Nullo martiro, fuor che la tua rabbia

14^ canto dellʼInferno.

Capaneo.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Virgilio a Capaneo: «O Capaneo, in ciò che la tua superbia non si spegne, tu sei più castigato; nessun tormento, eccetto che la tua rabbia, sarebbe alla tua ira rabbiosa un tormento compiutamente adeguato».

Figura del mito classico, Capaneo, posto dal poeta nel terzo girone di questo cerchio tra i bestemmiatori, fu uno dei “Sette contro Tebe”, vale a dire i sette sovrani ellenici (secondo la versione vulgata del mito: Adrasto, capo della spedizione, Tideo, Ippomedonte, Partenopeo, Anfiarao, lo stesso Capaneo e Polinice) che posero a Tebe il primo assedio per ridarne il regno a Polinice cui il fratello Eteocle l’aveva defraudato. Tutti, tranne Adrasto, morirono nell’impresa, che forma l’argomento della Tebaide di Stazio.

Capaneo, sulle mura della città, ebbro della vittoria appena conseguita, e sicuro della propria forza, sfidò Giove a difendere la città, così che il capo degli dèi testé gli scagliò contro un fulmine. Già colpito, rimase ancora in piedi per un poco, ed esalò l’ultimo respiro ergendo la testa verso le stelle, sì sconfitto ma nemmeno lontanamente pronto ad accettare il suo destino.

Dalla mitologia alla letteratura, grazie al poeta, il cammino di questo personaggio è stato breve. Non a caso, egli lo collocò in questo girone, raffigurandolo in preda a un’empietà indomita, corrispondente, del resto, alla sua potenza fisica fedele a quella tramandata dalla mitologia.

@ NULLO MARTIRO, FUOR CHE LA TUA RABBIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

13^ canto dell’Inferno.

(Canto XIII, ove tratta de l’esenzia del secondo girone ch’è nel settimo circulo, dove punisce coloro ch’ebbero contra sé medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo sé ma guastando i loro beni.)

Non era ancor di là Nesso arrivato,

quando noi ci mettemmo per un bosco

che da neun sentiero era segnato.

Non fronda verde, ma di color fosco;

non rami schietti, ma nodosi e ‘nvolti;

non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.

Non han sì aspri sterpi né sì folti

quelle fiere selvagge che ‘n odio hanno

tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,

che cacciar de le Strofade i Troiani

con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,

piè con artigli, e pennuto ‘l gran ventre;

fanno lamenti in su l’alberi strani.

E ‘l buon maestro «Prima che più entre,

sappi che se’ nel secondo girone»,

mi cominciò a dire, «e sarai mentre

che tu verrai ne l’orribil sabbione.

Però riguarda ben; sì vederai

cose che torrien fede al mio sermone».

Io sentia d’ogne parte trarre guai

e non vedea persona che ‘l facesse;

per ch’io tutto smarrito m’arrestai.

Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse

che tante voci uscisser, tra quei bronchi,

da gente che per noi si nascondesse.

Però disse ‘l maestro: «Se tu tronchi

qualche fraschetta d’una d’este piante

li pensier c’hai si faran tutti monchi».

Allor porsi la mano un poco avante

e colsi un ramicel da un gran pruno;

e ‘l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».

Da che fatto fu poi di sangue bruno,

ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?

non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:

ben dovrebb’esser la tua man più pia,

se state fossimo anime di serpi».

Come d’un tizzo verde ch’arso sia

da l’un de’ capi, che da l’altro geme

e cigola per vento che va via,

sì de la scheggia rotta usciva insieme

parole e sangue; ond’io lasciai la cima

cadere, e stetti come l’uom che teme.

«S’elli avesse potuto creder prima»,

rispuose ‘l savio mio, «anima lesa,

ciò c’ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;

ma la cosa incredibile mi fece

indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, sì che ‘n vece

d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi

nel mondo sù, dove tornar li lece».

E ‘l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,

ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi

perch’ïo un poco a ragionar m’inveschi.

