Nulla sapem di vostro stato umano

10^ canto dell’Inferno

La prescienza dei dannati.

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Il poeta sente dire da Farinata degli Uberti: «Noi vediamo, come colui che ha la vista cattiva, le cose che ci sono distanti nel tempo e nello spazio; solo di tanto il supremo Signore tuttora c’irradia la sua luce. Quando si avvicinano o sono presenti, il nostro intelletto è tutto inutile; e se altri non ci porta notizie, nulla conosciamo della condizione terrena degli uomini. Perciò puoi capire che la nostra conoscenza sarà tutta spenta da quel momento in cui sarà serrata la porta che conduce al futuro».

La prescienza dei dannati fu trattata da Dante attribuendo loro la conoscenza del futuro, ma immaginando la stessa limitata. Infatti, essa veniva meno quando il fatto in questione era in procinto di passare dalla tipologia del futuro a quella del presente. A questa possibilità il poeta ne affiancava, a favore del dannato, un’altra, cioè una sorta di conoscenza indiretta, che prendeva spunto dalla comunicazione altrui o dalla sua memoria personale del passato.

Questa teoria fu applicata nei riguardi di quei personaggi che Dante chiamò a un qualunque rapporto con il futuro o il presente del mondo terreno o dell’Inferno, per esempio Ciacco e Brunetto Latini. Ma sarà con Farinata degli Uberti, con le parole sopra riportate, che la teoria della prescienza toccò il proprio apice.

Il poeta, per questa sua invenzione poetica, oltre a ispirarsi a Virgilio, a Stazio e a Lucano, tenne in particolare considerazione la filosofia a lui più vicina, nella quale spiccava in tutto il proprio fulgore la Summa Theologica di Tommaso d’Aquino, specialmente nei punti riguardanti la conoscenza, dove il grande filosofo sosteneva la possibilità di conoscere il futuro nel distacco dei sensi.

@ NULLA SAPEM DI VOSTRO STATO UMANO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Mio figlio ov’è? e perché non è teco?

10^ canto dellInferno.

Cavalcante de’ Cavalcanti.

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Cavalcante de’ Cavalcanti a Dante: «Se tu cammini attraverso questa prigione tenebrosa per eccellenza d’intelletto, dov’è mio figlio? e perché non è con te?».

Cavalcante de’ Cavalcanti, collocato dal poeta in questo cerchio tra gli eretici e gli epicurei, fu un nobile fiorentino vissuto alla fine del Duecento (morì intorno al 1280), imparentato con i Guidi e i Salimbeni. Da Guelfo quale fu, e podestà di Gubbio nel 1257, subì gli effetti di quanto avvenne nella battaglia di Montaperti del 1260, quando gli odiati Ghibellini danneggiarono le sue case di San Pier Scheraggio nel Mercato Nuovo a Firenze. Fu costretto all’esilio a Lucca, e rientrò nella sua città dopo il 1266.

Di lui Boccaccio scrisse: “Fu leggiadro e ricco cavaliere, e seguì l’oppinion d’Epicuro in non credere che l’anima dopo la morte del corpo vivesse e che il nostro sommo bene fosse ne’ diletti carnali”.

L’apparizione improvvisa di questo personaggio, “padre di quel Guido, filosofo e poeta, che di Dante era stato il primo e il più caro amico al tempo dei suoi amori e delle sue esperienze letterarie giovanili”, per il Sapegno, che interrompe momentaneamente il ‘botta e risposta’ tra Dante e Farinata degli Uberti, si insinua con mirabile equilibrio in quel dialogo, senza però minarne l’intrinseca drammaticità, sia per gli argomenti trattati, sia per il luogo in cui si svolge.

@ MIO FIGLIO OV’È? E PERCHÈ NON È TECO?

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

 

Vedi là Farinata che s’è dritto

10^ canto dell’Inferno.

Farinata degli Uberti.

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Virgilio al poeta: «Volgiti! Che cosa fai? Vedi là Farinata che si è alzato: lo vedrai tutto dalla cintura in su».

