S’avessi avuto di tal tigna brama

15^ canto dellʼInferno.

Andrea deʼ Mozzi.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Il poeta sente dire da Brunetto Latini: «È bene essere a conoscenza di qualcuno; degli altri sarà meritevole di approvazione tacere, perché il tempo sarebbe breve rispetto a un discorso tanto lungo. In breve sappi che furono tutti dotti e letterati grandi e di grande reputazione, immondi fra i vivi di uno stesso peccato. Prisciano va con quella moltitudine infelice, e pure Francesco d’Accursio; e se avessi avuto desiderio di vedere tale sozzura, avresti potuto vedervi colui che dal servo dei servi di Dio fu trasferito da Firenze a Vicenza, in cui lasciò i nervi eccitati peccaminosamente».

Andrea de’ Mozzi, posto da Dante nel terzo girone di questo cerchio tra i sodomiti, completò gli studi giuridici a Bologna e soggiornò a lungo in Inghilterra. Poi cappellano di alcuni pontefici, tra cui Alessandro IV, fu nominato vescovo della sua città nel 1287. Carica che mantenne fino al 1295, quando Bonifacio VIII, il 13 settembre di quell’anno, per punizione lo destinò alla diocesi di Vicenza, dove morì nel febbraio 1296. La ragione della bolla papale sul suo trasferimento sembrò basata sul fatto che il suo governo a Firenze, pur mirando nelle intenzioni a ridare lustro alla città, sia stata attinente a una trama di frizioni e controversie col clero avviata sotto il pontificato di Niccolò IV.

Da questi, infatti, il vescovo era stato accusato di violazione dei diritti altrui e abuso di potere, e se ne stava aspettando da un momento all’altro la condanna. Ma, scomparso il papa nell’Aprile 1292, Andrea de’ Mozzi aveva naturalmente ignorato quegli ordini. Fino al provvedimento di Bonifacio VIII, che gli costò il trasferimento in una sede di scarsa importanza. Sull’accusa di sodomia, dai primi commentatori della Commedia si ritenne che furono le male lingue fiorentine a intaccare la nomea del vescovo. Dicerie che, comunque, dovettero influenzare non poco il poeta.

@ S’AVESSI AVUTO DI TAL TIGNA BRAMA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Faccian le bestie fiesolane strame

15^ canto dell’Inferno.

Da Fiesole a Firenze.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Brunetto Latini a Dante: «Un antichissimo proverbio fra gli uomini li definisce privi di senno; è un popolo avido, invidioso e mosso dalla superbia: liberati dai suoi modi e usi di vita. La tua sorte ti riserva tanta benevolenza e stima, che l’una fazione e l’altra avranno fame di te; ma l’erba sarà lontana dal capro. I discendenti dei rozzi provenienti da Fiesole facciano strazio di loro stessi, e non tocchino la progenie, se qualcuna si leva ancora tra la loro nefandezza, in cui viva di nuovo la santa discendenza di quei Romani che vi rimasero quando fu costruito il luogo in cui si sarebbe annidata tanta mala azione».

Perché il poeta fa esprimere in tal modo Brunetto Latini contro i Fiorentini? La risposta non è difficile: perché costoro, a un certo punto, diventeranno suoi acerrimi nemici, a causa della sua azione nella vita politica cittadina. Ciò si spiegava perché egli era convinto che i suoi concittadini fossero una diretta emanazione dei Fiesolani, e quindi di questo luogo del contado avrebbero mantenuto la rozzezza di usi e costumi tipica dei montanari. Il poeta si rifaceva alla nota leggenda, secondo la quale Fiesole fu rasa al suolo dopo essersi ribellata a Catilina, per cui i Romani, gettando le basi di Firenze, avevano accolto i profughi scampati alla distruzione della loro città.

Dante, infatti, riteneva che la propria famiglia discendesse dai Romani, quindi quanto detto dal suo mentore di un tempo sembrava confermare una divisione di fondo, sfociata nel tempo nell’odio provato contro di lui, specialmente dai Guelfi sia Bianchi sia Neri; i primi, perché egli se ne allontanerà dopo la battaglia della Lastra, riferimento, questo, ricavato dalla profezia del suo antenato Cacciaguida, quando lo incontrerà in Paradiso; i secondi, in quanto meri avversari di partito.

