E io, che posto son con loro in croce

16^ canto dell’Inferno.

Iacopo Rusticucci.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Il poeta sente dire da Iacopo Rusticucci: «E io, che sono sottoposto al tormento con loro, fui Iacopo Rusticucci, e certo mi reca danno più che altro la moglie bisbetica».

Iacopo Rusticucci, collocato da Dante nel terzo girone di questo cerchio tra i sodomiti, nacque a Firenze intorno al 1200 e appartenne a una famiglia fiorentina della consorteria dei Cavalcanti. Fu uno dei cittadini più noti e da un punto di vista politico più in vista del suo tempo, Guelfo come Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari.

Nel 1237 entrambi mediarono la pace in una contesa fra San Gimignano e Volterra, e l’anno dopo Rusticucci chiese al comune di San Gimignano una ricompensa per essere intervenuto a favore di quel comune presso il podestà di Firenze contro gli ambasciatori della città nemica. Nominato nel 1254, insieme a Ugo della Spina, procuratore del Comune di Firenze, per intrattenere rapporti politici e commerciali con altre città della Toscana, quattro anni dopo si trovò a ricoprire la carica di capitano del popolo ad Arezzo.

Il poeta, riguardo a lui, facendogli pronunciare la battuta citata in apertura che conclude il suo intervento, si riferì essenzialmente ai suoi guai coniugali, che lo portarono a lasciare la moglie dandosi alla sodomia, quasi l’avesse fatto in sfregio verso tutte le donne. A tal proposito, infatti, Benvenuto da Imola, tra i primi commentatori della Commedia, parlò di ‘uxor prava’, riguardo a una lite alquanto accesa tra i due.

 @ E IO, CHE POSTO SON CON LORO IN CROCE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

L’altro, ch’appresso me la rena trita

16^ canto dell’Inferno.

Tegghiaio Aldobrandi.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Iacopo Rusticucci a Dante: «Il secondo, che calpesta dietro di me il terreno sabbioso, è Tegghiaio Aldobrandi, le cui parole fra i vivi avrebbero dovuto essere apprezzate».

Tegghiaio Aldobrandi, posto dal poeta nel terzo girone di questo cerchio tra i sodomiti, fu uno dei membri più influenti della consorteria degli Adimari. Cittadino di parte guelfa, fu podestà di Arezzo nel 1256, e uno dei capitani dell’esercito fiorentino nel 1260, per il sesto di Porta San Pietro. Morì prima del 1266.

Boccaccio lo ricordò così : “Cavaliere di grande animo e d’operazion commendabili e di gran sentimento in opera d’arme; e fu colui il quale del tutto sconsigliò il comun di Firenze che non uscisse fuori a campo ad andare sopra i Sanesi; conoscendo, sì come ammaestratissimo in opera di guerra, che danno e vergogna ne seguirebbe, se contra al suo consiglio si facesse; dal quale non creduto né voluto, ne seguì la sconfitta a Monte Aperti”.

Il pur chiaro riconoscimento dei suoi meriti: “le sue parole fra i vivi avrebbero dovuto essere apprezzate”, non impedì, però, a Dante di collocarlo nel girone sopra menzionato, sebbene sul suo peccato di sodomia non furono mai trovate testimonianze attendibili, eccetto che l’esplicita condanna del poeta.

@ L’ALTRO, CH’APPRESSO ME LA RENA TRITA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita

16^ canto dell’Inferno.

Guido Guerra.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Iacopo Rusticucci al poeta: «Questi, di cui mi vedi calpestare le orme, quantunque sia nudo e spelato, fu di rango più alto di quanto tu pensi: fu nipote della valente Gualdrada; ebbe nome Guido Guerra, e durante la sua vita fece molto col senno e con la sapienza militare accompagnata al coraggio».

