Levando i moncherin per l’aura fosca

28^ canto dell’Inferno

Mosca de’ Lamberti

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Nona bolgia. Mosca de’ Lamberti a Dante: «Ti ricorderai pure del Mosca, che disse, ohimè!, “Cosa fatta capo ha”, che fu generatrice di male per i Toscani».

Mosca de’ Lamberti, collocato dal poeta in questa bolgia tra i seminatori di discordie e di scismi, fu un autorevole uomo politico della prima metà del XIII^ secolo, membro della potente famiglia ghibellina dei Lamberti. Nacque a Firenze in data ignota, ma è presumibile che agli inizi del 1200 avesse circa vent’anni, perché risultò come testimone in un atto di cessione di terre tra Siena e Firenze.

L’episodio certamente più rilevante della vita di questo personaggio, e il motivo per cui il poeta ne tramandò il non felice ricordo, fu l’omicidio di Buondelmonte de’ Buondelmonti nel giorno di Pasqua del 1216, evento da cui si fece risalire la nascita e la conseguente contesa tra due fazioni cittadine, che successivamente presero il nome di Guelfi e Ghibellini.

Dietro suo consiglio, gli Amidei e i loro alleati avevano deciso di vendicarsi dell’offesa ricevuta da Buondelmonte, il quale aveva tradito la promessa di maritarsi con una giovane di quella famiglia, uccidendo l’autore della stessa offesa. Mentre essi erano riuniti per prendere la giusta decisione sul modo di castigare Buondelmonte, “o di batterlo o di ferirlo, il Mosca de’ Lamberti disse la mala parola: ‘cosa fatta capo ha’, cioè che fosse morto: e così fu fatto”, per il Villani (Cronache, I, 2).

© LEVANDO I MONCHERIN PER L’AURA FOSCA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

S’el s’aunasse ancor tutta la gente

28^ canto dell’Inferno

I seminatori di discordie

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Nona bolgia. Il poeta narra: “Se anche si riunissero tutte le persone che già, nella famosa terra del meridione d’Italia, si dolsero del sangue versato a causa della lunga battaglia dei Romani che produsse un così prezioso bottino di anelli, come scrive Livio, che non si parte dal vero, con quelle che sentirono il dolore delle ferite per opporre resistenza a Roberto Guiscardo; e le altre il cui mucchio di ossa ancora si trova riunito a Ceprano, là dove ogni suddito napoletano fu traditore, e là presso Tagliacozzo, dove il vecchio Alardo vinse senza combattere; e ciascuno facesse vedere chi le sue membra ferite e chi amputate, sarebbe impossibile eguagliare il deforme spettacolo della nona bolgia”.

Il riferimento è ai seminatori di discordie, posti da Dante nella nona bolgia di questo cerchio. Costoro si resero colpevoli della separazione di ciò che era unito nelle città e nella comunità ecclesiale, entità in cui abbondavano, appunto, tutti quelli che avevano, e hanno ancora oggi, il loro interesse a “seminare zizzania” tra gli esseri umani. Al poeta, quindi, non restò altro che rappresentare i personaggi descritti attraverso efferate mutilazioni, al tempo stesso effetto e configurazione plastica delle divisioni da essi prodotte tra cristiani, tra cittadini, addirittura tra genitori e figli.

Infatti, la sua attenzione fu rivolta a definire nei minimi particolari le feroci modalità della pena e del contrappasso confacente alla stessa, per cui, secondo il Sapegno, “coloro che introdussero nella società umana le ferite della discordia, l’atrocità degli odi, delle vendette e del sangue, sono alla loro volta orrendamente dilaniati, lacerati e insanguinati nelle loro stesse carni”.

