Di vil ciliccio mi parean coperti

13^ canto del Purgatorio

Gli invidiosi

Nella seconda cornice del Purgatorio. Dante narra: “Mi apparivano coperti di un ruvido panno, e l’uno sosteneva l’altro con la spalla, e tutti erano sostenuti dalla parete. Così i ciechi a cui manca il necessario per vivere, stanno davanti alle chiese nei giorni di indulgenze a chiedere l’elemosina, e l’uno china il capo sopra l’altro, affinché negli altri penetri immediatamente la compassione, non soltanto per il risuonare delle parole, ma per l’espressione del volto che chiede pietà non meno.

“E come ai ciechi non arriva il sole, così lì alle ombre, di cui io parlo adesso, la luce del sole non si lascia loro vedere; perché un filo di ferro buca a tutti le palpebre e le cuce così, come si fa allo sparviero irrequieto poiché non sta tranquillo. Io ritenevo, andando, di compiere una scortesia, vedendo gli altri, non essendo visto: per cui mi volsi al mio consigliere sapiente”.

Il riferimento è agli invidiosi, posti dal poeta in questa cornice, che si presenta deserta e col livido colore della pietra cruda, non avendo nulla che caratterizza quella dei superbi, istoriata com’è di numerosi ed eccelsi esempi di umiltà, sono così rappresentati dal Sapegno nella sua presentazione al canto: “Nel secondo girone del monte stanno gli invidiosi: seduti e appoggiati alla parete rocciosa, sorreggendosi a vicenda come gli orbi che stanno a mendicare sulla porta delle chiese, hanno le palpebre degli occhi cucite con un filo di ferro, al modo che allora si usava con gli sparvieri ancora selvatici per riuscire più facilmente ad addomesticarli”.

E concludeva così: “La descrizione della pena inflitta agli invidiosi è svolta con una nitidezza e una precisione minuta di disegno, che sfiora a tratti la crudeltà. L’atteggiamento, tra pietoso e distaccato (di una pietà senza simpatia), del poeta, nei riguardi di questi penitenti, si definisce nei due termini, esplicitamente dichiarati, di una compassione naturale per il modo atroce della loro pena, e di una quasi totale estraneità di Dante al sentimento che li indusse a peccare”.

© DI VIL CILICCIO MI PAREAN COPERTI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 12^ ristampa 1979

E verso noi volar furon sentiti

13^ canto del Purgatorio

Gli esempi di carità

Nella seconda cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Quanto spazio si valuta in Terra per un miglio, tanto noi eravamo già avanzati su quel ripiano, in breve, per via del desiderio urgente; ed ecco si sentirono volare verso di noi, tuttavia non visti, spiriti che dicevano gentili esortazioni al convito della carità. La prima voce che passò in volo disse in tono alto ‘Non hanno vino’, e l’andò ripetendo dietro a noi. E prima che cessasse completamente di farsi udire per essersi allontanata, un’altra passò gridando ‘Sono Oreste’, e non si fermò ugualmente.

“«Oh!», io dissi, «padre, quali parole sono queste?». E quando io lo domandai, ecco la terza dicendo: ‘Amate quello da cui aveste il torto’.

“E il buon maestro: «Questo ripiano punisce il peccato dell’invidia, e perciò gli esempi che stimolano alla virtù contraria sono derivati dalla carità. Il freno deve essere dato con voci che ricordano esempi opposti; penso che le udirai, quanto al mio parere, prima che arrivi al varco del perdono. Ma scruta l’aria assai fissamente, e vedrai spiriti star seduti davanti a noi, e ciascuno è seduto lungo il dorso roccioso del monte».

“Quindi guardai con attenzione più che prima; guardai davanti a me, e vidi ombre con mantelli non differenti dalla pietra riguardo al colore. E dopo che fummo un poco più avanti, udii invocare: ‘Maria, prega per noi’: invocare ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti i santi’. Non credo che ci sia oggi in Terra uno così insensibile, che non fosse afflitto per pietà di quello che poi vidi; perché, quando fui arrivato così vicino a loro, che i loro modi mi pervenivano chiari, mi furono spremute dagli occhi lacrime moleste”.

