Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno

13^ canto dell’Inferno

Le Arpie.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Secondo girone. Il poeta narra: “Lì nidificano le sozze Arpie, che scacciarono i Troiani dalle Strofadi con la funesta predizione di futura rovina. Hanno ali larghe, e colli e volti umani, zampe con artigli, e il grande ventre ricoperto di penne; emettono lamenti terrificanti sugli alberi”.

Figure del mito classico, le Arpie, collocate da Dante nel secondo girone di questo cerchio, furono raffigurate come grandi creature alata dal volto di fanciulla, dotate di una rapidità straordinaria e particolarmente portatrici di distruzione. Fineo, re di Arcadia, avendo accecato i propri figli, e reso a sua volta cieco, fu per punizione angustiato da queste creature che gli lordavano tutti i cibi; ne fu liberato da Zeto e Calai i quali, grati per l’ospitalità che il re aveva concessa agli Argonauti, con il provvidenziale soccorso di Ercole le cacciarono dall’Arcadia inseguendole fino alle Strofadi, dove le incontrò Enea, secondo quanto Virgilio riportò nell’Eneide.

I Troiani, sbarcati in quelle isole, avevano ucciso alcune giovani vacche, non sapendo che le isole erano presidiate dalle Arpie e ne custodivano gli armenti. Appena sedutisi a banchetto, esse scesero a capofitto sui cibi, afferrandoli rabbiosamente e imbrattando tutte le suppellettili. Allora ai Troiani non rimase altro da fare che rifugiarsi in un luogo sicuro, dove si difesero strenuamente dai ripetuti attacchi. E Celeno, una di loro, le altre essendo Ocipete e Aello, vista l’inutilità di quegli attacchi, predisse loro future sventure.

Secondo i primi commentatori della Commedia, tra tutti i figli del poeta, Iacopo e Pietro, essendo il comportamento delle Arpie quello di imbrattare tutte le cose che incontravano, rendendole inutilizzabili e quindi distruggendole, ciò si confaceva ai suicidi, che gettarono alla ortiche la propria vita.

@ QUIVI LE BRUTTE ARPIE LOR NIDI FANNO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

12^ canto dell’Inferno.

(Canto XII, ove tratta del discendimento nel settimo cerchio d’inferno, e de le pene di quelli che fecero forza in persona de’ tiranni, e qui tratta di Minotauro e del fiume del sangue, e come per uno centauro furono scorti e guidati sicuri oltre il fiume.)

Era lo loco ov’a scender la riva

venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco,

tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual è quella ruina che nel fianco

di qua da Trento l’Adice percosse,

o per tremoto o per sostegno manco,

che da cima del monte, onde si mosse,

al piano è sì la roccia discoscesa,

ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:

cotal di quel burrato era la scesa;

e ‘n su la punta de la rotta lacca

l’infamïa di Creti era distesa

che fu concetta ne la falsa vacca;

e quando vide noi, sé stesso morse,

sì come quei cui l’ira dentro fiacca.

Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse

tu credi che qui sia ‘l duca d’Atene,

che sù nel mondo la morte ti porse?

Pàrtiti, bestia, ché questi non vene

ammaestrato da la tua sorella,

ma vassi per veder le vostre pene».

Qual è quel toro che si slaccia in quella

c’ha ricevuto già ‘l colpo mortale,

che gir non sa, ma qua e là saltella,

vid’io lo Minotauro far cotale;

e quello accorto gridò: «Corri al varco;

mentre ch’e’ ‘nfuria, è buon che tu ti cale».

Così prendemmo via giù per lo scarco

di quelle pietre, che spesso moviensi

sotto i miei piedi per lo novo carco.

Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi

forse a questa ruina, ch’è guardata

da quell’ira bestial ch’i’ ora spensi.

Or vo’ che sappi che l’altra fïata

ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,

questa roccia non era ancor cascata.

