Ier, più oltre cinqu’ore che quest’otta

21^ canto dell’Inferno.

L’inganno di Malacoda e la cronologia del viaggio dantesco.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. I due poeti sentono dire da Malacoda: «Non si può proseguire per questa fila di ponti, poiché il ponte tra la sesta e la settima bolgia è precipitato tutto rotto sul fondo. E se proprio volete proseguire, andatevene su per questo argine; vicino c’è un’altra fila di ponti che permette il passaggio. Ieri, oltre cinque ore dopo la presente ora, si compirono milleduecentosessantasei anni da quando qui fu interrotta la via. Io invio verso là alcuno di questi miei sottoposti a sorvegliare se qualcuno si mette in mostra fuori della pece; andate con loro, che non vi faranno del male».

L’inganno perpetrato da Malacoda verso Dante e Virgilio ci aiuta a inquadrare nel migliore dei modi la cronologia del viaggio del poeta nei regni ultraterreni. Così è doveroso fare un passo indietro, quando Virgilio chiarisce al poeta (se ne ha traccia nel 12^ canto dell’Inferno) che al momento della crocifissione di Cristo ci fu un terremoto, il quale originò un franamento “qui”, all’entrata del settimo cerchio dell’Inferno, e “altrove”, negli altri cerchi; pertanto, Malacoda non può non riferirsi a questo evento. Ora, posto che Dante era convinto che Cristo fosse morto a trentaquattro anni (Convivio, IV, 23), e che, secondo il Vangelo di Luca, ciò fosse avvenuto un venerdì a mezzogiorno, ciò significa che quando Malacoda afferma quanto su riportato, sono le sette del mattino o quasi del sabato santo del 1300.

Ma quale fu la l’effettiva data d’inizio del viaggio dantesco? Mentre taluni commentatori sostennero che questo ebbe inizio il 25 Marzo 1300, un venerdì, vale a dire l’anniversario storico della morte di Cristo, altri optarono per lʼ8 Aprile 1300, un venerdì santo, venendo la Pasqua il 10 Aprile. Ora, senza prendere partito per l’una o per l’altra tesi, non si può non rilevare che i sostenitori della seconda fanno risaltare il passo della fine del 20^ canto dell’Inferno, quando Virgilio dice al poeta, smarritosi nella selva oscura la notte tra un giovedì e un venerdì, “e già ieri notte la luna fu piena”. Quindi, da sempre venendo la Pasqua dei Cristiani la domenica dopo il primo plenilunio di primavera, la “luna piena” sopra citata dovette essere quella che si stagliò nel cielo lunedì 4 Aprile 1300.

@ IER, PIÙ OLTRE CINQU’ORE CHE QUEST’OTTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Innanzi che l’uncin vostro mi pigli

21^ canto dell’Inferno.

I Malebranche.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. Virgilio ai Malebranche: «Nessuno di voi sia male intenzionato! Prima che mi afferri il vostro uncino, si porti avanti uno di voi che mi ascolti, e poi decida di afferrarmi con il rampino».

Figure demoniache, i Malebranche, collocati dal poeta nella quinta bolgia di questo cerchio, straziano i dannati con le loro grandi unghie, e con i runcigli, uncini, o raffi che dir si voglia, li mettono dentro o li tirano fuori dalla pece. Litigano di continuo tra loro e ogni tanto vengono scelti dal loro capo Malacoda a gruppi di dieci, e mandati a sorvegliare i barattieri. Ciascuno ha un nome: il già citato Malacoda, Scarmiglione, Alichino e Calcabrina, Cagnazzo e Barbariccia, Libicocco e Draghignazzo, Ciriatto e Graffiacane, Farfarello e Rubicante.

Secondo il Sapegno, “i loro nomi furono scelti dal poeta con lo stesso procedimento che gli aveva dettato già il nome di Malebolge, un procedimento, cioè, non puramente fantastico, ma intellettualistico, inteso a sottolineare taluni aspetti della… figura e dei… costumi di questi guardiani infernali attraverso la combinazione di precisi elementi lessicali, e sono di numero indefinito, con aspetto di una ferocia inaudita e totalmente neri e alati”.

A proposito dei nomi, nei secoli furono oggetto di numerose elucubrazioni, da parte dei commentatori della Commedia; per limitarci ai moderni, secondo il Torraca Dante coniò quei nomi sulla base di nomi, cognomi, soprannomi di suoi contemporanei. Di più, il Luiso riportò a Lucca l’origine dei nomi, ad iniziare da Malacoda, “che è nome di famiglia lucchese”, continuando con Cagnazzo, Graffiacane, Scarmiglione, tutti nomi che comparivano nei principali atti pubblici della città.

