Ma qui la morta poesì resurga

1^ canto del Purgatorio

Oh, care Muse!

È una verità lampante e accertata, sotto gli occhi di tutti. Le grandi opere letterarie del mondo antico, Iliade, Odissea ed Eneide per intendersi, cominciano tutte con lo stesso schema, conservatosi nei secoli. Infatti, le stesse esordiscono con un proemio, che contiene a sua volta la protasi, cioè l’esposizione del tema e l’invocazione alle Muse. La Commedia dantesca persegue questa strada, sebbene non sia da assimilare in tutto e per tutto ai poemi sopra citati. Il riscontro è presto fatto. Indugiamo ancora un poco nella prima cantica. Qui, nel 2^ canto, vv. 1-9, possiamo enucleare il proemio dell’Inferno, che ingloba in sé la protasi, vv. 1-6, e l’invocazione alle Muse, vv. 7-9. Leggiamo:

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno

toglieva li animai che sono in terra

da le fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate,

che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;

o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,

qui si parrà la tua nobilitate.

E adesso entriamo a pieno titolo nella seconda cantica, il Purgatorio, dove i primi 12 versi del 1^ canto anche qui includono il proemio, che comprende la protasi, vv. 1-6, nonché l’invocazione alle Muse, vv. 7-12. Anche in tal caso leggiamo:

Per correr miglior acque alza le vele

omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno

dove l’umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Calïopè alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal, che disperar perdono.

Per completezza, anticipiamo che nel 1^ canto del Paradiso, Apollo, dio protettore dell’arte poetica, prenderà il posto delle Muse.

© MA QUI LA MORTA POESÌ RESURGA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Commedia secondo l’antica vulgata, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1966-67

De li altri due c’hanno il capo di sotto

34^ canto dell’Inferno

Bruto e Cassio

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Quarta zona, la Giudecca. Il poeta sente dire da Virgilio: «Degli altri due che hanno il capo in basso, quello che penzola dal muso nero è Bruto: vedi come si contorce, e tace!; e il terzo è Cassio, che sembra così robusto».

Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, collocati dal poeta nella quarta zona di questo cerchio tra i traditori dei benefattori, furono tra i congiurati che parteciparono all’assassinio di Gaio Giulio Cesare. Il primo, figlio della sorellastra di Marco Porcio Catone, nacque nell’82 a.C. Dopo la battaglia di Farsalo, divenne seguace di Cesare, da cui fu perdonato, ottenendo poi da lui particolari favori. Propretore per la Gallia Cisalpina (47-45 a.C.), nonché pretore di Roma (44 a.C.), nel timore di un definitivo sovvertimento degli antichi ideali repubblicani, fu con Gaio Licinio Crasso l’elemento determinante tra coloro che idearono e attuarono alle Idi di Marzo del 44 a.C. il cd. cesaricidio. Fuggì da Roma con Gaio Cassio Longino e altri congiurati. Ma dopo che nell’agosto del 43 a.C. fu emanata lʼinterdictio aqua et igni contro di loro, e venne costituito il secondo triunvirato, l’esercito di Marco Antonio e di Gaio Ottaviano Augusto sconfisse in due battaglie consecutive a Filippi (42 a.C.) i due congiurati, evento che decretò il successivo suicidio di entrambi.

Il secondo, nato prima dellʼ85 a.C., fu prima questore con Gaio Licinio Crasso (54 a.C.) nella guerra contro i Parti, poi tribuno (49 a.C.) quando parteggiò con Pompeo nella prima guerra civile; anche lui dopo la battaglia di Farsalo fu perdonato da Gaio Giulio Cesare, ottenendo da lui particolari privilegi, per poi trovarsi tra coloro che parteciparono al complotto delle Idi di Marzo. Lasciata Roma per l’Oriente, con Bruto ottenne dal Senato l’imperium maius per la province orientali. Ma dopo l’ascesa al potere da parte di Marco Antonio e di Gaio Ottaviano Augusto, fu bandito da Roma. Raggiunta la Tracia con il suo sodale, fu sconfitto separatamente da Marco Antonio nella prima battaglia di Filippi, e subito dopo si uccise. Decisione repentina che, facendo precipitare le sorti di Marco Giunio Bruto, indusse anche costui a togliersi la vita, come sopra citato.