Farinata degli Uberti, posto da Dante in questo cerchio tra gli eretici e gli epicurei, nacque a Firenze agli albori del 1200, e quasi quarant’anni dopo diventerà il capo della sua famiglia e di tutto il partito ghibellino della città. In tale veste, nel 1248, darà un rilevante contributo alla messa al bando dalla città di molti rappresentanti del partito guelfo, tra i quali alcuni Alighieri, grazie anche al sostegno di Federico II.

Riconquistato così alla causa ghibellina il governo di Firenze, deciderà la seconda messa al bando dei Guelfi. Ma, nella successiva riunione di Empoli dei capi ghibellini, dove verrà proposta, in specie dai Pisani, la distruzione della “città del giglio”, egli sarà il solo che vi si opporrà con fermezza.

Dopo la sua morte nel 1264, e la sconfitta definitiva degli Svevi a Benevento, due anni dopo, il partito guelfo bandirà i Ghibellini dalla città, radendone al suolo le case, le prime e non a caso, quelle degli Uberti. Processati a posteriori, il buon Farinata e i suoi, tutti subiranno una condanna per eresia, o meglio per epicureismo, la dottrina filosofica per la quale i seguaci ritenevano l’anima destinata a morire col corpo.

@ VEDI LÀ FARINATA CHE SʼÈ DRITTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

9^ canto dell’Inferno.

(Canto nono, ove tratta e dimostra de la cittade c’ha nome Dite, la qual si è nel sesto cerchio de l’inferno e vedesi messa la qualità de le pene de li eretici; e dichiara in questo canto Virgilio e Dante una questione, e rendelo sicuro dicendo sé esservi stato dentro altra fiata.)

Quel color che viltà di fuor mi pinse

veggendo il duca mio tornare in volta,

più tosto dentro il suo novo ristrinse.

Attento si fermò com’uom ch’ascolta;

ché l’occhio nol potea menare a lunga

per l’aere nero e per la nebbia folta.

«Pur a noi converrà vincer la punga»,

cominciò el, «se non… Tal ne s’offerse.

Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga!».

I’ vidi ben sì com’ei ricoperse

lo cominciar con l’altro che poi venne,

che fur parole a le prime diverse;

ma nondimen paura il suo dir dienne,

perch’io traeva la parola tronca

forse a peggior sentenzia che non tenne.

«In questo fondo de la trista conca

discende mai alcun del primo grado,

che sol per pena ha la speranza cionca?».

Questa question fec’io; e quei «Di rado

incontra», mi rispuose, «che di noi

faccia il cammino alcun per qual io vado.

Ver è ch’altra fïata qua giù fui,

congiurato da quella Eritón cruda

che richiamava l’ombre a’ corpi sui.

Di poco era di me la carne nuda,

ch’ella mi fece intrar dentr’a quel muro,

per trarne un spirto del cerchio di Giuda.

Quell’è ‘l più basso loco e ‘l più oscuro,

e ‘l più lontan dal ciel che tutto gira:

ben so ‘l cammin; però ti fa sicuro.

Questa palude che ‘l gran puzzo spira

cigne dintorno la città dolente,

u’ non potemo intrare omai sanz’ira».

E altro disse, ma non l’ho a mente;

però che l’occhio m’avea tutto tratto

ver’ l’alta torre a la cima rovente,

dove in un punto furon dritte ratto

tre furïe infernal di sangue tinte,

che membra feminine avieno e atto,

e con idre verdissime eran cinte;

serpentelli e ceraste avien per crine,

onde le fiere tempie erano avvinte.

E quei, che ben conobbe le meschine

de la regina de l’etterno pianto,

«Guarda», mi disse, «le feroci Erine.

Quest’è Megera dal sinistro canto;

quella che piange dal destro è Aletto;

Tesifón è nel mezzo»; e tacque a tanto.

Con l’unghie si fendea ciascuna il petto;

battiensi a palme e gridavan sì alto,

ch’i’ mi strinsi al poeta per sospetto.

«Vegna Medusa: sì ‘l farem di smalto»,

dicevan tutte riguardando in giuso;

«mal non vengiammo in Tesëo l’assalto».