Guido Guerra, collocato da Dante nel terzo girone di questo cerchio tra i sodomiti, fu l’appellativo di Guido VI del ramo dei conti Guidi di Dovadola, figlio di Marcovaldo e di Beatrice degli Alberti, nacque verso il 1220. Secondo il Villani, “fu molto guelfo, spesso capitano, sprezzatore de’ pericoli, e quasi troppo sollecito ne’ casi sùbiti, d’ingegno e d’animo maraviglioso, donde spesso i fatti quasi perduti riparava, e spesso quasi tolse la vittoria di mano a’ nemici: d’animo alto e liberale, e giocondo molto, da’ cavalieri amato, cupido di gloria…”

Ai suoi tempi, egli fu il maggiore artefice delle fortune guelfe in Toscana. Dichiarato nel 1243 da Innocenzo IV benemerito di Santa Romana Chiesa, nel 1255 comandò i Fiorentini contro i Ghibellini aretini. Esule coi Guelfi fiorentini dopo la battaglia di Montaperti nel 1260, combatté al servizio di Carlo I d’Angiò, e si batté a Benevento contro Manfredi di Svevia. Tornato a Firenze dopo l’esilio, dove gli fu offerto il capitanato della città, morì nel 1272 nel suo castello di Montevarchi.

@ GUIDO GUERRA EBBE NOME, E IN SUA VITA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

15^ canto dell’Inferno.

(Canto XV, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio; e qui sono puniti coloro che fanno forza ne la deitade, spregiando natura e sua bontade, sì come sono li soddomiti.)

Ora cen porta l’un de’ duri margini;

e ‘l fummo del ruscel di sopra aduggia,

sì che dal foco salva l’acqua e li argini.

Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,

temendo ‘l fiotto che ‘nver’ lor s’avventa,

fanno lo schermo perché ‘l mar si fuggia;

e quali Padoan lungo la Brenta,

per difender lor ville e lor castelli,

anzi che Carentana ‘l caldo senta:

a tale imagine eran fatti quelli,

tutto che né sì alti né sì grossi,

qual che si fosse, lo maestro félli.

Già eravam da la selva rimossi

tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era,

perch’io in dietro rivolto mi fossi,

quando incontrammo d’anime una schiera

che venian lungo l’argine, e ciascuna

ci riguardava come suol da sera

guardare uno altro sotto nuova luna;

e sì ver’ noi aguzzan le ciglia

come ‘l vecchio sartor fa ne la cruna.

Così adocchiato da cotal famiglia,

fui conosciuto da un, che mi prese

per lo lembo e gridò: «Qual maraviglia!».

E io, quando ‘l suo braccio a me distese,

ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,

sì che ‘l viso abbrusciato non difese

la conoscenza süa al mio ‘ntelletto;

e chinando la mano a la sua faccia,

rispuosi: «Siete voi qui, ser Brunetto?».

E quelli: «O figliuol mio, non ti dispiaccia

se Brunetto Latino un poco teco

ritorna ‘n dietro e lascia andar la traccia».

I’ dissi lui: «Quanto posso, ven preco;

e se volete che con voi m’asseggia,

faròl, se piace a costui che vo seco».

«O figliuol», disse, «qual di questa greggia

s’arresta punto, giace poi cent’anni

sanz’arrostarsi quando ‘l foco il feggia.

Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;

e poi rigiugnerò la mia masnada,

che va piangendo i suoi etterni danni».

Io non osava scender de la strada

per andar par di lui; ma ‘l capo chino

tenea com’uom che reverente vada.

El cominciò: «Qual fortuna o destino

anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?

e chi è questi che mostra ‘l cammino?».

«Là sù di sopra, in la vita serena»,

rispuos’io a lui, «mi smarri’ in una valle,

avanti che l’età mia fosse piena.

Pur ier mattina le volsi le spalle:

questi m’apparve, tornand’ïo in quella,

e reducemi a ca per questo calle».

Ed elli a me: «Se tu segui tua stella,

non puoi fallire a glorïoso porto,

se ben m’accorsi ne la vita bella;

e s’io non fossi sì per tempo morto,

veggendo il cielo a te così benigno,

dato t’avrei a l’opera conforto.

Ma quello ingrato popolo maligno

che discese di Fiesole ab antico,

e tiene ancor del monte e del macigno,

ti si farà, per tuo ben far, nimico;

ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi

si disconvien fruttare al dolce fico.

Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;

gent’è avara, invidiosa e superba:

dai lor costumi fa che tu ti forbi.

