Vita bestial mi piacque e non umana

24^ canto dell’Inferno.

Vanni Fucci.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. I due poeti sentono dire da Vanni Fucci: «Io caddi dalla Toscana, poco fa, in questa bolgia feroce. Praticai una vita di bestia e non di uomo, come il bastardo che fui; sono Vanni Fucci detto Bestia, e Pistoia fu il mio covo opportuno».

Vanni Fucci, posto da Dante nella settima bolgia di questo cerchio tra i ladri, fu figlio illegittimo di Fuccio de’ Lazzari, nobile pistoiese. Questi si rese protagonista, nel partito dei Guelfi Neri, delle lotte civili che imperversarono per anni nella sua città. Infatti, nel 1295 venne condannato in contumacia per fatti di sangue e di brigantaggio. Il poeta lo conobbe probabilmente nel 1292, quando serviva Firenze contro Pisa.

A proposito del furto che egli perpetrò nella cappella di san Iacopo della Cattedrale di Pistoia, il Sapegno a suo tempo scrisse: “Di quel furto, avvenuto a quanto pare nel primi mesi del ’93, le cronache contemporanee e i commentatori del poema ci danno versioni incerte e discordanti. Narrano che la colpa ne fosse ingiustamente attribuita a un Rampino Foresi (o Vergellesi), che corse rischio di morire impiccato.

“Più tardi la verità del fatto venne a galla, e uno dei complici di Vanni Fucci, il notaio Vanni della Monna, fu condannato a morte; ma il principale colpevole dovette sottrarsi alla pena fuggendo; e anzi, poiché egli si duole qui d’esser trovato fra i ladri da Dante e questi finge di non sapere la causa per cui è punito in maniera così infamante, convien ritenere che la sua partecipazione al furto venisse accertata solo dopo la sua morte, avvenuta poco prima del marzo del 1300”.

© VITA BESTIAL MI PIACQUE E NON UMANA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

Erba né biado in sua vita non pasce

24^ canto dell’Inferno.

La fenice.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Dante narra: “Né la O né la I si scrissero mai così rapidamente, come egli avvampò e fu infuocato, e avvenne che cadendo divenisse tutto cenere; e dopo che fu così disfatto totalmente a terra, la cenere si addensò da sola e ridiventò di colpo lo stesso dannato. Così è asserito dagli insigni sapienti che la fenice muore e poi torna a nascere, ogni volta che si viene vicino nel tempo al cinquecentesimo anno; nella sua vita non si nutre di erbe né di vegetali seminati dall’uomo, ma solo di gocce di incenso e di amomo, e le bende funebri sono il nardo e la mirra”.

Figura del mito classico, la fenice fu un uccello sacro agli antichi Egizi, di cui parlarono in abbondanza letterati e astrologi. Erodoto la descrisse come una grande aquila, con le piume estremamente variopinte. Originaria dell’Etiopia, viveva almeno cinquecento anni, fino a quando, arrivata al termine della sua esistenza, si costruiva un nido per morirvi bruciata. Dalle ceneri, ne nasceva un’altra, che volava in Egitto, a Eliopoli, in cui era consacrata nel tempio del Sole, per tornare poi in Etiopia a vivere una lunghissima vita.

Il poeta, con il riferimento sopra citato, nel quale la velocità della morte e della sua rinascita è paragonata alla mutazione di Vanni Fucci colpito da un serpente, di cui si parlerà in separata sede, sembrò credere, asserisce più di qualche antico commentatore della Commedia, alla realtà effettiva della fenice, peraltro usata dai poeti suoi contemporanei come metafora per descrivere il personaggio dell’amante.

© ERBA NÉ BIADO IN SUA VITA NON PASCE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Più non si vanti Libia con sua rena

24^ canto dell’Inferno.