Ma certo poco pria, se ben discerno,

che venisse colui che la gran preda

levò a Dite del cerchio superno,

da tutte parti l’alta valle feda

tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo

sentisse amor, per lo qual è chi creda

più volte il mondo in caòsso converso;

e in quel punto questa vecchia roccia,

qui e altrove, tal fece riverso.

Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia

la riviera del sangue in la qual bolle

qual che per vïolenza in altrui noccia».

Oh cieca cupidigia e ira folle,

che sì ci sproni ne la vita corta,

e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!

Io vidi un’ampia fossa in arco torta,

come quella che tutto ‘l piano abbraccia,

secondo ch’avea detto la mia scorta;

e tra ‘l piè de la ripa ed essa, in traccia

corrien centauri, armati di saette,

come solien nel mondo andare a caccia.

Veggendoci calar, ciascun ristette,

e de la schiera tre si dipartiro

con archi e asticciuole prima elette;

e l’un gridò da lungi: «A qual martiro

venite voi che scendete la costa?

Ditel costinci; se non, l’arco tiro».

Lo mio maestro disse: «La risposta

farem noi a Chirón costà di presso:

mal fu la voglia tua sempre sì tosta».

Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,

che morì per la bella Deianira,

e fé di sé la vendetta elli stesso.

E quel di mezzo, ch’al petto si mira,

è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;

quell’altro è Folo, che fu sì pien d’ira.

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,

saettando qual anima si svelle

del sangue più che sua colpa sortille».

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:

Chirón prese uno strale, e con la cocca

fece la barba in dietro a le mascelle.

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,

disse a’ compagni: «Siete voi accorti

che quel di retro move ciò ch’el tocca?

Così non soglion far li piè d’i morti».

E ‘l mio buon duca, che già li er’ al petto,

dove le due nature son consorti,

rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto

mostrar li mi convien la valle buia;

necessità ‘l ci ‘nduce, e non diletto.

Tal si partì da cantare alleluia

che mi commise quest’officio novo:

non è ladron, né io anima fuia.

Ma per quella virtù per cu’ io movo

li passi miei per sì selvaggia strada,

danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,

e che ne mostri là dove si guada,

e che porti costui in su la groppa,

ché non è spirto che per l’aere vada».

Chirón si volse in su la destra poppa,

e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,

e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».

Or ci movemmo con la scorta fida

lungo la proda del bollor vermiglio,

dove i bolliti facieno alte strida.

Io vidi gente sotto infino al ciglio,

e ‘l gran centauro disse: «E’ son tiranni

che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.

Quivi si piangon li spietati danni;

quivi è Alessandro, e Dïonisio fero

che fé Cicilia aver dolorosi anni.

E quella fronte c’ha ‘l pel così nero,

è Azzolino; e quell’altro ch’è biondo,

è Opizzo da Esti, il qual per vero

fu spento dal figliastro sù nel mondo».

Allor mi volsi al poeta, e quei disse:

«Questi ti sia or primo, e io secondo».

Poco più oltre il centauro s’affisse

sovr’una gente che ‘nfino a la gola

parea che di quel bulicame uscisse.

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,

dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio

lo cor che ‘n su Tamisi ancor si cola».

Poi vidi gente che di fuor del rio

tenean la testa e ancor tutto ‘l casso;

e di costoro assai riconobb’io.

Così a più a più si facea basso

quel sangue, sì che cocea pur li piedi;

e quindi fu del fosso il nostro passo.

«Sì come tu da questa parte vedi

lo bulicame che sempre si scema»,

disse ‘l centauro, «voglio che tu credi

che da quest’altra a più a più giù prema

lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge

ove la tirannia convien che gema.

La divina giustizia di qua punge

quell’Attila che fu flagello in terra,

e Pirro e Sesto; e in etterno munge

le lagrime, che col bollor diserra,

a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,

che fecero a le strade tanta guerra».

Poi si rivolse e ripassossi ‘l guazzo.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Lo cor che ‘n su Tamisi ancor si cola

12^ canto dell’Inferno.