A proposito di costoro, ma anche di Giuda Iscariota, il Sapegno scriveva: “Nei tre sommi traditori Dante ha voluto colpire coloro che attentarono primamente alle due massime potestà, entrambe preordinate da Dio come guide dell’umanità per conseguire rispettivamente la felicità terrena e oltremondana: Giuda ha infatti tradito Gesù, da cui deriva l’autorità dei papi; Bruto e Cassio hanno tradito Cesare, il «primo prencipe sommo» e fondatore dell’autorità imperiale; e il castigo inflitto al primo è più grave, perché il potere spirituale e il fine della beatitudine celeste sovrastano al potere temporale e al fine della felicità terrena”.

© DE LI ALTRI DUE C’HANNO IL CAPO DI SOTTO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

Quell’anima là sù c’ha maggior pena

34^ canto dell’Inferno

Giuda Iscariota

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Quarta zona, la Giudecca. Virgilio a Dante: «Quell’anima lassù che ha la pena più intensa, è Giuda Iscariota, che ha il capo dentro e agita le gambe fuori».

Giuda Iscariota, posto dal poeta nella quarta zona di questo cerchio tra i traditori dei benefattori, fu il traditore di Cristo, il quale per Dante, nonché per l’uomo del Medioevo in generale, simboleggiava l’una delle due maggiori autorità (essendo l’altra rappresentata da Giulio Cesare, per quanto concerneva l’ordinato vivere civile), sulla quale poggiava la sua ragion d’essere il raggiungimento della beatitudine eterna. Citato sempre all’ultimo posto negli elenchi dei dodici discepoli di Cristo, Giuda venne detto Iscariota, forse, dal nome del luogo di provenienza.

Soltanto dal Vangelo di Giovanni, sono reperibili alcuni particolari della sua vita: per esempio, custodiva la cassa comune degli apostoli, che ogni tanto veniva fatta oggetto di piccole sottrazioni. Da Matteo, invece, è notorio il fatto del suo tradimento ai danni di Cristo, che consegnò ai sacerdoti suoi avversari in cambio di trenta sicli o denari d’argento. Evento che venne assunto a simbolo del tradimento per antonomasia. Assalito dai rimorsi per il suo abietto comportamento, restituì immediatamente il compenso ricevuto, ma ciò non lo salvò dalla morte, perché si impiccò. E al posto rimasto vacante fu eletto poco dopo Matteo.

Dante, oltre che in questo canto, parla di lui nel 19^ canto dell’Inferno, dove lo ricorda come l’anima malvagia al cui compito fu preposto, appunto, Matteo; nel 20^ canto del Purgatorio: la sua arma non fu altro che il tradimento, e nel 21^ canto della stessa cantica: egli di fatto ha venduto Gesù. E tra tutti i dannati dell’Inferno, nessuno ha una sofferenza maggiore, perché ha la testa dentro la bocca di Lucifero, come detto in apertura, e ai lati Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, dei quali parleremo in altra sede, che gli fanno da degna cornice, con le teste a pendere nel vuoto. E il fatto che Giuda Iscariota non sia nominato nel Paradiso, la cantica della luce, la dice lunga sulla considerazione che il poeta nutriva nei suoi confronti: infatti, solo a parlarne, perfino celata tra le pieghe della più oscura perifrasi, avrebbe rappresentato per lui la più stonata delle citazioni.

