Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio

25^ canto dellʼInferno.

Le metamorfosi secondo Ovidio.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Il poeta narra: “Ovidio taccia di Cadmo e di Aretusa, perché anche se componendo versi trasforma quello in serpente e quella in sorgente, io non lo invidio; perché due essenze una in faccia all’altra non trasformò mai così che ambedue le forme fossero docili a scambiare reciprocamente la loro materia”.

Figura del mito classico, Cadmo fu il fondatore di Tebe. Figlio del re fenicio Agenore, venuto in Grecia da Sidone, avrebbe seminato qui i denti di un drago da lui ucciso; da questi sarebbero nati dei guerrieri, trucidatisi poi a vicenda a eccezione di cinque, con l’aiuto dei quali Cadmo avrebbe fondato Tebe. Ovidio inventò la metamorfosi di costui in serpente, intesa come espiazione per aver ucciso il drago.

Figura del mito classico anch’essa, Aretusa fu una ninfa dell’Achea. Un giorno, di ritorno dalla caccia, fece un bagno nel fiume Alfeo. Il fiume si innamorò subito di lei, e assunse la figura umana. La ninfa fuggì, inseguita dal suo spasimante, e durante la fuga implorò il soccorso di Artemide, la quale intervenne mutandola in fonte. Poi la dea aprì la terra dove la ninfa si rifugiò prontamente; ma Alfeo si mutò di nuovo in fiume, per inseguirla sotto il mare fino all’isola Ortigia, vicino a Siracusa, dove entrambi riemersero dalle acque del mare, Aretusa sotto forma di sorgente cui Alfeo unì le proprie acque rimaste immuni dalla salsedine marina.

@ TACCIA DI CADMO E D’ARETUSA OVIDIO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Li altri due ‘l riguardavano, e ciascuno

25^ canto dell’Inferno.

I tre ladri fiorentini.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Dante narra: «Gli altri due lo guardavano, e ciascuno gridava: «Ohimè, Agnello, come ti trasformi! Vedi che già non sei né doppio né unico». Le due teste erano già divenute una sola, quando ci si mostrarono due forme corporee composte in una sola faccia, in cui erano smarrite le sembianze dell’uno e dell’altro. Le braccia diventarono due di quattro arti; le cosce con le gambe e il ventre e il petto divennero membra che non furono mai viste».

Buoso Donati, Puccio Sciancato e Agnello Brunelleschi, posti da Dante nella settima bolgia di questo cerchio tra i ladri, furono cittadini fiorentini. Su Buoso Donati, i primi commentatori della Commedia non furono da subito sulla stessa lunghezza d’onda nella identificazione del Buoso nominato dal poeta; per alcuni si trattava di Buoso degli Abati, fiorentino di famiglia ghibellina; per altri di Buoso Donati, zio di Corso, Piccarda e Forese Donati.

Per la critica più recente, vedi il Barbi, invece, si tratterebbe di quest’ultimo, in quanto “mai dai documenti di questa famiglia (Abati) un individuo di tal nome non appare”; potrebbe coincidere con un tale Buoso firmatario della pace detta ‘del Cardinal Latino’, e corrisponderebbe “benissimo per l’età agli altri quattro ladroni in cui Dante s’imbatte”, ancora il Barbi, cioè Puccio Sciancato, Agnolo Brunelleschi, Cianfa Donati e Francesco Cavalcanti.

Di Puccio Sciancato, membro della famiglia ghibellina dei Galigai (peraltro il solo dei ladri sunnominati a non subire la metamorfosi nella bolgia da uomo e serpente e viceversa), si disse dagli stessi commentatori che fu bandito insieme ai figli nel 1288, per essere riammesso a Firenze nel 1300. Infatti, si è trovato citato nei documenti relativi alla pace sopra riportata, oltre che con il nome proprio e con quello della famiglia, col soprannome, appunto ‘Sciancato’, che gli derivava ovviamente da qualche menomazione fisica.