Guido di Montfort.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Primo girone. I due poeti sentono dire da Nesso: «Quello spaccò in chiesa il cuore che ancora è venerato a Londra».

Guido di Monfort, posto da Dante nel primo girone di questo cerchio tra gli omicidi, fu figlio di Simone, conte di Leicester, e avversario dello zio, il re Enrico III d’Inghilterra e di suo zio, il principe Edoardo I, nella battaglia di Evesham (1265), dove perse il padre e il fratello maggiore, i corpi dei quali furono oltraggiati, ed egli stesso fu fatto prigioniero. Riuscito a fuggire, dopo varie vicissitudini in tutta Europa, finì sotto la protezione di Carlo I d’Angiò, da costui ricevendo poi il feudo di Nola, in Campania, e la nomina di vicario in Toscana, dove si distinse per la sua crudeltà. Morì in prigione a Messina nel 1288, dopo essersi impegnato nella guerra del Vespro e fatto prigioniero da Ruggero di Lauria a Castellamare di Stabia (1287).

Guido di Monfort si rese protagonista di un agghiacciante fatto di sangue che, ai suoi tempi, fece grande scalpore. Nel 1272, infatti, pugnalò a morte in una chiesa di Viterbo il giovane Arrigo, cugino di Edoardo I e figlio del conte di Cornovaglia, per vendicare la morte dei suoi parenti più stretti.

La “vendetta di Viterbo”, come venne chiamata, perpetrata alla presenza di Filippo III di Francia e di Carlo I d’Angiò, pur destando il clamore di cui si è detto, anzitutto per il luogo in cui avvenne il fatto, nonché per il successivo vilipendio del cadavere, ebbe come conseguenza soltanto la scomunica per l’assassino, a causa della protezione accordatagli dall’Angioino, il quale lo spinse a nascondersi nei possedimenti di Maremma del conte Ildebrandino degli Aldobrandeschi, di cui era divenuto congiunto, avendo sposato la figlia. Per il Villani “il cuore di Arrigo fu posto in una coppa dʼoro… su una colonna in capo del ponte di Londra sopra il fiume Tamigi”.

@ LO COR CHE ‘N SU TAMISI ANCOR SI COLA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Dintorno al fosso vanno a mille a mille

12^ canto dell’Inferno.

I centauri.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Primo girone. Virgilio a Dante: «Quegli è Nesso, che morì per amore della bella Deianira, e rese giustizia a sé egli stesso. E quello in mezzo, che si guarda al petto, è il grande Chirone, il quale nutrì Achille; quell’altro è Folo, che fu così violento. Vanno intorno al fiume a mille a mille, scagliando frecce su ogni anima che si trae fuori con forza dal sangue più che le fu dato in sorte il proprio peccato».

Figure del mito classico, i centauri, collocati dal poeta nel primo girone di questo cerchio, furono creature mostruose le quali, per la loro essenza umana ed equina, e per la tradizione letteraria latina, che li presentava pronti alla violenza e al ladrocinio, simboleggiavano nel Medioevo “la cieca cupidigia e l’ira folle”, di cui parlava il poeta, attraverso cui si manifestava la parte peggiore del carattere umano ed esaltata la brutalità dei comportamenti.

Il progenitore dei centauri fu Issione, re tessalo dei Lapiti, il quale, ospitato nell’Olimpo, tentò di sedurre Era, la sposa di Zeus, che gli inviò prontamente una sosia di costei. Dal rapporto nacque Centauro, un ibrido tra un uomo e un cavallo. Issione fu punito, ma il figlio sopravvisse e, secondo Pindaro, si accoppiò con le giumente del Monte Pelio, generando molte creature simili a lui: appunto i centauri.