«Volgiti ‘n dietro e tien lo viso chiuso;

ché se ‘l Gorgón si mostra e tu ‘l vedessi,

nulla sarebbe di tornar mai suso».

Così disse ‘l maestro; ed elli stessi

mi volse, e non si tenne a le mie mani,

che con le sue ancor non mi chiudessi.

O voi ch’avete li ‘ntelletti sani,

mirate la dottrina che s’asconde

sotto ‘l velame de li versi strani.

E già venìa su per le torbide onde

un fracasso d’un suon, pien di spavento,

per cui tremavano amendue le sponde,

non altrimenti fatto che d’un vento

impetüoso per li avversi ardori,

che fier la selva e sanz’alcun rattento

li rami schianta, abbatte e porta fori;

dinanzi polveroso va superbo,

e fa fuggir le fiere e li pastori.

Li occhi mi sciolse e disse: «Or drizza il nerbo

del viso su per quella schiuma antica

per indi ove quel fummo è più acerbo».

Come le rane innanzi a la nimica

biscia per l’acqua si dileguan tutte,

fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,

vid’io più di mille anime distrutte

fuggir così dinanzi ad un ch’al passo

passava Stige con le piante asciutte.

Dal volto rimovea quell’aere grasso,

menando la sinistra innanzi spesso;

e sol di quell’angoscia parea lasso.

Ben m’accorsi ch’elli era da ciel messo,

e volsimi al maestro; e quei fé segno

ch’i’ stessi queto ed inchinassi ad esso.

Ahi quanto mi parea pien di disdegno!

Venne a la porta e con una verghetta

l’aperse, che non v’ebbe alcun ritegno.

«O cacciati del ciel, gente dispetta»,

cominciò elli in su l’orribil soglia,

«ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?

Perché recalcitrate a quella voglia

a cui non puote il fin mai esser mozzo,

e che più volte v’ha cresciuta doglia?

Che giova ne le fata dar di cozzo?

Cerbero vostro, se ben vi ricorda,

ne porta ancor pelato il mento e ‘l gozzo».

Poi si rivolse per la strada lorda,

e non fé motto a noi, ma fé sembiante

d’omo cui altra cura stringa e morda

che quella di colui che li è davante;

e noi movemmo i piedi inver’ la terra,

sicuri appresso le parole sante.

Dentro li ‘ntrammo sanz’alcuna guerra;

e io, ch’avea di riguardar disio

la condizion che tal fortezza serra,

com’io fui dentro, l’occhio intorno invio:

e veggio ad ogne man grande campagna,

piena di duolo e di tormento rio.

Sì come ad Arli, ove Rodano stagna,

sì com’a Pola, presso del Carnaro

ch’Italia chiude e suoi termini bagna,

fanno i sepulcri tutt’il loco varo,

così facevan quivi d’ogne parte,

salvo che ‘l modo v’era più amaro;

ché tra gli avelli fiamme erano sparte,

per le quali eran sì del tutto accesi,

che ferro più non chiede verun’arte.

Tutti li lor coperchi eran sospesi,

e fuor n’uscivan sì duri lamenti,

che ben parean di miseri e d’offesi.

E io: «Maestro, quai son quelle genti

che, seppellite dentro da quell’arche,

si fan sentir coi sospiri dolenti?».

E quelli a me: «Qui son li eresïarche

con lor seguaci, d’ogne setta, e molto

più che non credi son le tombe carche.

Simile qui con simile è sepolto,

e i monimenti son più e men caldi».

E poi ch’a la man destra si fu vòlto,

passammo tra i martìri e li alti spaldi.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

Dal volto rimovea quell’aere grasso

9^ canto dell’Inferno.

L’inviato celeste.

