Caccianli i ciel per non esser men belli

3^ canto dell’Inferno.

Gli ignavi.

Nel vestibolo dell’Inferno. Virgilio al poeta: «In questa misera condizione stanno le anime sciagurate di coloro che vissero senza cattiva fama e senza merito. Sono frammiste con quell’abietto gruppo degli angeli che non furono ribelli né credenti in Dio, ma se ne stettero in disparte. I cieli li scacciano per non essere meno belli, né li trattiene la parte profonda dell’Inferno, poiché i dannati avrebbero su di essi qualche vanto».

Gli ignavi, collocati da Dante in questo luogo, secondo il Sapegno, “non seppero operare il bene per viltà, corrono senza posa dietro un’insegna, stimolati da schifosi insetti, che rigano di sangue il loro volto; e il sangue, misto con le lagrime, offre un pasto, ai loro piedi, a una turba di fastidiosi vermi.

“Non salvi e neppure propriamente dannati, ugualmente disdegnati da Dio e dai diavoli, la condizione di questi ignavi stimola il fiero disprezzo di Dante; e il disprezzo si traduce nell’invenzione di una pena, che scolpisce in simboli evidenti la miseria, il grigiore, la vergogna della loro esistenza opaca ed ignobile”.

In tale rappresentazione, il poeta ci dà il primo esempio del “contrappasso”, cioè la norma per la quale la pena è adeguata in modo proporzionale al peccato commesso. Egli, desumendola dapprima dalla cd. legge del taglione della quale si parla nell’Antico Testamento, ripresa poi dagli Scolastici, che tradussero un vocabolo di Aristotele, se ne serve per costruire più che una proporzione legata alla quantità, una corrispondenza qualitativa tra colpa e forma della pena.

@ CACCIANLI I CIEL PER NON ESSER MEN BELLI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

 

2^ canto dell’Inferno.

(Canto secondo de la prima parte ne la quale fa proemio a la prima cantica cioè a la prima parte di questo libro solamente, e in questo canto tratta l’auttore come trovò Virgilio, il quale il fece sicuro del cammino per le tre donne che di lui aveano cura ne la corte del cielo.)

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno

toglieva li animai che sono in terra

da le fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate,

che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;

o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,

qui si parrà la tua nobilitate.

Io cominciai: «Poeta che mi guidi,

guarda la mia virtù s’ell’è possente,

prima ch’a l’alto passo tu mi fidi.

Tu dici che di Silvïo il parente,

corruttibile ancora, ad immortale

secolo andò, e fu sensibilmente.

Però, se l’avversario d’ogne male

cortese i fu, pensando l’alto effetto

ch’uscir dovea di lui e ‘l chi e ‘l quale

non pare indegno ad omo d’intelletto;

ch’e’ fu de l’alma Roma e di suo impero

ne l’empireo ciel per padre eletto:

la quale e ‘l quale, a voler dir lo vero,

fu stabilita per lo loco santo

u’ siede il successor del maggior Piero.

Per questa andata onde li dai tu vanto,

intese cose che furon cagione

di sua vittoria e del papale ammanto.

Andovvi poi lo Vas d’elezïone,

per recarne conforto a quella fede

ch’è principio a la via di salvazione.

Ma io, perché venirvi? o chi ‘l concede?

Io non Enëa, io non Paulo sono;

me degno a ciò né io né altri ‘l crede.

Per che, se del venire io m’abbandono,

temo che la venuta non sia folle.

Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».

E qual è quei che disvuol ciò che volle

e per novi pensier cangia proposta,

sì che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec’ïo ‘n quella oscura costa,

perché, pensando, consumai la ‘mpresa

che fu nel cominciar cotanto tosta.

«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,

rispuose del magnanimo quell’ombra,

«l’anima tua è da viltade offesa;

la qual molte fïate l’omo ingombra

sì che d’onrata impresa lo rivolve,

come falso veder bestia quand’ombra.

Da questa tema a ciò che tu ti solve,

dirotti perch’io venni e quel ch’io ‘ntesi

nel primo punto che di te mi dolve.