@ FACCIAN LE BESTIE FIESOLANE STRAME

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

E io, quando ‘l suo braccio a me distese

15^ canto dell’Inferno.

Brunetto Latini.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Il poeta narra: “Così guardato bene dalla schiera simile a quella che si è descritta, fui riconosciuto da uno, che mi afferrò per l’orlo inferiore della veste e gridò: «Quale cosa mirabile!». E io, quando stese il suo braccio verso di me, scrutai l’atteggiamento consunto dal calore, sicché il volto bruciato non impedì al mio intelletto il suo riconoscimento; e chinando la mano verso il suo viso, risposi: «Voi siete qui, messer Brunetto?»”.

Brunetto Latini, collocato da Dante nel terzo girone di questo cerchio tra i sodomiti, nacque a Firenze intorno al 1220, dove morì nel 1294 circa. Partecipò attivamente alla vita politica del comune, seguendo le vicende della Parte Guelfa, della quale era uno dei membri più influenti. Nel 1260, mentre faceva ritorno in città da un’ambasceria ad Alfonso X di Castiglia, seppe della sconfitta dei suoi sodali a Montaperti. Proscritto da Firenze, fu così costretto a soggiornare in Francia, fino a quando sei anni più tardi, a Benevento, cambiando le sorti della politica, poté rientrare in patria. Nel resto della sua vita terrena fu notaio e cancelliere del comune, ricoprendo nel tempo numerosi incarichi, fra tutti, nel 1280, quello di mallevadore per i Guelfi alla pace del cardinal Latino.

Durante il suo esilio aveva scritto in francese Tesoro, come dirà al poeta con la raccomandazione di averne cura, “detto col tono di chi deve andare, ma vuol dire ancora una cosa che gli preme assai, quella che gli preme di più” (Arnaldo Momigliano), altrimenti noto come Trésor, grande trattato in forma di enciclopedia; in versetti rimati a coppie il Tesoretto, e in prosa italiana tradusse e ammodernò Cicerone.

La grande importanza di Brunetto Latini nella cultura dell’epoca stette tutta in ciò che ne disse lo storico fiorentino Giovanni Villani (Nuova Cronica, VIII, 10). Leggiamo: “Fu grande filosofo e fu sommo maestro, in rettorica, tanto in bene saper dire, quanto in bene dittare. E fu quegli che spuose la Rettorica di Tullio, e fece il buono e utile libro detto Tesoro e il Tesoretto, e la chiave del Tesoro, e più altri libri in filosofia, e de’ vizi e di virtù; e fu dittatore del nostro comune. Fu mondano uomo; ma di lui avemo fatta menzione, perocch’egli fu cominciatore e maestro in digrossare i Fiorentini e fargli scorti in bene parlare e in sapere guidare e reggere la nostra repubblica secondo la politica”.

@ E IO, QUANDO ‘L SUO BRACCIO A ME DISTESE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

14^ canto dell’Inferno.

(Canto XIV, ove tratta de la qualità del terzo girone, contento nel settimo circulo; e quivi si puniscono coloro che fanno forza ne la deitade, negando e bestemmiando quella; e nomina qui spezialmente il re Capaneo scelleratissimo in questo preditto peccato.)

Poi che la carità del natio loco

mi strinse, raunai le fronde sparte

e rende’le a colui, ch’era già fioco.

Indi venimmo al fine ove si parte

lo secondo giron dal terzo, e dove

si vede di giustizia orribil arte.

A ben manifestar le cose nove,

dico che arrivammo ad una landa

che dal suo letto ogne pianta rimove.

La dolorosa selva l’è ghirlanda

intorno, come ‘l fosso tristo ad essa;

quivi fermammo i passi a randa a randa.

Lo spazzo era una rena arida e spessa,

non d’altra foggia fatta che colei

che fu da’ piè di Caton già soppressa.

O vendetta di Dio, quanto tu dei

esser temuta da ciascun che legge

ciò che fu manifesto a li occhi mei!

D’anime nude vidi molte gregge

che piangean tutte assai miseramente,

e parea posta lor diversa legge.

Supin giacea in terra alcuna gente,

alcuna si sedea tutta raccolta,

e altra andava continüamente.

