Fatti non foste a viver come bruti

26^ canto dell’Inferno.

Il racconto di Ulisse.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. I due poeti sentono dire da Ulisse: «Quando mi allontanai da Circe, che mi fece dimenticare di me stesso più di un anno là vicino a Gaeta, prima che Enea la chiamasse così, né la tenerezza che lega il padre al figlio, né la devozione filiale per il vecchio padre, né l’amore dovuto e consacrato dal rito il quale avrebbe dovuto rallegrare Penelope, poterono vincere dentro dime l’ardente brama che ebbi di divenire esperto delle usanze e umane indoli e delle qualità cattive e buone degli uomini; ma mi avviai per il profondo mare sconfinato con una sola nave e con quella compagnia poco numerosa dalla quale non fui abbandonato.

«Vidi l’una e l’altra riva fino alla Spagna, fino al Marocco, e l’isola dei Sardi, e le altre che quel mare lambisce intorno. Io e i compagni eravamo vecchi e debilitati quando giungemmo a quel breve braccio di mare chiuso fra le terre in cui Ercole fissò i suoi segnali acciocché non si procedesse più in là; a destra mi lasciai Siviglia, a sinistra mi aveva già lasciato Ceuta.

«Dissi: “O fratelli, che siete arrivati all’estremità occidentale della terraferma attraverso centomila pericoli, non vogliate rifiutare la conoscenza diretta dell’emisfero disabitato, seguendo il corso del sole, a questo tanto breve tempo di veglia che ci resta della vita sensibile. Ponete mente alla vostra origine: non foste procreati per vivere come animali, ma per agire secondo i dettami della virtù e della scienza”.

«Io resi i miei compagni così alacri e pronti al viaggio per mare, con questa esortazione breve, che in seguito li avrei trattenuti a stento; e volta la poppa della nave a oriente, trasformammo i remi in ali per il percorso dissennato, procedendo continuamente verso sinistra. La notte ci faceva già vedere tutte le stelle del polo antartico, e il nostro tanto basso, che non emergeva fuori della distesa del mare.

«L’emisfero inferiore della luna si era illuminato cinque volte e altrettante oscurato, da quando avevamo dato inizio all’arduo viaggio, quando ci si mostrò una montagna, scura a causa della distanza, e mi sembrò tanto alta quanto non ne avevo vista nessuna. Noi ci sentimmo lieti, e immediatamente la gioia si mutò in dolore e danno; perché dalla terra sconosciuta si formò un vento turbinoso e andò a colpire la parte anteriore della nave. La fece girare tre volte con tutte le acque; alla quarta sollevò la poppa e la prua s’inabissò, come volle Dio, fino a che il mare si fu chiuso nuovamente sopra di noi».

@ FATTI NON FOSTE A VIVER COME BRUTI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

A la vendetta vanno come a l’ira

26^ canto dell’Inferno.

Una questione aperta.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. Virgilio a Dante: «Là dentro sono tormentati Ulisse e Diomede, e così vanno insieme al castigo come contro la collera di Dio; e nella parte interna della loro fiamma piangono lamentosamente l’insidia del cavallo che aprì la porta da cui uscì il nobile progenitore dei Romani. Dentro vi si sconta l’astuzia per cui, morta, Deidamia tuttora si duole di Achille, e vi si sconta il furto del Palladio».

Figura del mito classico, Ulisse, posto dal poeta nell’ottava bolgia di questo cerchio tra i consiglieri fraudolenti con Diomede, ha dato lo spunto riguardo a una questione sorta già a partire dai primi commentatori della Commedia, che rimane tuttora aperta. Questa. L’eroe greco è da considerarsi reo perché ha osato sfidare i limiti imposti da Dio agli uomini, e quindi la sua fine rappresenta una sorta di castigo, oppure, è da riconoscere in lui un eroe dell’ardimento votato alla sete di conoscenza, che non poté raggiungere in quanto pagano, dunque in aperta sfida con la divinità?