© QUELL’ANIMA LÀ SÙ C’HA MAGGIOR PENA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Là dove l’ombre tutte eran coperte

34^ canto dell’Inferno

I traditori dei benefattori

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Quarta zona, la Giudecca. Il poeta narra: “Mi trovavo già, e lo metto in versi con paura, là dove le ombre erano tutte coperte, e trasparivano come un fuscello nel vetro. Alcune sono a giacere; altre stanno dritte, queste col capo e quelle con i piedi verso l’alto; altre ancora volgono all’indietro il capo fino ai piedi, come un arco”.

Il riferimento è ai traditori dei benefattori, collocati da Dante nella quarta zona di questo cerchio. Costoro sono ritenuti dai commentatori più recenti della Commedia, come il Porena, coloro che si sono meritati la Giudecca in quanto peccatori verso l’autorità divina sia nel mondo spirituale sia in quello secolare. Per il Petrocchi, invece, “i benefattori vanno intesi in un senso altissimo di sollecitudine spirituale e umana, che altrimenti troppo assomiglierebbero agli ‘ospiti’ : prima di tutto Cristo, che ha recato al mondo il ‘beneficio’ della sua incarnazione e passione; poi coloro che sono chiamati da Dio a curare la preparazione del ‘beneficio eterno’ (i vicari di Cristo), e a distribuire in terra i benefici della pace e della giustizia; infine tutti coloro che, nell’ambito della società cristiana, operano per realizzare la carità cristiana, per comunicare a tutti i benefici di Cristo”.

È ben vero che, per il poeta, la qualità del tradimento punita in questa zona del nono cerchio è la più grave di tutte: lo conferma anche la pena riservata a costoro, consistente, eccettuati Giuda, Bruto e Cassio, nel trovarsi totalmente sepolti nel ghiaccio. Pena, peraltro, che esprime con molta efficacia l’eterna cristallizzazione dei dannati, pur nella diversità delle posizioni corporali. Per i commentatori più antichi dell’opera come il Buti, Dante “quattro differenzie pone, perché quattro sono le differenzie di questi traditori: imperò che altri sono che usano tradimento alli benefattori suoi pari, e questi finge che stiano parimente a giacere; e altri sono che l’usano contro li maggiori benefattori…, signori,… e maestri e qualunque altro grado di maggioria, e questi sono col capo in giù e coi piedi in su; et altri sono che l’usano contra li minori…, come li signori contra li sudditi, e questi stanno col capo in su e co’ piedi in giù; et altri sono che l’usano contra li minori e contra li maggiori parimente, e questi stanno inarcocchiati col capo e coi piedi parimente giù nella ghiaccia”. Ma, tornando al Petrocchi, si tratterebbe di una spiegazione poco persuasiva, perché il poeta “non ha fatto altro che richiamarsi alla necessità poetica, che sollecitava alla pittura di un quadro vario e composito”.

© LA DOVE L’OMBRE TUTTE ERAN COPERTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

I’ son quel da le frutta del mal orto

33^ canto dell’Inferno

Frate Alberigo

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Terza zona, la Tolomea. Il poeta sente dire da Frate Alberigo: «Sono frate Alberigo; sono quello dei frutti cresciuti nell’orto del male, che qui ricevo il dattero invece del fico».

Frate Alberigo, al secolo Alberigo di Ugolino de’ Manfredi di Faenza, posto da Dante nella terza zona di questo cerchio tra i traditori degli ospiti, appartenne, al pari di Catalano de’ Malavolti e Loderingo degli Andalò (incontrati dal poeta nella sesta bolgia dell’ottavo cerchio tra gli ipocriti), all’ordine dei Cavalieri della Milizia della Beata Vergine Gloriosa, denominati ‘frati gaudenti’. La sua famiglia, forse di provenienza tedesca, fu guelfa e si oppose con alterne vicende agli Accarisi, i quali, nel 1274, li bandirono da Faenza. I Manfredi, allora, si rifugiarono nel Bolognese, e ritornarono nella loro città soltanto nel 1280, per il tradimento del ghibellino Tebaldello de’ Zambrasi, compagno di sorte di Bocca degli Abati (e da costui citato nella seconda zona, l’Antenora, del nono cerchio tra i traditori della patria).