© S’EL S’AUNASSE ANCOR TUTTA LA GENTE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

Lunga promessa con l’attender corto

27^ canto dell’Inferno

Il “consiglio fraudolento” di Guido da Montefeltro

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. Il poeta sente dire da Guido da Montefeltro: «Quando mi vidi arrivato in quel periodo della mia vita in cui ciascuno dovrebbe ammainare le vele e radunare le corde, ciò che prima praticavo, in quel tempo mi dispiacque, e pentito e confessato mi feci frate; ahi sventurato infelice! e sarebbe servito. Il principe dei nuovi Farisei, avendo la guerra vicino al Laterano, e non contro i Saraceni né contro i Giudei, perché ogni suo avversario era Cristiano, e nessuno era stato all’assedio di San Giovanni d’Acri né mercante nella terra del Sultano, né considerò nel giusto valore la somma funzione né i sacri attributi propri, né verso di me quell’abito francescano che era solito consumare nelle penitenze i frati da esso rivestiti.

«Ma come Costantino chiamò Silvestro dalle grotte del Soratte a guarire dalla lebbra, così questi mi chiamò come medico a guarire dalla sua febbre di superbia; mi chiese un suggerimento, e io tacqui perché le sue parole sembrarono quelle di un uomo ebbro. Egli poi continuò a dire: “Il tuo cuore non abbia timore; ti assolvo fin d’ora, e tu consigliami a fare in modo che rada al suolo la fortezza di Palestrina. Io posso chiudere e aprire il Paradiso, come tu sai; perciò sono due le chiavi che il mio predecessore non tenne in molto pregio»”.

Appunto. Bonifacio VIII fece proprio questo. Egli si mise d’accordo con i suoi nemici Colonna, che furono perdonati; tolse loro la scomunica, promettendo di restituire loro la dignità precedente, e poi fece abbattere la rocca di Palestrina, dove si erano rifugiati dall’inizio delle ostilità, che erano insorte a seguito della mancata accettazione della sua elezione da parte dei cardinali Pietro e Jacopo Colonna, dopo che Celestino V aveva abdicato.

© LUNGA PROMESSA CON L’ATTENDER CORTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero

27^ canto dell’Inferno

Guido da Montefeltro

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. Guido da Montefeltro a Dante: «Io fui un guerriero, e poi fui un frate minore, illudendomi, così vestito di quel cordone, di espiare le mie colpe».

Guido da Montefeltro, collocato dal poeta nell’ottava bolgia di questo cerchio tra i consiglieri fraudolenti, fu un uomo dalla vita alquanto avventurosa. Dal 1274 capo dei Ghibellini romagnoli, per cinque anni fu il paladino, come capitano del popolo di Forlì, della lunga resistenza contro il papa a favore delle prerogative comunali, finché nel 1281 Martino IV, istigato dai Geremei, i Guelfi bolognesi, affidò a Giovanni d’Appia, il rettore di Romagna, il mandato di debellare quella.

Il d’Appia, alla testa di una coalizione di truppe papali, angioine e francesi, iniziò l’assedio della città, fino a quando commise un errore fatale, che permise al nostro eroe d’ideare una geniale contromossa. Poiché una parte degli assedianti, prevalentemente cavalieri francesi, era penetrata in città attraverso una porta difesa per finta, le forze resistenti si concentrarono sulla parte delle truppe restata al di fuori, così che alla fine, in due fasi, i difensori prevalsero su entrambe le parti nemiche.

Ma subito dopo Guido da Montefeltro si rese conto che i Forlivesi erano comunque rassegnati a cedere le armi, e così si ritirò sui monti con pochi amici; e, dopo aver firmato la pace con Onorio IV, se ne stette per qualche tempo al confino di Chioggia. Tornato nel consorzio civile nel 1289, a Pisa, fu eletto capitano del popolo e capitano della guerra contro Firenze.