La tua fortuna tanto onor ti serba,

che l’una parte e l’altra avranno fame

di te; ma lungi fia dal becco l’erba.

Faccian le bestie fiesolane strame

di lor medesme, e non tocchin la pianta,

s’alcuna surge ancor in lor letame

in cui riviva la sementa santa

di que’ Roman che vi rimaser quando

fu fatto il nido di malizia tanta».

«Se fosse tutto pieno il mio dimando»,

rispuos’io lui, «voi non sareste ancora

de l’umana natura posto in bando;

ché ‘n la mente m’è fitta, e or m’accora,

la cara e buona imagine paterna

di voi quando nel mondo ad ora ad ora

m’insegnavate come l’uom s’etterna:

e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo

convien che ne la mia lingua si scerna.

Ciò che narrate di mio corso scrivo,

e serbolo a chiosar con altro testo

a donna che saprà, s’a lei arrivo.

Tanto vogl’io che vi sia manifesto,

pur che mia coscïenza non mi garra,

ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.

Non è nuova a li orecchi miei tal arra:

però giri Fortuna la sua rota

come le piace, e ‘l villan la sua marra».

Lo mio maestro allora in su la gota

destra si volse indietro e riguardommi;

poi disse: «Bene ascolta chi la nota».

Né per tanto di men parlando vommi

con ser Brunetto, e dimando chi sono

li suoi compagni più noti e più sommi.

Ed elli a me: «Saper d’alcuno è buono;

de li altri fia laudabile tacerci,

ché ‘l tempo saria corto a tanto suono.

In somma sappi che tutti fur cherci

e litterati grandi e di gran fama,

d’un peccato medesmo al mondo lerci.

Priscian sen va con quella turba grama,

e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,

s’avessi avuto di tal tigna brama,

colui potei che dal servo de’ servi

fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,

dove lasciò li mal protesi nervi.

Di più direi; ma ‘l venire e ‘l sermone

più lungo esser non può, però ch’i’ veggio

là surger nuovo fummo del sabbione.

Gente vien con la quale esser non deggio.

Sieti raccomandato il mio Tesoro,

nel qual io vivo ancora, e più non cheggio».

Poi si rivolse, e parve di coloro

che corrono a Verona il drappo verde

per la campagna; e parve di costoro

quelli che vince, non colui che perde.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

S’avessi avuto di tal tigna brama

15^ canto dellʼInferno.

Andrea deʼ Mozzi.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Il poeta sente dire da Brunetto Latini: «È bene essere a conoscenza di qualcuno; degli altri sarà meritevole di approvazione tacere, perché il tempo sarebbe breve rispetto a un discorso tanto lungo. In breve sappi che furono tutti dotti e letterati grandi e di grande reputazione, immondi fra i vivi di uno stesso peccato. Prisciano va con quella moltitudine infelice, e pure Francesco d’Accursio; e se avessi avuto desiderio di vedere tale sozzura, avresti potuto vedervi colui che dal servo dei servi di Dio fu trasferito da Firenze a Vicenza, in cui lasciò i nervi eccitati peccaminosamente».

Andrea de’ Mozzi, posto da Dante nel terzo girone di questo cerchio tra i sodomiti, completò gli studi giuridici a Bologna e soggiornò a lungo in Inghilterra. Poi cappellano di alcuni pontefici, tra cui Alessandro IV, fu nominato vescovo della sua città nel 1287. Carica che mantenne fino al 1295, quando Bonifacio VIII, il 13 settembre di quell’anno, per punizione lo destinò alla diocesi di Vicenza, dove morì nel febbraio 1296. La ragione della bolla papale sul suo trasferimento sembrò basata sul fatto che il suo governo a Firenze, pur mirando nelle intenzioni a ridare lustro alla città, sia stata attinente a una trama di frizioni e controversie col clero avviata sotto il pontificato di Niccolò IV.