Quella che giva ‘ntorno era più molta,

e quella men che giacëa al tormento,

ma più al duolo avea la lingua sciolta.

Sovra tutto ‘l sabbion, d’un cader lento,

piovean di foco dilatate falde,

come di neve in alpe sanza vento.

Quali Alessandro in quelle parti calde

d’Indïa vide sopra ‘l süo stuolo

fiamme cadere infino a terra salde,

per ch’ei provide a scalpitar lo suolo

con le sue schiere, acciò che lo vapore

mei si stingueva mentre ch’era solo:

tale scendeva l’etternale ardore;

onde la rena s’accendea, com’esca

sotto focile, a doppiar lo dolore.

Sanza riposo mai era la tresca

de le misere mani, or quindi or quinci

escotendo da sé l’arsura fresca.

I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci

tutte le cose, fuor che ‘ demon duri

ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,

chi è quel grande che non par che curi

lo ‘ncendio e giace dispettoso e torto,

sì che la pioggia non par che ‘l marturi?».

E quel medesmo, che si fu accorto

ch’io domandava il mio duca di lui,

gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.

Se Giove stanchi ‘l suo fabbro da cui

crucciato prese la folgore aguta

onde l’ultimo dì percosso fui;

o s’elli stanchi li altri a muta a muta

in Mongibello a la focina negra,

chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,

sì com’el fece a la pugna di Flegra,

e me saetti con tutta sua forza:

non ne potrebbe aver vendetta allegra».

Allora il duca mio parlò di forza

tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:

«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza

la tua superbia, se’ tu più punito;

nullo martiro, fuor che la tua rabbia,

sarebbe al tuo furor dolor compito».

Poi si rivolse a me con miglior labbia,

dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi

ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia

Dio in disdegno, e poco par che ‘l pregi;

ma, com’io dissi lui, li suoi dispetti

sono al suo petto assai debiti fregi.

Or mi vien dietro, e guarda che non metti,

ancor, li piedi ne la rena arsiccia;

ma sempre al bosco tien li piedi stretti».

Tacendo divenimmo là ‘ve spiccia

fuor de la selva un picciol fiumicello,

lo cui rossore ancor mi raccapriccia.

Quale del Bulicame esce ruscello

che parton poi tra lor le peccatrici,

tal per la rena giù sen giva quello.

Lo fondo suo e ambo le pendici

fatt’era ‘n pietra, e ‘ margini da lato;

per ch’io m’accorsi che ‘l passo era lici.

«Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,

poscia che noi intrammo per la porta

lo cui sogliare a nessuno è negato,

cosa non fu da li tuoi occhi scorta

notabile com’è ‘l presente rio,

che sovra sé tutte fiammelle ammorta».

Queste parole fuor del duca mio;

per ch’io ‘l pregai che mi largisse ‘l pasto

di cui largito m’avëa il disio.

«In mezzo mar siede un paese guasto»,

diss’elli allora, «che s’appella Creta,

sotto ‘l cui rege fu già ‘l mondo casto.

Una montagna v’è che già fu lieta

d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;

or è diserta come cosa vieta.

Rëa la scelse già per cuna fida

del suo figliuolo, e per celarlo meglio,

quando piangea, vi facea far le grida.

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,

che tien volte le spalle inver’ Dammiata

e Roma guarda come süo speglio.

La sua testa è di fin oro formata,

e puro argento son le braccia e ‘l petto,

poi è di rame infino a la forcata;

da indi in giuso è tutto ferro eletto,

salvo che ‘l destro piede è terra cotta;

sta ‘n su quel, più che ‘n su l’altro, eretto.

Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta

d’una fessura che lagrime goccia,

le quali, accolte, fóran quella grotta.

Lor corso in questa valle si diroccia;

fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;

poi sen van giù per questa stretta doccia,

infin, là dove più non si dismonta,

fanno Cocito; e qual sia quello stagno

tu lo vedrai, però qui non si conta».

E io a lui: «Se ‘l presente rigagno

si diriva così dal nostro mondo,

perché ci appar pur a questo vivagno?».