Io era tra color che son sospesi,

e donna mi chiamò beata e bella,

tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi più che la stella;

e cominciommi a dir soave e piana,

con angelica voce, in sua favella:

“O anima cortese mantoana,

di cui la fama ancor nel mondo dura,

e durerà quanto ‘l mondo lontana,

l’amico mio, e non della ventura,

ne la diserta piaggia è impedito

sì nel cammin, che vòlt’è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,

ch’io mi sia tardi al soccorso levata,

per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata

e con ciò c’ha mestieri al suo campare,

l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.

I’ son Beatrice che ti faccio andare;

vegno del loco ove tornar disio;

amor mi mosse, che mi faparlare.

Quando sarò dinanzi al segnor mio,

di te mi loderò sovente a lui”.

Tacette allora, e poi comincia’ io:

“O donna di virtù sola per cui

l’umana spezie eccede ogne contento

di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,

tanto m’aggrada il tuo comandamento,

che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;

più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.

Ma dimmi la cagion che non ti guardi

de lo scender qua giuso in questo centro

de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.

“Da che tu vuo’ saver cotanto a dentro,

dirotti brievemente”, mi rispuose,

“perch’i’ non temo di venir qua entro.

Temer si dee di sole quelle cose

c’hanno potenza di fare altrui male;

de l’altre no, ché non son paurose.

Io son fatta da Dio, sua mercé, tale,

che la vostra miseria non mi tange,

né fiamma d’esto ‘ncendio non m’assale.

Donna è gentil nel ciel che si compiange

di questo ‘mpedimento ov’io ti mando,

sì che duro giudicio là sù frange.

Questa chiese Lucia in suo dimando

e disse: – Or ha bisogno il tuo fedele

di te, e io a te lo raccomando -.

Lucia, nimica di ciascun crudele,

si mosse, e venne al loco dov’i’ era,

che mi sedea con l’antica Rachele.

Disse: – Beatrice, loda di Dio vera,

ché non soccorri quei che t’amò tanto,

ch’uscì per te de la volgare schiera?

Non odi tu la pieta del suo pianto,

non vedi tu la morte che ‘l combatte

sulla fiumana ove ‘l mar non ha vanto? -.

Al mondo non fur mai persone ratte

a far lor pro o a fuggir lor danno,

com’io, dopo cotai parole fatte,

venni qua giù del mio beato scanno,

fidandomi del tuo parlare onesto,

ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.

Poscia che m’ebbe ragionato questo,

li occhi lucenti lagrimando volse,

per che mi fece del venir più presto.

E venni a te così com’ella volse:

d’inanzi a quella fiera ti levai

che del bel monte il corto andar ti tolse.

Dunque: che è? perché, perché restai,

perché tanta viltà nel core allette,

perché ardire e franchezza non hai,

poscia che tai tre donne benedette

curan di te ne la corte del cielo,

e ‘l mio parlar tanto ben ti promette?».

Quali fioretti dal notturno gelo

chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca,

si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec’io di mia virtude stanca,

e tanto buono ardire al cor mi corse,

ch’i’ cominciai come persona franca:

«Oh pietosa colei che mi soccorse!

e te cortese ch’ubidisti tosto

a le vere parole che ti porse!

Tu m’hai con disiderio il cor disposto

sì al venir con le parole tue,

ch’i’ son tornato nel primo proposto.

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:

tu duca, tu segnore, e tu maestro».

Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

Questa chiese Lucia in suo dimando

2^ canto dell’Inferno.

Santa Lucia.

Sulla piaggia diserta. Il poeta sente dire da Virgilio: «C’è una donna nobile nel Paradiso che si duole e si rammarica di questo impedimento in cui io t’invio, sicché lassù mitiga il severo decreto divino. Questa chiamò Lucia presso di sé e disse: – Adesso il tuo fedele ha bisogno di te, e io te lo affido -. Lucia, avversaria di ogni crudeltà, si avviò, e venne al luogo in cui mi trovavo, che sedevo con l’antica Rachele».

Santa Lucia fu convertita da Dante nell’allegoria della grazia illuminante (dono divino che coopera con l’uomo per condurlo alla salvezza). Ciò si spiega col fatto che, ammalatosi in gioventù di una seria patologia agli occhi dovuta alle troppe letture, di cui egli parla nel Convivio (III, IX, 15), ne riceve per intercessione una prodigiosa guarigione.