Stipulata poi la pace tra le due città nel 1293, si dimise da entrambe le cariche. Prima a Celestino V, poi a Bonifacio VIII chiese di riavvicinarsi alla Chiesa. Dal momento che il secondo era favorevole a una politica di pacificazione in Romagna, durante una udienza concessa ai rappresentanti di Cesena e di Rimini, il papa riuscì a convincerlo a entrare nell’ordine dei frati francescani, dove vi rimase fino alla morte avvenuta nel settembre 1298.

© IO FUI UOM D’ARME, E POI FUI CORDIGLIERO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Ravenna sta come stata è molt’anni

27^ canto dell’Inferno

La situazione politica della Romagna

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. Il poeta a Guido da Montefeltro: «O anima che sei celata laggiù, la Romagna tua non è, e non fu mai, senza guerra nei cuori dei suoi tiranni; ma testé non ve ne lasciai nessuna in atto. Ravenna sta come è stata per molti anni: l’aquila dei da Polenta la tiene sotto di sé con ogni cura, sicché protegge Cervia con le sue ali.

«La città che fece già la lunga resistenza all’assedio e un insanguinato mucchio di cadaveri dei Francesi, è dominata dagli artigli del leone rampante listato di verde in campo d’oro. E il vecchio e il giovane mastino da Verucchio, che maltrattarono Montagna, fanno dei denti un succhiello là dove sono soliti farlo. Le città del Lamone e del Santerno le governa il leoncino azzurro in campo bianco, che muta fazione dalla Toscana alla Romagna. E quella cui il Savio lambisce le mura, così come essa è situata tra la pianura e l’Appennino, vive in uno stato di mezzo tra la signoria e il governo libero».

Questa breve rassegna delle città romagnole operata da Dante si sviluppa con un linguaggio fortemente allusivo, con l’utilizzo di due specie di riferimenti: le immagini tipicamente zoomorfe, che si evidenziano sulle insegne nobiliari dei tiranni, peraltro mai nominati, e quelle riguardanti i fiumi Lamone, Santerno e Savio, per designare rispettivamente le città di Faenza, Imola e Cesena.

Chiosava il Sapegno: “Questo quadro delle cose di Romagna non è affatto una digressione oziosa e neppure soltanto un vivace e pittoresco frammento di cronaca politica, isolato dalla situazione fondamentale del canto. Nella domanda ansiosa del dannato (Guido da Montefeltro ha chiesto al poeta se i Romagnoli han pace o guerra, N.d.R.), Dante ha intuito il legame che avvince il suo personaggio a quell’ambiente; e rappresentando quel mondo di intrighi e di violenze, di prepotenze crudeli e di volpine astuzie, pone le premesse al grande episodio che segue, e cioè al ritratto della furberia politica che si inorgoglisce dei suoi effimeri trionfi terreni, ma è condannata e alla fine sconfitta dalla logica semplice e rettilinea della giustizia divina”.

© RAVENNA STA COME STATA È MOLT’ANNI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

Fatti non foste a viver come bruti

26^ canto dell’Inferno

Il racconto di Ulisse

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. I due poeti sentono dire da Ulisse: «Quando mi allontanai da Circe, che mi fece dimenticare di me stesso oltre un anno là vicino a Gaeta, prima che Enea la chiamasse così, né la tenerezza che lega il padre al figlio, né la devozione filiale per il vecchio padre, né l’amore dovuto e consacrato dal rito il quale avrebbe dovuto consolare Penelope, poterono vincere dentro di me l’ardente brama che ebbi di divenire esperto delle usanze e umane indoli e delle qualità cattive e buone degli uomini; ma mi avviai per il profondo mare sconfinato con una sola nave e con quella compagnia poco numerosa dalla quale non fui mai abbandonato.

«Vidi l’una e l’altra riva fino alla Spagna, fino al Marocco, e l’isola dei Sardi, e le altre che quel mare lambisce intorno. Io e i compagni eravamo vecchi e debilitati quando giungemmo a quel breve braccio di mare chiuso fra le terre in cui Ercole fissò i suoi segnali affinché non si procedesse più in là; a destra mi lasciai Siviglia, a sinistra mi aveva già lasciato Ceuta.

