Di poco era di me la carne nuda

9^ canto dell’Inferno.

La leggenda sulla discesa di Virgilio all’Inferno.

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Virgilio al poeta: «Raramente accade che qualcuno del nostro cerchio compia il viaggio per il quale io procedo. Vero è che un’altra volta fui all’Inferno, costretto con scongiuri da quella terribile Eritone che chiamava di nuovo le anime dei morti nei loro corpi. Il mio corpo da poco era privo dell’anima, quando lei mi ingiunse di entrare oltre quel muro, per estrarne uno spirito dal cerchio di Giuda».

La leggenda della discesa di Virgilio all’Inferno fu molto popolare nel Medioevo. Questa si fondava sul fatto che costui rientrasse a pieno titolo nell’ampio stuolo dei magi che popolavano il mondo antico. Leggenda, peraltro, che qualche commentatore della Commedia vide accennata in diversi luoghi dell’Inferno, il primo dei quali nel passo sopra citato.

Fin qui i riferimenti, verso i quali altri commentatori hanno parlato invece di ‘occhio disattento’. A partire da Pietro, il figlio di Dante, da Benvenuto da Imola e dal Lana, costoro si sono trovati concordi nel ritenere la discesa una mera invenzione letteraria suggerita loro, aggiungono altri, da un’analoga circostanza esistente nell’Eneide, dove la Sibilla, guida di Enea, racconta a costui di essere già scesa un’altra volta nell’Ade, insieme a Ecate.

Per cui, il riferimento all’intervento di Eritone, per esempio, non sarebbe altro che un artificio creato ad hoc dal poeta, per rendere attendibile la preventiva conoscenza di Virgilio dei luoghi da attraversare. Infatti, ci si è chiesto, in quale altro modo la guida spirituale di Dante avrebbe potuto accompagnare speditamente il poeta nei meandri dell’Inferno, se non lo avesse già visitato?

Tuttavia, a fine ‘800, la secolare querelle sul Virgilio – mago fu chiusa dal Comparetti, nel suo Virgilio nel Medio Evo (1872), che ammoniva: “… è un errore ben grande… il pensare, come ha fatto qualche commentatore antico e quasi tutti i moderni, a quelle leggende a proposito del Virgilio dantesco. Dante non ne ha tenuto il menomo conto, e non c’è luogo nel suo poema in cui pur da lontano Virgilio apparisca come mago e taumaturgo o si accenni in qualche maniera a quanto si pensò su di lui in tal qualità”.

@ DI POCO ERA DI ME LA CARNE NUDA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

8^ canto dell’Inferno.

(Canto ottavo, ove tratta del quinto cerchio de l’inferno e alquanto del sesto, e de la pena del peccato d’ira, massimamente in persona d’uno cavaliere fiorentino chiamato messer Filippo Argenti, e del dimonio Flegias e de la palude di Stige e del pervenire a la città d’inferno detta Dite.)

Io dico, seguitando, ch’assai prima

che noi fossimo al piè de l’alta torre,

li occhi nostri n’andar suso a la cima

per due fiammette che i vedemmo porre,

e un’altra da lungi render cenno,

tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.

E io mi volsi al mar di tutto ‘l senno;

dissi: «Questo che dice? e che risponde

quell’altro foco? e chi son quei che ‘l fenno?».

Ed elli a me: «Su per le sucide onde

già scorgere puoi quello che s’aspetta,

se ‘l fummo del pantan nol ti nasconde».

Corda non pinse mai da sé saetta

che sì corresse via per l’aere snella,

com’io vidi una nave piccioletta

venir per l’acqua verso noi in quella,

sotto ‘l governo d’un sol galeoto,

che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».

«Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,

disse lo mio segnore, «a questa volta:

più non ci avrai che sol passando il loto».

Qual è colui che grande inganno ascolta

che li sia fatto, e poi se ne rammarca,

fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.

Lo duca mio discese ne la barca,

e poi mi fece intrare appresso lui;

e sol quand’io fui dentro parve carca.