Io son colui che tenni ambo le chiavi

del cor di Federigo, e che le volsi,

serrando e diserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;

fede portai al glorïoso offizio,

tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ‘ polsi.

La meretrice che mai da l’ospizio

di Cesare non torse li occhi putti,

morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;

e li ‘nfiammati infiammar sì Augusto,

che ‘ lieti onor tornaro in tristi lutti.

L’animo mio, per disdegnoso gusto,

credendo col morir fuggir disdegno,

ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d’esto legno

vi giuro che già mai non ruppi fede

al mio segnor, che fu d’onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,

conforti la memoria mia, che giace

ancor del colpo che ‘nvidia le diede».

Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,

disse ‘l poeta a me, «non perder l’ora;

ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».

Ond’ïo a lui: «Domandal tu ancora

di quel che credi ch’a me satisfaccia;

ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».

Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia

liberamente ciò che ‘l tuo dir priega,

spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di dirne come l’anima si lega

in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,

s’alcuna mai di tai membra si spiega».

Allor soffiò il tronco forte, e poi

si convertì quel vento in cotal voce:

«Brievemente sarà risposto a voi.

Quando si parte l’anima feroce

dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,

Minòs la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;

ma là dove fortuna la balestra,

quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra:

l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,

fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l’altre verrem per nostre spoglie,

ma non però ch’alcuna sen rivesta,

ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.

Qui le strascineremo, e per la mesta

selva saranno i nostri corpi appesi,

ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».

Noi eravamo ancora al tronco attesi,

credendo ch’altro ne volesse dire,

quando noi fummo d’un romor sorpresi,

similemente a colui che venire

sente ‘l porco e la caccia a la sua posta,

ch’ode le bestie, e le frasche stormire.

Ed ecco due da la sinistra costa,

nudi e graffiati, fuggendo sì forte,

che de la selva rompieno ogne rosta.

Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».

E l’altro, cui pareva tardar troppo,

gridava: «Lano, sì non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!».

E poi che forse li fallia la lena,

di sé e d’un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena

di nere cagne, bramose e correnti

come veltri ch’uscisser di catena.

In quel che s’appiattò miser li denti,

e quel dilaceraro a brano a brano;

poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,

e menommi al cespuglio che piangea

per le rotture sanguinenti in vano.

«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,

che t’è giovato di me fare schermo?

che colpa ho io de la tua vita rea?».

Quando ‘l maestro fu sovr’esso fermo,

disse: «Chi fosti, che per tante punte

soffi con sangue doloroso sermo?».

Ed elli a noi: «O anime che giunte

siete a veder lo strazio disonesto

c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.

I’ fui de la città che nel Batista

mutò ‘l primo padrone; ond’ei per questo

sempre con l’arte sua la farà trista;

e se non fosse che ‘n sul passo d’Arno

rimane ancor di lui alcuna vista,

que’ cittadin che poi la rifondarno

sovra ‘l cener che d’Attila rimase,

avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

I’ fui de la città che nel Batista

13^ canto dell’Inferno.

Lotto degli Agli.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Secondo girone. I due poeti sentono dire da Lotto degli Agli: «O anime che siete arrivate per vedere la lacerazione indecorosa che ha così staccato da me i miei ramoscelli, raccoglieteli alla base del cespuglio sventurato. Nacqui nella città che cambiò col Battista il primo patrono; per cui egli per questo la contristerà ogni volta con la guerra; e se non fosse che presso il Ponte Vecchio rimane ancora di lui una figura comunque ridotta, quei cittadini che poi la fondarono di nuovo sopra le macerie che rimasero dopo Attila, avrebbero fatto lavorare inutilmente i costruttori. Io trasformai la mia casa in un luogo di supplizio per me».

Lotto degli Agli, collocato da Dante nel secondo girone di questo cerchio tra i suicidi, visse a Firenze nel XIII^ secolo, e fu citato quale professor iuris in un documento del 1273, con cui Carlo I d’Angiò gli affidò, unitamente a Guglielmo Martini, un giurisperito anch’egli fiorentino, l’incarico di riportare la pace tra i Guelfi di Massa. La sua carriera politico-burocratica si svolse fuori Firenze, anche se fu membro del collegio dei priori nel bimestre 15 Aprile-15 Giugno 1285, la carica ricoperta poi da Dante nel bimestre 15 Giugno-15 Agosto 1300.