Su questo dilemma, come detto sopra, si divisero già gli antichi commentatori, a partire dal Buti e da Benvenuto da Imola. Ugualmente, però, si dividono i moderni, come il Nardi e il Fubini. Il primo vede in Ulisse la superbia dell’uomo “che vuole raggiungere con le sue sole forze le ultime realtà”, paragonandolo addirittura ad Adamo, il primo peccatore; per il secondo, nel comportamento di Ulisse non vi fu alcuna colpa, ma soltanto una grandezza per niente fortunata. Colpevolisti e innocentisti, dunque. Due schieramenti destinati a restare tali ancora per molto tempo.

@ A LA VENDETTA VANNO COME A L’IRA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Di tante fiamme tutta risplendea

26^ canto dellʼInferno.

I consiglieri fraudolenti.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Ottava bolgia. Il poeta narra: “Quante lucciole vede il contadino che dimora in collina, nel tempo in cui quell’astro che illumina la Terra tiene meno nascosta la faccia sua agli uomini, quando le zanzare succedono alle mosche, giù nella valle, forse in quella parte in cui vendemmia e ara: di altrettante fiamme risplendeva tutta l’ottava bolgia, come io mi avvidi appena fui là dove appariva la parte più bassa”.

I consiglieri fraudolenti, collocati da Dante nell’ottava bolgia di questo cerchio, vi scontano una colpa legata strettamente alla conoscenza e al cattivo uso dell’ingegno, utilizzato per conseguire con la frode la supremazia del singolo o di una parte politica. Insomma, l’astuzia e la malizia politica, e, più generalmente, l’abuso dell’intelligenza in contrasto con le norme morali e religiose.

Colpa che comporta in molti casi una specie di ammirazione, “di fronte alla quale anche l’atteggiamento di Dante è assai lontano dal disprezzo o addirittura dalla ripugnanza che aveva mostrato per gli altri fraudolenti, e il giudizio si fa perplesso, complicato, drammatico: l’eccellenza dell’ingegno è un dono di Dio, un privilegio, che deve essere custodito e tenuto a freno con infinita cautela perché ‘non corra che virtù nol guidi’ “, per il Sapegno.

Che continuava in tal modo: “In questa atmosfera di alta meditazione morale di colloca e deve essere inteso anche l’episodio di Ulisse. Il quale narra a Dante, non le colpe, gli inganni e le frodi, per cui si trova punito con Diomede nell’inferno, sì la storia del suo estremo inconsapevole errore, allorché da vecchio, bramoso di sempre nuove esperienze, si indusse con pochi compagni a varcare le colonne di Ercole lanciandosi nell’oceano aperto alla ricerca di terre sconosciute…” A tal proposito, va da sé che si approfondirà questa ultima notazione in altra sede.

@ DI TANTE FIAMME TUTTA RISPLENDEA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

25^ canto dell’Inferno.

(Canto XXV, dove si tratta di quella medesima materia che detta è nel capitolo dinanzi a questo, e tratta contr’a ‘ fiorentini, ma in prima sgrida contro a la città di Pistoia; ed è quella medesima bolgia.)

Al fine de le sue parole il ladro

le mani alzò con amendue le fiche,

gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».

Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,

perch’una li s’avvolse allora al collo,

come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;

e un’altra a le braccia, e rilegollo,

ribadendo sé stessa sì dinanzi,

che non potea con esse dare un crollo.

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi

d’incenerarti sì che più non duri,

poi che ‘n mal fare il seme tuo avanzi?

Per tutt’i cerchi de lo ‘nferno scuri

non vidi spirto in Dio tanto superbo,

non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.

El si fuggì che non parlò più verbo;

e io vidi un centauro pien di rabbia

venir chiamando: «Ov’è, ov’è l’acerbo?».

Maremma non cred’io che tante n’abbia,

quante bisce elli avea su per la groppa

infin ove comincia nostra labbia.

Sovra le spalle, dietro da la coppa,

con l’ali aperte li giacea un draco;

e quello affuoca qualunque s’intoppa.

Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,

che, sotto ‘l sasso di monte Aventino,

di sangue fece spesse volte laco.

Non va co’ suoi fratei per un cammino,

per lo furto che frodolente fece

del grande armento ch’elli ebbe a vicino;

onde cessar le sue opere biece

sotto la mazza d’Ercule, che forse

gliene diè cento, e non sentì le diece».

Mentre che sì parlava, ed el trascorse,

e tre spirti venner sotto noi,

de’ quai né io né ‘l duca mio s’accorse,

se non quando gridar: «Chi siete voi?»;

per che nostra novella si ristette,

e intendemmo pur ad essi poi.

Io non li conoscea; ma ei seguette,

come suol seguitar per alcun caso,

che l’un nomar un altro convenette,

dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;

per ch’io, acciò che ‘l duca stesse attento,

mi puosi ‘l dito su dal mento al naso.

Se tu se’ or, lettore, a creder lento

ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,

ché io che ‘l vidi, a pena il mi consento.

Com’io tenea levate in lor le ciglia,

e un serpente con sei piè si lancia

dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.

Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia

e con li anterïor le braccia prese;

poi li addentò e l’una e l’altra guancia;

li diretani a le cosce distese,

e miseli la coda tra ‘mbedue

e dietro per le ren sù la ritese.

Ellera abbarbicata mai non fue

ad alber sì, come l’orribil fiera

per l’altrui membra avviticchiò le sue.

Poi s’appiccar, come di calda cera

fossero stati, e mischiar lor colore,

né l’un né l’altro già parea quel ch’era:

come procede innanzi da l’ardore,

per lo papiro suso, un color bruno

che non è nero ancora e ‘l bianco more.

Li altri due ‘l riguardavano, e ciascuno

gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!

Vedi che già non se’ né due né uno».

Già eran li due capi un divenuti,

quando n’apparver due figure miste

in una faccia, ov’eran due perduti.

Fersi le braccia due di quattro liste;

le cosce con le gambe e ‘l ventre e ‘l casso

divenner membra che non fuor mai viste.

Ogne primaio aspetto ivi era casso:

due e nessun l’imagine perversa

parea; e tal sen gio con lento passo.

Come ‘l ramarro sotto la gran fersa

del dì canicular, cangiando sepe,

folgore par se la via attraversa,

sì pareva, venendo verso l’epe

de li altri due, un serpentello acceso,

livido e nero come gran di pepe;

e quella parte onde prima è preso

nostro alimento, a l’un di lor trafisse;

poi cadde giuso innanzi lui disteso.

Lo trafitto ‘l mirò, ma nulla disse;

anzi, co’ piè fermati, sbadigliava

pur come sonno o febbre l’assalisse.

Elli ‘l serpente e quei lui riguardava;

l’un per la piaga e l’altro per la bocca

fummavan forte, e ‘l fummo si scontrava.

Taccia Lucano omai là dov’e’ tocca

del misero Sabello e di Nasidio,

e attenda a udir quel ch’or si scocca.

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,

ché se quello in serpente e quella in fonte

converte poetando, io non lo ‘nvidio;

ché due nature mai a fronte a fronte

non trasmutò sì ch’amendue le forme

a cambiar lor matera fosser pronte.

Insieme si rispuosero a tai norme,

che ‘l serpente la coda in forca fesse,

e ‘l feruto ristrinse insieme l’orme.

Le gambe con le cosce seco stesse

s’appiccar sì, che ‘n poco la giuntura

non facea segno alcun che si paresse.

Togliea la coda fessa la figura

che si perdeva là, e la sua pelle

si facea molle, e quella di là dura.

Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,

e i due piè de la fiera, ch’eran corti,

tanto allungar quanto accorciavan quelle.

Poscia li piè di rietro, insieme attorti,

diventaron lo membro che l’uom cela,

e ‘l misero del suo n’avea due porti.