L’avvenimento cardine in cui costoro sono entrati di diritto nel mito, la Centauromachia, si ricollegava alle nozze di Piritoo, anch’esso re tessalo dei Lapiti, con Ippodamia. Invitati alla festa, essi ben presto si ubriacarono, così che uno di essi, Euritione, tentò di violentare la sposa e i compagni, per non essergli da meno, si scagliarono addosso alle altre donne. Il parapiglia che ne scaturì, al quale prese parte pure Teseo, amico dello sposo, si concluse con la loro sconfitta, ed essi furono cacciati dalla Tessaglia. Allegoricamente, non rappresentarono altro che l’umanità selvaggia, per cui la lotta alle nozze di Piritoo significò l’entrata a tutti gli effetti nel vivere civile.

@ DINTORNO AL FOSSO VANNO A MILLE A MILLE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Pàrtiti, bestia, ché questi non vene

12^ canto dell’Inferno.

Il Minotauro.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Primo girone. Virgilio al Minotauro: «Forse tu pensi che sia giunto qui il condottiero di Atene, che fra i vivi ti causò la morte? Allontanati, bestia, perché questi non viene istruito da tua sorella, ma va per conoscere le pene dei dannati».

Figura del mito classico, il Minotauro, posto da Dante nel primo girone di questo cerchio, nacque a Creta dall’accoppiamento tra Pasife, moglie del re Minosse, con il toro sacro a Poseidone, che venne nascosto proprio da Minosse nel labirinto realizzato dall’artefice Dedalo, dove successivamente verrà ucciso da Teseo. La presenza del Minotauro all’inizio di questo girone ha indotto gli esegeti danteschi, antichi e moderni, a domandarsi quale fosse il suo compito, quindi a quale allegoria occorresse ascriverlo.

Divergenze di opinioni si sono riscontrati, a tal proposito, tra i primi commentatori della Commedia e quelli più vicini a noi. I primi vedevano il Minotauro come simbolo delle tre specie della “violenza che procede da malizia o da bestialità” (il Buti) e, pertanto, era considerato come il custode del settimo cerchio latu sensu, così come Gerione, quale simbolo della frode, fu ritenuto il guardiano di tutto l’ottavo.

Invece, gli studiosi moderni, il Sapegno su tutti, non hanno visto il Minotauro quale mero custode del settimo cerchio per intero, ma solamente del pendio franoso di accesso alla città di Dite, anche se di recente la critica è tornata sulle posizioni degli antichi commentatori.

@ PÀRTITI, BESTIA, CHÉ QUESTI NON VENE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

11^ canto dell’Inferno.

(Canto undecimo, nel quale tratta de’ tre cerchi disotto d’inferno, e distingue de le genti che dentro vi sono punite, e che quivi più che altrove; e solve una questione.)

In su l’estremità d’un’alta ripa

che facevan gran pietre rotte in cerchio,

venimmo sopra più crudele stipa;

e quivi, per l’orribile soperchio

del puzzo che ‘l profondo abisso gitta,

ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio

d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta

che dicea: ‘Anastasio papa guardo,

lo qual trasse Fotin de la via dritta’.

«Lo nostro scender conviene esser tardo,

sì che s’ausi un poco in prima il senso

al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».

Così ‘l maestro; e io «Alcun compenso»,

dissi lui, «trova che ‘l tempo non passi

perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».

«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,

cominciò poi a dir, «son tre cerchietti

di grado in grado, come que’ che lassi.

Tutti son pien di spirti maladetti;

ma perché poi ti basti pur la vista,

intendi come e perché son costretti.

D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,

ingiuria è ‘l fine, ed ogne fin cotale

o con forza o con frode altrui contrista.

Ma perché frode è de l’uom proprio male,

più spiace a Dio; e però stan di sotto

li frodolenti, e più dolor li assale.

Di vïolenti il primo cerchio è tutto;

ma perché si fa forza a tre persone,

in tre gironi è distinto e costrutto.

A Dio, a sé, al prossimo si pòne

far forza, dico in loro e in lor cose,

come udirai con aperta ragione.

Morte per forza e ferute dogliose

nel prossimo si danno, e nel suo avere

ruine, incendi e tollette dannose;

onde omicide e ciascun che mal fiere,

guastatori e predon, tutti tormenta

lo giron primo per diverse schiere.