Il terzo venne identificato, sempre dai suddetti commentatori, con Agnello o Agnolo Brunelleschi, quale discendente di una famiglia ghibellina di Firenze che, dopo il 1300, si schierò prima con i Guelfi Bianchi e poi con i Neri. Secondo le Chiose Selmi, “infino picciolo votava la borsa al padre e a la madre, poi votava la cassetta a la bottega e imbolava. Poi da grande entrava per le case altrui e vestiasi a modo di povero e faciasi la barba da vecchio”.

@ LI ALTRI DUE ‘L RIGUARDAVANO, E CIASCUNO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Non va co’ suoi fratei per un cammino

25^ canto dell’Inferno.

Caco.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Virgilio al poeta: «Questi è Caco, che, nella spelonca sul colle Aventino, produsse spesse volte un’ampia pozza di sangue. Non procede di comune accordo con gli altri centauri, a causa del furto che eseguì con frode della grande mandria che egli ebbe nelle vicinanze; per cui le sue condotte scellerate furono eliminate dalla clava di Ercole, che forse lo picchiò con cento percosse, e non ne sentì dieci».

Figura del mito classico, Caco, collocato da Dante nella settima bolgia di questo cerchio tra i ladri, fu figlio di Vulcano, metà uomo e metà bestia, che vomitava dalla bocca “inutili incendi” (Eneide, VIII, 259), era senza mezzi termini un ladro di bestiame, e la sua dimora si trovava in un antro del monte Aventino, a Roma, luogo lordo di sangue e di ossa umane, teatro dei suoi omicidi.

Un giorno rubò a Ercole quattro tori e quattro giovenche della mandria del re Gerione, che l’eroe aveva condotto con sé dalla Spagna dopo aver sconfitto costui. Così Ercole, scopertolo, lo uccise con una stretta delle sue braccia, e nel punto in cui accadde il fatto costruì l’Ara massima. Tale episodio fu riportato da Virgilio nell’Eneide (VIII, 193-268), dalla quale lo riprese il poeta, sebbene con la variante sulla morte del mostro: nell’opera virgiliana, Caco, come detto sopra, morì strangolato per la stretta della braccia di Ercole; nel canto di cui trattasi, sotto i colpi della clava dell’eroe.

Tutto ciò induce a ritenere che Dante riprendesse dall’episodio virgiliano per il tramite di un’opera compilativa o di qualche chiosa. Caco fu da egli elevato a simbolo della fraudolenza condannata nella stessa bolgia, come i centauri del primo girone del settimo cerchio erano stati eletti quali rappresentanti della violenza contro il prossimo.

@ NON VA CO’ SUOI FRATEI PER UN CAMMINO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani, 1970

24^ canto dell’Inferno.

(Canto XXIV, nel quale tratta de le pene che puniscono li furti, dove trattando de’ ladroni sgrida contro a’ Pistolesi sotto il vocabulo di Vanni Fucci, per la cui lingua antidice del tempo futuro; ed è la settima bolgia.)

In quella parte del giovanetto anno

che ‘l sole i crin sotto l’Acquario tempra

e già le notti al mezzo dì sen vanno,

quando la brina in su la terra assempra

l’imagine di sua sorella bianca,

ma poco dura a la sua penna tempra,

lo villanello a cui la roba manca,

si leva, e guarda, e vede la campagna

biancheggiar tutta; ond’ei si batte l’anca,

ritorna in casa, e qua e là si lagna,

come ‘l tapin che non sa che si faccia;

poi riede, e la speranza ringavagna,

veggendo ‘l mondo aver cangiata faccia

in poco d’ora, e prende suo vincastro

e fuor le pecorelle a pascer caccia.

Così mi fece sbigottir lo mastro

quand’io li vidi sì turbar la fronte,

e così tosto al mal giunse lo ‘mpiastro;

ché, come noi venimmo al guasto ponte,

lo duca a me si volse con quel piglio

dolce ch’io vidi prima a piè del monte.

Le braccia aperse, dopo alcun consiglio

eletto seco riguardando prima

ben la ruina, e diedemi di piglio.

E come quei ch’adopera ed estima,

che sempre par che ‘nnanzi si proveggia,

così, levando me sù ver’ la cima

d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia

dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;

ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».

Non era via da vestito di cappa,

ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,

potavam sù montar di chiappa in chiappa.