Mentre che ‘l fummo l’uno e l’altro vela

di color novo, e genera ‘l pel suso

per l’una parte e da l’altra il dipela,

l’un si levò e l’altro cadde giuso,

non torcendo però le lucerne empie,

sotto le quai ciascun cambiava muso.

Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,

e di troppa matera ch’in là venne

uscir li orecchi de le gote scempie;

ciò che non corse in dietro e si ritenne

di quel soverchio, fé naso a la faccia

e le labbra ingrossò quanto convenne.

Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,

e li orecchi ritira per la testa

come face le corna la lumaccia;

e la lingua, ch’avëa unita e presta

prima a parlar, si fende, e la forcuta

ne l’altro si richiude; e ‘l fummo resta.

L’anima ch’era fiera divenuta,

suffolando si fugge per la valle,

e l’altro dietro a lui parlando sputa.

Poscia li volse le novelle spalle,

e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,

com’ho fatt’io, carpon per questo calle».

Così vid’io la settima zavorra

mutare e trasmutare; e qui mi scusi

la novità se fior la penna abborra.

E avvegna che li occhi miei confusi

fossero alquanto e l’animo smagato,

non poter quei fuggirsi tanto chiusi,

ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;

ed era quel che sol, di tre compagni

che venner prima, non era mutato;

l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio

25^ canto dellʼInferno.

Le metamorfosi secondo Ovidio.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Il poeta narra: “Ovidio taccia di Cadmo e di Aretusa, perché anche se componendo versi trasforma quello in serpente e quella in sorgente, io non lo invidio; perché due essenze una in faccia all’altra non trasformò mai così che ambedue le forme fossero docili a scambiare reciprocamente la loro materia”.

Figura del mito classico, Cadmo fu il fondatore di Tebe. Figlio del re fenicio Agenore, venuto in Grecia da Sidone, avrebbe seminato qui i denti di un drago da lui ucciso; da questi sarebbero nati dei guerrieri, trucidatisi poi a vicenda a eccezione di cinque, con l’aiuto dei quali Cadmo avrebbe fondato Tebe. Ovidio inventò la metamorfosi di costui in serpente, intesa come espiazione per aver ucciso il drago.

Figura del mito classico anch’essa, Aretusa fu una ninfa dell’Achea. Un giorno, di ritorno dalla caccia, fece un bagno nel fiume Alfeo. Il fiume si innamorò subito di lei, e assunse la figura umana. La ninfa fuggì, inseguita dal suo spasimante, e durante la fuga implorò il soccorso di Artemide, la quale intervenne mutandola in fonte. Poi la dea aprì la terra dove la ninfa si rifugiò prontamente; ma Alfeo si mutò di nuovo in fiume, per inseguirla sotto il mare fino all’isola Ortigia, vicino a Siracusa, dove entrambi riemersero dalle acque del mare, Aretusa sotto forma di sorgente cui Alfeo unì le proprie acque rimaste immuni dalla salsedine marina.

@ TACCIA DI CADMO E D’ARETUSA OVIDIO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Li altri due ‘l riguardavano, e ciascuno

25^ canto dell’Inferno.

I tre ladri fiorentini.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Dante narra: «Gli altri due lo guardavano, e ciascuno gridava: «Ohimè, Agnello, come ti trasformi! Vedi che già non sei né doppio né unico». Le due teste erano già divenute una sola, quando ci si mostrarono due forme corporee composte in una sola faccia, in cui erano smarrite le sembianze dell’uno e dell’altro. Le braccia diventarono due di quattro arti; le cosce con le gambe e il ventre e il petto divennero membra che non furono mai viste».

Buoso Donati, Puccio Sciancato e Agnello Brunelleschi, posti da Dante nella settima bolgia di questo cerchio tra i ladri, furono cittadini fiorentini. Su Buoso Donati, i primi commentatori della Commedia non furono da subito sulla stessa lunghezza d’onda nella identificazione del Buoso nominato dal poeta; per alcuni si trattava di Buoso degli Abati, fiorentino di famiglia ghibellina; per altri di Buoso Donati, zio di Corso, Piccarda e Forese Donati.