Tosto che ‘l duca e io nel legno fui,

segando se ne va l’antica prora

de l’acqua più che non suol con altrui.

Mentre noi corravam la morta gora,

dinanzi mi si fece un pien di fango,

e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».

E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;

ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».

Rispuose: «Vedi che son un che piango».

E io a lui:«Con piangere e con lutto,

spirito maladetto, ti rimani;

ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».

Allor distese al legno ambo le mani;

per che ‘l maestro accorto lo sospinse,

dicendo: «Via costà con li altri cani!».

Lo collo poi con le braccia mi cinse;

basciommi ‘l volto e disse: «Alma sdegnosa,

benedetta colei che ‘n te s’incinse!

Quei fu al mondo persona orgogliosa;

bontà non è che sua memoria fregi:

così s’è l’ombra sua qui furïosa.

Quanti si tegnon or là sù gran regi

che qui staranno come porci in brago,

di sé lasciando orribili dispregi!».

E io: «Maestro, molto sarei vago

di vederlo attuffare in questa broda

prima che noi uscissimo del lago».

Ed elli a me: «Avante che la proda

ti si lasci veder, tu sarai sazio:

di tal disïo convien che tu goda».

Dopo ciò poco vid’io quello strazio

far di costui a le fangose genti,

che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;

e ‘l fiorentino spirito bizzarro

in sé medesmo si volvea co’ denti.

Quivi il lasciammo, che più non ne narro;

ma ne le orecchie mi percosse un duolo,

per ch’io avante l’occhio intento sbarro.

Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,

s’appressa la città c’ha nome Dite,

coi gravi cittadin, col grande stuolo».

E io: «Maestro, già le sue meschite

là entro certe nella valle cerno,

vermiglie come se di foco uscite

fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno

ch’entro l’affoca le dimostra rosse,

come tu vedi in questo basso inferno».

Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse

che vallan quella terra sconsolata:

le mura mi parean che ferro fosse.

Non sanza prima far grande aggirata,

venimmo in parte dove il nocchier forte

«Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».

Io vidi più di mille in su le porte

da ciel piovuti, che stizzosamente

dicean: «Chi è costui che sanza morte

va per lo regno della morta gente?».

E ‘l savio mio maestro fece segno

di voler lor parlar segretamente.

Allor chiusero un poco il gran disdegno

e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada

che sì ardito intrò per questo regno.

Sol si ritorni per la folle strada:

pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,

che li ha’ iscorta sì buia contrada».

Pensa, lettor, se io mi sconfortai

nel suon de le parole maladette,

ché non credetti ritornarci mai.

«O caro duca mio, che più di sette

volte m’hai sicurtà renduta e tratto

d’alto periglio che ‘ncontra mi stette,

non mi lasciar», diss’io, «così disfatto;

e se ‘l passar più oltre ci è negato,

ritroviam l’orme nostre insieme ratto».

E quel segnor che lì m’avea menato,

mi disse: «Non temer; ché ‘l nostro passo

non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.

Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso

conforta e ciba di speranza buona,

ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».

Così sen va, e quivi m’abbandona

lo dolce padre, e io rimagno in forse,

che sì e no nel capo mi tenciona.

Udir non potti quello ch’a lor porse;

ma ei non stette là con essi guari,

che ciascun dentro a pruova si ricorse.

Chiuser le porte que’ nostri avversari

nel petto al mio segnor, che fuor rimase

e rivolsesi a me con passi rari.

Li occhi a la terra e le ciglia avea rase

d’ogne baldanza,e dicea ne’ sospiri:

«Chi m’ha negate le dolenti case!».

E a me disse: «Tu, perch’io m’adiri,

non sbigottir, ch’io vincerò la prova,

qual ch’a la difension dentro s’aggiri.

Questa lor tracotanza non è nova;

ché già l’usaro a men segreta porta,

la qual sanza serrame ancor si trova.