© E VERSO NOI VOLAR FURON SENTITI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

12^ canto del Purgatorio

(Canto XII, ove si tratta del secondo girone dove si sono intagliate certe imagini antiche de’ superbi; e quivi si puniscono li superbi medesimi.)

Di pari, come buoi che vanno a giogo,

m’andava io con quell’anima carca,

fin che ‘l sofferse il dolce pedagogo.

Ma quando disse: «Lascia lui e varca;

ché qui è buono con l’ali e coi remi,

quantunque può, ciascun pinger sua barca»;

dritto sì come andar vuolsi rife’mi

con la persona, avvegna che i pensieri

mi rimanessero e chinati e scemi.

Io m’era mosso, e seguia volontieri

del mio maestro i passi, e amendue

già mostravam com’eravam leggeri;

ed el mi disse: «Volgi li occhi in giùe:

buon ti sarà, per tranquillar la via,

veder lo letto de le piante tue».

Come, perché di lor memoria sia,

sovra i sepolti le tombe terragne

portan segnato quel ch’elli eran pria,

onde lì molte volte si ripiagne

per la puntura de la rimembranza,

che solo a’ pïi dà de le calcagne;

sì vid’io lì, ma di miglior sembianza

secondo l’artificio, figurato

quanto per via di fuor del monte avanza.

Vedea colui che fu nobil creato

più ch’altra creatura, giù dal cielo

folgoreggiando scender, da l’un lato.

Vëdea Brïareo fitto dal telo

celestïal giacer, da l’altra parte,

grave a la terra per lo mortal gelo.

Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,

armati ancora, intorno al padre loro,

mirar le membra d’i Giganti sparte.

Vedea Nembròt a piè del gran lavoro

quasi smarrito, e riguardar le genti

che ‘n Sennaàr con lui superbi fuoro.

O Nïobè, con che occhi dolenti

vedea io te segnata in su la strada,

tra sette e sette tuoi fratelli spenti!

O Saùl, come in su la propria spada

quivi parevi morto in Gelboè,

che poi non sentì pioggia né rugiada!

O folle Aragne, sì vedea io te

già mezza ragna, trista in su li stracci

de l’opera che mal per te si fé.

O Roboàm, già non par che minacci

quivi ‘l tuo segno; ma pien di spavento

nel porta un carro, sanza ch’altri il cacci.

Mostrava ancor lo duro pavimento

come Almeon a sua madre fé caro

parer lo sventurato addornamento.

Mostrava come i figli si gittaro

sovra Sennacherìb dentro dal tempio,

e come, morto lui, quivi il lasciaro.

Mostrava la ruina e ‘l crudo scempio

che fé Tamiri, quando disse a Ciro:

«Sangue sitisti, e io di sangue t’empio».

Mostrava come in rotta si fuggiro

li Assiri, poi che fu morto Oloferne,

e anche le reliquie del martiro.

Vedeva Troia in cenere e in caverne;

o Ilïón, come te basso e vile

mostrava il segno che lì si discerne!

Qual di pennel fu maestro o di stile

che ritraesse l’ombre e ‘ tratti ch’ivi

mirar farieno uno ingegno sottile?

Morti li morti e i vivi parean vivi:

non vide mei di me chi vide il vero,

quant’io calcai, fin che chinato givi.

Or superbite, e via col viso altero,

figliuoli d’Eva, e non chinate il volto

sì che veggiate il vostro mal sentero!

Più era già per noi del monte vòlto

e del cammin del sole assai più speso

che non stimava l’animo non sciolto,

quando colui che sempre innanzi atteso

andava, cominciò: «Drizza la testa;

non è più tempo di gir sì sospeso.

Vedi colà l’angel che s’appresta

per venir verso noi; vedi che torna

dal servigio del dì l’ancella sesta.

Di reverenza il viso e li atti addorna,

sì che i diletti lo ‘nvïarci in suso;

pensa che questo dì mai non raggiorna!».

Io era ben del suo ammonir uso

pur di non perder tempo, sì che ‘n quella

materia non potea parlarmi chiuso.

