosto dormiente sulle braccia a Sciro, da dove poi Ulisse e Diomede lo condussero via; di quello che mi riscossi io, appena il sonno fuggì dai miei occhi, e diventai pallido, come fa chi, spaventato, agghiaccia”.

© NE L’ORA CHE COMINCIA I TRISTI LAI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

8^ canto del Purgatorio

(Canto VIII, dove si tratta de la quinta qualitade, cioè di coloro che, per timore di non perdere onore e signoria e offizi e massimalmente per non ritrarre le mani da l’utilità de la pecunia, si tardaro a confessare di qui all’ultima ora di loro vita e non facendo penitenza di lor peccati; dove nomina iudice Nino e Currado marchese Malespini.)

Era già l’ora che volge il disio

ai navicanti e ‘ntenerisce il core

lo dì c’han detto ai dolci amici addio;

e che lo novo peregrin d’amore

punge, se ode squilla di lontano

che paia il giorno pianger che si more;

quand’io incominciai a render vano

l’udire e a mirare l’una de l’alme

surta, che l’ascoltar chiedea con mano.

Ella giunse e levò ambo le palme,

ficcando li occhi verso l’orïente,

come dicesse a Dio: ‘D’altro non calme’.

Te lucis ante‘ sì devotamente

le uscìo di bocca e con sì dolci note,

che fece me a me uscir di mente;

e l’altre poi dolcemente e devote

seguitar lei per tutto l’inno intero,

avendo li occhi a le superne rote.

Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,

ché ‘l velo è ora ben tanto sottile,

certo che ‘l trapassar dentro è leggero.

Io vidi quello essercito gentile

tacito poscia riguardare in sùe,

quasi aspettando, palido e umìle;

e vidi uscir de l’alto e scender giùe

due angeli con due spade affocate,

tronche e private de le punte sue.

Verdi come fogliette pur mo nate

erano in veste, che da verdi penne

percosse traean dietro e ventilate.

L’un poco sovra noi a star si venne,

e l’altro scese in l’opposita sponda,

sì che la gente in mezzo si contenne.

Ben discernëa in lor la testa bionda;

ma ne la faccia l’occhio si smarria,

come virtù ch’a troppo si confonda.

«Ambo vegnon del grembo di Maria»,

disse Sordello, «a guardia de la valle,

per lo serpente che verrà vie via».

Ond’io, che non sapeva per qual calle,

mi volsi intorno, e stretto m’accostai,

tutto gelato, a le fidate spalle.

E Sordello anco: «Or avvalliamo omai

tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;

grazïoso fia lor vedervi assai».

Solo tre passi credo ch’i’ scendesse,

e fui di sotto, e vidi un che mirava

pur me, come conoscer mi volesse.

Temp’era già che l’aere s’annerava,

ma non sì che tra li occhi suoi e ‘ miei

non dichiarisse ciò che pria serrava.

Ver’ me si fece, e io ver’ lui mi fei:

giudice Nin gentil, quanto mi piacque

quando ti vidi non esser tra ‘ rei!

Nullo bel salutar tra noi si tacque;

poi dimandò: «Quant’è che tu venisti

a piè del monte per le lontane acque?».

«Oh!», diss’io lui, «per entro i luoghi tristi

venni stamane, e sono in prima vita,

ancor che l’altra, sì andando, acquisti».

E come fu la mia risposta udita,

Sordello ed elli in dietro si raccolse

come gente di sùbito smarrita.

L’uno a Virgilio e l’altro a un si volse

che sedea lì, gridando: «Sù, Corrado!

vieni a veder che Dio per grazia volse».

Poi, vòlto a me: «Per quel singular grado

che tu dei a colui che sì nasconde

lo suo primo perché, che non lì è guado,

quando sarai di là da le larghe onde,

dì a Giovanna mia che per me chiami

là dove a li ‘nnocenti si risponde.

Non credo che la sua madre più m’ami,

poscia che trasmutò le bianche bende,

le quai convien che, misera!, ancor brami.

Per lei assai di lieve si comprende

quanto in femmina foco d’amor dura,

se l’occhio o ‘l tatto spesso non l’accende.

Non le farà sì bella sepultura

la vipera che Melanesi accampa,

com’avria fatto il gallo di Gallura».

Così dicea, segnato de la stampa,

nel suo aspetto, di quel dritto zelo

che misuratamente in core avvampa.

Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,

pur là dove le stelle son più tarde,

sì come rota più presso a lo stelo.

E ‘l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?».

E io a lui: «A quelle tre facelle

di che ‘l polo di qua tutto quanto arde».