Per la critica più recente, vedi il Barbi, invece, si tratterebbe di quest’ultimo, in quanto “mai dai documenti di questa famiglia (Abati) un individuo di tal nome non appare”; potrebbe coincidere con un tale Buoso firmatario della pace detta ‘del Cardinal Latino’, e corrisponderebbe “benissimo per l’età agli altri quattro ladroni in cui Dante s’imbatte”, ancora il Barbi, cioè Puccio Sciancato, Agnolo Brunelleschi, Cianfa Donati e Francesco Cavalcanti.

Di Puccio Sciancato, membro della famiglia ghibellina dei Galigai (peraltro il solo dei ladri sunnominati a non subire la metamorfosi nella bolgia da uomo e serpente e viceversa), si disse dagli stessi commentatori che fu bandito insieme ai figli nel 1288, per essere riammesso a Firenze nel 1300. Infatti, si è trovato citato nei documenti relativi alla pace sopra riportata, oltre che con il nome proprio e con quello della famiglia, col soprannome, appunto ‘Sciancato’, che gli derivava ovviamente da qualche menomazione fisica.

Il terzo venne identificato, sempre dai suddetti commentatori, con Agnello o Agnolo Brunelleschi, quale discendente di una famiglia ghibellina di Firenze che, dopo il 1300, si schierò prima con i Guelfi Bianchi e poi con i Neri. Secondo le Chiose Selmi, “infino picciolo votava la borsa al padre e a la madre, poi votava la cassetta a la bottega e imbolava. Poi da grande entrava per le case altrui e vestiasi a modo di povero e faciasi la barba da vecchio”.

@ LI ALTRI DUE ‘L RIGUARDAVANO, E CIASCUNO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Non va co’ suoi fratei per un cammino

25^ canto dell’Inferno.

Caco.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Virgilio al poeta: «Questi è Caco, che, nella spelonca sul colle Aventino, produsse spesse volte un’ampia pozza di sangue. Non procede di comune accordo con gli altri centauri, a causa del furto che eseguì con frode della grande mandria che egli ebbe nelle vicinanze; per cui le sue condotte scellerate furono eliminate dalla clava di Ercole, che forse lo picchiò con cento percosse, e non ne sentì dieci».

Figura del mito classico, Caco, collocato da Dante nella settima bolgia di questo cerchio tra i ladri, fu figlio di Vulcano, metà uomo e metà bestia, che vomitava dalla bocca “inutili incendi” (Eneide, VIII, 259), era senza mezzi termini un ladro di bestiame, e la sua dimora si trovava in un antro del monte Aventino, a Roma, luogo lordo di sangue e di ossa umane, teatro dei suoi omicidi.

Un giorno rubò a Ercole quattro tori e quattro giovenche della mandria del re Gerione, che l’eroe aveva condotto con sé dalla Spagna dopo aver sconfitto costui. Così Ercole, scopertolo, lo uccise con una stretta delle sue braccia, e nel punto in cui accadde il fatto costruì l’Ara massima. Tale episodio fu riportato da Virgilio nell’Eneide (VIII, 193-268), dalla quale lo riprese il poeta, sebbene con la variante sulla morte del mostro: nell’opera virgiliana, Caco, come detto sopra, morì strangolato per la stretta della braccia di Ercole; nel canto di cui trattasi, sotto i colpi della clava dell’eroe.

Tutto ciò induce a ritenere che Dante riprendesse dall’episodio virgiliano per il tramite di un’opera compilativa o di qualche chiosa. Caco fu da egli elevato a simbolo della fraudolenza condannata nella stessa bolgia, come i centauri del primo girone del settimo cerchio erano stati eletti quali rappresentanti della violenza contro il prossimo.

@ NON VA CO’ SUOI FRATEI PER UN CAMMINO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani, 1970

24^ canto dell’Inferno.

