E avea in atto impressa esta favella

10^ canto del Purgatorio

Gli esempi di umiltà: l’arcangelo Gabriele e Maria

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Dopo che fummo oltre il limitare della porta che lascia in abbandono la viziosa cupidigia per i beni terreni degli uomini, perché fa apparire diretta la via errata, mentre risuonava la sentii che si era chiusa; e se io avessi volto gli occhi a essa, come sarebbe stata un’opportuna giustificazione alla colpa? Noi salivamo attraverso un sentiero scavato nella parete rocciosa, che procedeva tortuosamente sia da un lato sia dall’altro, come l’onda che si allontana in fretta e si avvicina.

“«Qui è necessario usare un poco d’accortezza», iniziò a dire la guida mia, «nell’accostarsi una volta di qua, una volta di là alle rientranze della parete». E questo rese i nostri passi lenti e brevi, tanto che l’ultimo quarto di luna giunse di nuovo all’orizzonte per tramontare, prima che noi fossimo fuori di quella strettoia; ma quando fummo liberi e in un luogo aperto in alto dove il monte ritrae le coste verso il proprio asse, io prostrato e ambedue dubbiosi sulla via da seguire, ci fermammo su un ripiano solitario più che le strade che attraversano i luoghi solitari e disabitati.

“Dal suo margine esterno, in cui ha come confine il vuoto, ai piedi dell’alta parete che continua ad andare su, misurerebbe tre volte la lunghezza di un corpo umano; e quanto il mio occhio poteva spaziare con le ali, una volta dalla parte sinistra una volta dalla destra, questo ripiano mi sembrava di tal fatta. I nostri piedi non si erano ancora mossi sul ripiano, quando io mi avvidi che quella parete attorno che aveva una minore ripidezza per salire, era di marmo bianchissimo e adornato di bassorilievi tali, che non soltanto Policleto, ma lì la natura ne avrebbe lo scorno.

“L’angelo che scese in Terra con la deliberazione divina della pace con Dio invocata con lacrime e attesa per molti secoli, che riaprì il Paradiso negato all’uomo da lungo tempo, sembrava lì davanti a noi così reale scolpito in un contegno di tenera e venerante devozione, che non dava l’impressione di essere una raffigurazione muta ma una persona viva e parlante. Si sarebbe giurato che egli dicesse ‘Ave!’; perché lì era rappresentata quella che girò la chiave ad aprire la porta del divino Amore; e nell’atteggiamento aveva impresse queste parole: ‘Ecco l’ancella di Dio’, precisamente come un’immagine s’imprime come un sigillo nella cera”.

© E AVEA IN ATTO IMPRESSA ESTA FAVELLA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

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