La sua devozione lo spinge a citarla nella Commedia almeno in tre occasioni: nella prima cantica, quella sopra menzionata; nella seconda, addormentatosi nella ‘valletta dei principi’, egli sogna di essere trasportato in alto da un’aquila fino alla porta del Purgatorio; qui Virgilio gli spiega che, invece, è stata santa Lucia; nella terza, a proposito della sua presenza nell’Empireo accanto a sant’Anna e a san Giovanni Battista, e di fronte ad Adamo, facendo tutti corona a Maria Vergine.

Fin qui il personaggio letterario. La Lucia reale fu una giovane donna appartenente a una ricca famiglia di Siracusa, che venne denunciata in quanto cristiana dal suo promesso sposo, che era pagano, quando questi si vide respinto d’improvviso. Correva l’anno 304 d. C., momento in cui la persecuzione dei cristiani, voluta da Diocleziano, era al massimo della propria intensità. Durante il processo, Lucia si proclamò seguace di Cristo. Fino al sacrificio estremo, quando subì la decapitazione senza abiurare la propria fede. La sua venerazione si estese da subito in tutta la Chiesa; in suo onore furono costruiti edifici di culto, e la sua immagine venne raffigurata in mosaici e dipinti, fino a diventare la santa protettrice delle malattie oftalmiche.

@ QUESTA CHIESE LUCIA IN SUO DIMANDO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

E donna mi chiamò beata e bella

2^ canto dell’Inferno.

Beatrice.

Sulla piaggia diserta. Virgilio a Dante: «Se ho inteso esattamente il tuo discorso, la tua anima è lesa dalla viltà; la quale impedisce molte volte l’uomo così che lo distoglie da un onorevole proposito, come un’ingannevole visione fa tornare indietro un animale quando si adombra. Affinché tu ti liberi da questo timore, ti dirò perché io venni e quello che io intesi nel primo momento in cui provai dolore per te. Io ero tra coloro che sono in stato di sospensione, e mi fece venire una donna beata e bella, tale che io mi offrii di ubbidirle».

Beatrice fu una delle figlie di Folco Portinari, un facoltoso banchiere fiorentino. Malgrado le divergenze, la consuetudine secolare che la identifica con quella Beatrice che fu la musa del poeta, è ormai cosa certa. La sua data di nascita si è desunta da quella di Dante (nato nel 1265); si crede sia stata della stessa età o, al massimo, minore di un anno. Invece, quella della morte (1290), la si è ricavata dalla Vita Nuova, opera giovanile del poeta.

La fanciulla si maritò, ancora adolescente, con Simone de’ Bardi, facoltoso banchiere come il padre. E si è sempre ritenuto che la sua morte avvenne in occasione del primo parto. Fu sepolta, almeno per la tradizione, nella chiesa di Santa Margherita dei Cerchi, dove una lapide tuttora la ricorda. Dante, davanti a questo evento per lui traumatizzante, le dedicò la citata Vita Nuova, in cui raccolse in prosa una sequela di scritti poetici composti qualche anno prima, mentre nella Commedia la farà assurgere a simbolo della celeste sapienza.

@ E DONNA MI CHIAMÒ BEATA E BELLA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Guarda la mia virtù s’ell’è possente

2^ canto dell’Inferno.

Il timore di Dante.

Sulla piaggia diserta. Il poeta a Virgilio: «Poeta che mi guidi, guarda la mia capacità se è adeguata prima che tu mi affidi all’arduo viaggio. Tu dici che il genitore di Silvio, ancora mortale, si recò nell’eterno mondo dell’aldilà, e avvenne col corpo. Perciò, se il nemico di ogni peccato gli fu munifico, pensando all’eccellente risultato che doveva derivare da lui, sia nella sua essenza specifica sia nelle sue qualità sostanziali non sembra disdicevole a chiunque abbia mente sana; poiché egli fu prescelto da Dio nel decimo cielo come progenitore della nobile Roma e del suo impero: la quale e il quale, per dire le cose come stanno realmente, furono destinati come la santa sede in cui regna il successore di Pietro.

«In questo viaggio per cui tu gli attribuisci la gloria, intese concetti che furono la causa della sua vittoria e dell’autorità papale. Vi si recò poi l’Apostolo che accolse in sé la volontà divina, per portare di là la conferma a quella fede che è il principio per la via della salvezza. Ma io, perché venirvi? o chi permette ciò? Io non sono Enea, non sono Paolo; né io né altri riteniamo possibile che io sia idoneo per questo. Per cui, se io mi lascio indurre quanto al venire, temo che l’andare sia dissennato. Sei saggio; comprendi meglio di quanto esprima».