E se non fosse che da quel precinto

più che da l’altro era la costa corta,

non so di lui, ma io sarei ben vinto.

Ma perché Malebolge inver’ la porta

del bassissimo pozzo tutta pende,

lo sito di ciascuna valle porta

che l’una costa surge e l’altra scende;

noi pur venimmo al fine in su la punta

onde l’ultima pietra si scoscende.

La lena m’era del polmon sì munta

quand’io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,

anzi m’assisi ne la prima giunta.

«Omai convien che tu così ti spoltre»,

disse ‘l maestro; «ché, seggendo in piuma,

in fama non si vien, né sotto coltre;

sanza la qual chi sua vita consuma,

cotal vestigio in terra di sé lascia,

qual fummo in aere e in acqua la schiuma.

E però leva sù; vinci l’ambascia

con l’animo che vince ogne battaglia,

se col suo grave corpo non s’accascia.

Più lunga scala convien che si saglia;

non basta da costoro esser partito.

Se tu mi ‘ntendi, or fa sì che ti vaglia».

Leva’mi allor, mostrandomi fornito

meglio di lena ch’i’ non mi sentia,

e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».

Su per lo scoglio prendemmo la via,

ch’era ronchioso, stretto e malagevole,

ed erto più assai che quel di pria.

Parlando andava per non parer fievole;

onde una voce uscì de l’altro fosso,

a parole formar disconvenevole.

Non so che disse, ancor che sovra ‘l dosso

fossi de l’arco già che varca quivi;

ma chi parlava ad ire parea mosso.

Io era vòlto in giù, ma gli occhi vivi

non poteano ire al fondo per lo scuro;

per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi

da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;

ché, com’i’ odo quinci e non intendo,

così giù veggio e neente affiguro».

«Altra risposta», disse, «non ti rendo

se non lo far; ché la dimanda onesta

si de’ seguir con l’opera tacendo».

Noi discendemmo il ponte da la testa

dove s’aggiugne con l’ottava ripa,

e poi mi fu la bolgia manifesta:

e vidivi entro terribile stipa

di serpenti, e di sì diversa mena

che la memoria il sangue ancor mi scipa.

Più non si vanti Libia con sua rena;

ché se chelidri, iaculi e faree

produce, e cencri con anfisibena,

né tante pestilenzie né sì ree

mostrò già mai con tutta l’Etïopia

né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.

Tra questa cruda e tristissima copia

corrëan genti nude e spaventate,

sanza sperar pertugio o elitropia:

con serpi le man dietro avean legate;

quelle ficcavan per le ren la coda

e ‘l capo, ed eran dinanzi aggroppate.

Ed ecco a un ch’era da nostra proda,

s’avventò un serpente che ‘l trafisse

là dove ‘l collo a le spalle s’annoda.

Né O sì tosto mai né I si scrisse,

com’el s’accese e arse, e cener tutto

convenne che cascando divenisse;

e poi che fu a terra sì distrutto,

la polver si raccolse per sé stessa

e ‘n quel medesmo ritornò di butto.

Così per li gran savi si confessa

che la fenice more e poi rinasce,

quando al cinquecentesimo anno appressa;

erba né biado in sua vita non pasce,

ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,

e nardo e mirra son l’ultime fasce.

E qual è quel che cade, e non sa como,

per forza di demon ch’a terra il tira,

o d’altra oppilazion che lega l’omo,

quando si leva, che ‘ntorno si mira

tutto smarrito de la grande angoscia

ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:

tal era ‘l peccator levato poscia.

Oh potenza di Dio, quant’è severa,

che cotai colpi per vendetta croscia!

Lo duca il domandò poi chi ello era;

per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,

poco tempo è, in questa gola fiera.

Vita bestial mi piacque e non umana,

sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci

bestia, e Pistoia mi fu degna tana».

E ïo al duca: «Dilli che non mucci,

e domanda che colpa qua giù ‘l pinse;

ch’io ‘l vidi omo di sangue e di crucci».

E ‘l peccator, che ‘ntese, non s’infinse,

ma drizzò verso me l’animo e ‘l volto,

e di trista vergogna si dipinse;

poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto

ne la miseria dove tu mi vedi,

che quando fui de l’altra vita tolto.