A noi venìa la creatura bella,

biancovestito e ne la faccia quale

par tremolando mattutina stella.

Le braccia aperse, e indi aperse l’ale;

disse: «Venite: qui son presso i gradi,

e agevolemente omai si sale.

A questo invito vegnon molto radi:

o gente umana, per volar sù nata,

perché a poco vento così cadi?».

Menocci ove la roccia era tagliata;

quivi mi batté l’ali per la fronte;

poi mi promise sicura l’andata.

Come a man destra, per salire al monte

dove siede la chiesa che soggioga

la ben guidata sopra Rubaconte,

si rompe del montar l’ardita foga

per le scalee che si fero ad etade

ch’era sicuro il quaderno e la doga;

così s’allenta la ripa che cade

quivi ben ratta da l’altro girone;

ma quinci e quindi l’alta pietra rade.

Noi volgendo ivi le nostre persone,

Beati pauperes spiritu!‘ voci

cantaron sì, che nol diria sermone.

Ahi quanto son diverse quelle foci

da l’infernali! ché quivi per canti

s’entra, e là giù per lamenti feroci.

Già montavam su per li scaglion santi,

ed esser mi parea troppo più lieve

che per lo pian non mi parea davanti.

Ond’io: «Maestro, dì, qual cosa greve

levata s’è da me, che nulla quasi

per me fatica, andando, si riceve?».

Rispuose: «Quando i P che son rimasi

ancor nel volto tuo presso che stinti,

saranno, com’è l’un, del tutto rasi,

fier li tuoi piè dal buon voler sì vinti,

che non pur non fatica sentiranno,

ma fia diletto loro esser sù pinti».

Allor fec’io come color che vanno

con cosa in capo non da lor saputa,

se non che ‘ cenni altrui sospecciar fanno;

per che la mano ad accertar s’aiuta,

e cerca e truova e quello officio adempie

che non si può fornir per la veduta;

e con le dita de la destra scempie

trovai pur sei le lettere che ‘ncise

quel da le chiavi a me sovra le tempie:

a che guardando, il mio duca sorrise.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Purgatorio, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1967

Trovai pur sei le lettere che ‘ncise

12^ canto del Purgatorio

Sette P meno una

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Mentre noi volgevamo lì le nostre persone, voci cantarono così ‘Beati i poveri di spirito!’, che la lingua umana non lo descriverebbe. Ahi quanto sono differenti le vie d’accesso da quelle infernali! perché lì si entra con i canti, e nell’Inferno coni lamenti crudeli. Salivamo già per gli scalini della santa scala, e avevo l’impressione di essere molto più leggero di quanto ritenessi di essere prima lungo il ripiano.

“E io: «Maestro, di’, quale cosa pesante mi è stata tolta, che, andando, quasi nessuna fatica avverto?».

“Rispose: «Quando le P che sono rimaste ancora quasi svanite nella fronte tua, saranno completamente cancellate, come la prima di esse, i tuoi piedi saranno così governati dalla disposizione della volontà al bene, che non soltanto non avvertiranno più la fatica, ma sarà per loro un piacere essere spinti a salire».

“Quindi io feci come coloro che camminano con una cosa in capo di cui loro non si rendono conto, se non che i gesti degli altri li inducono a sospettare; per cui la mano s’ingegna di verificare, e fruga e trova e svolge quel compito che non si può eseguire con la vista; e con le dita della mano destra disgiunte l’una dall’altra trovai ridotte soltanto a sei le lettere che l’angelo portinaio mi descrisse sulla fronte col puntone della spada: al che mentre guardava, la mia guida sorrise”.

© TROVAI PUR SEI LE LETTERE CHE ‘NCISE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

A noi venìa la creatura bella

12^ canto del Purgatorio

L’angelo dell’umiltà

Nella prima cornice del Purgatorio. Dante narra: “Noi avevamo già percorso della via intorno al monte e consumato del giorno assai più di quanto stimasse l’animo non libero, quando colui che mi precedeva continuamente attento, iniziò a dire: «Alza la testa; non è più il momento di andare così assorto. Là vedi un angelo che si accinge ad avvicinarsi a noi; vedi che la sesta ora va via dopo aver prestato il suo servizio al sole. Disponi a riverenza il viso e i modi, sicché gli piaccia d’indirizzarci in alto; pensa che questo giorno non ritornerà più!».