Sovr’essa vedestù la scritta morta:

e già di qua da lei discende l’erta,

passando per li cerchi sanza scorta,

tal che per lui ne fia la terra aperta».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

S’appressa la città c’ha nome Dite

8^ canto dell’Inferno.

La città di Dite.

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Il poeta sente dire da Virgilio: «Figliolo, a questo punto si avvicina la città che si chiama Dite, coi suoi abitanti gravati di pene, con la grande schiera dei diavoli».

La città di Dite, il sesto cerchio dell’Inferno, è serrata da alte mura dalle sembianze ferrigne, e munite di fortificazioni simili ai minareti delle moschee di una qualsiasi città musulmana; mura che, agli occhi di Dante, appaiono vermiglie tanto sono divorate da un fuoco interno, e sono circondate per tutta la loro estensione dalle acque paludose dello Stige.

Fuori della porta, il poeta vede frotte di diavoli che fanno la guardia con gli arpioni alzati e già atteggiati, come accadrà di lì a poco, a sbarrare il passo a lui e Virgilio, appena lasciati da Flegias sulla sponda limacciosa della palude. Ma che cosa vedranno essi, una volta che finalmente potranno mettere piede dentro questo luogo grazie all’intervento provvidenziale di un inviato celeste? Lo sapremo quanto prima.

In base alla struttura morale dell’Inferno, che, nell’undicesimo canto, Virgilio esporrà a Dante quando saranno costretti a sostare all’interno della città di Dite, appoggiati entrambi alla copertura sollevata dell’avello di Anastasio II, per abituarsi al fetore che risale dal basso prima di scendere il pendio, se fuori della stessa, quindi dal secondo al quinto cerchio, sono puniti gli incontinenti (lussuriosi, golosi, avari e prodighi, iracondi e accidiosi), oltre le sue mura, quindi nel sesto cerchio, sono puniti gli eretici e gli epicurei e, dopo il “burrato”, nel settimo i violenti: quelli contro il prossimo (omicidi e predoni), quelli contro sé stessi (suicidi e scialacquatori) e quelli contro Dio, la Natura e l’Arte (bestemmiatori, sodomiti e usurai).

@ S’APPRESSA LA CITTÀ C’HA NOME DITE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quei fu al mondo persona orgogliosa

8^ canto dell’Inferno

Filippo Argenti.

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Dante: «Quegli fra i vivi fu una persona iraconda e tracotante; non c’è un’opera buona che ne nobiliti la fama: così la sua ombra qui è violenta e rabbiosa. Quanti si ritengono oggi sulla Terra insigni personaggi che staranno qui come maiali nella melma schifosa, lasciando di sé memoria di orribili cose da disprezzare!».

Filippo de’ Cavicciuli, collocato dal poeta in questo cerchio tra gli iracondi e gli accidiosi, fu un eminente membro della consorteria degli Adimari, detto Argenti perché, secondo Boccaccio, fece rivestire di ferro il suo cavallo, appunto, con ferri d’argento. L’Argenti fu un Guelfo appartenente alla fazione dei Neri, dunque avversario acerrimo del poeta, il quale apparteneva ai Bianchi. E sempre da Boccaccio veniamo a sapere che “fu cavaliere ricchissimo, uomo di persona grande e nerboruto e di meravigliosa forza e più che altro iracundo”.

Alle cronache del tempo, peraltro, è ascritto un fatto, non proprio edificante, cui prese parte il nostro iracondo: un litigio con il poeta, culminato con uno ceffone patito proprio da Dante. Sarà per questo che egli, poi, lo collocherà all’Inferno tra gli iracondi e gli accidiosi? Possiamo scommetterci.

Il primo episodio in cui facciamo la sua conoscenza è nel dialogo concitato con il poeta, che inizia quando chiede a Dante: “Chi sei tu che vieni prima del tempo?”, e il poeta gli risponde che se è venuto prima del tempo, non è certo per rimanervi, per chiedergli a sua volta chi egli sia, atteggiandosi a disprezzo, e poi, finalmente riconoscendolo, augurandogli di rimanere nella palude a espiare i suoi peccati.