Serpenti.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Il poeta narra: “Noi discendemmo il ponte fino alla sua estremità dove si unisce con l’argine che divide la settima dall’ottava bolgia, e poi mi apparve la bolgia; e vi vidi dentro una terribile calca di serpenti, e di una qualità così mostruosa che il ricordo tuttora mi disperde il sangue. La Libia non si lodi più del suo deserto; perché se genera chelidri, iaculi e faree, e cencri con anfisibene, mai lasciò vedere né tanti animali pestiferi né così velenosi con tutta l’Etiopia né con ciò che si trova presso il Mar Rosso”.

Figure della letteratura latina, descritte da Lucano nella Farsaglia, questi serpenti furono favolosi esseri del deserto libico. Cominciamo dai chelidri: serpenti anfibi, i quali avanzavano senza torsione del corpo e sollevando al loro passaggio spirali di vapore.

Gli iaculi, per l’Ottimo commento, uno dei più rilevanti commenti del Trecento alla Commedia, erano serpenti volanti: “… li iaculi assaliscono gli uccelli in su li arbori… onde son detti iaculi, cioè, lancianti”, e per il Buti, uno dei primi commentatori della predetta: “questa è un’altra spezie che si lancia, e trafora quel che percuote, come una lancia o una saetta”.

Le faree, citate da Dante al femminile rispetto al phareas di Lucano, che è nome maschile, si muovevano in direzione dritta facendo un solco per terra con la coda. E i cencri, velenosissimi, con la pelle variegata in piccole macchie simili a chicchi di miglio e dall’andatura irregolare. Sempre il Buti: “Cencri, questa è una specie di serpenti, che sempre va torcendosi, e non va mai diritto”.

Infine, le anfisibene. Questi serpenti avevano una testa a ognuna delle estremità, ed erano in grado di muoversi in una direzione o nell’altra.

© PIÙ NON SI VANTI LIBIA CON SUA RENA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

23^ canto dell’Inferno.

(Canto XXIII, nel quale tratta de la divina vendetta contra l’ipocriti; del quale peccato sotto il vocabulo di due cittadini di Bologna abomina l’auttore li bolognesi, e li giudei sotto il nome d’Anna e di Caifas; e qui è la sesta bolgia.)

Taciti, soli, sanza compagnia

n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,

come frati minor vanno per via.

Vòlt’era in su la favola d’Isopo

lo mio pensier per la presente rissa,

dov’el parlò de la rana e del topo;

ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’

che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia

principio e fine con la mente fissa.

E come l’un pensier de l’altro scoppia,

così nacque di quello un altro poi,

che la prima paura mi fé doppia.

Io pensava così: «Questi per noi

sono scherniti con danno e con beffa

sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.

Se l’ira sovra ‘l mal voler s’aggueffa,

ei ne verranno dietro più crudeli

che ‘l cane a quella lievre ch’elli acceffa».

Già mi sentia tutti arricciar li peli

de la paura e stava in dietro intento,

quand’io dissi: «Maestro, se non celi

te e me tostamente, i’ ho pavento

d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;

io li ‘magino sì, che già li sento».

E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,

l’imagine di fuor tua non trarrei

più tosto a me, che quella dentro ‘mpetro.

Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ‘ miei,

con simile atto e con simile faccia,

sì che d’intrambi un sol consiglio fei.

S’elli è che sì la destra costa giaccia,

che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,

noi fuggirem l’imaginata caccia».

Già non compié di tal consiglio rendere,

ch’io li vidi venir con l’ali tese

non molto lungi, per volerne prendere.

Lo duca mio di sùbito mi prese,

come la madre ch’al romore è desta

e vede presso a sé le fiamme accese,

che prende il figlio e fugge e non s’arresta,

avendo più di lui che di sé cura,

tanto che solo una camiscia vesta;

e giù dal collo de la ripa dura

supin si diede a la pendente roccia,

che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.

Non corse mai sì tosto acqua per doccia

a volger ruota di molin terragno,

quand’ella più verso le pale approccia,

come ‘l maestro mio per quel vivagno,

portandosene me sovra ‘l suo petto,

come suo figlio, non come compagno.

A pena fuoro i piè suoi giunti al letto

del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle

sovresso noi; ma non lì era sospetto:

ché l’alta provedenza che lor volle

porre ministri de la fossa quinta,

poder di partirs’ indi a tutti tolle.