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Il poeta narra: “Come le rane al cospetto dell’ostile serpe si allontanano tutte sull’acqua, fino a che ciascuna fa un mucchio di sé e della terra, così io vidi più di mille anime dannate fuggire di fronte a uno che camminando sulle acque attraversava lo Stige senza bagnarvi le piante. Allontanava dal volto quell’ aria densa di caligine, agitando spesso avanti la mano sinistra; e sembrava affaticato solo da quella molestia. Senz’altro capii che egli era un inviato celeste, e mi volsi al maestro; e lui a sua volta fece segno che stessi riverente e piegassi il corpo verso quello. Ahi quanto mi sembrava irato! Raggiunse la porta e l’aprì con un’insegna di comando, per modo che non vi ebbe nessun impedimento”.

Questo personaggio, inviato in soccorso Dante in questo cerchio, ha rappresentato nei secoli per i commentatori della Commedia uno dei suoi enigmi più celebri, che gli stessi hanno cercato in tutti i modi di risolvere, attraverso le congetture più bizzarre. Il poeta lo vede quando i dannati fuggono di fronte a uno che al passaggio attraversa lo Stige senza bagnarvi le piante dei piedi, nonché allontana dal volto l’aria densa di caligine, subito dopo Virgilio facendogli segno che stesse riverente e piegasse il corpo verso di lui.

Di recente la Chiavacci Leonardi, riprendendo l’antica querelle sull’identità da attribuire a costui, si è così espressa: “Escludiamo il riferimento – da molti proposto – ad un personaggio storico qualsiasi (Arrigo VII, Enea, ecc.), perché non ve n’è alcuna traccia nel testo, mentre l’indicazione dell’angelo appare chiara sia nelle parole da ciel messo (n.d.r. Dante le usa nella narrazione quando si rende conto della natura del personaggio), sia nel riscontro con la scena Purg. VIII, sia nel compito a lui affidato, sia nell’esortazione di Virgilio a Dante perché s’inchini davanti a lui, come farà per gli angeli del Purgatorio”.

@ DAL VOLTO RIMOVEA QUELL’AERE GRASSO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1991 e successive ristampe

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quest’è Megera dal sinistro canto

9^ canto dell’Inferno.

Le Erinni o Furie.

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Dante: «Guarda le crudeli Erinni. Questa che sta al lato sinistro è Megera; quella che piange al destro è Aletto; Tesifone è nel mezzo».

Figure del mito classico, le Erinni o Furie, poste dal poeta in questo cerchio, furono Megera, Aletto e Tesifone. Nate dal sangue di Urano, quando costui fu mutilato dal figlio Crono, il padre di Giove, furono considerate le dee della vendetta, perché perseguitavano gli omicidi. E non appena il colpevole otteneva dagli dèi l’assoluzione sotto forma di purificazione, esse diventavano benevole: le Eumenidi.

Trasferite nel campo letterario, in particolar modo quello latino, esse, quali figlie della Notte, avevano un aspetto orrendo e dimoravano nell’Ade. Quando vi uscivano, sotto forma di mostri alati e dietro specifica richiesta di Giunone, seminavano la discordia tra gli uomini.

Aletto fu la più tremenda delle tre: fu lei che, nell’Eneide di Virgilio, indusse gli indigeni a ribellarsi contro Enea e i suoi, spargendo qua e là equivoci, rancori e rappresaglie. Tesifone, per non essere da meno, inculcò nella mente di Atamante la follia che lo porterà a uccidere la moglie e i figli. Di Megera, preposta a suscitare l’invidia e l’infedeltà matrimoniale tra gli esseri umani, ne parlò Stazio nella sua Tebaide.

A detta della maggior parte dei commentatori antichi e moderni della Commedia, che nel tempo si sono sforzati di cercare un significato allegorico, tentativo perlopiù rivelatosi inutile, non pare che le Erinni assolvessero a una funzione ben precisa. E ammesso che ne avessero una, sempre dai più, la stessa sarebbe da ricondurre a semplici rappresentanti di Medusa.

@ QUEST’È MEGERA DAL SINISTRO CANTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Di poco era di me la carne nuda

9^ canto dell’Inferno.

La leggenda sulla discesa di Virgilio all’Inferno.