Ed elli a me: «Tu sai che ‘l loco è tondo;

e tutto che tu sie venuto molto,

pur a sinistra, giù calando al fondo,

non se’ ancor per tutto ‘l cerchio vòlto;

per che, se cosa n’apparisce nova,

non de’ addur maraviglia al tuo volto».

E io ancor: «Maestro, ove si trova

Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,

e l’altro di’ che si fa d’esta piova».

«In tutte tue question certo mi piaci»,

rispuose, «ma ‘l bollor de l’acqua rossa

dovea ben solver l’una che tu faci.

Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,

là dove vanno l’anime a lavarsi

quando la colpa pentuta è rimossa».

Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi

dal bosco; fa che di retro a me vegne:

li margini fan via, che non son arsi,

e sopra loro ogne vapor si spegne».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

Fanno Acheronte, Stige e Flegetonta

14^ canto dell’Inferno.

I fiumi infernali.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Il poeta sente dire da Virgilio: «Ogni porzione, fuorché la testa, è divisa da una fenditura che versa lacrime a gocciole, le quali, raccolte, perforano quella roccia. Il loro percorso scende di roccia in roccia in questa voragine; formano l’Acheronte, lo Stige e il Flegetonte; poi scendono lungo questo angusto ruscello, fin là dove non si discende più, formano Cocito; e come sia quella stagnante distesa di acqua gelata tu lo vedrai, perciò a questo punto non se ne parla».

Virgilio, alla fine della sua descrizione del Veglio di Creta, coglie l’occasione per parlare a Dante dei fiumi infernali i quali, in realtà, si riducono a uno solo, che di volta in volta assume nomi diversi, a seconda della dislocazione, nonché degli aspetti che mutano di volta in volta: l’Acheronte, una ‘livida palude’, lo Stige, uno stagno fangoso, il Flegetonte, un fiume di sangue bollente e, da ultimo, il Cocito, un lago ghiacciato. Ma procediamo in ordine di citazione.

Mentre l’Acheronte è un fiume attraverso il quale Caronte traghetta le anime dannate, situato nel vestibolo dell’Inferno, subito dopo gli ignavi, e divide costoro dai non battezzati e dagli ‘spiriti magni’ del Limbo, lo Stige è un pantano situato nel quinto cerchio e circonda tutto intorno le mura della città di Dite, dove sono immersi gli iracondi e gli accidiosi.

Nel Flegetonte, il fiume di sangue bollente sono, invece, immersi gli omicidi e i predoni. Lo stesso forma il primo girone del settimo cerchio, nonché cinge la selva dei suicidi e degli scialacquatori, per riemergere con una diramazione, che, attraversando il terreno sabbioso del terzo girone del settimo cerchio, ospitante i bestemmiatori, i sodomiti e gli usurai, precipita a Malebolge, l’ottavo cerchio.

Dal quale, alla fine di un lungo percorso, diventerà il Cocito. Di cui sarà il poeta a parlarne diffusamente negli ultimi tre canti, come luogo di espiazione dei traditori dei parenti, della patria, degli ospiti e dei benefattori, nel nono e ultimo cerchio. Egli, infatti, immaginò Cocito a mo’ di una grande distesa ghiacciata, divisa in quattro zone: Caina, Antenora, Tolomea e Giudecca, formata dai venti prodotti dalle sei ali di Lucifero, e rappresentata come un imbuto inclinato.

@ FANNO ACHERONTE, STIGE E FLEGETONTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio

14^ canto dell’Inferno.

Il Veglio di Creta.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Virgilio a Dante: « All’interno del monte sta levata in piedi la grande statua di un vecchio, che tiene le spalle rivolte verso oriente e si rivolge verso occidente come suo modello. La sua testa è fatta di puro oro, e le braccia e il petto sono di puro argento, poi è di rame fino all’inforcatura delle gambe; da quel punto in giù è tutto di ferro purissimo, eccetto che il piede destro è di terracotta; e sta poggiato su questo più che sul sinistro».

Figura biblica, il Veglio fu la statua apparsa in sogno a Nabucodonosor (Daniele 2, 31-45), senza alcuna indicazione del luogo della sua collocazione, e simboleggiava il genere umano. Il poeta diede alla stessa una posizione geografica, l’isola di Creta, poiché dagli antichi poeti essa era vista come il centro della terra, nonché sede della prima età umana.