Spesso fu chiamato a ricoprire le funzioni di giudice, a Bologna nel 1266 e nelle Marche nel 1267, di capitano del popolo, a Cremona nel 1277 e a San Miniato nel 1293, di podestà, a San Miniato nel 1282 e, passando in varie località in anni diversi, a Borgo San Sepolcro nel 1291, per suicidarsi subito dopo, impiccandosi in casa propria, a causa del disonore provato per un falso perpetrato in qualità di giudice.

A proposito di questo personaggio, giova tuttavia ricordare che alcuni dei primi commentatori della Commedia (Benvenuto da Imola e il Buti su tutti) misero in dubbio che la paternità della voce che si rivolge al poeta fosse la sua, attribuendola a tale Rocco de’ Mozzi, anche lui suicida. Anche se altrettanti, il Graziolo, il Lana e l’Anonimo, optarono per il giudice fiorentino. Pertanto, in mancanza di testimonianze risolutive, si è ritenuto di attenersi a quest’ultima interpretazione.

@ I’ FUI DE LA CITTÀ CHE NEL BATISTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io son colui che tenni ambo le chiavi

13^ canto dell’Inferno.

Pier della Vigna.

Nel secondo girone del settimo cerchio dell’Inferno. Pier della Vigna a Virgilio: «Mi aduli così con dilettevoli parole, che non posso tacere; e per questo non v’infastidisca per quanto io mi lasci invischiare a parlare un poco. Io sono colui che tenne ambedue le chiavi del cuore di Federico, e che le girò, chiudendo e aprendo, così delicatamente, che allontanai quasi ognuno dalla sua confidenza; provai fedeltà per la gloriosa carica, tanto che per questo perdetti la pace e la vita».

Pier della Vigna, posto da Dante nel secondo girone di questo cerchio, nacque a Capua intorno al 1190 da un’umile famiglia, e nonostante ciò riuscì a compiere gli studi a Bologna. Appena trentenne, su raccomandazione dell’arcivescovo di Palermo, fu accolto presso la corte di Federico II con la duplice funzione di notaio e scrittore della cancelleria imperiale. Eletto nel 1225 a giudice della Magna Curia, nel 1247 fu insignito del prestigioso titolo di “imperialis aulae protonotarius et regni Siciliae logotheta“, vale a dire primo segretario e portavoce ufficiale dell’imperatore.

Nel frattempo, tra la redazione di un atto di governo e una missione diplomatica nei paesi stranieri, ovviamente intendendo con ciò anche gli stati piccoli e grandi disseminati nella penisola italica, si dilettò a poetare in volgare, svettando con il sonetto Amando con fin core, e a redigere un apprezzatissimo epistolario. Infine, nel febbraio 1249, mentre era in missione a Cremona, venne arrestato; ciò portò alla privazione di tutte le sue cariche.

Pier della Vigna si suicidò un paio di mesi dopo quella infausta giornata. Tra le versioni della sua tragica fine, che circolarono subito dopo, ne ricordiamo un paio, quanto al luogo e alle modalità: nella rocca di San Miniato, battendo la testa contro il muro della prigione, nella chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno a Pisa, sfracellandosi la testa sulla parete esterna. Anche le cause che provocarono la sua caduta in disgrazia sono alquanto contraddittorie. Quella più accreditata ci riporta a una congiura di palazzo organizzata dai nobili della corte, invidiosi della vertiginosa ascesa ai vertici dell’amministrazione da parte dell’umile Pietro, tesi peraltro riportata dal poeta e accolta da quasi tutti i commentatori contemporanei della Commedia, nonché da qualche moderno.