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Virgilio al poeta: «Raramente accade che qualcuno del nostro cerchio compia il viaggio per il quale io procedo. Vero è che un’altra volta fui all’Inferno, costretto con scongiuri da quella terribile Eritone che chiamava di nuovo le anime dei morti nei loro corpi. Il mio corpo da poco era privo dell’anima, quando lei mi ingiunse di entrare oltre quel muro, per estrarne uno spirito dal cerchio di Giuda».

La leggenda della discesa di Virgilio all’Inferno fu molto popolare nel Medioevo. Questa si fondava sul fatto che costui rientrasse a pieno titolo nell’ampio stuolo dei magi che popolavano il mondo antico. Leggenda, peraltro, che qualche commentatore della Commedia vide accennata in diversi luoghi dell’Inferno, il primo dei quali nel passo sopra citato.

Fin qui i riferimenti, verso i quali altri commentatori hanno parlato invece di ‘occhio disattento’. A partire da Pietro, il figlio di Dante, da Benvenuto da Imola e dal Lana, costoro si sono trovati concordi nel ritenere la discesa una mera invenzione letteraria suggerita loro, aggiungono altri, da un’analoga circostanza esistente nell’Eneide, dove la Sibilla, guida di Enea, racconta a costui di essere già scesa un’altra volta nell’Ade, insieme a Ecate.

Per cui, il riferimento all’intervento di Eritone, per esempio, non sarebbe altro che un artificio creato ad hoc dal poeta, per rendere attendibile la preventiva conoscenza di Virgilio dei luoghi da attraversare. Infatti, ci si è chiesto, in quale altro modo la guida spirituale di Dante avrebbe potuto accompagnare speditamente il poeta nei meandri dell’Inferno, se non lo avesse già visitato?

Tuttavia, a fine ‘800, la secolare querelle sul Virgilio – mago fu chiusa dal Comparetti, nel suo Virgilio nel Medio Evo (1872), che ammoniva: “… è un errore ben grande… il pensare, come ha fatto qualche commentatore antico e quasi tutti i moderni, a quelle leggende a proposito del Virgilio dantesco. Dante non ne ha tenuto il menomo conto, e non c’è luogo nel suo poema in cui pur da lontano Virgilio apparisca come mago e taumaturgo o si accenni in qualche maniera a quanto si pensò su di lui in tal qualità”.

@ DI POCO ERA DI ME LA CARNE NUDA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8^ canto dell’Inferno.

(Canto ottavo, ove tratta del quinto cerchio de l’inferno e alquanto del sesto, e de la pena del peccato d’ira, massimamente in persona d’uno cavaliere fiorentino chiamato messer Filippo Argenti, e del dimonio Flegias e de la palude di Stige e del pervenire a la città d’inferno detta Dite.)

Io dico, seguitando, ch’assai prima

che noi fossimo al piè de l’alta torre,

li occhi nostri n’andar suso a la cima

per due fiammette che i vedemmo porre,

e un’altra da lungi render cenno,

tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.

E io mi volsi al mar di tutto ‘l senno;

dissi: «Questo che dice? e che risponde

quell’altro foco? e chi son quei che ‘l fenno?».

Ed elli a me: «Su per le sucide onde

già scorgere puoi quello che s’aspetta,

se ‘l fummo del pantan nol ti nasconde».

Corda non pinse mai da sé saetta

che sì corresse via per l’aere snella,

com’io vidi una nave piccioletta

venir per l’acqua verso noi in quella,

sotto ‘l governo d’un sol galeoto,

che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».

«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,

disse lo mio segnore, «a questa volta:

più non ci avrai che sol passando il loto».

Qual è colui che grande inganno ascolta

che li sia fatto, e poi se ne rammarca,

fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.

Lo duca mio discese ne la barca,

e poi mi fece intrare appresso lui;

e sol quand’io fui dentro parve carca.

Tosto che ‘l duca e io nel legno fui,

segando se ne va l’antica prora

de l’acqua più che non suol con altrui.

Mentre noi corravam la morta gora,

dinanzi mi si fece un pien di fango,

e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».

E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;

ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».

Rispuose: «Vedi che son un che piango».

E io a lui:«Con piangere e con lutto,

spirito maladetto, ti rimani;

ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».