In più Dante fece assurgere la statua a simbolo della decadenza dell’umanità, avviata da Giove, la cui madre aveva tenuto nascosto nelle viscere del monte Ida, dalla mitica età dell’oro via via fino al suo tempo. Nella sua ricostruzione, la statua è formata dai metalli che corrispondono alle età del mito (oro, argento, rame, ferro), mentre i due piedi rappresentano la Chiesa e l’Impero: di terracotta il destro, di ferro il sinistro. Essa poi volge le spalle a Damiata, in Egitto, simbolo dell’oriente, miscredente agli occhi dei Cristiani, e guarda Roma, cioè l’occidente, il cuore della cristianità.

@ DENTRO DAL MONTE STA DRITTO UN GRAN VEGLIO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Nullo martiro, fuor che la tua rabbia

14^ canto dellʼInferno.

Capaneo.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Virgilio a Capaneo: «O Capaneo, in ciò che la tua superbia non si spegne, tu sei più castigato; nessun tormento, eccetto che la tua rabbia, sarebbe alla tua ira rabbiosa un tormento compiutamente adeguato».

Figura del mito classico, Capaneo, posto dal poeta nel terzo girone di questo cerchio tra i bestemmiatori, fu uno dei “Sette contro Tebe”, vale a dire i sette sovrani ellenici (secondo la versione vulgata del mito: Adrasto, capo della spedizione, Tideo, Ippomedonte, Partenopeo, Anfiarao, lo stesso Capaneo e Polinice) che posero a Tebe il primo assedio per ridarne il regno a Polinice cui il fratello Eteocle l’aveva defraudato. Tutti, tranne Adrasto, morirono nell’impresa, che forma l’argomento della Tebaide di Stazio.

Capaneo, sulle mura della città, ebbro della vittoria appena conseguita, e sicuro della propria forza, sfidò Giove a difendere la città, così che il capo degli dèi testé gli scagliò contro un fulmine. Già colpito, rimase ancora in piedi per un poco, ed esalò l’ultimo respiro ergendo la testa verso le stelle, sì sconfitto ma nemmeno lontanamente pronto ad accettare il suo destino.

Dalla mitologia alla letteratura, grazie al poeta, il cammino di questo personaggio è stato breve. Non a caso, egli lo collocò in questo girone, raffigurandolo in preda a un’empietà indomita, corrispondente, del resto, alla sua potenza fisica fedele a quella tramandata dalla mitologia.

@ NULLO MARTIRO, FUOR CHE LA TUA RABBIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

13^ canto dell’Inferno.

(Canto XIII, ove tratta de l’esenzia del secondo girone ch’è nel settimo circulo, dove punisce coloro ch’ebbero contra sé medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo sé ma guastando i loro beni.)

Non era ancor di là Nesso arrivato,

quando noi ci mettemmo per un bosco

che da neun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;

non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti;

non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.

Non han sì aspri sterpi né sì folti

quelle fiere selvagge che ‘n odio hanno

tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,

che cacciar de le Strofade i Troiani

con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,

piè con artigli, e pennuto ‘l gran ventre;

fanno lamenti in su l’alberi strani.

E ‘l buon maestro «Prima che più entre,

sappi che se’ nel secondo girone»,

mi cominciò a dire, «e sarai mentre

che tu verrai ne l’orribil sabbione.

Però riguarda ben; sì vederai

cose che torrien fede al mio sermone».

Io sentia d’ogne parte trarre guai

e non vedea persona che ‘l facesse;

per ch’io tutto smarrito m’arrestai.

Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse

che tante voci uscisser, tra quei bronchi,

da gente che per noi si nascondesse.

Però disse ‘l maestro: «Se tu tronchi

qualche fraschetta d’una d’este piante

li pensier c’hai si faran tutti monchi».

Allor porsi la mano un poco avante

e colsi un ramicel da un gran pruno;

e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».

Da che fatto fu poi di sangue bruno,

ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?

non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:

ben dovrebb’esser la tua man più pia,

se state fossimo anime di serpi».

Come d’un tizzo verde ch’arso sia

da l’un de’ capi, che da l’altro geme

e cigola per vento che va via,

sì de la scheggia rotta usciva insieme

parole e sangue; ond’io lasciai la cima

cadere, e stetti come l’uom che teme.