Puote omo avere in sé man vïolenta,

e ne’ suoi beni; e però nel secondo

giron convien che sanza pro si penta

qualunque priva sé del vostro mondo,

biscazza e fonde la sua facultade,

e piange là dov’esser de’ giocondo.

Puossi far forza ne la deïtade,

col cor negando e bestemmiando quella,

e spregiando natura e sua bontade;

e però lo minor giron suggella

del segno suo e Soddoma e Caorsa

e chi, spregiando Dio col cor, favella.

La frode, ond’ogne coscïenza è morsa,

può l’omo usare in colui che ‘n lui fida

e in quel che fidanza non imborsa.

Questo modo di retro par ch’incida

pur lo vinco d’amor che fa natura;

onde nel cerchio secondo s’annida

ipocresia, lusinghe e chi affattura,

falsità, ladroneccio e simonia,

ruffian, baratti e simile lordura.

Per l’altro modo quell’amor s’oblia

che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,

di che la fede spezïal si cria;

onde nel cerchio minore, ov’è ‘l punto

de l’universo in su che Dite siede,

qualunque trade in etterno è consunto».

E io: «Maestro, assai chiara procede

la tua ragione, e assai ben distingue

questo baràtro e ‘l popol ch’e’ possiede.

Ma dimmi: quei de la palude pingue,

che mena il vento, e che batte la pioggia,

e che s’incontran con sì aspre lingue,

perché non dentro da la città roggia

sono ei puniti, se Dio li ha in ira?

e se non li ha, perché sono a tal foggia?».

Ed elli a me «Perché tanto delira»,

disse, «lo ‘ngegno tuo da quel che sòle?

o ver la mente dove altrove mira?

Non ti rimembra di quelle parole

con le quai la tua Etica pertratta

le tre disposizion che ‘l ciel non vole,

incontenenza, malizia e la matta

bestialitade? e come incontenenza

men Dio offende e men biasimo accatta?

Se tu riguardi ben questa sentenza,

e rechiti a la mente chi son quelli

che sù di fuor sostegnon penitenza,

tu vedrai ben perché da questi felli

sien dipartiti, e perché men crucciata

la divina vendetta li martelli».

«O sol che sani ogne vista turbata,

tu mi contenti sì quando tu solvi,

che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.

Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,

diss’io, «là dove di’ ch’usura offende

la divina bontade, e il groppo solvi».

«Filosofia», mi disse, «a chi la ‘ntende,

nota, non pure in una sola parte,

come natura lo suo corso prende

dal divino ‘ntelletto e da sua arte;

e se tu ben la tua Fisica note,

tu troverai, non dopo molte carte,

che l’arte vostra quella, quanto pote,

segue, come ‘l maestro fa ‘l discente;

sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote.

Da queste due, se tu ti rechi a mente

lo Genesì dal principio, convene

prender sua vita e avanzar la gente;

e perché l’usuriere altra via tene,

per sé natura e per la sua seguace

dispregia, poi ch’in altro pon la spene.

Ma seguimi oramai che ‘l gir mi piace;

ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,

e ‘l Carro tutto sovra ‘l Coro giace,

e ‘l balzo via là oltra si dismonta».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

E perché l’usuriere altra via tene

11^ canto dell’Inferno.

L’usura.

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Il poeta sente dire da Virgilio: «La filosofia aristotelica, per chi la comprende, indica, non soltanto in un unico punto, come la natura procede dall’intelletto divino e dalla sua attività; e se tu consideri attentamente la Fisica per te canonica, troverai, dopo non molte pagine, che l’operare umano, per quanto può, segue quella, come l’allievo segue il docente; così che l’operare umano è quasi nipote di Dio.

«Dalla natura e dal lavoro, se tu ti ricordi della Genesi nella parte iniziale, è necessario che l’uomo tragga i mezzi per sostentarsi eper far progredire il genere umano; e poiché l’usuraio segue un altro cammino, disprezza la natura in sé e il lavoro, dal momento che volge in altro la sua speranza».