Nel secondo assistiamo al suo gesto minaccioso, che si accosta alla barca e sarà proprio Virgilio a ricacciarlo in mezzo al fango, rimbrottandolo malamente. Il terzo riguarda sempre Virgilio, il quale, elogiando dapprima Dante per la severità del suo comportamento tenuto in precedenza verso questo collerico spirito fiorentino, poi glielo descrive nel modo riportato in apertura. Nell’ultimo, lo vediamo attaccato dai suoi stessi compagni di pena, al grido di «Addosso a Filippo Argenti!».

 @ QUEI FU AL MONDO PERSONA ORGOGLIOSA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sotto il governo d’un sol galeoto

8^ canto dell’Inferno.

Flegias.

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Il poeta narra: “Una corda d’arco non scoccò mai da sé una freccia che corresse nell’aria così veloce, come io vidi piccola barca venire sull’acqua verso di noi in quel mentre, sotto la direzione di un unico traghettatore, che gridava: «Ora sei raggiunta, anima malvagia!» ”.

Figura del mito classico, Flegias, posto da Dante in questo cerchio, fu figlio di Marte e Crise e, secondo il Sapegno, “per vendicarsi di Apollo che gli aveva sedotto la figlia, diede fuoco al tempio del dio a Delfi”. Il poeta lo trasformò “in un demone con la funzione di nocchiero dello Stige e di guardiano dei dannati puniti nel quinto cerchio dell’Inferno. Viene assurto a simbolo dell’ira, perché questo peccato si traduce in un cieco impulso di vendetta e distrugge negli uomini il timore e il rispetto per la divinità. Flegias è una figura vivente dell’ira, alla quale le fonti classiche hanno dato a Dante poco più che lo spunto iniziale e il nome”, ancora il Sapegno .

Infatti, il poeta trasse le sembianze demoniache di questo personaggio in piena autonomia, visto che le citazioni provenienti dalle fonti classiche (su tutte, l’Eneide, libro VI, di Virgilio e la Tebaide, libro I, di Stazio) non lo confortarono di certo ai fini di una precisa e attendibile caratterizzazione, benché solo e squisitamente mitologica. Dunque, il Flegias dantesco nulla a che vedere con il Flegias del mito. Questi è l’unico nocchiero di una barca che attraversa lo Stige alla velocità di un freccia; così Dante descrive il suo arrivo inaspettato, anticipato da alcuni segnali luminosi lampeggianti nelle tenebre, che coprono la palude come un macabro sudario.

Durante il successivo e breve viaggio nello Stige e il violento diverbio fra il poeta e Filippo Argenti, Flegias non parla mai e ritrova la parola soltanto quando, arrivato non senza aver fatto prima un lungo giro intorno alle mura della città di Dite, avvisa i due viaggiatori che possono uscire dalla barca, essendo giunti all’ingresso. Così ci ricorderemo di lui per due sole battute: all’arrivo, quando grida all’indirizzo di Dante e Virgilio: «Ora sei raggiunta, anima malvagia!» e nel momento di congedarsi. Mera comparsa? Sì, ma molto significativa.

@ SOTTO ‘L GOVERNO D’UN SOL GALEOTO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

 

 

 

 

7^ canto dell’Inferno.

(Canto settimo, dove si dimostra del quarto cerchio de l’inferno e alquanto del quinto; qui pone la pena del peccato de l’avarizia e del vizio de la prodigalità; e del dimonio Pluto; e quello che è fortuna.)

«Pape Satàn, pape Satàn, aleppe!»,

cominciò Pluto con la voce chioccia;

e quel savio gentil, che tutto seppe,

disse per confortarmi: «Non ti noccia

la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,

non ci torrà lo scender questa roccia».

Poi si rivolse a quella ‘nfiata labbia,

e disse: «Taci, maladetto lupo!

consuma dentro te con la tua rabbia.