«S’elli avesse potuto creder prima»,

rispuose ‘l savio mio, «anima lesa,

ciò c’ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;

ma la cosa incredibile mi fece

indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, sì che ‘n vece

d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi

nel mondo sù, dove tornar li lece».

E ‘l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,

ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi

perch’ïo un poco a ragionar m’inveschi.

Io son colui che tenni ambo le chiavi

del cor di Federigo, e che le volsi,

serrando e diserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;

fede portai al glorïoso offizio,

tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ‘ polsi.

La meretrice che mai da l’ospizio

di Cesare non torse li occhi putti,

morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;

e li ‘nfiammati infiammar sì Augusto,

che ‘ lieti onor tornaro in tristi lutti.

L’animo mio, per disdegnoso gusto,

credendo col morir fuggir disdegno,

ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d’esto legno

vi giuro che già mai non ruppi fede

al mio segnor, che fu d’onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,

conforti la memoria mia, che giace

ancor del colpo che ‘nvidia le diede».

Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,

disse ‘l poeta a me, «non perder l’ora;

ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».

Ond’ïo a lui: «Domandal tu ancora

di quel che credi ch’a me satisfaccia;

ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».

Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia

liberamente ciò che ‘l tuo dir priega,

spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di dirne come l’anima si lega

in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,

s’alcuna mai di tai membra si spiega».

Allor soffiò il tronco forte, e poi

si convertì quel vento in cotal voce:

«Brievemente sarà risposto a voi.

Quando si parte l’anima feroce

dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,

Minòs la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;

ma là dove fortuna la balestra,

quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra:

l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,

fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l’altre verrem per nostre spoglie,

ma non però ch’alcuna sen rivesta,

ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.

Qui le strascineremo, e per la mesta

selva saranno i nostri corpi appesi,

ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».

Noi eravamo ancora al tronco attesi,

credendo ch’altro ne volesse dire,

quando noi fummo d’un romor sorpresi,

similemente a colui che venire

sente ‘l porco e la caccia a la sua posta,

ch’ode le bestie, e le frasche stormire.

Ed ecco due da la sinistra costa,

nudi e graffiati, fuggendo sì forte,

che de la selva rompieno ogne rosta.

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».

E l’altro, cui pareva tardar troppo,

gridava: «Lano, sì non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!».

E poi che forse li fallia la lena,

di sé e d’un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena

di nere cagne, bramose e correnti

come veltri ch’uscisser di catena.

In quel che s’appiattò miser li denti,

e quel dilaceraro a brano a brano;

poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,

e menommi al cespuglio che piangea

per le rotture sanguinenti in vano.

«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,

che t’è giovato di me fare schermo?

che colpa ho io de la tua vita rea?».

Quando ‘l maestro fu sovr’esso fermo,

disse: «Chi fosti, che per tante punte

soffi con sangue doloroso sermo?».

Ed elli a noi: «O anime che giunte

siete a veder lo strazio disonesto

c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.

I’ fui de la città che nel Batista

mutò ‘l primo padrone; ond’ei per questo

sempre con l’arte sua la farà trista;

e se non fosse che ‘n sul passo d’Arno

rimane ancor di lui alcuna vista,

que’ cittadin che poi la rifondarno

sovra ‘l cener che d’Attila rimase,

avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

I’ fui de la città che nel Batista

13^ canto dell’Inferno.

Lotto degli Agli.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Secondo girone. I due poeti sentono dire da Lotto degli Agli: «O anime che siete arrivate per vedere la lacerazione indecorosa che ha così staccato da me i miei ramoscelli, raccoglieteli alla base del cespuglio sventurato. Nacqui nella città che cambiò col Battista il primo patrono; per cui egli per questo la contristerà ogni volta con la guerra; e se non fosse che presso il Ponte Vecchio rimane ancora di lui una figura comunque ridotta, quei cittadini che poi la fondarono di nuovo sopra le macerie che rimasero dopo Attila, avrebbero fatto lavorare inutilmente i costruttori. Io trasformai la mia casa in un luogo di supplizio per me».