Alberigo nacque, presumibilmente, nel secondo decennio del Duecento; ciò si deduce dal fatto che entrò solo in vecchiaia nei ‘frati gaudenti’, quindi non prima del 1261, anno in cui a Bologna fu costituito quell’ordine. E come non si sa la data di nascita, così si ignora quando morì; anche in tal caso, congetturando, essendosi Dante stupito di trovarlo già a Cocito (dove l’Alberigo dannato afferma di non sapere di come il suo corpo possa stare in terra), si dimostra che la sua morte non era ancora avvenuta nell’aprile del 1300.

Comunque, perché troviamo il frate a Cocito? Avendo in corso con certi suoi parenti, Manfredo e Alberghetto, una mera questione d’interesse, fece finta di volersi riappacificare con loro e li invitò nella sua villa di Cesate; “e quando essi ebbono desinato tutte le vivande, elli comandò che venessono le frutta, et allora venne la sua famiglia armata, com’elli aveva ordinato, et uccisono tutti costoro alle mense, com’erano a sedere; e però s’usa di dire: Elli ebbe delle frutta di frate Alberigo”, come raccontò il Buti, tra i primi commentatori della Commedia.

© I’ SON QUEL DA LE FRUTTA DEL MAL ORTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino

33^ canto dell’Inferno

Il conte Ugolino racconta

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Seconda zona, l’Antenora. Il conte Ugolino a Dante: «Tu vuoi che io rinnovi l’inconsolabile travaglio che mi opprime il cuore già al solo pensiero, prima che io ne discuta. Ma se le mie parole devono essere motivo che procuri cattiva fama al traditore che mordo, mi vedrai nello stesso momento parlare e piangere.

«Io non so chi tu sia né come sei sceso all’Inferno; ma mi sembri veramente fiorentino quando io ti sento. Tu devi sapere che fui il conte Ugolino, e questi è l’arcivescovo Ruggieri: ora ti dirò perché gli sono un tale vicino. Non è necessario dire che, in conseguenza dei suoi malvagi propositi, mentre mi fidavo di lui, io fossi imprigionato e in seguito lasciato morire; tuttavia verrai a sapere quello che non hai potuto intendere, ossia quanto fu orribile la morte mia, e apprenderai se mi ha recato offesa.

«Una stretta feritoia all’interno della Torre della Muda, la quale a causa mia ha il nome di Torre della Fame, e che ancora dovrà avvenire che sia chiusa per altri, mi aveva già lasciato vedere attraverso la sua angusta apertura il passare di molti mesi, quando io feci il triste sogno che mi svelò il futuro. Questi mi appariva come capo e signore, dando la caccia al lupo e ai lupetti su per il monte a causa del quale i Pisani non possono vedere Lucca.

«Aveva messo davanti a sé i Gualandi e i Sismondi e i Lanfranchi con cagne fameliche, sollecite a inseguire la preda ed esperte nella caccia. Dopo breve corsa il lupo e i lupetti mi apparivano stanchi, e avevo l’impressione di veder lacerare a loro i fianchi con i denti aguzzi. Quando fui sveglio prima della mattina, udii piangere durante il sonno i miei figli che erano con me, e chiedere del pane.

«Sei davvero insensibile, dato che tu già non ti duoli riflettendo su ciò che il mio cuore presagiva a sé stesso; e se non piangi, per che cosa sei solito piangere? Già erano svegli, e si avvicinava l’ora in cui era solito esserci recato il cibo, e ciascuno temeva a causa del proprio sogno; e io udii inchiodare in basso la porta dell’orribile torre; per cui io contemplai il viso ai miei figli tacendo.