@ INNANZI CHE L’UNCIN VOSTRO MI PIGLI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche

21^ canto dell’Inferno.

Uno degli anziani di Santa Zita.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. Un diavolo ai compagni: «O Malebranche, ecco uno dei magistrati di Santa Zita! Mettetelo sotto, mentre ritorno ancora in quella città, che ne è assai provvista: ognuno vi è barattiere, eccetto che Bonturo; lì, in cambio di denaro, il no si trasforma in sì».

Martino Bottaio, posto dal poeta nella quinta bolgia di questo cerchio tra i barattieri, ha rappresentato per molto tempo un grande mistero. Si era ancora nel campo delle ipotesi più fantasiose, fino a quando, qualche decennio or sono, si è avuta una prova documentale, con il ritrovamento di alcuni atti, tra i quali un estratto dai verbali di adunanza del Consiglio del Capitano e del Consiglio del Podestà di Lucca datato 30 settembre – 1 Ottobre 1295, che testimoniavano l’esistenza in vita, alla fine del 1200, di un tale Martino, in arte bottaio.

Tra i moderni, per il Chiari, l’accertamento della data della morte di quel Martino barattiere, avvenuta nell’Aprile del 1300, precisamente nella notte tra il Venerdì e il Sabato Santo, dimostrerebbe che, “l’indicazione dell’ora e del giorno in cui si trovano in quella bolgia Dante e Virgilio, data da Malacoda, determina di preciso di quale Anziano si parli, come dovettero capire i contemporanei di Dante, e come difatti capì Guido da Pisa”.

Tuttavia, prove documentali o no, altri commentatori recenti non meno prestigiosi, tra i quali il Pietrobono e il Grabher, hanno insistito sul fatto che il poeta, con la sua indicazione in perifrasi, si riferì alla magistratura lucchese presa nel suo insieme, più che a un magistrato determinato.

@ METTETEL SOTTO, CH’I’ TORNO PER ANCHE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

20^ canto dell’Inferno.

(Canto XX, dove si tratta de l’indovini e sortilegi e de l’incantatori, e de l’origine di Mantova, di che trattare diede cagione Manto incantatrice; e di loro pene e miseria e de la condizione loro misera, ne la quarta bolgia, in persona di Michele di Scozia e di più altri.)

Di nova pena mi conven far versi

e dar matera al ventesimo canto

de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.

Io era già disposto tutto quanto

a riguardar ne lo scoperto fondo,

che si bagnava d’angoscioso pianto;

e vidi gente per lo vallon tondo

venir, tacendo e lagrimando, al passo

che fanno le letane in questo mondo.

Come ‘l viso mi scese in lor più basso,

mirabilmente apparve esser travolto

ciascun tra ‘l mento e ‘l principio del casso,

ché da le reni era tornato ‘l volto,

e in dietro venir li convenia,

perché ‘l veder dinanzi era lor tolto.

Forse per forza già di parlasia

si travolse così alcun del tutto;

ma io nol vidi, né credo che sia.

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto

di tua lezione, or pensa per te stesso

com’io potea tener lo viso asciutto,

quando la nostra imagine di presso

vidi sì torta, che ‘l pianto de li occhi

le natiche bagnava per lo fesso.

Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi

del duro scoglio, sì che la mia scorta

mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?

Qui vive la pietà quand’è ben morta;

chi è più scellerato che colui

che al giudicio divin passion comporta?

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui

s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;

per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,

Anfïarao? perché lasci la guerra?”.

E non restò di ruinare a valle

fino a Minòs che ciascheduno afferra.

Mira c’ha fatto petto de le spalle;

perché volse veder troppo davante,

di retro guarda e fa retroso calle.

Vedi Tiresia, che mutò sembiante

quando di maschio femmina divenne,

cangiandosi le membra tutte quante;

e prima, poi, ribatter li convenne

li duo serpenti avvolti, con la verga,

che rïavesse le maschili penne.

Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,

che ne’ monti di Luni, dove ronca

lo Carrarese che di sotto alberga,

ebbe tra ‘ bianchi marmi la spelonca

per sua dimora; onde a guardar le stelle

e ‘l mar non li era la veduta tronca.