Lotto degli Agli, collocato da Dante nel secondo girone di questo cerchio tra i suicidi, visse a Firenze nel XIII^ secolo, e fu citato quale professor iuris in un documento del 1273, con cui Carlo I d’Angiò gli affidò, unitamente a Guglielmo Martini, un giurisperito anch’egli fiorentino, l’incarico di riportare la pace tra i Guelfi di Massa. La sua carriera politico-burocratica si svolse fuori Firenze, anche se fu membro del collegio dei priori nel bimestre 15 Aprile-15 Giugno 1285, la carica ricoperta poi da Dante nel bimestre 15 Giugno-15 Agosto 1300.

Spesso fu chiamato a ricoprire le funzioni di giudice, a Bologna nel 1266 e nelle Marche nel 1267, di capitano del popolo, a Cremona nel 1277 e a San Miniato nel 1293, di podestà, a San Miniato nel 1282 e, passando in varie località in anni diversi, a Borgo San Sepolcro nel 1291, per suicidarsi subito dopo, impiccandosi in casa propria, a causa del disonore provato per un falso perpetrato in qualità di giudice.

A proposito di questo personaggio, giova tuttavia ricordare che alcuni dei primi commentatori della Commedia (Benvenuto da Imola e il Buti su tutti) misero in dubbio che la paternità della voce che si rivolge al poeta fosse la sua, attribuendola a tale Rocco de’ Mozzi, anche lui suicida. Anche se altrettanti, il Graziolo, il Lana e l’Anonimo, optarono per il giudice fiorentino. Pertanto, in mancanza di testimonianze risolutive, si è ritenuto di attenersi a quest’ultima interpretazione.

@ I’ FUI DE LA CITTÀ CHE NEL BATISTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io son colui che tenni ambo le chiavi

13^ canto dell’Inferno.

Pier della Vigna.

Nel secondo girone del settimo cerchio dell’Inferno. Pier della Vigna a Virgilio: «Mi aduli così con dilettevoli parole, che non posso tacere; e per questo non v’infastidisca per quanto io mi lasci invischiare a parlare un poco. Io sono colui che tenne ambedue le chiavi del cuore di Federico, e che le girò, chiudendo e aprendo, così delicatamente, che allontanai quasi ognuno dalla sua confidenza; provai fedeltà per la gloriosa carica, tanto che per questo perdetti la pace e la vita».

Pier della Vigna, posto da Dante nel secondo girone di questo cerchio, nacque a Capua intorno al 1190 da un’umile famiglia, e nonostante ciò riuscì a compiere gli studi a Bologna. Appena trentenne, su raccomandazione dell’arcivescovo di Palermo, fu accolto presso la corte di Federico II con la duplice funzione di notaio e scrittore della cancelleria imperiale. Eletto nel 1225 a giudice della Magna Curia, nel 1247 fu insignito del prestigioso titolo di “imperialis aulae protonotarius et regni Siciliae logotheta“, vale a dire primo segretario e portavoce ufficiale dell’imperatore.

Nel frattempo, tra la redazione di un atto di governo e una missione diplomatica nei paesi stranieri, ovviamente intendendo con ciò anche gli stati piccoli e grandi disseminati nella penisola italica, si dilettò a poetare in volgare, svettando con il sonetto Amando con fin core, e a redigere un apprezzatissimo epistolario. Infine, nel febbraio 1249, mentre era in missione a Cremona, venne arrestato; ciò portò alla privazione di tutte le sue cariche.

Pier della Vigna si suicidò un paio di mesi dopo quella infausta giornata. Tra le versioni della sua tragica fine, che circolarono subito dopo, ne ricordiamo un paio, quanto al luogo e alle modalità: nella rocca di San Miniato, battendo la testa contro il muro della prigione, nella chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno a Pisa, sfracellandosi la testa sulla parete esterna. Anche le cause che provocarono la sua caduta in disgrazia sono alquanto contraddittorie. Quella più accreditata ci riporta a una congiura di palazzo organizzata dai nobili della corte, invidiosi della vertiginosa ascesa ai vertici dell’amministrazione da parte dell’umile Pietro, tesi peraltro riportata dal poeta e accolta da quasi tutti i commentatori contemporanei della Commedia, nonché da qualche moderno.

@ IO SON COLUI CHE TENNI AMBO LE CHIAVI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970