“Io ero senz’altro abituato al suo sollecitare soprattutto di non perdere tempo, sicché su quel tema non poteva parlarmi in modo oscuro. Si avvicinava a noi la creatura angelica, vestita di bianco e nella faccia quale appare tremolante la stella mattutina. Distese le braccia, e dopo distese le ali; disse: «Venite: qui i gradini sono vicino, e d’ora innanzi si sale facilmente. Molto pochi accedono a questo invito: o uomini, creati per volare in Paradiso, perché vi lasciate abbattere così da un debole vento?».

“Ci condusse dove la parete rocciosa era recisa; lì mi toccò la fronte con un battito d’ala; poi mi assicurò che la salita si sarebbe compiuta senza impedimenti. Come a destra, per salire al monte in cui è situata la chiesa che sovrasta la ben governata sopra il ponte di Rubaconte, la ripida fatica del salire è interrotto dalla scalinata che fu costruita in un’epoca in cui si poteva fidarsi dei registri del comune e delle misure pubbliche; così si attenua la parete che scende lì assai ripida dalla cornice successiva; ma di qua e di là l’alta parete rocciosa rasenta chi sale”.

© A NOI VENÌA LA CREATURA BELLA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Mostrava ancor lo duro pavimento

12^ canto del Purgatorio

Gli esempi di superbia punita

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Vedevo da un lato colui che fu creato eccellente più che ogni altra creatura, precipitare dalla volta celeste come un fulmine. Vedevo dall’altra parte Briareo trafitto dalla saetta divina cadere morto, che preme sulla terra col suo peso smisurato per il gelo della morte. Vedevo Timbreo, vedevo Pallade e Marte, ancora forniti di armi, intorno al padre loro, osservare i corpi dei giganti prostrati a terra. Vedevo Nembrot quasi smarrito ai piedi della grande opera, e in atto di guardare le persone che nella pianura di Sennaar con lui furono mosse dalla superbia.

“O Niobe, con quali occhi afflitti io ti vedevo incisa sul pavimento del ripiano, tra le tue sette figlie e i tuoi sette figli uccisi! O Saul, come lì apparivi morto trafitto dalla tua spada nel Gelboe, che poi non risentì più gli effetti della pioggia né della rugiada! O audace Aracne, proprio te vedevo io già ragno per metà, sventurata sui resti della tela che con tuo danno fu confezionata da te. O Roboamo, certamente la tua immagine effigiata lì non sembra che minacci; ma spaventato lo porta via un carro, senza che alcuno lo insegua.

“Il pavimento di marmo rappresentava anche come Almeone fece sembrare a sua madre pagata a caro prezzo la collana apportatrice di sventura. Rappresentava come i figli si lanciarono contro Sennacherib all’interno del tempio, e come, lui morto, lo lasciarono lì. Rappresentava l’orribile atto di violenza gratuita che fece Tamiri, quando disse a Ciro: «Fosti assetato di sangue, e io di sangue ti sazio». Rappresentava come gli Assiri fuggirono in rotta, dopo che Oloferne fu ucciso, e pure i resti dell’uccisione. Vedevo Troia con le macerie e con le cavità aperte; o Ilio, quanto ti rappresentava nell’avvilimento della devastazione l’immagine effigiata che si vede lì!

© MOSTRAVA ANCOR LO DURO PAVIMENTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

11^ canto del Purgatorio

(Canto XI, nel quale si tratta del sopradetto primo girone e de’ superbi medesimi, e qui si purga la vana gloria ch’è uno de’ rami de la superbia; dove nomina il conte Uberto da Santafiore e messer Provenzano Salvani di Siena e molti altri.)

«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,

non circunscritto, ma per più amore

ch’ai primi effetti di là sù tu hai,

laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore

da ogne creatura, com’è degno

di render grazie al tuo dolce vapore.