@ IO SON COLUI CHE TENNI AMBO LE CHIAVI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno

13^ canto dell’Inferno

Le Arpie.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Secondo girone. Il poeta narra: “Lì nidificano le sozze Arpie, che scacciarono i Troiani dalle Strofadi con la funesta predizione di futura rovina. Hanno ali larghe, e colli e volti umani, zampe con artigli, e il grande ventre ricoperto di penne; emettono lamenti terrificanti sugli alberi”.

Figure del mito classico, le Arpie, collocate da Dante nel secondo girone di questo cerchio, furono raffigurate come grandi creature alata dal volto di fanciulla, dotate di una rapidità straordinaria e particolarmente portatrici di distruzione. Fineo, re di Arcadia, avendo accecato i propri figli, e reso a sua volta cieco, fu per punizione angustiato da queste creature che gli lordavano tutti i cibi; ne fu liberato da Zeto e Calai i quali, grati per l’ospitalità che il re aveva concessa agli Argonauti, con il provvidenziale soccorso di Ercole le cacciarono dall’Arcadia inseguendole fino alle Strofadi, dove le incontrò Enea, secondo quanto Virgilio riportò nell’Eneide.

I Troiani, sbarcati in quelle isole, avevano ucciso alcune giovani vacche, non sapendo che le isole erano presidiate dalle Arpie e ne custodivano gli armenti. Appena sedutisi a banchetto, esse scesero a capofitto sui cibi, afferrandoli rabbiosamente e imbrattando tutte le suppellettili. Allora ai Troiani non rimase altro da fare che rifugiarsi in un luogo sicuro, dove si difesero strenuamente dai ripetuti attacchi. E Celeno, una di loro, le altre essendo Ocipete e Aello, vista l’inutilità di quegli attacchi, predisse loro future sventure.

Secondo i primi commentatori della Commedia, tra tutti i figli del poeta, Iacopo e Pietro, essendo il comportamento delle Arpie quello di imbrattare tutte le cose che incontravano, rendendole inutilizzabili e quindi distruggendole, ciò si confaceva ai suicidi, che gettarono alla ortiche la propria vita.

@ QUIVI LE BRUTTE ARPIE LOR NIDI FANNO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

12^ canto dell’Inferno.

(Canto XII, ove tratta del discendimento nel settimo cerchio d’inferno, e de le pene di quelli che fecero forza in persona de’ tiranni, e qui tratta di Minotauro e del fiume del sangue, e come per uno centauro furono scorti e guidati sicuri oltre il fiume.)

Era lo loco ov’a scender la riva

venimmo, alpestro e, per quel che v’er’anco,

tal, ch’ogne vista ne sarebbe schiva.

Qual è quella ruina che nel fianco

di qua da Trento l’Adice percosse,

o per tremoto o per sostegno manco,

che da cima del monte, onde si mosse,

al piano è sì la roccia discoscesa,

ch’alcuna via darebbe a chi sù fosse:

cotal di quel burrato era la scesa;

e ‘n su la punta de la rotta lacca

l’infamïa di Creti era distesa

che fu concetta ne la falsa vacca;

e quando vide noi, sé stesso morse,

sì come quei cui l’ira dentro fiacca.

Lo savio mio inver’ lui gridò: «Forse

tu credi che qui sia ‘l duca d’Atene,

che sù nel mondo la morte ti porse?

Pàrtiti, bestia, ché questi non vene

ammaestrato da la tua sorella,

ma vassi per veder le vostre pene».

Qual è quel toro che si slaccia in quella

c’ha ricevuto già ‘l colpo mortale,

che gir non sa, ma qua e là saltella,

vid’io lo Minotauro far cotale;

e quello accorto gridò: «Corri al varco;

mentre ch’e’ ‘nfuria, è buon che tu ti cale».

Così prendemmo via giù per lo scarco

di quelle pietre, che spesso moviensi

sotto i miei piedi per lo novo carco.

Io gia pensando; e quei disse: «Tu pensi

forse a questa ruina, ch’è guardata

da quell’ira bestial ch’i’ ora spensi.

Or vo’ che sappi che l’altra fïata

ch’i’ discesi qua giù nel basso inferno,

questa roccia non era ancor cascata.