E quella che ricuopre le mammelle,

che tu non vedi, con le trecce sciolte,

e ha di là ogne pilosa pelle,

Manto fu, che cercò per terre molte;

poscia si puose là dove nacqu’io;

onde un poco mi piace che m’ascolte.

Poscia che ‘l padre suo di vita uscìo

e venne serva la città di Baco,

questa gran tempo per lo mondo gio.

Suso in Italia bella giace un laco,

a piè de l’Alpe che serra Lamagna

sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.

Per mille fonti, credo, e più si bagna

tra Garda e Val Camonica e Pennino

de l’acqua che nel detto laco stagna.

Loco è nel mezzo là dove ‘l trentino

pastore e quel di Brescia e ‘l veronese

segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.

Siede Peschiera, bello e forte arnese

da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,

ove la riva ‘ntorno più discese.

Ivi convien che tutto quanto caschi

ciò che ‘n grembo a Benaco star non può,

e fassi fiume giù per verdi paschi.

Tosto che l’acqua a correr mette co,

non più Benaco, ma Mencio si chiama

fino a Governol, dove cade in Po.

Non molto ha corso, ch’el trova una lama,

ne la qual si distende e la ‘mpaluda;

e suol di state talor esser grama.

Quindi passando la vergine cruda

vide terra, nel mezzo del pantano,

sanza coltura e d’abitanti nuda.

Lì, per fuggire ogne consorzio umano,

ristette con suoi servi a far sue arti,

e visse, e vi lasciò suo corpo vano.

Li uomini poi che ‘ntorno erano sparti

s’accolsero a quel loco, ch’era forte

per lo pantan ch’avea da tutte parti.

Fer la città sovra quell’ossa morte;

e per colei che ‘l loco prima elesse,

Mantüa l’appellar sanz’altra sorte.

Già fuor le genti sue dentro più spesse,

prima che la mattia da Casalodi

da Pinamonte inganno ricevesse.

Però t’assenno che, se tu mai odi

originar la mia terra altrimenti,

la verità nulla menzogna frodi».

E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti

mi son sì certi e prendon sì mia fede,

che li altri mi sarien carboni spenti.

Ma dimmi, de la gente che procede,

se tu ne vedi alcun degno di nota;

ché solo a ciò la mia mente rifiede».

Allor mi disse: «Quel che da la gota

porge la barba in su le spalle brune,

fu – quando Grecia fu di maschi vòta,

sì ch’a pena rimaser per le cune –

augure, e diede ‘l punto con Calcanta

in Aulide a tagliar la prima fune.

Euripilo ebbe nome, e così ‘l canta

l’alta mia tragedìa in alcun loco:

ben lo sai tu che la sai tutta quanta.

Quell’altro che ne’ fianchi è così poco,

Michele Scotto fu, che veramente

de le magiche frode seppe ‘l gioco.

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,

ch’avere inteso al cuoio e a lo spago

ora vorrebbe, ma tardi si pente.

Vedi le triste che lasciaron l’ago,

la spuola e ‘l fuso, e fecersi ‘ndivine;

fecer malie con erbe e con imago.

Ma vienne omai, ché già tiene ‘l confine

d’amendue li emisperi e tocca l’onda

sotto Sobilia Caino e le spine;

e già iernotte fu la luna tonda:

ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque

alcuna volta per la selva fonda».

Sì mi parlava, e andavamo introcque.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Manto fu, che cercò per terre molte

20^ canto dell’Inferno.

Manto.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quarta bolgia. Il poeta sente dire da Virgilio: «E colei che riveste e nasconde il petto, che tu non vedi, con la capigliatura non legata, e dal lato di dietro ha ogni parte del corpo coperta di peli, fu Manto, che andò errando per molte regioni; in seguito si pose in stabile dimora là dove io nacqui; e voglio che mi ascolti un poco. Dopo che suo padre morì e la città sacra a Bacco divenne schiava, costei andò a lungo per la Terra».

Figura della letteratura latina, Manto, collocata da Dante nella quarta bolgia di questo cerchio tra gli indovini, è un personaggio citato nelle Metamorfosi di Ovidio (VI 157-162), quando sollecita le donne di Tebe a venerare Latona contro il divieto di Niobe, e nella Tebaide di Stazio (IV 463-585), quando aiuta il padre Tiresia durante le suppliche alle divinità infernali e le cerimonie per i vaticini.