Da questi, infatti, il vescovo era stato accusato di violazione dei diritti altrui e abuso di potere, e se ne stava aspettando da un momento all’altro la condanna. Ma, scomparso il papa nell’Aprile 1292, Andrea de’ Mozzi aveva naturalmente ignorato quegli ordini. Fino al provvedimento di Bonifacio VIII, che gli costò il trasferimento in una sede di scarsa importanza. Sull’accusa di sodomia, dai primi commentatori della Commedia si ritenne che furono le male lingue fiorentine a intaccare la nomea del vescovo. Dicerie che, comunque, dovettero influenzare non poco il poeta.

@ S’AVESSI AVUTO DI TAL TIGNA BRAMA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Faccian le bestie fiesolane strame

15^ canto dell’Inferno.

Da Fiesole a Firenze.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Brunetto Latini a Dante: «Un antichissimo proverbio fra gli uomini li definisce privi di senno; è un popolo avido, invidioso e mosso dalla superbia: liberati dai suoi modi e usi di vita. La tua sorte ti riserva tanta benevolenza e stima, che l’una fazione e l’altra avranno fame di te; ma l’erba sarà lontana dal capro. I discendenti dei rozzi provenienti da Fiesole facciano strazio di loro stessi, e non tocchino la progenie, se qualcuna si leva ancora tra la loro nefandezza, in cui viva di nuovo la santa discendenza di quei Romani che vi rimasero quando fu costruito il luogo in cui si sarebbe annidata tanta mala azione».

Perché il poeta fa esprimere in tal modo Brunetto Latini contro i Fiorentini? La risposta non è difficile: perché costoro, a un certo punto, diventeranno suoi acerrimi nemici, a causa della sua azione nella vita politica cittadina. Ciò si spiegava perché egli era convinto che i suoi concittadini fossero una diretta emanazione dei Fiesolani, e quindi di questo luogo del contado avrebbero mantenuto la rozzezza di usi e costumi tipica dei montanari. Il poeta si rifaceva alla nota leggenda, secondo la quale Fiesole fu rasa al suolo dopo essersi ribellata a Catilina, per cui i Romani, gettando le basi di Firenze, avevano accolto i profughi scampati alla distruzione della loro città.

Dante, infatti, riteneva che la propria famiglia discendesse dai Romani, quindi quanto detto dal suo mentore di un tempo sembrava confermare una divisione di fondo, sfociata nel tempo nell’odio provato contro di lui, specialmente dai Guelfi sia Bianchi sia Neri; i primi, perché egli se ne allontanerà dopo la battaglia della Lastra, riferimento, questo, ricavato dalla profezia del suo antenato Cacciaguida, quando lo incontrerà in Paradiso; i secondi, in quanto meri avversari di partito.

@ FACCIAN LE BESTIE FIESOLANE STRAME

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

E io, quando ‘l suo braccio a me distese

15^ canto dell’Inferno.

Brunetto Latini.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Il poeta narra: “Così guardato bene dalla schiera simile a quella che si è descritta, fui riconosciuto da uno, che mi afferrò per l’orlo inferiore della veste e gridò: «Quale cosa mirabile!». E io, quando stese il suo braccio verso di me, scrutai l’atteggiamento consunto dal calore, sicché il volto bruciato non impedì al mio intelletto il suo riconoscimento; e chinando la mano verso il suo viso, risposi: «Voi siete qui, messer Brunetto?»”.

Brunetto Latini, collocato da Dante nel terzo girone di questo cerchio tra i sodomiti, nacque a Firenze intorno al 1220, dove morì nel 1294 circa. Partecipò attivamente alla vita politica del comune, seguendo le vicende della Parte Guelfa, della quale era uno dei membri più influenti. Nel 1260, mentre faceva ritorno in città da un’ambasceria ad Alfonso X di Castiglia, seppe della sconfitta dei suoi sodali a Montaperti. Proscritto da Firenze, fu così costretto a soggiornare in Francia, fino a quando sei anni più tardi, a Benevento, cambiando le sorti della politica, poté rientrare in patria. Nel resto della sua vita terrena fu notaio e cancelliere del comune, ricoprendo nel tempo numerosi incarichi, fra tutti, nel 1280, quello di mallevadore per i Guelfi alla pace del cardinal Latino.