Io non posso negar quel che tu chiedi;

in giù son messo tanto perch’io fui

ladro a la sagrestia d’i belli arredi,

e falsamente già fu apposto altrui.

Ma perché di tal vista tu non godi,

se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,

apri li orecchi al mio annunzio, e odi.

Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;

poi Fiorenza rinova genti e modi.

Tragge Marte vapor di Val di Magra

ch’è di torbidi nuvoli involuto;

e con tempesta impetüosa e agra

sovra Campo Picen fia combattuto;

ond’ei repente spezzerà la nebbia,

sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.

E detto l’ho perché doler ti debbia!».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Vita bestial mi piacque e non umana

24^ canto dell’Inferno.

Vanni Fucci.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. I due poeti sentono dire da Vanni Fucci: «Io caddi dalla Toscana, poco fa, in questa bolgia feroce. Praticai una vita di bestia e non di uomo, come il bastardo che fui; sono Vanni Fucci detto Bestia, e Pistoia fu il mio covo opportuno».

Vanni Fucci, posto da Dante nella settima bolgia di questo cerchio tra i ladri, fu figlio illegittimo di Fuccio de’ Lazzari, nobile pistoiese. Questi si rese protagonista, nel partito dei Guelfi Neri, delle lotte civili che imperversarono per anni nella sua città. Infatti, nel 1295 venne condannato in contumacia per fatti di sangue e di brigantaggio. Il poeta lo conobbe probabilmente nel 1292, quando serviva Firenze contro Pisa.

A proposito del furto che egli perpetrò nella cappella di san Iacopo della Cattedrale di Pistoia, il Sapegno a suo tempo scrisse: “Di quel furto, avvenuto a quanto pare nel primi mesi del ’93, le cronache contemporanee e i commentatori del poema ci danno versioni incerte e discordanti. Narrano che la colpa ne fosse ingiustamente attribuita a un Rampino Foresi (o Vergellesi), che corse rischio di morire impiccato.

“Più tardi la verità del fatto venne a galla, e uno dei complici di Vanni Fucci, il notaio Vanni della Monna, fu condannato a morte; ma il principale colpevole dovette sottrarsi alla pena fuggendo; e anzi, poiché egli si duole qui d’esser trovato fra i ladri da Dante e questi finge di non sapere la causa per cui è punito in maniera così infamante, convien ritenere che la sua partecipazione al furto venisse accertata solo dopo la sua morte, avvenuta poco prima del marzo del 1300”.

@ VITA BESTIAL MI PIACQUE E NON UMANA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

Erba né biado in sua vita non pasce

24^ canto dell’Inferno.

La fenice.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Dante narra: “Né la O né la I si scrissero mai così rapidamente, come egli avvampò e fu infuocato, e avvenne che cadendo divenisse tutto cenere; e dopo che fu così disfatto totalmente a terra, la cenere si addensò da sola e ridiventò di colpo lo stesso dannato. Così è asserito dagli insigni sapienti che la fenice muore e poi torna a nascere, ogni volta che si viene vicino nel tempo al cinquecentesimo anno; nella sua vita non si nutre di erbe né di vegetali seminati dall’uomo, ma solo di gocce di incenso e di amomo, e le bende funebri sono il nardo e la mirra”.

Figura del mito classico, la fenice fu un uccello sacro agli antichi Egizi, di cui parlarono in abbondanza letterati e astrologi. Erodoto la descrisse come una grande aquila, con le piume estremamente variopinte. Originaria dell’Etiopia, viveva almeno cinquecento anni, fino a quando, arrivata al termine della sua esistenza, si costruiva un nido per morirvi bruciata. Dalle ceneri, ne nasceva un’altra, che volava in Egitto, a Eliopoli, in cui era consacrata nel tempio del Sole, per tornare poi in Etiopia a vivere una lunghissima vita.

Il poeta, con il riferimento sopra citato, nel quale la velocità della morte e della sua rinascita è paragonata alla mutazione di Vanni Fucci colpito da un serpente, di cui si parlerà in separata sede, sembrò credere, asserisce più di qualche antico commentatore della Commedia, alla realtà effettiva della fenice, peraltro usata dai poeti suoi contemporanei come metafora per descrivere il personaggio dell’amante.