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,

ché noi ad essa non potem da noi,

s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

Come del suo voler li angeli tuoi

fan sacrificio a te, cantando osanna,

così facciano li uomini de’ suoi.

Dà oggi a noi la cotidiana manna,

sanza la qual per questo aspro diserto

a retro va chi più di gir s’affanna.

E come noi lo mal ch’avem sofferto

perdoniamo a ciascuno, e tu perdona

benigno, e non guardar lo nostro merto.

Nostra virtù che di legger s’adona,

non spermentar con l’antico avversaro,

ma libera da lui che sì la sprona.

Quest’ultima preghiera, segnor caro,

già non si fa per noi, ché non bisogna,

ma per color che dietro a noi restaro».

Così a sé e noi buona ramogna

quell’ombre orando, andavan sotto ‘l pondo,

simile a quel che talvolta si sogna,

disparmente angosciate tutte a tondo

e lasse su per la prima cornice,

purgando la caligine del mondo.

Se di là sempre ben per noi si dice,

di qua che dire e far per lor si puote

da quei c’hanno al voler buona radice?

Ben si de’ loro atar lavar le note

che portar quinci, sì che, mondi e lievi,

possano uscire a le stellate ruote.

«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi

tosto, sì che possiate muover l’ala,

che secondo il disio vostro vi lievi,

mostrate da qual mano inver’ la scala

si va più corto; e se c’è più d’un varco,

quel ne ‘nsegnate che men erto cala;

ché questi che vien meco, per lo ‘ncarco

de la carne d’Adamo onde si veste,

al montar sù, contra sua voglia, è parco».

Le lor parole, che rendero a queste

che dette avea colui cu’ io seguiva,

non fur da cui venisser manifeste;

ma fu detto: «A man destra per la riva

con noi venite, e troverete il passo

possibile a salir persona viva.

E s’io non fossi impedito dal sasso

che la cervice mia superba doma,

onde portar convienmi il viso basso,

cotesti, ch’ancor vive e non si noma,

guardere’ io, per veder s’i’ ‘l conosco,

e per farlo pietoso a questa soma.

Io fui Latino e nato d’un gran Tosco:

Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;

non so se ‘l nome suo già mai fu vosco.

L’antico sangue e l’opere leggiadre

d’i miei maggior mi fer sì arrogante,

che, non pensando a la comune madre,

ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,

ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,

e sallo in Campagnatico ogne fante.

Io sono Omberto; e non pur a me danno

superbia fa, ché tutti i miei consorti

ha ella tratti seco nel malanno.

E qui convien ch’io questo peso porti

per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,

poi ch’io nol fe’ tra ‘ vivi, qui tra ‘ morti».

Ascoltando chinai in giù la faccia;

e un di lor, non questi che parlava,

si torse sotto il peso che li ‘mpaccia,

e videmi e conobbemi e chiamava,

tenendo li occhi con fatica fisi

a me che tutto chin con loro andava.

«Oh», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi,

l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte

ch’alluminar chiamata è in Parisi?».

«Frate», diss’elli, «più ridon le carte

che pennelleggia Franco Bolognese;

l’onore è tutto or suo, e mio in parte.

Ben non sare’ io stato sì cortese

mentre ch’io vissi, per lo gran disio

de l’eccellenza ove mio core intese.

Di tal superbia qui si paga il fio;

e ancor non sarei qui, se non fosse

che, possendo peccar, mi volsi a Dio.

Oh vana gloria de l’umane posse!

com’ poco verde in su la cima dura,

se non è giunta da l’etati grosse!

Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura.

Così ha tolto l’uno a l’altro Guido

la gloria de la lingua; e forse e nato

chi l’uno e l’altro caccerà dal nido.

Non è il mondan romore altro ch’un fiato

di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,

e muta nome perché muta lato.

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi

da te la carne, che se fossi morto

anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ‘l ‘dindi’,

pria che passin mill’anni? ch’è più corto

spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia

al cerchio che più tardi in cielo è torto.