Là giù trovammo una gente dipinta

che giva intorno assai con lenti passi,

piangendo e nel sembiante stanca e vinta.

Elli avean cappe con cappucci bassi

dinanzi a li occhi, fatte de la taglia

che in Clugnì per li monaci fassi.

Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;

ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,

che Federigo le mettea di paglia.

Oh in etterno faticoso manto!

Noi ci volgemmo ancor pur a man manca

con loro insieme, intenti al tristo pianto;

ma per lo peso quella gente stanca

venìa sì pian, che noi eravam nuovi

di compagnia ad ogne mover d’anca.

Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi

alcun ch’al fatto o al nome si conosca,

e li occhi, sì andando, intorno movi».

E un che ‘ntese la parola tosca,

di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,

voi che correte sì per l’aura fosca!

Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».

Onde ‘l duca si volse e disse: «Aspetta,

e poi secondo il suo passo procedi».

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta

de l’animo, col viso, d’esser meco;

ma tardavali ‘l carco e la via stretta.

Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco

mi rimiraron sanza far parola;

poi si volsero in sé, e dicean seco:

«Costui par vivo a l’atto della gola;

e s’e’ son morti, per qual privilegio

vanno scoperti de la grave stola?».

Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio

de l’ipocriti tristi se’ venuto,

dir chi tu se’ non avere in dispregio».

E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto

sovra ‘l bel fiume d’Arno a la gran villa,

e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.

Ma voi chi siete, a cui tanto distilla

quant’i’ veggio dolor giù per le guance?

e che pena è in voi che sì sfavilla?».

E l’un rispuose a me: «Le cappe rance

son di piombo sì grosse, che li pesi

fan così cigolar le lor bilance.

Frati godenti fummo, e bolognesi;

io Catalano e questi Loderingo

nomati, e da tua terra insieme presi

come suole esser tolto un uom solingo,

per conservar sua pace; e fummo tali,

ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».

Io cominciai: «O frati, i vostri mali…»;

ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse

un, crucifisso in terra con tre pali.

Quando mi vide, tutto si distorse,

soffiando ne la barba con sospiri;

e ‘l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,

mi disse: «Quel confitto che tu miri,

consigliò i Farisei che convenia

porre un uom per lo popolo a’ martìri.

Attraversato è, nudo, ne la via,

come tu vedi, ed è mestier ch’el senta

qualunque passa, come pesa, pria.

E a tal modo il socero si stenta

in questa fossa, e li altri dal concilio

che fu per li Giudei mala sementa».

Allor vid’io maravigliar Virgilio

sovra colui ch’era disteso in croce

tanto vilmente ne l’etterno essilio.

Poscia drizzò al frate cotal voce:

«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci

s’a la man destra giace alcuna foce

onde noi amendue possiamo uscirci,

sanza costrigner de li angeli neri

che vegnan d’esto fondo a dipartirci».

Rispuose adunque: «Più che tu non speri

s’appressa un sasso che da la gran cerchia

si move e varca tutt’i vallon feri,

salvo che ‘n questo è rotto e nol coperchia;

montar potrete su per la ruina,

che giace in costa e nel fondo soperchia».

Lo duca stette un poco a testa china;

poi disse: «Mal contava la bisogna

colui che i peccator di qua uncina».

E ‘l frate: «Io udi’ già dire a Bologna

del diavol vizi assai, tra ‘ quali udi’

ch’elli è bugiardo e padre di menzogna».

Appresso il duca a gran passi sen gì,

turbato un poco d’ira nel sembiante;

ond’io da li ‘ncarcati mi parti’

dietro a le poste de le care piante.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Attraversato è, nudo, ne la via

23^ canto dell’Inferno.

Caifas.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Sesta bolgia. Il poeta sente dire da Catalano de’ Malavolti: «Quel conficcato che tu guardi, consigliò i Farisei che era conveniente crocifiggere un solo uomo per il bene del popolo. È posto di traverso, nudo, sulla strada, per quel che tu vedi, ed è necessario che egli senta su di sé quanto sia pesante ognuno che passa, prima che sia passato sul suo corpo. E analogamente in questa bolgia è tormentato il suocero, e gli altri dell’alta assemblea che fu causa di male per gli Ebrei».