Ma certo poco pria, se ben discerno,

che venisse colui che la gran preda

levò a Dite del cerchio superno,

da tutte parti l’alta valle feda

tremò sì, ch’i’ pensai che l’universo

sentisse amor, per lo qual è chi creda

più volte il mondo in caòsso converso;

e in quel punto questa vecchia roccia,

qui e altrove, tal fece riverso.

Ma ficca li occhi a valle, ché s’approccia

la riviera del sangue in la qual bolle

qual che per vïolenza in altrui noccia».

Oh cieca cupidigia e ira folle,

che sì ci sproni ne la vita corta,

e ne l’etterna poi sì mal c’immolle!

Io vidi un’ampia fossa in arco torta,

come quella che tutto ‘l piano abbraccia,

secondo ch’avea detto la mia scorta;

e tra ‘l piè de la ripa ed essa, in traccia

corrien centauri, armati di saette,

come solien nel mondo andare a caccia.

Veggendoci calar, ciascun ristette,

e de la schiera tre si dipartiro

con archi e asticciuole prima elette;

e l’un gridò da lungi: «A qual martiro

venite voi che scendete la costa?

Ditel costinci; se non, l’arco tiro».

Lo mio maestro disse: «La risposta

farem noi a Chirón costà di presso:

mal fu la voglia tua sempre sì tosta».

Poi mi tentò, e disse: «Quelli è Nesso,

che morì per la bella Deianira,

e fé di sé la vendetta elli stesso.

E quel di mezzo, ch’al petto si mira,

è il gran Chirón, il qual nodrì Achille;

quell’altro è Folo, che fu sì pien d’ira.

Dintorno al fosso vanno a mille a mille,

saettando qual anima si svelle

del sangue più che sua colpa sortille».

Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:

Chirón prese uno strale, e con la cocca

fece la barba in dietro a le mascelle.

Quando s’ebbe scoperta la gran bocca,

disse a’ compagni: «Siete voi accorti

che quel di retro move ciò ch’el tocca?

Così non soglion far li piè d’i morti».

E ‘l mio buon duca, che già li er’ al petto,

dove le due nature son consorti,

rispuose: «Ben è vivo, e sì soletto

mostrar li mi convien la valle buia;

necessità ‘l ci ‘nduce, e non diletto.

Tal si partì da cantare alleluia

che mi commise quest’officio novo:

non è ladron, né io anima fuia.

Ma per quella virtù per cu’ io movo

li passi miei per sì selvaggia strada,

danne un de’ tuoi, a cui noi siamo a provo,

e che ne mostri là dove si guada,

e che porti costui in su la groppa,

ché non è spirto che per l’aere vada».

Chirón si volse in su la destra poppa,

e disse a Nesso: «Torna, e sì li guida,

e fa cansar s’altra schiera v’intoppa».

Or ci movemmo con la scorta fida

lungo la proda del bollor vermiglio,

dove i bolliti facieno alte strida.

Io vidi gente sotto infino al ciglio,

e ‘l gran centauro disse: «E’ son tiranni

che dier nel sangue e ne l’aver di piglio.

Quivi si piangon li spietati danni;

quivi è Alessandro, e Dïonisio fero

che fé Cicilia aver dolorosi anni.

E quella fronte c’ha ‘l pel così nero,

è Azzolino; e quell’altro ch’è biondo,

è Opizzo da Esti, il qual per vero

fu spento dal figliastro sù nel mondo».

Allor mi volsi al poeta, e quei disse:

«Questi ti sia or primo, e io secondo».

Poco più oltre il centauro s’affisse

sovr’una gente che ‘nfino a la gola

parea che di quel bulicame uscisse.

Mostrocci un’ombra da l’un canto sola,

dicendo: «Colui fesse in grembo a Dio

lo cor che ‘n su Tamisi ancor si cola».

Poi vidi gente che di fuor del rio

tenean la testa e ancor tutto ‘l casso;

e di costoro assai riconobb’io.

Così a più a più si facea basso

quel sangue, sì che cocea pur li piedi;

e quindi fu del fosso il nostro passo.