Non è sanza cagion l’andare al cupo:

vuolsi ne l’alto, là dove Michele

fé la vendetta del superbo strupo».

Quali dal vento le gonfiate vele

caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,

tal cadde a terra la fiera crudele.

Così scendemmo ne la quarta lacca,

pigliando più de la dolente ripa

che ‘l mal de l’universo tutto insacca.

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa

nove travaglie e pene quant’io viddi?

e perché nostra colpa sì ne scipa?

Come fa l’onda là sovra Cariddi,

che si frange con quella in cui s’intoppa,

così convien che qui la gente riddi.

Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa,

e d’una parte e d’altra, con grand’urli,

voltando pesi per forza di poppa.

Percotëansi ‘ncontro; e poscia pur lì

si rivolgea ciascun, voltando a retro,

gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».

Così tornavan per lo cerchio tetro

da ogne mano a l’opposito punto,

gridandosi anche loro ontoso metro;

poi si volgea ciascun, quand’era giunto,

per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.

E io, ch’avea lo cor quasi compunto,

dissi: «Maestro mio, or mi dimostra

che gente è questa, e se tutti fuor cherci

questi chercuti a la sinistra nostra».

Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci

sì de la mente in la vita primaia,

che con misura nullo spendio ferci.

Assai la voce lor chiaro l’abbaia,

quando vegnono a’ due punti del cerchio

dove colpa contraria li dispaia.

Questi fuor cherci, che non han coperchio

piloso al capo, e papi e cardinali,

in cui usa avarizia il suo soperchio».

E io: «Maestro, tra questi cotali

dovre’ io ben riconoscere alcuni

che furo immondi di cotesti mali».

Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:

la sconoscente vita che i fé sozzi

ad ogne conoscenza or li fa bruni.

In etterno verranno a li due cozzi:

questi resurgeranno del sepulcro

col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro

ha tolto loro, e posti a questa zuffa:

qual ella sia, parole non ci appulcro.

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa

d’i ben che son commessi a la fortuna,

per che l’umana gente si rabuffa;

ché tutto l’oro ch’è sotto la luna

e che già fu, di quest’anime stanche

non poterebbe farne posare una».

«Maestro mio», diss’io lui, «or mi dì anche:

questa fortuna di che tu mi tocche,

che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».

E quelli a me: «Oh creature sciocche!

quanta ignoranza è quella che v’offende!

Or vo’ che tu mia sentenza ne ‘mbocche.

Colui lo cui saver tutto trascende,

fece li cieli e diè lor chi conduce

sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,

distribuendo igualmente la luce.

Similemente a li splendor mondani

ordinò general ministra e duce

che permutasse a tempo li ben vani

di gente in gente e d’uno in altro sangue,

oltre la difension di senni umani;

per ch’una gente impera e l’altra langue,

seguendo lo giudicio di costei,

che è occulto come in erba l’angue.

Vostro saver non ha contasto a lei:

questa provede, giudica, e persegue

suo regno come il loro li altri dèi.

Le sue permutazion non hanno triegue:

necessità la fa esser veloce;

sì spesso vien chi vicenda consegue.

Quest’è colei ch’è tanto posta in croce

pur da color che le dovrien dar lode,

dandole biasmo a torto e mala voce;

ma ella s’è beata e ciò non ode:

con l’altre prime creature lieta

volve sua spera e beata si gode.

Or discendiamo omai a maggior pieta;

già ogne stella cade che saliva

quand’io mi mossi, e ‘l troppo star si vieta».

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva

sovr’una fonte che bolle e riversa

per un fossato che da lei deriva.

L’acqua era buia assai più che persa;

e noi, in compagnia de l’onde bige,

intrammo giù per una via diversa.

In la palude va c’ha nome Stige

questo tristo ruscel, quand’è disceso

al piè de le maligne piagge grige.

E io, che di mirare stava inteso,

vidi genti fangose in quel pantano,

ignude tutte, con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,

ma con la testa e col petto e coi piedi,

troncandosi co’ denti a brano a brano.