«Dissi: “O fratelli, che siete arrivati all’estremità occidentale della terraferma attraverso centomila pericoli, non vogliate rifiutare la conoscenza diretta dell’emisfero disabitato, seguendo il corso del sole, a questo tanto breve tempo della nostra vita sensibile che rimane. Ponete mente alla vostra origine: non foste procreati a vivere come animali, ma per agire secondo i dettami della virtù e della scienza”.

«Con questa esortazione breve io resi i miei compagni così alacri e pronti di proseguire il viaggio, che in seguito li avrei trattenuti a stento; e volta la poppa della nave a oriente, trasformammo i remi in ali per il percorso dissennato, procedendo continuamente verso sinistra. La notte già vedeva tutte le stelle del polo antartico, e il nostro tanto basso, che non emergeva fuori della distesa del mare.

«L’emisfero visibile della luna si era illuminato cinque volte e altrettante oscurato, da quando avevamo dato inizio all’arduo viaggio, quando ci si mostrò una montagna, scura a causa della distanza, e mi sembrò tanto alta quanto non ne avevo vista nessuna. Noi ci sentimmo lieti, e immediatamente la gioia si mutò in dolore e danno; perché dalla terra sconosciuta si formò un vento turbinoso e colpì la parte anteriore del naviglio. Lo fece girare tre volte con tutte le acque; alla quarta fece sollevare la poppa e inabissare la prua, come volle Dio, fino a che il mare fu chiuso nuovamente sopra di noi».

© FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

A la vendetta vanno come a l’ira

26^ canto dell’Inferno

Una questione aperta

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. Virgilio a Dante: «Là dentro sono tormentati Ulisse e Diomede, e così vanno insieme al castigo come fecero contro la collera di Dio; e nella parte interna della loro fiamma piangono lamentosamente l’insidia del cavallo che provocò la breccia delle mura da cui uscì il nobile progenitore dei Romani. Vi si sconta dentro l’astuzia per cui, morta, Deidamia ancora si duole di Achille, e vi si sconta la colpa del furto del Palladio».

Figura del mito classico, Ulisse, posto dal poeta nell’ottava bolgia di questo cerchio tra i consiglieri fraudolenti con Diomede, ha dato lo spunto riguardo a una questione sorta già a partire dai primi commentatori della Commedia, che rimane tuttora aperta. Questa. L’eroe greco è da considerarsi reo perché ha osato sfidare i limiti imposti da Dio agli uomini, e quindi la sua fine rappresenta una sorta di castigo, oppure, è da riconoscere in lui un eroe dell’ardimento votato alla sete di conoscenza, che non poté raggiungere in quanto pagano, dunque in aperta sfida con la divinità?

Su questo dilemma, come detto sopra, si divisero già gli antichi commentatori, a partire dal Buti e da Benvenuto da Imola. Ugualmente, però, si dividono i moderni, come il Nardi e il Fubini. Il primo vede in Ulisse la superbia dell’uomo “che vuole raggiungere con le sue sole forze le ultime realtà”, paragonandolo addirittura ad Adamo, il primo peccatore; per il secondo, nel comportamento di Ulisse non vi fu alcuna colpa, ma soltanto una grandezza per niente fortunata. Colpevolisti e innocentisti, dunque. Due schieramenti destinati a restare tali ancora per molto tempo.

© A LA VENDETTA VANNO COME A L’IRA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Di tante fiamme tutta risplendea

26^ canto dell’Inferno

I consiglieri fraudolenti

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. Il poeta narra: “Quante lucciole vede il contadino che dimora in collina, nel tempo in cui colui che illumina la Terra tiene meno nascosta la faccia sua agli uomini, quando le zanzare succedono alle mosche, giù nella valle, forse in quella parte in cui vendemmia e ara: di altrettante fiamme risplendeva tutta l’ottava bolgia, come io mi avvidi appena fui là dove appariva la parte più bassa”.