Con questo esteso ragionamento, Dante manifesta a Virgilio il suo timore di affrontare il viaggio per i regni ultraterreni prospettatogli proprio da costui, al termine del quale riceverà come premio la salvezza dell’anima. A tal proposito, secondo la Chiavacci Leonardi, “il problema che qui si pone è alla base stessa del viaggio (e del poema): come può essere che un semplice mortale, e per di più peccatore, degno di tale impresa, già concessa ai due uomini – Enea e Paolo – che ebbero il compito di restaurare nell’umanità l’ordine politico e quello religioso? Dante non ha a questo nessun titolo, e mai – né qui né altrove nella Commedia – si celebrerà un suo qualunque diritto a tale missione. E proprio Enea e Paolo, di cui il poeta è stato invitato a ricalcare le orme, danno fin dall’inizio una dimensione storica e civile a questa vicenda di salvezza, preannunciando il secondo significato del viaggio”.

@ GUARDA LA MIA VIRTÙ S’ELL’È POSSENTE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1991 e successive ristampe

 

1^ canto dell’Inferno.

(Incomincia la Comedia di Dante Alleghieri da Fiorenza, ne la quale tratta de le pene e punimenti de’ vizi e de’ meriti e premi de le virtù. Comincia il canto primo de la parte la quale di chiama inferno, nel qual l’auttore fa proemio a tutta l’opera.)

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,

tant’era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,

là dove terminava quella valle

che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle

vestite già de’ raggi del pianeta

che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta,

che nel lago del cor m’era durata

la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata,

uscito fuor del pelago a la riva,

si volge all’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

si volse a retro a rimirar lo passo

che non lasciò già mai persona viva.

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,

ripresi via per la piaggia diserta,

sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,

una lonza leggera e presta molto,

che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,

anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,

ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

Temp’era dal principio del mattino,

e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle

ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;

sì ch’a bene sperar m’era cagione

di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;

ma non sì che paura non mi desse

la vista che m’apparve d’un leone.

Questi parea che contra me venisse

con la test’alta e con rabbiosa fame,

sì che parea che l’aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame

sembiava carca ne la sua magrezza,

e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza

con la paura ch’uscia di sua vista,

ch’io perdei la speranza de l’altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,

e giugne ‘l tempo che perder lo face,

che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,

che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco

mi ripigneva là dove ‘l sol tace.

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,

dinanzi a li occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,

«Miserere di me», gridai a lui,

«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».

Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,

e li parenti miei furon lombardi,

mantoani per patrïa ambedui.

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,

e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto

nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

Poeta fui, e cantai di quel giusto

figliuol d’Anchise che venne di Troia,

poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto.

Ma tu perché ritorni a tanta noia?

perché non sali il dilettoso monte

ch’è principio e cagion di tutta gioia?».

«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?»,

rispuos’io lui con vergognosa fronte.

«O de li altri poeti onore e lume,

vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore

che m’ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,

tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

lo bello stilo che m’ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;

aiutami da lei, famoso saggio,

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».

«A te convien tenere altro vïaggio»,

rispuose, poi che lagrimar mi vide,

«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

ché questa bestia, per la qual tu gride,

non lascia altrui passar per la sua via,

ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,

che mai non empie la bramosa voglia,

e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.

Molti son li animali a cui s’ammoglia,

e più saranno ancora, infin che ‘l veltro

verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,

ma sapïenza, amore e virtute,

e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute

per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa,

fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,

là onde ‘nvidia prima dipartilla.

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno

che tu mi segui, e io sarò tua guida,

e trarrotti di qui per loco etterno;

ove udirai le disperate strida,

vedrai li antichi spiriti dolenti,

ch’a la seconda morte ciascun grida;

e vederai color che son contenti

nel foco, perché speran di venire

quando che sia a le beate genti.

A le quai poi se tu vorrai salire,

anima fia a ciò più di me degna:

con lei ti lascerò nel mio partire;

ché quello imperador che là su regna,

perch’i fu’ ribellante a la sua legge,

non vuol che ‘n sua città per me si vegna.