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi

l’anime di color cui vinse l’ira;

e anche vo’ che tu per certo credi

che sotto l’acqua è gente che sospira,

e fanno pullular quest’acqua al summo,

come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo

ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,

portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra”.

Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,

ché dir nol posson con parola integra».

Così girammo de la lorda pozza

grand’arco, tra la ripa secca e ‘l mézzo,

con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Ordinò general ministra e duce

7^ canto dell’Inferno.

La Fortuna.

Nel quarto cerchio dell’Inferno. Il poeta sente dire da Virgilio: «Colui la cui suprema intelligenza supera la totalità dell’esistente, creò i cieli e assegnò loro chi li muove così, che ogni coro angelico riflette il suo splendore su ogni sfera celeste, ripartendo in modo uguale la luce. In modo simile destinò ai beni terreni una generale amministratrice e guida che trasferisse a tempo debito i beni fallaci di popolo in popolo e da una stirpe a un’altra, senza che il senno degli uomini potesse ripararsi da lei; per cui una popolazione domina e l’altra è oppressa, uniformandosi al decreto di costei, che è nascosto come il serpente nella vegetazione bassa e folta».

Il riferimento alla Fortuna, fatto su un tema che aveva larghissima eco nel Medioevo, fu utile a Dante per far conoscere al lettore la propria concezione riguardo a questa entità ultramondana. Dunque, per lui, costei è una divinità che gira la sua ruota, incaricata da Dio a distribuire tra gli esseri umani (intesi come individui e popolazioni) i beni terreni, sotto forma di ricchezze, bellezza, onori, forza, potere, gloria, e di trasferirli, di tanto in tanto, secondo i suoi disegni preordinati. Perciò si rivelano inutili la difese approntate dagli uomini, i quali, per non avvedersi dell’origine ultraterrena di questa divinità, talvolta inveiscono ingiustamente al suo indirizzo. Ma essa è felice e non bada a ciò.

Nella compilazione di questo passo, il poeta deve aver tenuto sicuramente presente l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino, come si può evincere dall’aver accostato questa entità alla Provvidenza, ancorché il tema è stato svolto in forma poetica; e a tale riguardo ci aiuta Boccaccio, che riporta: “In questa parte, l’autore, quanto più può, secondo il costume poetico, parla”.

Questa sulla Fortuna è la prima digressione dantesca di una certa ampiezza posta in bocca a Virgilio, che nell’Eneide ricorda di continuo tale entità divina, identificandola con il volere di Giove. E non casualmente Virgilio dice a Dante: «Ora voglio che tu riceva il mio ragionamento», prima di dare il via alla sua lunga dissertazione.

@ ORDINÒ GENERAL MINISTRA E DUCE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In etterno verranno a li due cozzi

7^ canto dell’Inferno.

Gli avari e i prodighi.

Nel quarto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Dante: «Accogli nella mente un pensiero superfluo: la vita priva di discernimento che li rese immondi, ora li rende oscuri a ogni riconoscimento. Verranno ai due urti in eterno: gli avari resusciteranno dal sepolcro col pugno stretto, e i prodighi coi capelli tagliati. Lo spendere e il risparmiare peccaminosamente li ha privati del mondo bello, e destinati a questo scontro: come esso sia, non vi cerco belle parole».

Gli avari e i prodighi, collocati dal poeta in questo cerchio, sono da lui distinti in due gruppi contrapposti, provenienti da una direzione e dall’altra, facendo rotolare enormi pesi con la forza del petto, e “s’incontrano e cozzano in un punto, scambiandosi aspre ingiurie; poi si rivoltano e ripercorrono il cammino fatto, finché nuovamente vengono a incontrarsi e insultarsi a vicenda nel punto diametralmente opposto del cerchio”, scriveva il Sapegno.