«Io non piangevo, così impietrii dentro: piangevano essi; e il mio Anselmuccio disse: “Tu ci contempli così, padre! che cos’hai?”. Perciò non piansi né io risposi tutto quel giorno né la notte seguente, fino a che il nuovo giorno sorse sulla Terra. Quando un poco di raggio di sole fu entrato nella prigione piena dolore, e io vidi nei quattro visi il mio stesso sembiante, mi morsi ambedue le mani a causa del travaglio; ed essi, supponendo che io lo facessi per via del bisogno di mangiare, si alzarono improvvisamente e dissero: “Padre, ci sarà assai meno dolore se ti nutri di noi: tu ci hai dato questi miseri corpi, ebbene tu togliceli di dosso”.

«Quindi mi calmai per non renderli più dolenti; quel giorno e il successivo restammo tutti silenziosi; ahi suolo crudele, perché non ti spalancasti? Dopo che fummo giunti al quarto giorno, Gaddo mi si gettò sdraiato ai piedi, dicendo: “Padre mio, perché non mi soccorri?”. Così morì; e come tu vedi me, io vidi cadere senza vita i tre uno per volta tra il quinto giorno e il sesto; per cui io mi misi, già cieco, a brancolare sopra ciascuno, e li chiamai per due giorni, dopo che furono morti. In seguito, più che il travaglio, ebbe maggior potere la fame».

© TU DEI SAPER CH’I’ FUI CONTE UGOLINO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Quel peccator, forbendola a’ capelli

33^ canto dell’Inferno

Il conte Ugolino

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Seconda zona, l’Antenora. Il poeta narra: “Quel peccatore sollevò la bocca dal bestiale pasto, pulendola ai capelli del capo di cui aveva fatto scempio dalla parte posteriore”.

Il riferimento è a Ugolino della Gherardesca, conte di Donoratico, collocato da Dante nella seconda zona di questo cerchio tra i traditori della patria. Nacque nella prima metà del 1200 da una nobile famiglia ghibellina di Pisa, proprietaria di vaste proprietà feudali nella Maremma Pisana e in Sardegna, si accordò con il genero Giovanni Visconti nel 1275 per far vincere a Pisa i Guelfi. Scoperta la cospirazione, fu subito esiliato, ma rientrò in città l’anno dopo, in breve acquistando una grande autorità.

Dopo la sconfitta dei Pisani nella battaglia della Meloria nel 1284, resse la signoria del comune come podestà. Fu in quel momento che, per rompere la lega stretta contro Pisa da Genova, Firenze e Lucca, cedette ai Lucchesi i castelli di Bientina, Ripafratta e Viareggio, e ai Fiorentini quelli di Fucecchio, S. Maria in Monte, Castelfranco e Montecalvoli.

“Sottratto in tal modo il comune ai pericoli più urgenti”, scriveva il Sapegno, “rafforzò la signoria, associandosi nel governo il nipote Ugolino Visconti (1285). Nel giugno del 1288, però la parte ghibellina insorse sotto la guida dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini e delle famiglie dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi”.

Ugolino fu rinchiuso nella torre dei Gualandi, con i due figli e i due nipoti, e, dopo alcuni mesi di prigionia, cominciata nel luglio del 1288, tutti e cinque furono lasciati morire di fame. Era il marzo del 1289. Scriveva ancora il Sapegno: “La storia di Ugolino della Gherardesca, che racconta come fosse lasciato morire di fame coi figli e i nipoti per ordine dell’arcivescovo Ruggieri, dopo che nobili e il popolo di Pisa s’eran ribellati alla sua signoria, e minutamente rievoca ad uno ad uno i giorni e le ore di quel terribile supplizio, è una delle pagine più famose, e delle più umane, di tutto il poema”.

© QUEL PECCATOR, FORBENDOLA A’ CAPELLI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

Né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti

32^ canto dell’Inferno

Bocca degli Abati

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Seconda zona, l’Antenora. Il poeta sente dire da Bocca degli Abati: «Per quanto tu mi strappi i capelli, né ti dirò chi io sia, né te lo rivelerò anche se tu mi salti sul capo mille volte».