L’usura fu causa di grande dolore per Dante. E il fatto che tra i secoli XIII^ e XIV^ lo status quo fosse influenzato fortemente da questo che la Chiesa riteneva un vero e proprio peccato, è dimostrato dalla copiosa letteratura teologica fiorita a quel tempo. A mo’ di esempio valga per tutti il trattato di Remigio de’ Girolami, il quale batté forte sul carattere di contrasto alla natura che l’usura comportava.

Dunque per il poeta l’usura appariva come una delle manifestazioni di un male più alto, che attraversava in modo particolare la sua epoca, ma che in realtà da sempre fa parte dell’indole umana, cioè la cupidigia. Da qui alla sua concezione sulle ‘ricchezze’ nel Convivio, parte IV^, il passo fu breve, ispirato in ciò da Aristotele.

Per lui, queste, benché lecitamente procurate, avevano un non so che d’ingiusto e di non compiuto, anche e proprio in funzione della ‘fortuna’ che determinava il loro conseguimento, tanto che non riusciva nemmeno a giustificare i proventi derivanti da una mercatantia lecita, figuriamoci quando quelli erano il frutto di un illicito procaccio, vale a dire di un guadagno illecito.

@ E PERCHÉ L’USURIERE ALTRA VIA TENE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Se tu riguardi ben questa sentenza

11^ canto dell’Inferno.

Etica nicomachea.

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Virgilio a Dante: «Non ti ricordi di quelle parole con le quali l’Etica per te canonica tratta compiutamente i tre abiti peccaminosi che Dio condanna, l’incontinenza, la tendenza al male e la folle violenza bruta? e come l’incontinenza reca meno offesa a Dio e si attira meno riprovazione? Se tu consideri attentamente questa tesi, e ti ricordi chi sono coloro che su fuori Dite subiscono la pena inflitta come punizione, intenderai pienamente perché siano distinti da questi malvagi, e perché la giustizia divina li punisca meno adirata».

L’Etica nicomachea è il più importante trattato di Aristotele sulla morale. Divisa in dieci libri, fu chiamata così perché dedicata a suo figlio Nicomaco o, forse, perché a questo si deve la prima edizione della stessa. Al poeta pervenne previa la più nota traduzione in latino della sua epoca, eseguita da Roberto Grossatesta, vescovo di Lincoln, tra il 1240 e il 1249, con il nome di Liber Ethicorum, che fu rivista nel 1260 da Guglielmo di Moerbeke, quella da cui Dante trasse i maggiori spunti, da cui il commento di Tommaso d’Aquino nel 1266, anch’esso fonte preziosa per le citazioni dantesche. L’Etica nicomachea fu senza dubbio l’opera del filosofo greco che il poeta conobbe meglio e alla quale fu maggiormente legato. Per questo egli la citò sovente nelle sue opere, e non ci fu libro o passo che non abbia studiato a fondo.

In sostanza, tutte o quasi le dottrine aristoteliche più di rilievo, furono da Dante riportate nelle sue opere, in specie nel Convivio, nel De Monarchia e nella Quaestio, oltre al riferimento sopra citato nell’Inferno: dalle avvertenze circa il metodo della scienza alla dottrina del bene come fine e del fine come felicità, dalla classificazione delle virtù etiche alla dottrina della giustizia e dell’equità, dalla distinzione delle parti dell’anima alla trattazione della prudenza, dalla classificazione dei peccati, che sta alla base dell’ordinamento morale dell’Inferno, alla dottrina dell’amicizia e alla supremazia della vita contemplativa.

@ SE TU RIGUARDI BEN QUESTA SENTENZA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come udirai con aperta ragione

11^ canto dell’Inferno

La tipologia dei dannati.