La loro pena, forse fatta derivare da Dante dal supplizio di Sisifo, “ritrae simbolicamente lo sforzo che quei peccatori durarono da vivi intorno ad un oggetto, qual è la ricchezza, di per sé vano. Tutti questi dannati sono irriconoscibili, come in vita furono ‘sconoscenti, e cioè ciechi di mente e privi di discrezione; ma tra gli avari compaiono numerosi i chierici, papi e cardinali che la cupidigia dominò e condusse a dannazione. Nel modo della rappresentazione è facile cogliere l’atteggiamento polemico e sprezzante dello scrittore”, ancora il Sapegno.

Questi dannati, i quali nel giorno del Giudizio rivestiranno le loro spoglie: gli avari, con la mano chiusa e i prodighi con i capelli tagliati, furono considerati dal poeta in numero maggiore che nei precedenti cerchi, quasi che questi avesse voluto sottolineare la preminenza di questo vizio sugli altri prima trattati (lussuria e gola). Di certo egli, a proposito dei prodighi, ebbe a mente il pensiero di Aristotele al riguardo; per il grande filosofo greco lo sperpero delle ricchezze con cui l’uomo sostenta la propria vita, è una vera e propria distruzione della loro intima essenza.

@ IN ETTERNO VERRANNO A LI DUE COZZI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta  

Non è sanza cagion l’andare al cupo

7^ canto dell’Inferno.

Pluto.

Nel quarto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Pluto: «Taci, maledetto lupo! consumati dentro con la tua rabbia. Non è senza ragione andare nella profonda voragine dell’Inferno: si vuole così nel Paradiso, là dove Michele rese giustizia alla violenza contro Dio mossa dalla superbia ».

Figura del mito classico, Pluto, posto da Dante in questo cerchio, fu figlio di Iasione e di Demetra. Idolatrato come dio delle ricchezze, fu considerato quale protettore dell’abbondanza nei campi, e rappresentò ogni forma di benessere, tanto che Aristofane gli dedicò una commedia famosa ancora oggi. Pluto fu relegato in secondo piano da Plutone, dio degli Inferi, al quale fu trasferita la potestà delle ricchezze.

Dai primi commentatori della Commedia, Pluto fu confuso con Plutone o Ade (figlio di Rea e di Crono, divise la supremazia del mondo con i fratelli Giove e Nettuno, prendendosi la zona sotterranea; il nome a questa divinità venne attribuito dai misteri eleusini, in cui era celebrato come produttore di fertilità), che Cicerone identificava con Dite.

Questa confusione venne attribuita pure al poeta, non solo da quei commentatori, ma altresì da qualche moderno; ma, ad onore del vero, questi distinse nettamente le due divinità: per lui Dite era Lucifero, il re dell’Inferno, come il Dite dell’Eneide, mentre della figura di Pluto i lettori, antichi e moderni, ne presero e ne prendono conoscenza al momento della discesa sua e di Virgilio nel cerchio sopra citato, assegnando ad entrambe le divinità i rispettivi luoghi di appartenenza, tuttavia restando ignota la fonte da cui egli apprese tale distinzione.

La trasformazione di Pluto, da dio delle ricchezze a demonio infernale, operata da Dante, fu sicuramente dovuta al rapporto cupidigia-lupo più volte da affermato nel corso del poema. Il poeta lasciò intuire le grandi dimensioni di questo personaggio, con tratti umani e sembianze di animale, con il sopravvento di queste ultime. Ma che Pluto si trattasse di una figura indefinita, è dimostrato dal fatto che gli illustratori del Trecento dovettero fare uno sforzo di fantasia per rappresentarlo. A tal proposito, notevole fu la miniatura del codice Laurenziano, dove venne raffigurato con la testa di lupo, corpo umano pieno di peluria e ali di pipistrello.

@ NON È SANZA CAGION L’ANDARE AL CUPO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6^ canto dell’Inferno.

(Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l’inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d’un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt’i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere più cose a divenire a la città di Fiorenza.)