Da questo personaggio, il poeta, per bocca di Virgilio, prende spunto per una digressione di carattere storico-geografico su Mantova. In breve, Manto, dopo che suo padre morì e la città sacra a Bacco divenne serva, andò a lungo per la terra. Mentre passava per una bassura lacustre, la vergine selvaggia vide la terraferma, nel centro della palude, senza vegetazione e priva di abitanti. Lì, per evitare ogni convivenza di uomini con altri uomini, si fermò con i suoi schiavi e familiari per esercitare le sue pratiche magiche, e trascorse la vita, e vi lasciò il suo corpo privo dell’anima.

Poi gli uomini che erano dispersi intorno si radunarono in quel luogo, che era sicuro a causa della palude che aveva tutto intorno. Costruirono la città sopra quelle ossa morte; e in onore di colei che scelse per prima il luogo, la chiamarono col nome di Mantova senza altre pratiche divinatorie. «Perciò ti avverto che, se tu mai senti raccontare in altro modo l’origine della mia città, nessuna falsa narrazione alteri la verità», conclude Virgilio. E non a caso diversi commentatori della Commedia, antichi e moderni, hanno interpretato questo passo come un tentativo, da parte sua, di discolpare la città dall’accusa di essere debitrice a una maga circa la propria origine ed esistenza.

@ MANTO FU, CHE CERCÒ PER TERRE MOLTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Vedi Tiresia, che mutò sembiante

20^ canto dell’Inferno.

Tiresia.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Virgilio a Dante: «Vedi Tiresia, che cambiò aspetto quando da maschio divenne una femmina, mutandosi tutte quante le membra; e prima che avesse di nuovo la barba virile, poi, gli fu necessario che percuotesse di nuovo i due serpenti attorcigliati, con lo stesso bastone».

Figura sia della letteratura greca sia latina, Tiresia, posto dal poeta nella quarta bolgia di questo cerchio tra gli indovini, è prima un personaggio dell’Odissea, definito da Omero profeta glorioso, cieco e sapiente, nonché interprete delle vicende scabrose che interessarono la famiglia di Edipo, poi della Tebaide di Stazio, essendo il poeta latino a farlo assurgere a un ruolo ben più significativo. Nella sua opera, infatti, egli lo ritrasse con la fisionomia di aruspice in un episodio di evocazione infernale, puro horror, in tutti i sensi.

Tornando al ritratto che ne fece Omero, la cecità e la facoltà divinatoria di Tiresia, secondo Ovidio nelle Metamorfosi, ebbero origine dal giudizio che egli diede in una diatriba fra Giove e Giunone su quale sesso provasse maggior piacere nell’atto d’amore.

Egli, infatti, fu chiamato a deliberare come arbitro, in qualità di esperto, perché mutato in femmina per aver percosso con un bastone i due serpenti sopra citati, recuperando la natura originaria soltanto dopo sette anni, ripetendo lo stesso gesto. Tiresia diede ragione al re degli dèi, il quale lo ricompensò conferendogli il dono della profezia, mentre la dea, vendicandosi del verdetto a lei sfavorevole, lo rese cieco.

@ VEDI TIRESIA, CHE MUTÒ SEMBIANTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui

20^ canto dell’Inferno.

Anfiarao.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quarta bolgia. Virgilio al poeta: «Alza la testa, alzala, e vedi colui al quale si spalancò il suolo davanti agli occhi dei Tebani; per cui tutti gridavano: “Dove vieni giù, Anfiarao? perché abbandoni la guerra?”. E non cessò di cadere a precipizio in basso fino a Minosse che ha in potere ciascuno. Guarda che ha trasformato le spalle in petto; perché pretese di vedere troppo avanti, guarda verso la parte posteriore e cammina all’indietro».

Figura del mito classico, Anfiarao, collocato da Dante nella quarta bolgia di questo cerchio tra gli indovini, fu poeta e indovino. Sposò di Erifile, sorella del re di Argo, Adrasto, da cui ebbe due figli, Alcmeone e Anfiloco. Non volendo prendere parte alla guerra contro Tebe, detta “dei Sette Re”, poiché era sicuro che vi avrebbe perso la vita, si nascose in un luogo conosciuto solo dalla moglie.

Ma costei lo disse a Polinice, corrotto dalla collana di Armonia, apportatrice di sventure a chi ne fosse venuto in possesso, di proprietà della moglie di Polinice, Argia. Così scoperto, Anfiarao dovette partecipare giocoforza alla guerra contro Tebe, nella quale, dopo varie schermaglie preliminari, fu inghiottito dalla terra, d’un tratto apertasi in una profondissima fenditura, giungendo pertanto ancora vivo nell’Ade. In seguito fu vendicato dal figlio, che uccise la propria madre.