Figura biblica, Caifas, collocato da Dante nella sesta bolgia di questo cerchio tra gli ipocriti, fu sommo sacerdote di Gerusalemme dal 18 a.C. al 36 a.C., e di lui i Vangeli ci hanno tramandato la sua responsabilità nell’opposizione della classe sacerdotale giudea contro Cristo. Infatti, Matteo, e non solo lui (Matteo, 26,3 e 57, Luca, 3,2 e Giovanni, 11,50, 28, 14 e 24), riportò che, in una riunione appositamente organizzata, si decise la cattura e la messa a morte del Salvatore. Il quale, condotto alla presenza di Caifas, dichiarò di essere il Figlio di Dio, ricevendo in risposta che stava bestemmiando.

Il passo dantesco fu chiosato dall’Anonimo Fiorentino, tra i primi commentatori della Commedia, che scrisse: “Questo crucifisso fu Caifasso, il quale, quando Cristo fu crucifisso da’ Giudei, elli era Pontefice maggiore; e disse in sua diceria, che si convenia che uno morisse per lo popolo, e Cristo fosse esso. E perciò che ipocritamente consigliò per lo popolo, per la giustizia conviene che ogni gente lo scalpiti e vadali addosso”.

© ATTRAVERSATO È, NUDO, NE LA VIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Frati godenti fummo, e bolognesi

23^ canto dell’Inferno.

Catalano de’ Malavolti e Loderingo degli Andalò.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno. Malebolge. Sesta bolgia. Catalano de’ Malavolti a Dante: «Le cappe di piombo giallo dorato sono così grosse, che il peso ci fa gemere come i pesi fanno cigolare le loro bilance. Fummo frati gaudenti, e bolognesi; chiamati io Catalano e questi Loderingo, e nominati insieme podestà dalla tua città per salvaguardare la sua pace, mentre è solito essere assunta all’ufficio una persona sola; e ci comportammo in modo tale, che la nostra opera è visibile ancora presso il Guardingo».

Catalano de’ Malavolti e Loderingo degli Andalò, posti dal poeta nella sesta bolgia di questo cerchio tra gli ipocriti, furono membri della confraternita dei Cavalieri della Beata Maria Vergine Gloriosa detta dei frati gaudenti. Il poeta li fece assurgere a simboli del peccato di ipocrisia nella bolgia dove tutti sembrano frati. Il primo, guelfo bolognese, fu tra i primi appartenenti all’ordine. Il secondo, membro di una nobile famiglia ghibellina di Bologna, fu podestà in diverse città, a Bologna due volte e a Firenze una, con frate Catalan.

A proposito di questo ordine religioso, lo stesso ebbe origine all’epoca della crociata contro gli Albigesi, all’alba del 1200, e successivamente rifondato a Bologna nel 1260, tra gli altri proprio da Loderingo degli Andalò (la regola fu approvata da Urbano IV nel 1261). Fini dichiarati dell’ordine era la lotta spietata alle eresie, nonché la difesa degli interessi della Chiesa di Roma nel contesto dei Comuni.

I suoi appartenenti avevano la concessione di recare con sé le armi, come se fosse stato un vero e proprio ordine militare, per sedare eventuali tumulti civili. Tuttavia, questi cavalieri non disdegnarono la vita secolare e politica, per cui l’epiteto di “gaudenti”, che risale probabilmente al fatto che gli stessi si erano imposti di servire con gioia Dio, col tempo assunse per la gente comune un valore spregiativo.

© FRATI GODENTI FUMMO, E BOLOGNESI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1991 e successive ristampe

Elli avean cappe con cappucci bassi

23^ canto dell’Inferno.