Colui che del cammin sì poco piglia

dinanzi a me, Toscana sonò tutta;

e ora a pena in Siena sen pispiglia,

ond’era sire quando fu distrutta

la rabbia fiorentina, che superba

fu a quel tempo sì com’ora è putta.

La vostra nominanza è color d’erba,

che viene e va, e quei la discolora

per cui ella esce de la terra acerba».

E io a lui: «Tuo vero dir m’incora

bona umiltà, e gran tumor m’appiani;

ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».

«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;

ed è qui perché fu presuntüoso

a recar Siena tutta a le sue mani.

Ito è così e va, sanza riposo,

poi che morì; cotal moneta rende

a sodisfar chi è di là troppo oso».

E io: «Se quello spirito ch’attende,

pria che si penta, l’orlo de la vita,

qua giù dimora e qua sù non ascende,

se buona orazïon lui non aita,

prima che passi tempo quanto visse,

come fu la venuta lui largita?».

«Quando vivea più glorïoso», disse,

«liberamente nel Campo di Siena,

ogne vergogna diposta, s’affisse;

e lì, per trar l’amico suo di pena,

ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,

si condusse a tremar per ogne vena.

Più non dirò, e scuro so che parlo;

ma poco tempo andrà, che ‘ tuoi vicini

faranno sì che tu potrai chiosarlo.

Quest’opera li tolse quei confini».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Purgatorio, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1967

Di tal superbia qui si paga il fio

11^ canto del Purgatorio

Oderisi da Gubbio

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Oderisi da Gubbio: «Fratello, splendono di più le pagine che Franco Bolognese illustra col pennello; la degna fama attualmente è tutta sua, e mia parzialmente. Tuttavia io non sarei stato così benevolo finché vissi, a causa del grande desiderio del grado di perfezione dove mirò il mio cuore. Qui si paga il tributo per tale superbia; e non mi troverei già qui, se non fosse che, quando ancora potevo peccare, mi volsi a Dio».

Oderisi da Gubbio, posto da Dante in questa cornice tra i superbi, fu un famoso miniatore nato a Gubbio e morto nel 1299, che operò a Bologna nel 1268 e nel 1271, dove è testimoniata la sua attività nella seconda metà del XIII^ secolo (qui probabilmente lo conobbe il poeta), mentre nel 1295, secondo una notizia del Vasari, sembra che si trovasse a Roma per il suo lavoro di miniatore.

Chiosava il Sapegno su questo personaggio, nella nota di commento che lo riguarda: “Oderisi e Franco dovettero essere tra i rappresentanti maggiori di quella scuola bolognese di miniatori, in cui primamente si avverte un distacco dalla maniera bizantina e un accostamento ai modi francesizzanti”.

E sebbene non sia stato possibile rintracciare con assoluta certezza le opere provenienti dalla sua mano, come del resto è accaduto per Franco Bolognese, gli storici dell’arte hanno comunque riconosciuto una serie di codici che sono da attribuire alla sua scuola. Fu sicuramente un maestro e un grande innovatore, come ricordato appunto dal Sapegno.

© DI TAL SUPERBIA QUI SI PAGA IL FIO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 12^ ristampa 1979

Io fui latino e nato d’un gran Tosco

11^ canto del Purgatorio

Umberto Aldobrandeschi

Nella prima cornice del Purgatorio. Umberto Aldobrandeschi a Dante: «Io fui italiano e disceso da un Toscano di nobile casata: mio padre fu Guglielmo Aldobrandeschi; non so se il nome suo fu mai a voi noto. L’antica stirpe e le opere magnanime dei miei antenati mi resero così superbo, che, non considerando che tutti gli uomini hanno una comune origine, ebbi in disprezzo ognuno tanto oltre, che io ne morii, come sanno i Senesi, e ogni fanciullo sa a Campagnatico. Io sono Umberto; e la superbia non danneggia soltanto me, perché essa ha condotto con sé nella rovina tutti i miei congiunti. E qui è inevitabile che io porti sulle spalle questo macigno a causa sua, finché sia soddisfatto il mio debito verso Dio qui tra i morti, dal momento che io non lo feci tra i vivi».