Il mito di Anfiarao e di Erifile godette di grande fortuna nell’antichità greca e romana. Dante lo conobbe grazie alla Tebaide di Stazio, della cui opera è uno dei personaggi principali.

@ DRIZZA LA TESTA, DRIZZA, E VEDI A CUI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

19^ canto dell’Inferno.

(Canto XIX, nel quale sgrida contra li simoniachi in persona di Simone Mago, che fu al tempo di san Pietro e di santo Paulo, e contra tutti coloro che simonia seguitano, e qui pone le pene che sono concedute a coloro che seguitano il sopradetto vizio, e dinomaci entro papa Nicola de li Orsini di Roma perché seguitò simonia; e pone de la terza bolgia de linferno.)

O Simon mago, o miseri seguaci

che le cose di Dio, che di bontate

deon essere spose, e voi rapaci

per oro e per argento avolterate,

or convien che per voi suoni la tromba,

però che ne la terza bolgia state.

Già eravamo, a la seguente tomba,

montati de lo scoglio in quella parte

ch’a punto sovra mezzo ‘l fosso piomba.

O somma sapïenza, quanta è l’arte

che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,

e quanto giusto tua virtù comparte!

Io vidi per le coste e per lo fondo

piena la pietra livida di fóri,

d’un largo tutti e ciascun era tondo.

Non mi parean men ampi né maggiori

che que’ che son nel mio bel San Giovanni,

fatti per loco d’i battezzatori;

l’un de li quali, ancor non è molt’anni,

rupp’io per un che dentro v’annegava:

e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava

d’un peccator li piedi e de le gambe

infino al grosso, e l’altro dentro stava.

Le piante erano a tutti accese intrambe;

per che sì forte guizzavan le giunte,

che spezzate averien ritorte e strambe.

Qual suole il fiammeggiar de le cose unte

muoversi pur su per la strema buccia,

tal era lì dai calcagni a le punte.

«Chi è colui, maestro, che si cruccia

guizzando più che li altri suoi consorti»,

diss’io, «e cui più roggia fiamma succia?».

Ed elli a me: «Se tuo vuo’ ch’i’ ti porti

là giù per quella ripa che più giace,

da lui saprai di sé e de’ suoi torti».

E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:

tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto

dal tuo volere, e sai quel che si tace».

Allor venimmo in su l’argine quarto;

volgemmo e discendemmo a mano stanca

là giù nel fondo foracchiato e arto.

Lo buon maestro ancor de la sua anca

non mi dipuose, sì mi giunse al rotto

di quel che si piangeva con la zanca.

«O qual che se’ che ‘l di sù tien di sotto,

anima trista come pal commessa»,

comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».

Io stava come ‘l frate che confessa

lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,

richiama lui per che la morte cessa.

Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,

se’ tu già costì ritto, Bonifazio?

Di parecchi anni mi mentì lo scritto.

Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio

per lo qual non temesti tòrre a ‘nganno

la bella donna, e poi di farne strazio?».

Tal mi fec’io, quai son color che stanno,

per non intender ciò ch’è lor risposto,

quasi scornati, e risponder non sanno.

Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:

“Non son colui, non son colui che credi” »;

e io rispuosi come a me fu imposto.

Per che lo spirto tutti storse i piedi;

poi, sospirando e con voce di pianto,

mi disse: «Dunque che a me richiedi?

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,

che tu abbi però la ripa corsa,

sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;

e veramente fui figliuol de l’orsa,

cupido sì per avanzar li orsatti,

che sù l’avere e qui me misi in borsa.

Di sotto al capo mio son li altri tratti

che precedetter me simoneggiando,

per le fessure de la pietra piatti.

Là giù cascherò io altresì quando

verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,

allor ch’i’ feci ‘l sùbito dimando.

Ma più è ‘l tempo già che i piè mi cossi

e ch’i’ son stato così sottosopra,

ch’el non starà piantato coi piè rossi:

ché dopo lui verrà di più laida opra,

di ver’ ponente, un pastor sanza legge,

tal che convien che lui e me ricuopra.

Nuovo Iasón sarà, di cui si legge

ne’ Maccabei; e come a quel fu molle

suo re, così fia lui chi Francia regge».

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,

ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:

«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle

Nostro Segnore in prima da san Pietro

ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?

Certo non chiese se non “Viemmi retro”.