Nel sesto cerchio dell’Inferno, la città di Dite. Virgilio al poeta: «Figliolo mio, oltre questi massi ci sono
tre piccoli cerchi che scendono verso il basso gradatamente, come quelli che lasci. Sono tutti colmi di spiriti maledetti; ma affinché poi ti sia sufficiente soltanto il vedere, odi con attenzione in che modo e per quale motivo sono stretti insieme. Di ogni mala azione, che procura l’avversione presso Dio, lo scopo è la lesione di un diritto, e ogni tale scopo lede gli altri o con l’aperta violenza o con la frode.

«Ma poiché la frode è un peccato proprio dell’uomo, spiace di più a Dio; e perciò i peccatori di frode stanno di sotto, e li grava più dolore. Il primo cerchio è completamente dei violenti; ma poiché si esercita violenza contro tre categorie di persone, è suddiviso e messo insieme in tre gironi. Si può esercitare violenza contro Dio, contro di sé, contro il prossimo, dico contro di loro e contro i loro beni, come apprenderai con una chiara spiegazione.

«Contro il prossimo s’infliggono morte per atto di violenza fisica e ferite dolorose, e contro i suoi averi rovine di case, incendi e ruberie dannose; e il primo girone strazia in vari gruppi, tutti gli omicidi e ciascuno che infligge ferite ingiustamente, i guastatori e i predoni. Uno può avere la mano violenta contro di sé e contro i suoi averi; e perciò nel secondo girone è inevitabile che si dolga inutilmente chiunque si tolga la vita, sperperi e dissipi il suo patrimonio, e soffra là dove dovrebbe essere lieto. Si può esercitare violenza contro la divinità, rinnegandola internamente e bestemmiandola con le parole, e disprezzando la natura e la sua virtù; e perciò il girone minore imprime la sua impronta come con un sigillo sia sui sodomiti sia sugli usurai e su chi parla disprezzando intimamente Dio.

«La frode, da cui è intaccata la coscienza di ognuno, uno può esercitarla contro colui che ha ragione di fidarsi di lui e contro colui che non accoglie in sé la fiducia. Questo tipo di frode detto per ultimo è evidente che recida proprio il legame istintivo che la natura crea tra gli uomini; e nel secondo cerchio ci sono ipocriti, adulatori e maghi e indovini, falsari, ladri e simoniaci, ruffiani e seduttori, barattieri e colpevoli similmente sozzi. Con il tipo di frode precedente si distrugge quel legame istintivo che la natura crea tra gli uomini, e quello che poi si aggiunge, da cui si genera un rapporto di fiducia speciale; e nel cerchio minore, dov’è il luogo dell’universo in cui sta Lucifero, sono consumati in eterno tutti i traditori».

@ COME UDIRAI CON APERTA RAGIONE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

10^ canto dell’Inferno.

(Canto decimo, ove tratta del sesto cerchio de l’inferno e de la pena de li eretici, e in forma d’indovinare in persona di messer Farinata predice molte cose e di quelle che avvennero a Dante, e solve una questione.)

Ora sen va per un secreto calle,

tra ‘l muro de la terra e li martìri,

lo mio maestro, e io dopo le spalle.

«O virtù somma, che per li empi giri

mi volvi», cominciai, «com’a te piace,

parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.

La gente che per li sepolcri giace

potrebbesi veder? già son levati

tutt’i coperchi, e nessun guardia face».

E quelli a me: «Tutti saran serrati

quando di Iosafàt qui torneranno

coi corpi che là sù hanno lasciati.

Suo cimitero da questa parte hanno

con Epicuro tutti suoi seguaci,

che l’anima col corpo morta fanno.

Però a la dimanda che mi faci

quinc’entro satisfatto sarà tosto,

e al disio ancor che tu mi taci».

E io: «Buon duca, non tegno riposto

a te mio cuor se non per dicer poco,

e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».

«O Tosco che per la città del foco

vivo ten vai così parlando onesto,

piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto

di quella nobil patrïa natio,

a la qual forse fui troppo molesto».

Subitamente questo suono uscìo

d’una de l’arche; però m’accostai,

temendo, un poco più al duca mio.

Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?

Vedi là Farinata che s’è dritto:

da la cintola in sù tutto ‘l vedrai».