«Sì come tu da questa parte vedi

lo bulicame che sempre si scema»,

disse ‘l centauro, «voglio che tu credi

che da quest’altra a più a più giù prema

lo fondo suo, infin ch’el si raggiunge

ove la tirannia convien che gema.

La divina giustizia di qua punge

quell’Attila che fu flagello in terra,

e Pirro e Sesto; e in etterno munge

le lagrime, che col bollor diserra,

a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,

che fecero a le strade tanta guerra».

Poi si rivolse e ripassossi ‘l guazzo.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Lo cor che ‘n su Tamisi ancor si cola

12^ canto dell’Inferno.

Guido di Montfort.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Primo girone. I due poeti sentono dire da Nesso: «Quello spaccò in chiesa il cuore che ancora è venerato a Londra».

Guido di Monfort, posto da Dante nel primo girone di questo cerchio tra gli omicidi, fu figlio di Simone, conte di Leicester, e avversario dello zio, il re Enrico III d’Inghilterra e di suo zio, il principe Edoardo I, nella battaglia di Evesham (1265), dove perse il padre e il fratello maggiore, i corpi dei quali furono oltraggiati, ed egli stesso fu fatto prigioniero. Riuscito a fuggire, dopo varie vicissitudini in tutta Europa, finì sotto la protezione di Carlo I d’Angiò, da costui ricevendo poi il feudo di Nola, in Campania, e la nomina di vicario in Toscana, dove si distinse per la sua crudeltà. Morì in prigione a Messina nel 1288, dopo essersi impegnato nella guerra del Vespro e fatto prigioniero da Ruggero di Lauria a Castellamare di Stabia (1287).

Guido di Monfort si rese protagonista di un agghiacciante fatto di sangue che, ai suoi tempi, fece grande scalpore. Nel 1272, infatti, pugnalò a morte in una chiesa di Viterbo il giovane Arrigo, cugino di Edoardo I e figlio del conte di Cornovaglia, per vendicare la morte dei suoi parenti più stretti.

La “vendetta di Viterbo”, come venne chiamata, perpetrata alla presenza di Filippo III di Francia e di Carlo I d’Angiò, pur destando il clamore di cui si è detto, anzitutto per il luogo in cui avvenne il fatto, nonché per il successivo vilipendio del cadavere, ebbe come conseguenza soltanto la scomunica per l’assassino, a causa della protezione accordatagli dall’Angioino, il quale lo spinse a nascondersi nei possedimenti di Maremma del conte Ildebrandino degli Aldobrandeschi, di cui era divenuto congiunto, avendo sposato la figlia. Per il Villani “il cuore di Arrigo fu posto in una coppa dʼoro… su una colonna in capo del ponte di Londra sopra il fiume Tamigi”.

@ LO COR CHE ‘N SU TAMISI ANCOR SI COLA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Dintorno al fosso vanno a mille a mille

12^ canto dell’Inferno.

I centauri.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Primo girone. Virgilio a Dante: «Quegli è Nesso, che morì per amore della bella Deianira, e rese giustizia a sé egli stesso. E quello in mezzo, che si guarda al petto, è il grande Chirone, il quale nutrì Achille; quell’altro è Folo, che fu così violento. Vanno intorno al fiume a mille a mille, scagliando frecce su ogni anima che si trae fuori con forza dal sangue più che le fu dato in sorte il proprio peccato».

Figure del mito classico, i centauri, collocati dal poeta nel primo girone di questo cerchio, furono creature mostruose le quali, per la loro essenza umana ed equina, e per la tradizione letteraria latina, che li presentava pronti alla violenza e al ladrocinio, simboleggiavano nel Medioevo “la cieca cupidigia e l’ira folle”, di cui parlava il poeta, attraverso cui si manifestava la parte peggiore del carattere umano ed esaltata la brutalità dei comportamenti.