Bocca degli Abati, posto da Dante nella seconda zona di questo cerchio tra i traditori della patria, fu un nobile fiorentino di parte guelfa che, in quanto membro eminente di questa fazione politica, partecipò alla battaglia di Montaperti il 4 settembre 1260 contro i ghibellini senesi, alleati dei fuoriusciti fiorentini guidati da Farinata degli Uberti e dei cavalieri inviati da Manfredi di Svevia.

Raccontò il Villani (VI 78), a proposito della partecipazione di tale personaggio a questa battaglia: “e come la schiera de’ Tedeschi rovinosamente percosse la schiera de’ cavalieri de’ Fiorentini ov’era la ‘nsegna della cavalleria del comune, la quale portava messer Iacopo del Nacca della casa de’ Pazzi di Firenze, uomo di grande valore, il traditore di messer Bocca degli Abati, ch’era in sua schiera e presso di lui, colla spada fedì il detto messer Iacopo e tagliogli la mano colla quale tenea la detta insegna, e ivi fu morto di presente. E ciò fatto, la cavalleria e ‘l popolo veggendo abbattuta l’insegna, e così traditi da’ loro, e da’ Tedeschi sì forte assaliti, in poco d’ora si misono in isconfitta”.

Durante gli anni seguenti di governo ghibellino, Bocca degli Abati collaborò con i vincitori. Ma dopo la rivincita guelfa nel 1266, fu bandito. Morì prima del 1300. Scriveva il Sapegno: “Più ancora delle conseguenze del gesto di Bocca, in quanto lo toccavano personalmente come cittadino, e come uomo, a Dante doveva parer particolarmente odiosa la turpitudine del gesto in sé: da ogni pagina di questi due canti, XXXII e XXXIII, deve scaturire risoluta la condanna, non già di questa o quella parte politica, ma dei metodi e delle forme di tutta la politica dell’età comunale, vista e giudicata nel suo complesso”.

Il personaggio di Bocca degli Abati, tutto sommato, è rivestito suo malgrado di un’angosciosa nota di umanità, “sebbene di una protervia che dà anche al dolore qualcosa di bestiale”, notava il Grabher, in quanto, nel prosieguo del concitato dialogo tra lui e il poeta, la circostanza che egli si opponga alla legittima curiosità del secondo di sapere chi sia (Dante ne ha piena conferma dall’intervento di un altro dannato, che rimbrotta il vicino chiamandolo per nome), rivela da ultimo la consapevolezza della sua vergogna.

© NÉ TI DIRÒ CH’IO SIA, NÉ MOSTERROLTI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969

Sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi

32^ canto dell’Inferno

Camicione de’ Pazzi

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Prima zona, la Caina. Camicione de’ Pazzi a Dante: «E affinché tu non mi induca a parlare ancora, sappi che fui Camicione de’ Pazzi; e aspetto Carlino che mi discolpi».

Camicione de’ Pazzi, collocato dal poeta nella prima zona di questo cerchio tra i traditori dei parenti, fu ritenuto colpevole dell’omicidio di un suo congiunto, tale Ubertino. Non si ha notizia di fatti sicuri che lo riguardino, tranne che in un documento viene citato tale Betto “quondam Guccii Dom. Uberti Camiscioni”, e che un suo nipote partecipò al convegno di San Godenzo insieme a Dante.