@ ERBA NÉ BIADO IN SUA VITA NON PASCE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Più non si vanti Libia con sua rena

24^ canto dell’Inferno.

Serpenti.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Il poeta narra: “Noi discendemmo il ponte fino alla sua estremità dove si unisce con l’argine che divide la settima dall’ottava bolgia, e poi mi apparve la bolgia; e vi vidi dentro una terribile calca di serpenti, e di una qualità così mostruosa che il ricordo tuttora mi disperde il sangue. La Libia non si lodi più del suo deserto; perché se genera chelidri, iaculi e faree, e cencri con anfisibene, mai lasciò vedere né tanti animali pestiferi né così velenosi con tutta l’Etiopia né con ciò che si trova presso il Mar Rosso”.

Figure della letteratura latina, descritte da Lucano nella Farsaglia, questi serpenti furono favolosi esseri del deserto libico. Cominciamo dai chelidri: serpenti anfibi, i quali avanzavano senza torsione del corpo e sollevando al loro passaggio spirali di vapore.

Gli iaculi, per l’Ottimo commento, uno dei più rilevanti commenti del Trecento alla Commedia, erano serpenti volanti: “… li iaculi assaliscono gli uccelli in su li arbori… onde son detti iaculi, cioè, lancianti”, e per il Buti, uno dei primi commentatori della predetta: “questa è un’altra spezie che si lancia, e trafora quel che percuote, come una lancia o una saetta”.

Le faree, citate da Dante al femminile rispetto al phareas di Lucano, che è nome maschile, si muovevano in direzione dritta facendo un solco per terra con la coda. E i cencri, velenosissimi, con la pelle variegata in piccole macchie simili a chicchi di miglio e dall’andatura irregolare. Sempre il Buti: “Cencri, questa è una specie di serpenti, che sempre va torcendosi, e non va mai diritto”.

Infine, le anfisibene. Questi serpenti avevano una testa a ognuna delle estremità, ed erano in grado di muoversi in una direzione o nell’altra.

@ PIÙ NON SI VANTI LIBIA CON SUA RENA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

23^ canto dell’Inferno.

(Canto XXIII, nel quale tratta de la divina vendetta contra l’ipocriti; del quale peccato sotto il vocabulo di due cittadini di Bologna abomina l’auttore li bolognesi, e li giudei sotto il nome d’Anna e di Caifas; e qui è la sesta bolgia.)

Taciti, soli, sanza compagnia

n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,

come frati minor vanno per via.

Vòlt’era in su la favola d’Isopo

lo mio pensier per la presente rissa,

dov’el parlò de la rana e del topo;

ché più non si pareggia ‘mo’ e ‘issa’

che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia

principio e fine con la mente fissa.

E come l’un pensier de l’altro scoppia,

così nacque di quello un altro poi,

che la prima paura mi fé doppia.

Io pensava così: «Questi per noi

sono scherniti con danno e con beffa

sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.

Se l’ira sovra ‘l mal voler s’aggueffa,

ei ne verranno dietro più crudeli

che ‘l cane a quella lievre ch’elli acceffa».

Già mi sentia tutti arricciar li peli

de la paura e stava in dietro intento,

quand’io dissi: «Maestro, se non celi

te e me tostamente, i’ ho pavento

d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;

io li ‘magino sì, che già li sento».

E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,

l’imagine di fuor tua non trarrei

più tosto a me, che quella dentro ‘mpetro.

Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ‘ miei,

con simile atto e con simile faccia,

sì che d’intrambi un sol consiglio fei.

S’elli è che sì la destra costa giaccia,

che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,

noi fuggirem l’imaginata caccia».

Già non compié di tal consiglio rendere,

ch’io li vidi venir con l’ali tese

non molto lungi, per volerne prendere.

Lo duca mio di sùbito mi prese,

come la madre ch’al romore è desta

e vede presso a sé le fiamme accese,

che prende il figlio e fugge e non s’arresta,

avendo più di lui che di sé cura,

tanto che solo una camiscia vesta;

e giù dal collo de la ripa dura

supin si diede a la pendente roccia,

che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.