Né Pier né li altri tolsero a Matia

oro od argento, quando fu sortito

al loco che perdé l’anima ria.

Però ti sta, ché tu se’ ben punito;

e guarda ben la mal tolta moneta

ch’esser ti fece contra Carlo ardito.

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta

la reverenza de le somme chiavi

che tu tenesti ne la vita lieta,

io userei parole ancor più gravi;

ché la vostra avarizia il mondo attrista,

calcando i buoni e sollevando i pravi.

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,

quando colei che siede sopra l’acque

puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

quella che con le sette teste nacque,

e da le diece corna ebbe argomento,

fin che virtute al suo marito piacque.

Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;

e che altro è da voi a l’idolatre,

se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,

non la tua conversion, ma quella dote

che da te prese il primo ricco patre!».

E mentr’io li cantava cotai note,

o ira o coscïenza che ‘l mordesse,

forte spingava con ambo le piote.

I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,

con sì contenta labbia sempre attese

lo suon de le parole vere espresse.

Però con ambo le braccia mi prese;

e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,

rimontò per la via onde discese.

Né si stancò d’avermi a sé distretto,

sì men portò sovra ‘l colmo de l’arco

che dal quarto al quinto argine è tragetto.

Quivi soavemente spuose il carco,

soave per lo scoglio sconcio ed erto

che sarebbe a le capre duro varco.

Indi un altro vallon mi fu scoperto.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

E veramente fui figliuol de l’orsa

 

19^ canto dell’Inferno.

La simonia e il nepotismo di Niccolò III.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Terza bolgia. Il poeta sente dire da Niccolò III: «E fui veramente della famiglia Orsini, così bramoso di denaro per favorire i discendenti dell’Orsa, che sulla Terra misi in borsa i denari e qui me stesso. Di sotto al mio capo sono stati trascinati gli altri che mi precedettero praticando la simonia, appiattiti nelle fenditure della pietra».

La simonia e il nepotismo di Niccolò III furono parte preponderante dei suoi comportamenti e della sua politica. Dante, per questo, lo condannò con fermezza, e questa sua condanna subito fu confermata dai primi commentatori della Commedia.

Per il Villani, Niccolò III “fu de’ primi, o primo papa, nella cui corte s’usasse palese simonia per gli suoi parenti (Cronica VII 54), Salimbene da Parma fece spesso menzione nelle sue opere del nepotismo di questo papa, e per il Buti, “Nicolao per fare grande sé, e quelli di casa sua, fu avarissimo, e non intese se non a simoneggiare per aver pecunia”.

Per quanto riguarda la citazione dantesca sopra riportata sulla “famiglia Orsini” e sui “discendenti dell’Orsa”, tra i commentatori moderni il Torraca ricordò la cronaca di Pipino (RIS IX, col. 724), dove si citava un libello dove Niccolò III era rappresentato con un orsacchiotto sulla mitra e due ai suoi piedi.

@ E VERAMENTE FUI FIGLIUOL DE L’ORSA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto

19^ canto dell’Inferno.

Niccolò III.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Terza bolgia. Niccolò III a Dante: «Dunque che cosa cerchi di sapere da me? Se t’importa così tanto di sapere chi sia, che tu abbia percorso per questo la parete inclinata, sappi che fui rivestito del manto papale».

Niccolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini, posto dal poeta nella terza bolgia di questo cerchio tra i simoniaci, nacque a Roma nel periodo compreso tra il 1210 e il 1220. Cardinale nel 1244, fu sodale di Innocenzo IV nella lotta contro Federico II di Svevia. Eletto al sacro soglio nel 1277 durante un complicato conclave a Viterbo, perseguì una politica tesa all’indipendenza della Chiesa, che manifestò in specie contro Carlo I d’Angiò, a cui tolse la dignità di senatore di Roma e di vicario dell’impero in Toscana.

Fatta riconoscere dall’Impero la supremazia della Chiesa sulla Romagna, vi inviò suo nipote Bertoldo Orsini come rettore. E mentre favoriva il matrimonio tra Carlo Martello, nipote del d’Angiò, e Clemenza, figlia di Rodolfo I d’Asburgo, con l’intenzione di porre fine alle diatribe tra i due sovrani, si dedicò alla pacificazione delle lotte tra le varie fazioni che dilaniavano l’Italia. Morì il 22 agosto 1280 nel castello di Soriano, nei pressi di Viterbo.

@ SE DI SAPER CH’I’ CHI SIA TI CAL COTANTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970