Il quale, va da sé, non poté non renderlo uno dei dannati confitti nel ghiaccio di Cocito, precisamente nella Caina, la zona riservata ai traditori dei parenti. Camicione prima spiega al poeta chi siano le due ombre nel ghiaccio con lui, congiunte insieme e che cozzano con le teste l’una con l’altra (Aleandro e Napoleone degli Alberti), nonché gli indica altri compagni di sorte vicini (Mordret, figlio del re Artù, la cui storia leggendaria fa parte del ciclo della Tavola Rotonda, il pistoiese Vanni de’ Cancellieri, detto Focaccia, efferato uccisore di parenti, addirittura del padre, come sostenuto dal Bambaglioli e dal figlio di Dante, Pietro, tra i primi commentatori della Commedia, e il fiorentino Sassolo Mascheroni, che uccise a tradimento un bambino, figlio di suo zio, per poter vantare diritti ereditari), poi si presenta dicendo il proprio nome, come riportato in apertura, e da ultimo lancia una frecciata diretta a un suo congiunto, tale Carlino (anche lui un de’ Pazzi, che sarà destinato alla seconda zona di Cocito, l’Antenora, dimora dei traditori della patria).

Su questo personaggio si espresse a suo tempo il Momigliano: “Parla con un piglio sgarbato, spavaldo, testardo, uguale dal principio alla fine, con frasi asimmetriche come la sua faccia dalle orecchie mozze mulescamente puntata verso il ghiaccio, ora fluenti in versi rapidi, ora chiuse in versi troncati a mezzo o bizzarramente ossitoni, tutte suggerite dal cinismo bestiale di chi è oramai incallito nella miseria e nella malignità della propria condizione”.

© SAPPI CH’I’ FU’ IL CAMISCION DE’ PAZZI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Se vuoi saper chi son cotesti due

32^ canto dell’Inferno

I fratelli Alberti

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Prima zona, la Caina. Camicione de’ Pazzi al poeta: «Perché ti rifletti tanto in noi? Se vuoi sapere chi sono questi due, la valle da cui discende il Bisenzio fu del loro padre Alberto e di loro. Nacquero da uno stesso corpo; e potrai esplorare tutta la Caina, e non troverai un’ombra più meritevole di essere confitta nel ghiaccio».

Il riferimento è ad Alessandro e Napoleone Alberti, posti da Dante nella prima zona di questo cerchio tra i traditori dei parenti. Furono figli di Alberto Alberti, dei conti di Vernio e di Mangona, famiglia padrona di alcuni castelli nella Val di Bisenzio e nella Val di Sieve. L’Anonimo fiorentino, tra i primi commentatori della Commedia, su di loro scrisse: “furono di sì perverso animo che, per torre l’uno all’altro le fortezze che avevano…, vennono a tanta ira e a tanta malvagità d’animo, che l’uno uccise l’altro, e così insieme morirono”.

L’odio reciproco era sì dovuto a ragioni politiche, essendo guelfo Alessandro e ghibellino Napoleone, ma soprattutto dipendeva da mere ragioni di interesse, relative alla divisione dell’eredità del padre. Chiosava il Sapegno a tal proposito: “Napoleone, a cui il padre aveva lasciato solo la decima parte dei suoi beni, già prima del 1259 s’era preso con la violenza parte del retaggio spettante ai fratelli, ma era stato costretto, per l’intervento del comune fiorentino, a restituire il castello di Mangona”.

Circa venti anni dopo, nel 1279, il cardinal Latino convinse i due fratelli a riappacificarsi, ma il suo intervento non servì a molto. Infatti, la contesa tra loro divenne ancora più aspra, fino a raggiungere il suo naturale epilogo. Dopo essere stato estromesso con l’inganno dai possedimenti della Val di Bisenzio ad opera di Napoleone, Alessandro assalì costui a tradimento e durante la lotta i due si uccisero vicendevolmente. Il fatto ebbe grande risonanza a Firenze ed è databile tra il 1282 e il 1286, dunque quando Dante era giovane. Peraltro, il duplice fratricidio non bastò a placare gli animi nella famiglia. Infatti, poco dopo, Orso, figlio di Napoleone, fu ucciso da Alberto, figlio di Alessandro.

© SE VUOI SAPER CHI SON COTESTI DUE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Inferno, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 1^ ristampa 1969