Non corse mai sì tosto acqua per doccia

a volger ruota di molin terragno,

quand’ella più verso le pale approccia,

come ‘l maestro mio per quel vivagno,

portandosene me sovra ‘l suo petto,

come suo figlio, non come compagno.

A pena fuoro i piè suoi giunti al letto

del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle

sovresso noi; ma non lì era sospetto:

ché l’alta provedenza che lor volle

porre ministri de la fossa quinta,

poder di partirs’ indi a tutti tolle.

Là giù trovammo una gente dipinta

che giva intorno assai con lenti passi,

piangendo e nel sembiante stanca e vinta.

Elli avean cappe con cappucci bassi

dinanzi a li occhi, fatte de la taglia

che in Clugnì per li monaci fassi.

Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;

ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,

che Federigo le mettea di paglia.

Oh in etterno faticoso manto!

Noi ci volgemmo ancor pur a man manca

con loro insieme, intenti al tristo pianto;

ma per lo peso quella gente stanca

venìa sì pian, che noi eravam nuovi

di compagnia ad ogne mover d’anca.

Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi

alcun ch’al fatto o al nome si conosca,

e li occhi, sì andando, intorno movi».

E un che ‘ntese la parola tosca,

di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,

voi che correte sì per l’aura fosca!

Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».

Onde ‘l duca si volse e disse: «Aspetta,

e poi secondo il suo passo procedi».

Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta

de l’animo, col viso, d’esser meco;

ma tardavali ‘l carco e la via stretta.

Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco

mi rimiraron sanza far parola;

poi si volsero in sé, e dicean seco:

«Costui par vivo a l’atto della gola;

e s’e’ son morti, per qual privilegio

vanno scoperti de la grave stola?».

Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio

de l’ipocriti tristi se’ venuto,

dir chi tu se’ non avere in dispregio».

E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto

sovra ‘l bel fiume d’Arno a la gran villa,

e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.

Ma voi chi siete, a cui tanto distilla

quant’i’ veggio dolor giù per le guance?

e che pena è in voi che sì sfavilla?».

E l’un rispuose a me: «Le cappe rance

son di piombo sì grosse, che li pesi

fan così cigolar le lor bilance.

Frati godenti fummo, e bolognesi;

io Catalano e questi Loderingo

nomati, e da tua terra insieme presi

come suole esser tolto un uom solingo,

per conservar sua pace; e fummo tali,

ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».

Io cominciai: «O frati, i vostri mali…»;

ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse

un, crucifisso in terra con tre pali.

Quando mi vide, tutto si distorse,

soffiando ne la barba con sospiri;

e ‘l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,

mi disse: «Quel confitto che tu miri,

consigliò i Farisei che convenia

porre un uom per lo popolo a’ martìri.

Attraversato è, nudo, ne la via,

come tu vedi, ed è mestier ch’el senta

qualunque passa, come pesa, pria.

E a tal modo il socero si stenta

in questa fossa, e li altri dal concilio

che fu per li Giudei mala sementa».

Allor vid’io maravigliar Virgilio

sovra colui ch’era disteso in croce

tanto vilmente ne l’etterno essilio.

Poscia drizzò al frate cotal voce:

«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci

s’a la man destra giace alcuna foce

onde noi amendue possiamo uscirci,

sanza costrigner de li angeli neri

che vegnan d’esto fondo a dipartirci».

Rispuose adunque: «Più che tu non speri

s’appressa un sasso che da la gran cerchia

si move e varca tutt’i vallon feri,

salvo che ‘n questo è rotto e nol coperchia;

montar potrete su per la ruina,

che giace in costa e nel fondo soperchia».

Lo duca stette un poco a testa china;

poi disse: «Mal contava la bisogna

colui che i peccator di qua uncina».

E ‘l frate: «Io udi’ già dire a Bologna

del diavol vizi assai, tra ‘ quali udi’

ch’elli è bugiardo e padre di menzogna».

Appresso il duca a gran passi sen gì,

turbato un poco d’ira nel sembiante;

ond’io da li ‘ncarcati mi parti’

dietro a le poste de le care piante.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Attraversato è, nudo, ne la via

23^ canto dell’Inferno.