Il riferimento è ai consiglieri fraudolenti, collocati da Dante nell’ottava bolgia di questo cerchio. Costoro vi scontano una colpa legata strettamente alla conoscenza e al cattivo uso dell’ingegno, utilizzato per conseguire con la frode la supremazia del singolo o di una parte politica. Insomma, l’astuzia e la malizia politica, e, più generalmente, l’abuso dell’intelligenza in contrasto con le norme morali e religiose.

Colpa che comporta in molti casi una specie di ammirazione, “di fronte alla quale anche l’atteggiamento di Dante è assai lontano dal disprezzo o addirittura dalla ripugnanza che aveva mostrato per gli altri fraudolenti, e il giudizio si fa perplesso, complicato, drammatico: l’eccellenza dell’ingegno è un dono di Dio, un privilegio, che deve essere custodito e tenuto a freno con infinita cautela perché ‘non corra che virtù nol guidi’ “, per il Sapegno.

Che continuava in tal modo: “In questa atmosfera di alta meditazione morale di colloca e deve essere inteso anche l’episodio di Ulisse. Il quale narra a Dante, non le colpe, gli inganni e le frodi, per cui si trova punito con Diomede nell’inferno, sì la storia del suo estremo inconsapevole errore, allorché da vecchio, bramoso di sempre nuove esperienze, si indusse con pochi compagni a varcare le colonne di Ercole lanciandosi nell’oceano aperto alla ricerca di terre sconosciute…” A tal proposito, va da sé che si approfondirà questa ultima notazione in altra sede.

© DI TANTE FIAMME TUTTA RISPLENDEA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio

25^ canto dell’Inferno

Le metamorfosi dei ladri

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Il poeta narra: “Come il ramarro sotto la grande vampa del sole nei caldi giorni d’estate, quando cambia cespuglio, sembra un fulmine se attraversa la strada, così sembrava, mentre si avvicinava ai ventri degli altri due, un serpentello acceso d’ira, livido e nero come un chicco di pepe, e colpì a uno di loro quella parte da cui per la prima volta è ricevuto il nutrimento umano; poi cadde sdraiato davanti a lui.

“Il colpito l’osservò, ma nulla disse; e per di più, coi piedi fermi, sbadigliava proprio come se lo gravasse la sonnolenza o la febbre. Egli guardava il serpente e quell’altro lui; emettevano fumo abbondantemente l’uno dalla ferita e l’altro dalla bocca, e il fumo s’incontrava e si fondeva. A questo punto Lucano taccia là dove tratta del misero Sabello e di Nasidio, e badi ad ascoltare quello che ora viene scoccato.

“Ovidio taccia di Cadmo e di Aretusa, perché anche se componendo versi trasforma quello in un serpente e quella in una sorgente, io non lo invidio; perché non trasformò mai due esseri posti uno in faccia all’altro così che ambedue le essenze fossero docili a scambiarsi la loro materia. Si corrisposero insieme a tali regole, che il serpente divise in due parti la coda, e il ferito unì insieme i piedi.

“Le gambe con le cosce tra loro si attaccarono così, che in breve la linea di congiunzione non lasciava nessuna traccia che apparisse. La coda divisa inforca assumeva la sembianza che veniva meno nell’altro corpo, e la sua pelle diventava liscia e morbida, e dura quella dell’uomo. Io vidi le braccia rientrare attraverso e dentro le ascelle, e le due zampe del serpente, che erano corte, tanto allungarsi quanto quelle si abbreviavano.

“In seguito le zampe posteriori, attorcigliate insieme, diventarono l’organo virile che l’uomo nasconde, e il misero ne aveva sporte due dal suo. Frattanto che il fumo da all’uno il colore di un uomo e all’altro quello di un serpente, e fa crescere il pelo su uno dei due e lo fa sparire sull’altro, l’uno si alzò e l’altro cadde a terra, non distogliendo tuttavia gli occhi maligni l’uno dall’altro, sotto i quali ciascuno trasformava il muso.