In tutte parti impera e quivi regge;

quivi è la sua città e l’alto seggio:

oh felice colui cu’ ivi elegge!».

E io a lui: «Poeta, io ti richeggio

per quello Dio che tu non conoscesti,

a ciò ch’io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dov’or dicesti,

sì ch’io veggia la porta di san Pietro

e color cui tu fai cotanto mesti».

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

Questi non ciberà terra né peltro

1^ canto dell’Inferno.

Il veltro.

Sulla piaggia diserta. Il poeta sente dire da Virgilio: «Questi non si nutrirà di dominio né di ricchezze, ma di Sapienza, Amore e Virtù, e la sua nascita sarà tra cielo e cielo. Sarà la salvezza di quell’umile Italia per cui morirono la vergine Camilla, Eurialo e Turno e Niso per le ferite. Questi la inseguirà di città in città, fino a che l’avrà riportata nell’Inferno, da dove l’invidia di Lucifero la fece uscire per la prima volta».

Questo personaggio citato da Virgilio è sempre stato un rompicapo per i commentatori, antichi e moderni, della Commedia. Se il Vellutello fu il primo a dire che si trattasse di Cangrande della Scala (il signore di Verona che diede ospitalità a Dante in esilio), per il Betti fu Benedetto XI, il successore di Bonifacio VIII, che tentò vanamente di porre fine alle lotte civili di Firenze. Addirittura il Getto, il Della Torre e l’Olshki avanzarono l’ipotesi che il veltro fosse lo stesso Dante, per non parlare di alcune interpretazioni, al limite della decenza, che si sono spinte ad avvalorare l’ipotesi che si trattasse di Mussolini o di Hitler.

Gli studiosi più recenti (il Bambaglioli su tutti), comunque, appurata ormai l’inutilità della ricerca, si sono orientati sostanzialmente verso tre figure rappresentative: un imperatore o un suo vicario (il Cian), un pontefice (il Torraca), un virtuoso riformista, come diremmo oggi (il Petrocchi). Ma forse l’ipotesi più giusta è che neanche Dante conoscesse l’identità di questo fantomatico personaggio. E chissà se, nel descriverlo, non abbia provato un sottile piacere, magari manifestato con un sorriso sulle labbra, immaginando futuri lettori e interpreti tormentarsi per comprendere chi fosse senza venirne a capo!

@ QUESTI NON CIBERÀ TERRA NÉ PELTRO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore

1^ canto dell’Inferno.

Virgilio.

Sulla piaggia diserta. Dante a Virgilio: «O gloria e luce degli altri poeti, mi giovi presso di te la lunga applicazione e la grande passione per lo studio che mi hanno indotto a esaminare per intero la tua opera. Tu sei il mio maestro e l’autore per me di maggiore autorità, tu solo sei colui da cui io derivai l’illustre modo di scrivere che mi ha dato degna fama. Vedi la bestia per cui io mi volsi indietro; difendimi da lei, famoso saggio, poiché mi fa tremare le vene e le arterie».

Publio Virgilio Marone fu uno dei più grandi poeti della letteratura latina. Nato ad Andes, nei pressi di Mantova, nel 70 a.C., a Napoli frequentò la scuola epicurea di Sirone. Colpito dalla confisca delle terre a favore dei veterani della battaglia di Filippi (42 a.C.), si trasferì a Roma, segnalandosi subito all’attenzione con la pubblicazione delle Bucoliche, dieci egloghe (componimenti di argomento pastorale) scritte tra il 42 e il 39 a.C. Entrato a far parte del circolo di Mecenate, strinse un forte e duraturo legame con Ottaviano, il futuro Augusto, Orazio e Vario Rufo. In Campania, tra il 37 e il 30 a.C., compose le Georgiche, un poema didascalico ispirato alle Opere e i giorni di Esiodo. E l’anno successivo, incoraggiato da Ottaviano, pose mano alla stesura dell’Eneide, la leggendaria storia di Enea fuggito da Troia in fiamme e approdato sulle coste del Lazio, dove divenne il progenitore degli antichi Romani. Dieci anni dopo fece un viaggio in Grecia e al ritorno morì a Brindisi. Le sue spoglie furono trasportate a Napoli grazie a Ottaviano.