Il progenitore dei centauri fu Issione, re tessalo dei Lapiti, il quale, ospitato nell’Olimpo, tentò di sedurre Era, la sposa di Zeus, che gli inviò prontamente una sosia di costei. Dal rapporto nacque Centauro, un ibrido tra un uomo e un cavallo. Issione fu punito, ma il figlio sopravvisse e, secondo Pindaro, si accoppiò con le giumente del Monte Pelio, generando molte creature simili a lui: appunto i centauri.

L’avvenimento cardine in cui costoro sono entrati di diritto nel mito, la Centauromachia, si ricollegava alle nozze di Piritoo, anch’esso re tessalo dei Lapiti, con Ippodamia. Invitati alla festa, essi ben presto si ubriacarono, così che uno di essi, Euritione, tentò di violentare la sposa e i compagni, per non essergli da meno, si scagliarono addosso alle altre donne. Il parapiglia che ne scaturì, al quale prese parte pure Teseo, amico dello sposo, si concluse con la loro sconfitta, ed essi furono cacciati dalla Tessaglia. Allegoricamente, non rappresentarono altro che l’umanità selvaggia, per cui la lotta alle nozze di Piritoo significò l’entrata a tutti gli effetti nel vivere civile.

@ DINTORNO AL FOSSO VANNO A MILLE A MILLE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Pàrtiti, bestia, ché questi non vene

12^ canto dell’Inferno.

Il Minotauro.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Primo girone. Virgilio al Minotauro: «Forse tu pensi che sia giunto qui il condottiero di Atene, che fra i vivi ti causò la morte? Allontanati, bestia, perché questi non viene istruito da tua sorella, ma va per conoscere le pene dei dannati».

Figura del mito classico, il Minotauro, posto da Dante nel primo girone di questo cerchio, nacque a Creta dall’accoppiamento tra Pasife, moglie del re Minosse, con il toro sacro a Poseidone, che venne nascosto proprio da Minosse nel labirinto realizzato dall’artefice Dedalo, dove successivamente verrà ucciso da Teseo. La presenza del Minotauro all’inizio di questo girone ha indotto gli esegeti danteschi, antichi e moderni, a domandarsi quale fosse il suo compito, quindi a quale allegoria occorresse ascriverlo.

Divergenze di opinioni si sono riscontrati, a tal proposito, tra i primi commentatori della Commedia e quelli più vicini a noi. I primi vedevano il Minotauro come simbolo delle tre specie della “violenza che procede da malizia o da bestialità” (il Buti) e, pertanto, era considerato come il custode del settimo cerchio latu sensu, così come Gerione, quale simbolo della frode, fu ritenuto il guardiano di tutto l’ottavo.

Invece, gli studiosi moderni, il Sapegno su tutti, non hanno visto il Minotauro quale mero custode del settimo cerchio per intero, ma solamente del pendio franoso di accesso alla città di Dite, anche se di recente la critica è tornata sulle posizioni degli antichi commentatori.

@ PÀRTITI, BESTIA, CHÉ QUESTI NON VENE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

11^ canto dell’Inferno.

(Canto undecimo, nel quale tratta de’ tre cerchi disotto d’inferno, e distingue de le genti che dentro vi sono punite, e che quivi più che altrove; e solve una questione.)

In su l’estremità d’un’alta ripa

che facevan gran pietre rotte in cerchio,

venimmo sopra più crudele stipa;

e quivi, per l’orribile soperchio

del puzzo che ‘l profondo abisso gitta,

ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio

d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta

che dicea: ‘Anastasio papa guardo,

lo qual trasse Fotin de la via dritta’.

«Lo nostro scender conviene esser tardo,

sì che s’ausi un poco in prima il senso

al tristo fiato; e poi no i fia riguardo».

Così ‘l maestro; e io «Alcun compenso»,

dissi lui, «trova che ‘l tempo non passi

perduto». Ed elli: «Vedi ch’a ciò penso».

«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,

cominciò poi a dir, «son tre cerchietti

di grado in grado, come que’ che lassi.

Tutti son pien di spirti maladetti;

ma perché poi ti basti pur la vista,

intendi come e perché son costretti.

D’ogne malizia, ch’odio in cielo acquista,

ingiuria è ‘l fine, ed ogne fin cotale

o con forza o con frode altrui contrista.