Allor distese al legno ambo le mani;

per che ‘l maestro accorto lo sospinse,

dicendo: «Via costà con li altri cani!».

Lo collo poi con le braccia mi cinse;

basciommi ‘l volto e disse: «Alma sdegnosa,

benedetta colei che ‘n te s’incinse!

Quei fu al mondo persona orgogliosa;

bontà non è che sua memoria fregi:

così s’è l’ombra sua qui furïosa.

Quanti si tegnon or là sù gran regi

che qui staranno come porci in brago,

di sé lasciando orribili dispregi!».

E io: «Maestro, molto sarei vago

di vederlo attuffare in questa broda

prima che noi uscissimo del lago».

Ed elli a me: «Avante che la proda

ti si lasci veder, tu sarai sazio:

di tal disïo convien che tu goda».

Dopo ciò poco vid’io quello strazio

far di costui a le fangose genti,

che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;

e ‘l fiorentino spirito bizzarro

in sé medesmo si volvea co’ denti.

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;

ma ne le orecchie mi percosse un duolo,

per ch’io avante l’occhio intento sbarro.

Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,

s’appressa la città c’ha nome Dite,

coi gravi cittadin, col grande stuolo».

E io: «Maestro, già le sue meschite

là entro certe nella valle cerno,

vermiglie come se di foco uscite

fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno

ch’entro l’affoca le dimostra rosse,

come tu vedi in questo basso inferno».

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse

che vallan quella terra sconsolata:

le mura mi parean che ferro fosse.

Non sanza prima far grande aggirata,

venimmo in parte dove il nocchier forte

«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».

Io vidi più di mille in su le porte

da ciel piovuti, che stizzosamente

dicean: «Chi è costui che sanza morte

va per lo regno della morta gente?».

E ‘l savio mio maestro fece segno

di voler lor parlar segretamente.

Allor chiusero un poco il gran disdegno

e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada

che sì ardito intrò per questo regno.

Sol si ritorni per la folle strada:

pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,

che li ha’ iscorta sì buia contrada».

Pensa, lettor, se io mi sconfortai

nel suon de le parole maladette,

ché non credetti ritornarci mai.

«O caro duca mio, che più di sette

volte m’hai sicurtà renduta e tratto

d’alto periglio che ‘ncontra mi stette,

non mi lasciar», diss’io, «così disfatto;

e se ‘l passar più oltre ci è negato,

ritroviam l’orme nostre insieme ratto».

E quel segnor che lì m’avea menato,

mi disse: «Non temer; ché ‘l nostro passo

non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso

conforta e ciba di speranza buona,

ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».

Così sen va, e quivi m’abbandona

lo dolce padre, e io rimagno in forse,

che sì e no nel capo mi tenciona.

Udir non potti quello ch’a lor porse;

ma ei non stette là con essi guari,

che ciascun dentro a pruova si ricorse.

Chiuser le porte que’ nostri avversari

nel petto al mio segnor, che fuor rimase

e rivolsesi a me con passi rari.

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase

d’ogne baldanza,e dicea ne’ sospiri:

«Chi m’ha negate le dolenti case!».

E a me disse: «Tu, perch’io m’adiri,

non sbigottir, ch’io vincerò la prova,

qual ch’a la difension dentro s’aggiri.

Questa lor tracotanza non è nova;

ché già l’usaro a men segreta porta,

la qual sanza serrame ancor si trova.

Sovr’essa vedestù la scritta morta:

e già di qua da lei discende l’erta,

passando per li cerchi sanza scorta,

tal che per lui ne fia la terra aperta».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

S’appressa la città c’ha nome Dite

8^ canto dell’Inferno.

La città di Dite.

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Il poeta sente dire da Virgilio: «Figliolo, a questo punto si avvicina la città che si chiama Dite, coi suoi abitanti gravati di pene, con la grande schiera dei diavoli».

La città di Dite, il sesto cerchio dell’Inferno, è serrata da alte mura dalle sembianze ferrigne, e munite di fortificazioni simili ai minareti delle moschee di una qualsiasi città musulmana; mura che, agli occhi di Dante, appaiono vermiglie tanto sono divorate da un fuoco interno, e sono circondate per tutta la loro estensione dalle acque paludose dello Stige.