Ond’elli a me: «Le quattro chiare stelle

che vedevi staman, son di là basse,

e queste son salite ov’eran quelle».

Com’ei parlava, e Sordello a sé il trasse

dicendo: «Vedi là ‘l nostro avversaro»;

e drizzò il dito perché ‘n là guardasse.

Da quella parte onde non ha riparo

la picciola vallea, era una biscia,

forse qual diede ad Eva il cibo amaro.

Tra l’erba e ‘ fior venìa la mala striscia,

volgendo ad ora ad or la testa, e ‘l dosso

leccando come bestia che si liscia.

Io non vidi, e però dicer non posso,

come mosser li astor celestïali;

ma vidi bene e l’uno e l’altro mosso.

Sentendo fender l’aere a le verde ali,

fuggì ‘l serpente, e li angeli dier volta,

suso a le poste rivolando iguali.

L’ombra che s’era al giudice raccolta

quando chiamò, per tutto quello assalto

punto non fu da me guardare sciolta.

«Se la lucerna che ti mena in alto

truovi nel tuo arbitrio tanta cera

quant’è mestiere infino al sommo smalto»,

cominciò ella, «se novella vera

di Val di Magra o di parte vicina

sai, dillo a me, che già grande là era.

Fui chiamato Currado Malaspina;

non son l’antico, ma di lui discesi;

a’ miei portai l’amor che qui raffina».

«Oh!», diss’io lui, «per li vostri paesi

già mai non fui; ma dove si dimora

per tutta Europa ch’ei non sien palesi?

La fama che la vostra casa onora,

grida i segnori e grida la contrada,

sì che ne sa chi non vi fu ancora;

e io vi giuro, s’io di sopra vada,

che vostra gente onrata non si sfregia

del pregio de la borsa e de la spada.

Uso e natura sì la privilegia,

che, perché il capo reo il mondo torca,

sola va dritta e ‘l mal cammin dispregia».

Ed elli: «Or va; che ‘l sol non si ricorca

sette volte nel letto che ‘l Montone

con tutti e quattro i piè cuopre e inforca,

che cotesta cortese oppinïone

ti fia chiavata in mezzo de la testa

con maggior chiovi che d’altrui sermone,

se corso di giudicio non s’arresta».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Purgatorio, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1967

Fui chiamato Currado Malaspina

8^ canto del Purgatorio

Corrado Malaspina

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Il poeta sente dire da Corrado Malaspina: «Così la grazia illuminante che ti conduce verso l’alto possa trovare tanto alimento nel tuo libero arbitrio, quanto è necessario fino alla cima del monte smaltato di verde e di fiori, se hai una conoscenza verace dei fatti della Lunigiana o delle zone vicine, dimmelo, che là ero già potente. Fui chiamato Corrado Malaspina; non sono il capostipite, ma derivai da lui; per i miei provai l’affetto esclusivo che si purifica qui».

Corrado Malaspina, posto da Dante nell’Antipurgatorio tra i principi negligenti, fu figlio di Federico I marchese di Villafranca e nipote di Corrado il Vecchio, capostipite della casata. Sulla biografia di questo personaggio ci sono giunte testimonianze non molto significative. Da qualche documento risulta che la sua vita fu votata prevalentemente alla cura degli interessi della sua famiglia e del suo territorio. Egli avrebbe liberato per due volte Sarzana dal giogo dei Pisani, e da ciò avrebbe avuto origine il suo rapporto con il suo avversario Nino Visconti (suo compagno di penitenza, poi, nella valletta fiorita dell’Antipurgatorio), nonché avrebbe partecipato alle lotte contro il vescovo di Luni. In base al testamento redatto da lui stesso il 28 settembre 1294, divise tra i fratelli e i congiunti le terre in Lunigiana e in Sardegna, che aveva posseduto in compartecipazione con loro.

Il poeta, con tale personaggio, non fece altro che innalzare a condizione eccelsa un tipico rappresentante del mondo cavalleresco, rimasto nel suo animo per tutta la sua vita da esule, come momento storico di pace e di giustizia. Così, nell’incontro con lui, egli avvertì in maniera marcata il contrasto con gli anni che era costretto a vivere nel disordine sociale e politico della sua patria. A quest’epoca idealizzata, Dante guardava con molto rimpianto, e ciò traspare qua e là, come si vedrà, nella seconda e nella terza cantica, in cui tale rimpianto raggiungerà la vetta per mezzo della figura del suo avo Cacciaguida.

© FUI CHIAMATO CURRADO MALASPINA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970