Gli ipocriti.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno. Malebolge. Sesta bolgia. Il poeta narra: “Laggiù incontrammo una moltitudine colorata che camminava in tondo con passi molto lenti, piangendo e stanca e sopraffatta per quanto traspariva dagli atti. Essi avevano cappe con i copricapi abbassati di fronte agli occhi, confezionate della stessa foggia di quelle che si confezionano a Cluny per i monaci. Di fuori sono dorate, sicché la doratura abbacina; ma dentro tutte di piombo, e pesanti tanto, che Federico le faceva indossare di paglia”.

Gli ipocriti, collocati da Dante nella sesta bolgia di questo cerchio, subiscono una pena la cui tipologia, secondo il Sapegno, “è tra quelle elaborate con maggior sottigliezza di rapporti e di contrappassi e insieme con maggiore evidenza rappresentativa e sensibilità d’artista. Del resto, il contrasto tra la vistosa apparenza esteriore e la tormentosa realtà ha un evidente rapporto con la natura di un peccato, che consiste nel celare sotto una veste di virtù e di santità un’indole viziosa”.

Inoltre, la sgargiante cappa da monaco e l’avanzare nella bolgia a mo’ di processione religiosa di questi dannati, pongono in forte risalto la categoria di persone condannate dal poeta. Egli volle stigmatizzare l’ipocrisia perpetrata soprattutto dagli ordini religiosi, esaminando la stessa nel campo sociale e politico più che nella sfera della coscienza dei singoli.

E nel contesto di questa condanna senza se e senza ma, si colloca l’entrata in scena dei due frati bolognesi sopra citati, “che vuol essere inteso appunto come una satira contro gli intrighi politici del papato e della gente di chiesa”, sempre il Sapegno.

© ELLI AVEAN CAPPE CON CAPPUCCI BASSI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

22^ canto dell’Inferno.

(Canto XXII, nel quale abomina quelli di Sardigna e tratta alcuna cosa de la sagacitade de’ barattieri in persona d’uno navarrese, e de’ barattieri medesimi questo canta.)

Io vidi già cavalier muover campo,

e cominciare stormo e far lor mostra,

e talvolta partir per loro scampo;

corridor vidi per la terra vostra,

o Aretini, e vidi gir gualdane,

fedir torneamenti e correr giostra;

quando con trombe, e quando con campane,

con tamburi e con cenni di castella,

e con cose nostrali e con istrane;

né già con sì diversa cennamella

cavalier vidi muover né pedoni,

né nave a segno di terra o di stella.

Noi andavam con li diece demoni.

Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa

coi santi, e in taverna coi ghiottoni.

Pur a la pegola era la mia ‘ntesa,

per veder de la bolgia ogne contegno

e de la gente ch’entro v’era incesa.

Come i dalfini, quando fanno segno

a’ marinar con l’arco de la schiena

che s’argomentin di campar lor legno,

talor così, ad alleggiar la pena,

mostrav’ alcun de’ peccatori ‘l dosso

e nascondea in men che non balena.

E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso

stanno i ranocchi pur col muso fuori,

sì che celano i piedi e l’altro grosso,

sì stavan d’ogne parte i peccatori;

ma come s’appressava Barbariccia,

così si ritraén sotto i bollori.

I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,

uno aspettar così, com’elli ‘ncontra

ch’una rana rimane e l’altra spiccia;

e Graffiacan, che li era più di contra,

li arruncigliò le ‘mpegolate chiome

e trassel sù, che mi parve una lontra.

I’ sapea già di tutti quanti ‘l nome,

sì li notai quando fuorono eletti,

e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.

«O Rubicante, fa che tu li metti

li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,

gridavan tutti insieme i maladetti.

E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,

che tu sappi chi è lo sciagurato

venuto a man de li avversari suoi».

Lo duca mio li s’accostò allato;

domandollo ond’ei fosse, e quei rispuose:

«I’ fui del regno di Navarra nato.

Mia madre a servo d’un segnor mi puose,

che m’avea generato d’un ribaldo,

distruggitor di sé e di sue cose.

Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;

quivi mi misi a far baratteria,

di ch’io rendo ragione in questo caldo».

E Cïriatto, a cui di bocca uscia

d’ogne parte una sanna come a porco,

li fé sentir come l’una sdruscia.