Ma perché frode è de l’uom proprio male,

più spiace a Dio; e però stan di sotto

li frodolenti, e più dolor li assale.

Di vïolenti il primo cerchio è tutto;

ma perché si fa forza a tre persone,

in tre gironi è distinto e costrutto.

A Dio, a sé, al prossimo si pòne

far forza, dico in loro e in lor cose,

come udirai con aperta ragione.

Morte per forza e ferute dogliose

nel prossimo si danno, e nel suo avere

ruine, incendi e tollette dannose;

onde omicide e ciascun che mal fiere,

guastatori e predon, tutti tormenta

lo giron primo per diverse schiere.

Puote omo avere in sé man vïolenta,

e ne’ suoi beni; e però nel secondo

giron convien che sanza pro si penta

qualunque priva sé del vostro mondo,

biscazza e fonde la sua facultade,

e piange là dov’esser de’ giocondo.

Puossi far forza ne la deïtade,

col cor negando e bestemmiando quella,

e spregiando natura e sua bontade;

e però lo minor giron suggella

del segno suo e Soddoma e Caorsa

e chi, spregiando Dio col cor, favella.

La frode, ond’ogne coscïenza è morsa,

può l’omo usare in colui che ‘n lui fida

e in quel che fidanza non imborsa.

Questo modo di retro par ch’incida

pur lo vinco d’amor che fa natura;

onde nel cerchio secondo s’annida

ipocresia, lusinghe e chi affattura,

falsità, ladroneccio e simonia,

ruffian, baratti e simile lordura.

Per l’altro modo quell’amor s’oblia

che fa natura, e quel ch’è poi aggiunto,

di che la fede spezïal si cria;

onde nel cerchio minore, ov’è ‘l punto

de l’universo in su che Dite siede,

qualunque trade in etterno è consunto».

E io: «Maestro, assai chiara procede

la tua ragione, e assai ben distingue

questo baràtro e ‘l popol ch’e’ possiede.

Ma dimmi: quei de la palude pingue,

che mena il vento, e che batte la pioggia,

e che s’incontran con sì aspre lingue,

perché non dentro da la città roggia

sono ei puniti, se Dio li ha in ira?

e se non li ha, perché sono a tal foggia?».

Ed elli a me «Perché tanto delira»,

disse, «lo ‘ngegno tuo da quel che sòle?

o ver la mente dove altrove mira?

Non ti rimembra di quelle parole

con le quai la tua Etica pertratta

le tre disposizion che ‘l ciel non vole,

incontenenza, malizia e la matta

bestialitade? e come incontenenza

men Dio offende e men biasimo accatta?

Se tu riguardi ben questa sentenza,

e rechiti a la mente chi son quelli

che sù di fuor sostegnon penitenza,

tu vedrai ben perché da questi felli

sien dipartiti, e perché men crucciata

la divina vendetta li martelli».

«O sol che sani ogne vista turbata,

tu mi contenti sì quando tu solvi,

che, non men che saver, dubbiar m’aggrata.

Ancora in dietro un poco ti rivolvi»,

diss’io, «là dove di’ ch’usura offende

la divina bontade, e il groppo solvi».

«Filosofia», mi disse, «a chi la ‘ntende,

nota, non pure in una sola parte,

come natura lo suo corso prende

dal divino ‘ntelletto e da sua arte;

e se tu ben la tua Fisica note,

tu troverai, non dopo molte carte,

che l’arte vostra quella, quanto pote,

segue, come ‘l maestro fa ‘l discente;

sì che vostr’arte a Dio quasi è nepote.

Da queste due, se tu ti rechi a mente

lo Genesì dal principio, convene

prender sua vita e avanzar la gente;

e perché l’usuriere altra via tene,

per sé natura e per la sua seguace

dispregia, poi ch’in altro pon la spene.

Ma seguimi oramai che ‘l gir mi piace;

ché i Pesci guizzan su per l’orizzonta,

e ‘l Carro tutto sovra ‘l Coro giace,

e ‘l balzo via là oltra si dismonta».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67