Durante il suo esilio aveva scritto in francese Tesoro, come dirà al poeta con la raccomandazione di averne cura, “detto col tono di chi deve andare, ma vuol dire ancora una cosa che gli preme assai, quella che gli preme di più” (Arnaldo Momigliano), altrimenti noto come Trésor, grande trattato in forma di enciclopedia; in versetti rimati a coppie il Tesoretto, e in prosa italiana tradusse e ammodernò Cicerone.

La grande importanza di Brunetto Latini nella cultura dell’epoca stette tutta in ciò che ne disse lo storico fiorentino Giovanni Villani (Nuova Cronica, VIII, 10). Leggiamo: “Fu grande filosofo e fu sommo maestro, in rettorica, tanto in bene saper dire, quanto in bene dittare. E fu quegli che spuose la Rettorica di Tullio, e fece il buono e utile libro detto Tesoro e il Tesoretto, e la chiave del Tesoro, e più altri libri in filosofia, e de’ vizi e di virtù; e fu dittatore del nostro comune. Fu mondano uomo; ma di lui avemo fatta menzione, perocch’egli fu cominciatore e maestro in digrossare i Fiorentini e fargli scorti in bene parlare e in sapere guidare e reggere la nostra repubblica secondo la politica”.

@ E IO, QUANDO ‘L SUO BRACCIO A ME DISTESE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

14^ canto dell’Inferno.

(Canto XIV, ove tratta de la qualità del terzo girone, contento nel settimo circulo; e quivi si puniscono coloro che fanno forza ne la deitade, negando e bestemmiando quella; e nomina qui spezialmente il re Capaneo scelleratissimo in questo preditto peccato.)

Poi che la carità del natio loco

mi strinse, raunai le fronde sparte

e rende’le a colui, ch’era già fioco.

Indi venimmo al fine ove si parte

lo secondo giron dal terzo, e dove

si vede di giustizia orribil arte.

A ben manifestar le cose nove,

dico che arrivammo ad una landa

che dal suo letto ogne pianta rimove.

La dolorosa selva l’è ghirlanda

intorno, come ‘l fosso tristo ad essa;

quivi fermammo i passi a randa a randa.

Lo spazzo era una rena arida e spessa,

non d’altra foggia fatta che colei

che fu da’ piè di Caton già soppressa.

O vendetta di Dio, quanto tu dei

esser temuta da ciascun che legge

ciò che fu manifesto a li occhi mei!

D’anime nude vidi molte gregge

che piangean tutte assai miseramente,

e parea posta lor diversa legge.

Supin giacea in terra alcuna gente,

alcuna si sedea tutta raccolta,

e altra andava continüamente.

Quella che giva ‘ntorno era più molta,

e quella men che giacëa al tormento,

ma più al duolo avea la lingua sciolta.

Sovra tutto ‘l sabbion, d’un cader lento,

piovean di foco dilatate falde,

come di neve in alpe sanza vento.

Quali Alessandro in quelle parti calde

d’Indïa vide sopra ‘l süo stuolo

fiamme cadere infino a terra salde,

per ch’ei provide a scalpitar lo suolo

con le sue schiere, acciò che lo vapore

mei si stingueva mentre ch’era solo:

tale scendeva l’etternale ardore;

onde la rena s’accendea, com’esca

sotto focile, a doppiar lo dolore.

Sanza riposo mai era la tresca

de le misere mani, or quindi or quinci

escotendo da sé l’arsura fresca.

I’ cominciai: «Maestro, tu che vinci

tutte le cose, fuor che ‘ demon duri

ch’a l’intrar de la porta incontra uscinci,

chi è quel grande che non par che curi

lo ‘ncendio e giace dispettoso e torto,

sì che la pioggia non par che ‘l marturi?».

E quel medesmo, che si fu accorto

ch’io domandava il mio duca di lui,

gridò: «Qual io fui vivo, tal son morto.

Se Giove stanchi ‘l suo fabbro da cui

crucciato prese la folgore aguta

onde l’ultimo dì percosso fui;

o s’elli stanchi li altri a muta a muta

in Mongibello a la focina negra,

chiamando “Buon Vulcano, aiuta, aiuta!”,

sì com’el fece a la pugna di Flegra,

e me saetti con tutta sua forza:

non ne potrebbe aver vendetta allegra».