Tra male gatte era venuto ‘l sorco;

ma Barbariccia il chiuse con le braccia

e disse: «State in là, mentr’io lo ‘nforco».

E al maestro mio volse la faccia;

«Domanda», disse, «ancor, se più disii

saper da lui, prima ch’altri ‘l disfaccia».

Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii

conosci tu alcun che sia latino

sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,

poco è, da un che fu di là vicino.

Così foss’io ancor con lui coperto,

ch’i’ non temerei unghia né uncino!».

E Libicocco: «Troppo avem sofferto»,

disse; e preseli ‘l braccio col runciglio,

sì che, stracciando, ne portò un lacerto.

Draghignazzo anco i volle dar di piglio

giuso a le gambe; onde ‘l decurio loro

si volse intorno intorno con mal piglio.

Quand’elli un poco rappaciati fuoro,

a lui, ch’ancor mirava sua ferita,

domandò ‘l duca mio sanza dimoro:

«Chi fu colui da cui mala partita

di’ che facesti per venire a proda?».

Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,

quel di Gallura, vasel d’ogne froda,

ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,

e fé sì lor, che ciascun se ne loda.

Danar si tolse e lasciolli di piano,

sì com’e’ dice: e ne li altri offici anche

barattier fu non picciol, ma sovrano.

Usa con esso donno Michel Zanche

di Logodoro; e a dir di Sardigna

le lingue lor non si sentono stanche.

Omè, vedete l’altro che digrigna;

i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello

non s’apparecchi a grattarmi la tigna».

E ‘l gran proposto, vòlto a Farfarello

che stralunava li occhi per fedire,

disse: «Fatti ‘n costà, malvagio uccello!».

«Se voi volete vedere o udire»,

ricominciò lo spaürato appresso,

«Toschi o Lombardi, io ne farò venire;

ma stieno i Malebranche un poco in cesso,

sì ch’ei non teman de le lor vendette;

e io, seggendo in questo loco stesso,

per un ch’io son, ne farò venir sette

quand’io suffolerò, com’è nostro uso

di fare allor che fori alcun si mette».

Cagnazzo a cotal motto levò ‘l muso,

crollando ‘l capo, e disse: «Odi malizia

ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».

Ond’ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,

rispuose: «Malizioso son io troppo,

quand’io procuro a’ mia maggior trestizia».

Alichin non si tenne e, di rintoppo

a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,

io non ti verrò dietro di gualoppo,

ma batterò sovra la pece l’ali.

Lascisi ‘l collo, e sia la ripa scudo,

a veder se tu sol più di noi vali».

O tu che leggi, udirai nuovo ludo:

ciascun da l’altra costa li occhi volse,

quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.

Lo Navarrese ben suo tempo colse;

fermò le piante a terra, e in un punto

saltò e dal proposto lor si sciolse.

Di che ciascun di colpa fu compunto,

ma quei più che cagion fu del difetto;

però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».

Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto

non potero avanzar; quelli andò sotto,

e quei drizzò volando suso il petto:

non altrimenti l’anitra di botto,

quando ‘l falcon s’appressa, giù s’attuffa,

ed ei ritorna sù crucciato e rotto.

Irato Calcabrina de la buffa,

volando dietro li tenne, invaghito

che quei campasse per aver la zuffa;

e come ‘l barattier fu disparito,

così volse li artigli al suo compagno,

e fu con lui sopra ‘l fosso ghermito.

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno

ad artigliar ben lui, e amendue

cadder nel mezzo del bogliente stagno.

Lo caldo sghermitor sùbito fue;

ma però di levarsi era neente,

sì avieno inviscate l’ali sue.

Barbariccia, con li altri suoi dolente,

quattro ne fé volar da l’altra costa

con tutt’i raffi, e assai prestamente

di qua, di là discesero a la posta;

porser li uncini verso li ‘mpaniati,

ch’eran già cotti dentro da la crosta.

E noi lasciammo lor così ‘mpacciati.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Usa con esso donno Michel Zanche

22^ canto dell’Inferno.