A proposito del suo incontro con Dante, la Chiavacci Leonardi ha scritto: “Lo schema del canto – che raffigura l’evento interiore da cui muove il poema – è estremamente semplice: un uomo smarrito nella selva del male e dell’errore ne prende a un tratto coscienza, e tenta di uscirne, dirigendosi verso il colle soleggiato del bene; ma ne è impedito da tre fiere – le inclinazioni al male – che non riesce a vincere con le sole sue forze. Ed ecco, non richiesto, viene a lui un aiuto, nella persona di un grande poeta del mondo antico precristiano da lui più di ogni altro amato, che gli offre di guidarlo alla salvezza percorrendo i mondi ultraterreni del peccato – l’inferno e il purgatorio – per la via quindi della conoscenza del male e del pentimento. L’uomo Dante accetta, e di qui ha inizio il grande viaggio”.

@ TU SE’ LO MIO MAESTRO E ‘L MIO AUTORE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori, 1991 e successive ristampe

 

 

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta

1^ canto dell’Inferno.

Le tre fiere.

Sulla piaggia diserta. Il poeta narra: “Nel punto sommo del corso della vita umana mi ritrovai in una selva buia, perché avevo smarrito la via diretta. Ahi quanto è impresa ardua descrivere come era inospitale e malagevole e dolorosa questa selva che solo a pensarvi ripropone la paura! È tanto dolorosa che la morte è poco più; ma per discutere del bene che vi trovai, parlerò delle altre cose che vi ho visto.

“Io non sono capace di raccontare come vi entrai, tanto ero preso dallo smarrimento nel momento in cui abbandonai la via giusta. Ma dopo che fui arrivato alle pendici di un colle, là dove finiva quella selva che mi aveva trafitto il cuore di paura, rivolsi lo sguardo verso l’alto e vidi la sua sommità illuminata già dai raggi del pianeta che guida esattamente l’uomo in ogni cammino.

“In quel momento fu alquanto cessata la paura, che si era protratta a lungo nel profondo del cuore la notte che trascorsi con tanta angoscia. E come colui che con il respiro affannoso, uscito fuori del mare profondo e giunto alla spiaggia, si volge all’acqua rischiosa e la guarda con raccapriccio, così il mio animo, che ancora si dava alla fuga, si volse indietro a riguardare il passaggio che non lasciò mai vivo alcuno.

“Dopo che ebbi lasciato riposare alquanto il corpo affaticato, m’incamminai di nuovo per il pendio solitario, sicché il piede saldo era di continuo il più basso. Ed ecco, quasi all’inizio della salita, una lonza agile e molto veloce, che era coperta di pelo screziato; e non si allontanava dal mio cospetto, e per di più ostacolava tanto il mio camminare, che io mi voltai spesso per ritornare indietro.

“Era la prima ora del mattino, e il sole si muoveva verso l’alto con quel segno zodiacale che era con lui quando l’Amore divino mosse per la prima volta gli astri del cielo; sicché l’ora del giorno e la mite stagione erano per me motivo di sperare pienamente riguardo a quella fiera dalla pelliccia screziata; ma non così che non mi causasse la paura l’aspetto di un leone che mi si mostrò.

“Questi pareva che mi venisse contro a testa eretta e con una fame così prepotente da far diventare rabbiosi, sicché pareva che ne vibrasse l’aria. E una lupa, che nella sua magrezza sembrava oppressa da tutti i bestiali appetiti di mangiare, e molte persone in passato fece vivere infelici, questa mi apportò tanta pesantezza con la minaccia che si generava dal suo aspetto, che io perdetti la speranza di raggiungere la sommità del colle”.

Fin qui il racconto, alla lettera. Ma qui preme indagare sul significato allegorico dello stesso, di certo più intrigante. Nei primi commentatori della Commedia fu possibile registrare un’unità di intenti nell’associare le tre fiere ai tre vizi capitali della lussuria, della superbia e della cupidigia. I commentatori più vicini a noi, invece, si sono divisi tra due filoni interpretativi. Il primo vuole le tre fiere assurgere a simbolo delle tre faville di cui parla il goloso Ciacco (anche se qui il dannato cita l’invidia in luogo dell’avarizia). L’altro vuole la lonza come simbolo di Firenze, mentre il leone e la lupa come simboli rispettivamente della casata reale di Francia e della Curia romana.

@ ED ECCO, QUASI AL COMINCIAR DE L’ERTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970