Allora il duca mio parlò di forza

tanto, ch’i’ non l’avea sì forte udito:

«O Capaneo, in ciò che non s’ammorza

la tua superbia, se’ tu più punito;

nullo martiro, fuor che la tua rabbia,

sarebbe al tuo furor dolor compito».

Poi si rivolse a me con miglior labbia,

dicendo: «Quei fu l’un d’i sette regi

ch’assiser Tebe; ed ebbe e par ch’elli abbia

Dio in disdegno, e poco par che ‘l pregi;

ma, com’io dissi lui, li suoi dispetti

sono al suo petto assai debiti fregi.

Or mi vien dietro, e guarda che non metti,

ancor, li piedi ne la rena arsiccia;

ma sempre al bosco tien li piedi stretti».

Tacendo divenimmo là ‘ve spiccia

fuor de la selva un picciol fiumicello,

lo cui rossore ancor mi raccapriccia.

Quale del Bulicame esce ruscello

che parton poi tra lor le peccatrici,

tal per la rena giù sen giva quello.

Lo fondo suo e ambo le pendici

fatt’era ‘n pietra, e ‘ margini da lato;

per ch’io m’accorsi che ‘l passo era lici.

«Tra tutto l’altro ch’i’ t’ho dimostrato,

poscia che noi intrammo per la porta

lo cui sogliare a nessuno è negato,

cosa non fu da li tuoi occhi scorta

notabile com’è ‘l presente rio,

che sovra sé tutte fiammelle ammorta».

Queste parole fuor del duca mio;

per ch’io ‘l pregai che mi largisse ‘l pasto

di cui largito m’avëa il disio.

«In mezzo mar siede un paese guasto»,

diss’elli allora, «che s’appella Creta,

sotto ‘l cui rege fu già ‘l mondo casto.

Una montagna v’è che già fu lieta

d’acqua e di fronde, che si chiamò Ida;

or è diserta come cosa vieta.

Rëa la scelse già per cuna fida

del suo figliuolo, e per celarlo meglio,

quando piangea, vi facea far le grida.

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,

che tien volte le spalle inver’ Dammiata

e Roma guarda come süo speglio.

La sua testa è di fin oro formata,

e puro argento son le braccia e ‘l petto,

poi è di rame infino a la forcata;

da indi in giuso è tutto ferro eletto,

salvo che ‘l destro piede è terra cotta;

sta ‘n su quel, più che ‘n su l’altro, eretto.

Ciascuna parte, fuor che l’oro, è rotta

d’una fessura che lagrime goccia,

le quali, accolte, fóran quella grotta.

Lor corso in questa valle si diroccia;

fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;

poi sen van giù per questa stretta doccia,

infin, là dove più non si dismonta,

fanno Cocito; e qual sia quello stagno

tu lo vedrai, però qui non si conta».

E io a lui: «Se ‘l presente rigagno

si diriva così dal nostro mondo,

perché ci appar pur a questo vivagno?».

Ed elli a me: «Tu sai che ‘l loco è tondo;

e tutto che tu sie venuto molto,

pur a sinistra, giù calando al fondo,

non se’ ancor per tutto ‘l cerchio vòlto;

per che, se cosa n’apparisce nova,

non de’ addur maraviglia al tuo volto».

E io ancor: «Maestro, ove si trova

Flegetonta e Letè? ché de l’un taci,

e l’altro di’ che si fa d’esta piova».

«In tutte tue question certo mi piaci»,

rispuose, «ma ‘l bollor de l’acqua rossa

dovea ben solver l’una che tu faci.

Letè vedrai, ma fuor di questa fossa,

là dove vanno l’anime a lavarsi

quando la colpa pentuta è rimossa».

Poi disse: «Omai è tempo da scostarsi

dal bosco; fa che di retro a me vegne:

li margini fan via, che non son arsi,

e sopra loro ogne vapor si spegne».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

Fanno Acheronte, Stige e Flegetonta

14^ canto dell’Inferno.