Umberto Aldobrandeschi, collocato dal poeta in questa cornice tra i superbi, fu figlio di Guglielmo, conte di Sovana e Pitigliano, potente signore della Maremma. Egli si trovò costretto a proseguire la politica del padre contro Siena, che gli creava non pochi problemi, chiedendo più volte l’appoggio dei Fiorentini. Nella seconda metà del 1255, riuscì a ottenere l’alleanza del cugino Ildebrandino di Santafiora, in quanto risentito dalle mire dei Senesi per Grosseto e per il castello di Sassoforte. Il perdurare dell’inimicizia contro Siena si accentuò con la cattura di ambasciatori della città da parte sua, nonché con la promessa fatta, nel gennaio 1257, al cugino di liberarli, senza poi mantenerla.

Sulla sua morte, avvenuta nel 1259, si ha più di una versione. Secondo il cronista senese del XVI^ secolo Angelo Dei, fu soffocato nel suo letto da sicari prezzolati: “Ed in quest’anno fu morto il conte Umberto di Santafiore in Compagnatico, e fu affogato in sul letto… e fello affogare il Comune di Siena per denari”, mentre per una cronaca senese, anonima, egli morì in battaglia, combattendo in difesa del suo castello a Compagnatico: “El fu el campo della nostra città tanto forte, che per bataglia vi entraro dentro e uciseno lo conte Uberto, perché mai non si volse arendere per sospetto di non essare menato a Siena. E inanzi che lui morisse amazzò di molta gente, imperocché lui s’armò, lui e ‘l cavallo, e corriva per la piazza di Compagnatico com’ un drago… e fugli tanta gente adosso, che non poté scampare e fu ferito con una mazza di ferro in su la testa, e manaresi e falconi gli furono adosso per tal modo, che gli fecero lassare questo mondo”.

© IO FUI LATINO E NATO D’UN GRAN TOSCO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Dà oggi a noi la cotidiana manna

11^ canto del Purgatorio

La preghiera dei superbi

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: «O Padre nostro, che stai nei cieli, non circondato, ma per più amore che tu hai verso le prime cose di lassù da te create, siano lodati il tuo nome e la tua potenza creatrice da ogni creatura, in quanto è giusto ringraziare la tua soave emanazione di amore. Venga verso di noi la pace del tuo regno, perché noi da soli non la possiamo ottenere, se essa non viene, con tutta la nostra capacità di escogitare. Come gli angeli tuoi, cantando Osanna, ti offrono la loro volontà, così facciano gli uomini della loro.

«Dacci oggi il quotidiano cibo spirituale, senza il quale nel mondo terreno indietreggia chi più si sforza di avanzare. E come noi perdoniamo a ciascuno il torto che abbiamo tollerato, anche tu perdonaci misericordioso, e non considerare i nostri meriti. Non mettere alla prova la capacità dell’uomo, che si arrende facilmente, con l’antico nemico, ma liberala da lui che così la spinge al male. Quest’ultima parte della preghiera, Signore amato, certamente non la recitiamo per noi, perché non è necessario, ma per coloro che restarono dietro a noi».

Chiosa, a tal proposito, la Chiavacci Leonardi: “La preghiera – il Pater – che apre senza didascalia il canto, con grande effetto di improvviso, è recitata dalle anime schiacciate dai macigni, ed ha ritmo lento – quasi di salmodia – accordandosi ai loro lenti passi. Dante ha scelto la più sublime preghiera per il più grave dei peccati, e ha creato un singolare testo, dove al versetto si affianca un commento, una breve meditazione morale, che sembra nascere dal cuore contrito del superbo”.

Da tale commento si può estrapolare che dalla consapevolezza di quelle parole, nonché dall’andamento per così dire lento e compassato delle stesse, atto a esprimere una sorta di fiducioso abbandono, è sorto come un fiore dalla penna di Dante un testo molto bello, in cui si può percepire la voce di colui che lo redasse.

© DÀ OGGI A NOI LA COTIDIANA MANNA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Classici Oscar 2005