Fuori della porta, il poeta vede frotte di diavoli che fanno la guardia con gli arpioni alzati e già atteggiati, come accadrà di lì a poco, a sbarrare il passo a lui e Virgilio, appena lasciati da Flegias sulla sponda limacciosa della palude. Ma che cosa vedranno essi, una volta che finalmente potranno mettere piede dentro questo luogo grazie all’intervento provvidenziale di un inviato celeste? Lo sapremo quanto prima.

In base alla struttura morale dell’Inferno, che, nell’undicesimo canto, Virgilio esporrà a Dante quando saranno costretti a sostare all’interno della città di Dite, appoggiati entrambi alla copertura sollevata dell’avello di Anastasio II, per abituarsi al fetore che risale dal basso prima di scendere il pendio, se fuori della stessa, quindi dal secondo al quinto cerchio, sono puniti gli incontinenti (lussuriosi, golosi, avari e prodighi, iracondi e accidiosi), oltre le sue mura, quindi nel sesto cerchio, sono puniti gli eretici e gli epicurei e, dopo il “burrato”, nel settimo i violenti: quelli contro il prossimo (omicidi e predoni), quelli contro sé stessi (suicidi e scialacquatori) e quelli contro Dio, la Natura e l’Arte (bestemmiatori, sodomiti e usurai).

@ S’APPRESSA LA CITTÀ C’HA NOME DITE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quei fu al mondo persona orgogliosa

8^ canto dell’Inferno

Filippo Argenti.

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Dante: «Quegli fra i vivi fu una persona iraconda e tracotante; non c’è un’opera buona che ne nobiliti la fama: così la sua ombra qui è violenta e rabbiosa. Quanti si ritengono oggi sulla Terra insigni personaggi che staranno qui come maiali nella melma schifosa, lasciando di sé memoria di orribili cose da disprezzare!».

Filippo de’ Cavicciuli, collocato dal poeta in questo cerchio tra gli iracondi e gli accidiosi, fu un eminente membro della consorteria degli Adimari, detto Argenti perché, secondo Boccaccio, fece rivestire di ferro il suo cavallo, appunto, con ferri d’argento. L’Argenti fu un Guelfo appartenente alla fazione dei Neri, dunque avversario acerrimo del poeta, il quale apparteneva ai Bianchi. E sempre da Boccaccio veniamo a sapere che “fu cavaliere ricchissimo, uomo di persona grande e nerboruto e di meravigliosa forza e più che altro iracundo”.

Alle cronache del tempo, peraltro, è ascritto un fatto, non proprio edificante, cui prese parte il nostro iracondo: un litigio con il poeta, culminato con uno ceffone patito proprio da Dante. Sarà per questo che egli, poi, lo collocherà all’Inferno tra gli iracondi e gli accidiosi? Possiamo scommetterci.

Il primo episodio in cui facciamo la sua conoscenza è nel dialogo concitato con il poeta, che inizia quando chiede a Dante: “Chi sei tu che vieni prima del tempo?”, e il poeta gli risponde che se è venuto prima del tempo, non è certo per rimanervi, per chiedergli a sua volta chi egli sia, atteggiandosi a disprezzo, e poi, finalmente riconoscendolo, augurandogli di rimanere nella palude a espiare i suoi peccati.

Nel secondo assistiamo al suo gesto minaccioso, che si accosta alla barca e sarà proprio Virgilio a ricacciarlo in mezzo al fango, rimbrottandolo malamente. Il terzo riguarda sempre Virgilio, il quale, elogiando dapprima Dante per la severità del suo comportamento tenuto in precedenza verso questo collerico spirito fiorentino, poi glielo descrive nel modo riportato in apertura. Nell’ultimo, lo vediamo attaccato dai suoi stessi compagni di pena, al grido di «Addosso a Filippo Argenti!».

 @ QUEI FU AL MONDO PERSONA ORGOGLIOSA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970