“Quello che si era levato in piedi, lo ritirò verso le tempie, e dalla parte sovrabbondante di esso che si raccolse in là uscirono fuori le orecchie divise sulle gote che ne erano prive; ciò che di quella parte eccedente non si mosse indietro e restò nel mezzo, formò il naso nella faccia e ingrossò le labbra di quanto fu confacente. Quello che giaceva, sospinge allungando il muso in avanti, e ritrae le orecchie facendole entrare nella testa come fa la lumaca con le corna; e la lingua, che prima aveva intera e adatta a parlare, si biforca, e le parti della lingua bifida si uniscono nuovamente nell’altro; e il fumo cessa.

© TACCIA DI CADMO E D’ARETUSA OVIDIO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Li altri due ‘l riguardavano, e ciascuno

25^ canto dell’Inferno

Tre ladri fiorentini

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Dante narra: “Gli altri due lo guardavano, e ciascuno gridava: «Ohimè, Agnello, come cambi natura! Vedi già che sei né due né uno». I due capi erano già divenuti uno solo, quando ci si mostrarono
due sembianze mescolate in una sola faccia, in cui le due erano smarrite. Le braccia diventarono due di quattro arti; le cosce con le gambe e il ventre e il petto divennero membra che non furono mai viste. Lì era cancellata ogni sembianza originaria: la figura deforme appariva doppia e nessuna; e tale se ne andò con passo lento”.

Il riferimento è a Buoso Donati, Puccio Sciancato e Agnello Brunelleschi, posti dal poeta nella settima bolgia di questo cerchio tra i ladri. Costoro furono cittadini fiorentini. Su Buoso Donati, i primi commentatori della Commedia non furono da subito sulla stessa lunghezza d’onda nella identificazione del Buoso nominato dal poeta; per alcuni si trattava di Buoso degli Abati, fiorentino di famiglia ghibellina; per altri di Buoso Donati, zio di Corso, Piccarda e Forese Donati.

Per la critica più recente, vedi il Barbi, invece, si tratterebbe di quest’ultimo, in quanto “mai dai documenti di questa famiglia (Abati) un individuo di tal nome non appare”; potrebbe coincidere con un tale Buoso firmatario della pace detta ‘del Cardinal Latino’, e corrisponderebbe “benissimo per l’età agli altri quattro ladroni in cui Dante s’imbatte”, ancora il Barbi, cioè Puccio Sciancato, Agnolo Brunelleschi, Cianfa Donati e Francesco Cavalcanti.

Di Puccio Sciancato, membro della famiglia ghibellina dei Galigai (peraltro il solo dei ladri sunnominati a non subire la metamorfosi nella bolgia da uomo e serpente e viceversa), si disse dagli stessi commentatori che fu bandito insieme ai figli nel 1288, per essere riammesso a Firenze nel 1300. Infatti, si è trovato citato nei documenti relativi alla pace sopra riportata, oltre che con il nome proprio e con quello della famiglia, col soprannome, appunto ‘Sciancato’, che gli derivava ovviamente da qualche menomazione fisica.

Il terzo venne identificato, sempre dai suddetti commentatori, con Agnello o Agnolo Brunelleschi, quale discendente di una famiglia ghibellina di Firenze che, dopo il 1300, si schierò prima con i Guelfi Bianchi e poi con i Neri. Secondo le Chiose Selmi, “infino picciolo votava la borsa al padre e a la madre, poi votava la cassetta a la bottega e imbolava. Poi da grande entrava per le case altrui e vestiasi a modo di povero e faciasi la barba da vecchio”.

© LI ALTRI DUE ‘L RIGUARDAVANO, E CIASCUNO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970