Al tornar de la mente, che si chiuse

dinanzi a la pietà d’i due cognati,

che di trestizia tutto mi confuse,

novi tormenti e novi tormentati

mi veggio intorno, come ch’io mi mova

e ch’io mi volga, e come che io guati.

Io sono al terzo cerchio, de la piova

etterna, maladetta, fredda e greve;

regola e qualità mai non l’è nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve

per l’aere tenebroso si riversa;

pute la terra che questo riceve.

Cerbero, fiera crudele e diversa,

con tre gole caninamente latra

sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,

e ‘l ventre largo, e unghiate le mani;

graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani:

de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;

volgonsi spesso i miseri profani.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,

le bocche aperse e mostrocci le sanne;

non avea membro che tenesse fermo.

E ‘l duca mio distese le sue spanne,

prese la terra, e con piene le pugna

la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,

e si racqueta poi che ‘l pasto morde,

ché solo a divorarlo intende e pugna,

cotai si fecer quelle facce lorde

de lo demonio Cerbero, che ‘ntrona

l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.

Noi passavam su per l’ombre che adona

la greve pioggia, e ponavam le piante

sovra lor vanità che par persona.

Elle giacean per terra tutte quante,

fuor d’una ch’a seder si levò, ratto

ch’ella ci vide passarsi davante.

«O tu che se’ per questo ‘nferno tratto»,

mi disse, «riconoscimi, se sai:

tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».

E io a lui: «L’angoscia che tu hai

forse ti tira fuor de la mia mente,

sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.

Ma dimmi chi tu se’ che ‘n sì dolente

loco se’ messo, e hai sì fatta pena,

che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».

Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena

d’invidia sì che già trabocca il sacco,

seco mi tenne in la vita serena.

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:

per la dannosa colpa de la gola,

come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

E io anima trista non son sola,

ché tutte queste a simil pena stanno

per simil colpa». E più non fé parola.

Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno

mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ‘nvita;

ma dimmi, se tu sai, a che verranno

li cittadin de la città partita;

s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione

per che l’ha tanta discordia assalita».

E quelli a me: «Dopo lunga tencione

verranno al sangue, e la parte selvaggia

caccerà l’altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia

infra tre soli, e che l’altra sormonti

con la forza di tal che testé piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti,

tenendo l’altra sotto gravi pesi,

come che di ciò pianga o che n’aonti.

Giusti son due, e non vi sono intesi;

superbia, invidia e avarizia sono

le tre faville c’hanno i cuori accesi».

Qui puose fine al lagrimabil suono.

E io a lui: «Ancor vo’ che mi ‘nsegni

e che di più parlar mi facci dono.

Farinata e ‘l Tegghiaio, che fuor sì degni,

Iacopo Rusticucci, Arrigo e ‘l Mosca

e li altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni,

dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;

ché gran disio mi stringe di savere

se ‘l ciel li addolcia o lo ‘nferno li attosca».

E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;

diverse colpe giù li grava al fondo:

se tanto scendi, là i potrai vedere.

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,

priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:

più non ti dico e più non ti rispondo».

Li diritti occhi torse allora in biechi;

guardommi un poco e poi chinò la testa:

cadde con essa a par de li altri ciechi.

E ‘l duca disse a me: «Più non si desta

di qua dal suon de l’angelica tromba,

quando verrà la nimica podesta:

ciascun rivederà la trista tomba,

ripiglierà sua carne e sua figura,

udirà quel ch’in etterno rimbomba».

Sì trapassammo per sozza mistura

de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,

toccando un poco la vita futura;

per ch’io dissi: «Maestro,esti tormenti

crescerann’ei dopo la gran sentenza,

o fier minori, o saran sì cocenti?».

Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,

che vuol, quanto la cosa è più perfetta,

più senta il bene, e così la doglienza.

Tutto che questa gente maladetta

in vera perfezion già mai non vada,

di là più che di qua essere aspetta».

Noi aggirammo a tondo quella strada,

parlando più assai ch’i’ non ridico;

venimmo al punto dove si digrada:

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67