Caifas.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Sesta bolgia. Il poeta sente dire da Catalano de’ Malavolti: «Quel conficcato che tu guardi, consigliò i Farisei che era conveniente crocifiggere un solo uomo per il bene del popolo. È posto di traverso, nudo, sulla strada, per quel che tu vedi, ed è necessario che egli senta su di sé quanto sia pesante ognuno che passa, prima che sia passato sul suo corpo. E analogamente in questa bolgia è tormentato il suocero, e gli altri dell’alta assemblea che fu causa di male per gli Ebrei».

Figura biblica, Caifas, collocato da Dante nella sesta bolgia di questo cerchio tra gli ipocriti, fu sommo sacerdote di Gerusalemme dal 18 a.C. al 36 a.C., e di lui i Vangeli ci hanno tramandato la sua responsabilità nell’opposizione della classe sacerdotale giudea contro Cristo. Infatti, Matteo, e non solo lui (Matteo, 26,3 e 57, Luca, 3,2 e Giovanni, 11,50, 28, 14 e 24), riportò che, in una riunione appositamente organizzata, si decise la cattura e la messa a morte del Salvatore. Il quale, condotto alla presenza di Caifas, dichiarò di essere il Figlio di Dio, ricevendo in risposta che stava bestemmiando.

Il passo dantesco fu chiosato dall’Anonimo Fiorentino, tra i primi commentatori della Commedia, che scrisse: “Questo crucifisso fu Caifasso, il quale, quando Cristo fu crucifisso da’ Giudei, elli era Pontefice maggiore; e disse in sua diceria, che si convenia che uno morisse per lo popolo, e Cristo fosse esso. E perciò che ipocritamente consigliò per lo popolo, per la giustizia conviene che ogni gente lo scalpiti e vadali addosso”.

@ ATTRAVERSATO È, NUDO, NE LA VIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Frati godenti fummo, e bolognesi

23^ canto dell’Inferno.

Catalano de’ Malavolti e Loderingo degli Andalò.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno. Malebolge. Sesta bolgia. Catalano de’ Malavolti a Dante: «Le cappe di piombo giallo dorato sono così grosse, che il peso ci fa gemere come i pesi fanno cigolare le loro bilance. Fummo frati gaudenti, e bolognesi; chiamati io Catalano e questi Loderingo, e nominati insieme podestà dalla tua città per salvaguardare la sua pace, mentre è solito essere assunta all’ufficio una persona sola; e ci comportammo in modo tale, che la nostra opera è visibile ancora presso il Guardingo».

Catalano de’ Malavolti e Loderingo degli Andalò, posti dal poeta nella sesta bolgia di questo cerchio tra gli ipocriti, furono membri della confraternita dei Cavalieri della Beata Maria Vergine Gloriosa detta dei frati gaudenti. Il poeta li fece assurgere a simboli del peccato di ipocrisia nella bolgia dove tutti sembrano frati. Il primo, guelfo bolognese, fu tra i primi appartenenti all’ordine. Il secondo, membro di una nobile famiglia ghibellina di Bologna, fu podestà in diverse città, a Bologna due volte e a Firenze una, con frate Catalan.

A proposito di questo ordine religioso, lo stesso ebbe origine all’epoca della crociata contro gli Albigesi, all’alba del 1200, e successivamente rifondato a Bologna nel 1260, tra gli altri proprio da Loderingo degli Andalò (la regola fu approvata da Urbano IV nel 1261). Fini dichiarati dell’ordine era la lotta spietata alle eresie, nonché la difesa degli interessi della Chiesa di Roma nel contesto dei Comuni.

I suoi appartenenti avevano la concessione di recare con sé le armi, come se fosse stato un vero e proprio ordine militare, per sedare eventuali tumulti civili. Tuttavia, questi cavalieri non disdegnarono la vita secolare e politica, per cui l’epiteto di “gaudenti”, che risale probabilmente al fatto che gli stessi si erano imposti di servire con gioia Dio, col tempo assunse per la gente comune un valore spregiativo.

@ FRATI GODENTI FUMMO, E BOLOGNESI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1991 e successive ristampe