I fiumi infernali.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Il poeta sente dire da Virgilio: «Ogni porzione, fuorché la testa, è divisa da una fenditura che versa lacrime a gocciole, le quali, raccolte, perforano quella roccia. Il loro percorso scende di roccia in roccia in questa voragine; formano l’Acheronte, lo Stige e il Flegetonte; poi scendono lungo questo angusto ruscello, fin là dove non si discende più, formano Cocito; e come sia quella stagnante distesa di acqua gelata tu lo vedrai, perciò a questo punto non se ne parla».

Virgilio, alla fine della sua descrizione del Veglio di Creta, coglie l’occasione per parlare a Dante dei fiumi infernali i quali, in realtà, si riducono a uno solo, che di volta in volta assume nomi diversi, a seconda della dislocazione, nonché degli aspetti che mutano di volta in volta: l’Acheronte, una ‘livida palude’, lo Stige, uno stagno fangoso, il Flegetonte, un fiume di sangue bollente e, da ultimo, il Cocito, un lago ghiacciato. Ma procediamo in ordine di citazione.

Mentre l’Acheronte è un fiume attraverso il quale Caronte traghetta le anime dannate, situato nel vestibolo dell’Inferno, subito dopo gli ignavi, e divide costoro dai non battezzati e dagli ‘spiriti magni’ del Limbo, lo Stige è un pantano situato nel quinto cerchio e circonda tutto intorno le mura della città di Dite, dove sono immersi gli iracondi e gli accidiosi.

Nel Flegetonte, il fiume di sangue bollente sono, invece, immersi gli omicidi e i predoni. Lo stesso forma il primo girone del settimo cerchio, nonché cinge la selva dei suicidi e degli scialacquatori, per riemergere con una diramazione, che, attraversando il terreno sabbioso del terzo girone del settimo cerchio, ospitante i bestemmiatori, i sodomiti e gli usurai, precipita a Malebolge, l’ottavo cerchio.

Dal quale, alla fine di un lungo percorso, diventerà il Cocito. Di cui sarà il poeta a parlarne diffusamente negli ultimi tre canti, come luogo di espiazione dei traditori dei parenti, della patria, degli ospiti e dei benefattori, nel nono e ultimo cerchio. Egli, infatti, immaginò Cocito a mo’ di una grande distesa ghiacciata, divisa in quattro zone: Caina, Antenora, Tolomea e Giudecca, formata dai venti prodotti dalle sei ali di Lucifero, e rappresentata come un imbuto inclinato.

@ FANNO ACHERONTE, STIGE E FLEGETONTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Dentro dal monte sta dritto un gran veglio

14^ canto dell’Inferno.

Il Veglio di Creta.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Virgilio a Dante: « All’interno del monte sta levata in piedi la grande statua di un vecchio, che tiene le spalle rivolte verso oriente e si rivolge verso occidente come suo modello. La sua testa è fatta di puro oro, e le braccia e il petto sono di puro argento, poi è di rame fino all’inforcatura delle gambe; da quel punto in giù è tutto di ferro purissimo, eccetto che il piede destro è di terracotta; e sta poggiato su questo più che sul sinistro».

Figura biblica, il Veglio fu la statua apparsa in sogno a Nabucodonosor (Daniele 2, 31-45), senza alcuna indicazione del luogo della sua collocazione, e simboleggiava il genere umano. Il poeta diede alla stessa una posizione geografica, l’isola di Creta, poiché dagli antichi poeti essa era vista come il centro della terra, nonché sede della prima età umana.

In più Dante fece assurgere la statua a simbolo della decadenza dell’umanità, avviata da Giove, la cui madre aveva tenuto nascosto nelle viscere del monte Ida, dalla mitica età dell’oro via via fino al suo tempo. Nella sua ricostruzione, la statua è formata dai metalli che corrispondono alle età del mito (oro, argento, rame, ferro), mentre i due piedi rappresentano la Chiesa e l’Impero: di terracotta il destro, di ferro il sinistro. Essa poi volge le spalle a Damiata, in Egitto, simbolo dell’oriente, miscredente agli occhi dei Cristiani, e guarda Roma, cioè l’occidente, il cuore della cristianità.

@ DENTRO DAL MONTE STA DRITTO UN GRAN VEGLIO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970