Io avea già il mio viso nel suo fitto;

ed el s’ergea col petto e con la fronte

com’avesse l’inferno a gran dispitto.

E l’animose man del duca e pronte

mi pinser tra le sepulture a lui,

dicendo: «Le parole tue sien conte».

Com’io al piè de la sua tomba fui,

guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,

mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».

Io ch’era d’ubidir disideroso,

non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;

ond’ei levò le ciglia un poco in suso;

poi disse: «Fieramente furo avversi

a me e a miei primi e a mia parte,

sì che per due fïate li dispersi».

«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,

rispuos’io lui, «l’una e l’altra fïata;

ma i vostri non appreser ben quell’arte».

Allor surse a la vista scoperchiata

un’ombra, lungo questa, infino al mento:

credo che s’era in ginocchie levata.

Dintorno mi guardò, come talento

avesse di veder s’altri era meco;

e poi che ‘l sospecciar fu tutto spento,

piangendo disse: «Se per questo cieco

carcere vai per altezza d’ingegno,

mio figlio ov’è? e perché non è teco?».

E io a lui: «Da me stesso non vegno:

colui ch’attende là, per qui mi mena

forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».

Le sue parole e ‘l modo de la pena

m’avean di costui già letto il nome;

però fu la risposta così piena.

Di sùbito drizzato gridò: «Come?

dicesti “elli ebbe”? non viv’elli ancora?

non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».

Quando s’accorse d’alcuna dimora

ch’io facëa dinanzi a la risposta,

supin ricadde e più non parve fora.

Ma quell’altro magnanimo, a cui posta

restato m’era, non mutò aspetto,

né mosse collo, né piegò sua costa;

e sé continüando al primo detto,

«S’elli han quell’arte», disse, «male appresa,

ciò mi tormenta più che questo letto.

Ma non cinquanta volte fia raccesa

la faccia de la donna che qui regge,

che tu saprai quanto quell’arte pesa.

E se tu mai nel dolce mondo regge,

dimmi: perché quel popolo è sì empio

incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?».

Ond’io a lui: «Lo strazio e’ l grande scempio

che fece l’Arbia colorata in rosso,

tal orazion fa far nel nostro tempio».

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,

«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo

sanza cagion con li altri sarei mosso.

Ma fu’ io solo, là dove sofferto

fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,

colui che la difesi a viso aperto».

«Deh, se riposi mai vostra semenza»,

prega’ io lui, «solvetemi quel nodo

che qui ha ‘nviluppata mia sentenza.

El par che voi veggiate, se ben odo,

dinanzi quel che ‘l tempo seco adduce,

e nel presente tenete altro modo».

«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,

le cose», disse, «che ne son lontano;

cotanto ancor ne splende il sommo duce.

Quando s’appressano o son, tutto è vano

nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,

nulla sapem di vostro stato umano.

Però comprender puoi che tutta morta

fia nostra conoscenza da quel punto

che del futuro fia chiusa la porta».

Allor, come di mia colpa compunto,

dissi: «Or direte dunque a quel caduto

che ‘l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,

fate i saper che ‘l fei perché pensava

già ne l’error che m’avete soluto».

E già ‘l maestro mio mi richiamava;

per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio

che mi dicesse chi con lu’ istava.

Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:

qua dentro è ‘l secondo Federico

e ‘l Cardinale; e de li altri mi taccio».

Indi s’ascose; e io inver’ l’antico

poeta volsi i passi, ripensando

a quel parlar che mi parea nemico.

Elli si mosse; e poi, così andando,

mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».

E io li sodisfeci al suo dimando.

«La mente tua conservi quel ch’udito

hai contra te», mi comandò quel saggio;

«e ora attendi qui», e drizzò ‘l dito:

«quando sarai dinanzi al dolce raggio

di quella il cui bell’occhio tutto vede,

da lei saprai di tua vita il vïaggio».

Appresso mosse a man sinistra il piede:

lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo

per un sentier ch’a una valle fiede,

che ‘nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67