Michele Zanche.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. Virgilio sente dire dal Navarrese: «Lui frequenta il signore Michele Zanche di Logudoro; e le loro lingue non si sentono stanche a parlare della Sardegna».

Michele Zanche, posto da Dante nella quinta bolgia di questo cerchio tra i barattieri, appartenne a una delle più ricche e influenti famiglie di Sassari, dove vi nacque intorno al 1210. Si trovò tra i notabili filo-genovesi del giudicato di Logudoro (uno dei quattro giudicati della Sardegna, quello di nord-ovest, in cui l’isola era stata ripartita da Pisa, dopo che nel 1117 l’aveva tolta ai Saraceni: Logoduro, appunto, Gallura, Arborea e Callari), che nel 1234 dovettero riparare a Genova, a causa di divergenze politiche insorte con la fazione favorevole a Pisa, ottenendo protezione presso la famiglia Doria.

Lo Zanche rientrò in Sardegna quasi subito, e qualche anno dopo, secondo i primi commentatori della Commedia, avrebbe contratto matrimonio con Adelasia, già sposa di Enzo, figlio di Federico II. Sull’isola egli mantenne i suoi rapporti commerciali con Genova, dove vivevano le figlie Richelda e Caterina, moglie di Branca Doria, di cui si parlerà dopo; rapporti, forse, non del tutto leciti, vista la nomea di barattiere che gli fu attribuita.

Si presume che tale nomea il poeta l’avesse desunta da diverse fonti, prima fra tutte quella del giudice pisano Nino Visconti, suo amico. Sarebbe stato, infatti, proprio questi, quando governò il giudicato di Gallura per conto di Pisa dal 1275 al 1296, e nominò frate Gomita come suo vicario, a conferire a Michele Zanche suo cancelliere. Di lì in poi, “subitamente si cominciò a recare fra le mani le tenute e fare rivendere peggio che Don Gomita”, secondo le Chiose Selmi.

Michele Zanche venne ucciso o fatto uccidere, in epoca imprecisata e forse in Sardegna, dal citato Branca Doria e da un suo parente, probabilmente Giacomo Spinola, durante lo svolgimento di un banchetto; tutto questo per impossessarsi dei suoi beni, sebbene per qualcuno il motivo fosse strettamente politico, avendo lo Zanche rivolto le proprie simpatie ai Pisani.

© USA CON ESSO DONNO MICHEL ZANCHE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Chi fu colui da cui mala partita

22^ canto dell’Inferno.

Frate Gomita.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. Virgilio al Navarrese: «Chi fu colui da cui dici che per tua sventura ti allontanasti per venire alla ripa?».

Frate Gomita, collocato da Dante nella quinta bolgia di questo cerchio tra i barattieri, fu originario della Gallura (uno dei quattro giudicati della Sardegna, quello di nord-est, in cui l’isola era stata suddivisa dai Pisani, dopo averla sottratta ai Saraceni nel 1117: Gallura, appunto, Logoduro, Callari e Arborea), e in seguito vicario del giudice pisano Nino Visconti, quando questi, dal 1275 al 1296, governò quel territorio per conto di Pisa.

I primi commentatori della Commedia, dall’Anonimo fiorentino al Lana, non si espressero molto su questo frate, malgrado la esistenza di qualcosa che potrebbe ancora conferire al personaggio in questione una rilevanza storicamente accertata, vale a dire un paio di atti in quel di Camaldoli del 1278, riguardanti Corrado Malaspina e Branca Doria, in cui si parla di un tale “donno Gomita Matao”.

Nino Visconti avrebbe riposto nei suoi confronti la massima fiducia, malgrado le accuse di baratteria che riguardarono costui, “fino a che avendo frate Gomita lasciato andare per denari alcuni nemici di Nino che gli erano venuti nelle mani, fu fatto chiaro del tutto e fecelo appiccar per la gola”, confermò il Vellutello, un altro degli antichi commentatori, sulle orme dantesche e dei suoi colleghi.

© CHI FU COLUI DA CUI MALA PARTITA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970