(Canto XXIV, nel quale tratta de le pene che puniscono li furti, dove trattando de’ ladroni sgrida contro a’ Pistolesi sotto il vocabulo di Vanni Fucci, per la cui lingua antidice del tempo futuro; ed è la settima bolgia.)

In quella parte del giovanetto anno

che ‘l sole i crin sotto l’Acquario tempra

e già le notti al mezzo dì sen vanno,

quando la brina in su la terra assempra

l’imagine di sua sorella bianca,

ma poco dura a la sua penna tempra,

lo villanello a cui la roba manca,

si leva, e guarda, e vede la campagna

biancheggiar tutta; ond’ei si batte l’anca,

ritorna in casa, e qua e là si lagna,

come ‘l tapin che non sa che si faccia;

poi riede, e la speranza ringavagna,

veggendo ‘l mondo aver cangiata faccia

in poco d’ora, e prende suo vincastro

e fuor le pecorelle a pascer caccia.

Così mi fece sbigottir lo mastro

quand’io li vidi sì turbar la fronte,

e così tosto al mal giunse lo ‘mpiastro;

ché, come noi venimmo al guasto ponte,

lo duca a me si volse con quel piglio

dolce ch’io vidi prima a piè del monte.

Le braccia aperse, dopo alcun consiglio

eletto seco riguardando prima

ben la ruina, e diedemi di piglio.

E come quei ch’adopera ed estima,

che sempre par che ‘nnanzi si proveggia,

così, levando me sù ver’ la cima

d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia

dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;

ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».

Non era via da vestito di cappa,

ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,

potavam sù montar di chiappa in chiappa.

E se non fosse che da quel precinto

più che da l’altro era la costa corta,

non so di lui, ma io sarei ben vinto.

Ma perché Malebolge inver’ la porta

del bassissimo pozzo tutta pende,

lo sito di ciascuna valle porta

che l’una costa surge e l’altra scende;

noi pur venimmo al fine in su la punta

onde l’ultima pietra si scoscende.

La lena m’era del polmon sì munta

quand’io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,

anzi m’assisi ne la prima giunta.

«Omai convien che tu così ti spoltre»,

disse ‘l maestro; «ché, seggendo in piuma,

in fama non si vien, né sotto coltre;

sanza la qual chi sua vita consuma,

cotal vestigio in terra di sé lascia,

qual fummo in aere e in acqua la schiuma.

E però leva sù; vinci l’ambascia

con l’animo che vince ogne battaglia,

se col suo grave corpo non s’accascia.

Più lunga scala convien che si saglia;

non basta da costoro esser partito.

Se tu mi ‘ntendi, or fa sì che ti vaglia».

Leva’mi allor, mostrandomi fornito

meglio di lena ch’i’ non mi sentia,

e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».

Su per lo scoglio prendemmo la via,

ch’era ronchioso, stretto e malagevole,

ed erto più assai che quel di pria.

Parlando andava per non parer fievole;

onde una voce uscì de l’altro fosso,

a parole formar disconvenevole.

Non so che disse, ancor che sovra ‘l dosso

fossi de l’arco già che varca quivi;

ma chi parlava ad ire parea mosso.

Io era vòlto in giù, ma gli occhi vivi

non poteano ire al fondo per lo scuro;

per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi

da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;

ché, com’i’ odo quinci e non intendo,

così giù veggio e neente affiguro».

«Altra risposta», disse, «non ti rendo

se non lo far; ché la dimanda onesta

si de’ seguir con l’opera tacendo».

Noi discendemmo il ponte da la testa

dove s’aggiugne con l’ottava ripa,

e poi mi fu la bolgia manifesta:

e vidivi entro terribile stipa

di serpenti, e di sì diversa mena

che la memoria il sangue ancor mi scipa.

Più non si vanti Libia con sua rena;

ché se chelidri, iaculi e faree

produce, e cencri con anfisibena,

né tante pestilenzie né sì ree

mostrò già mai con tutta l’Etïopia

né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.

Tra questa cruda e tristissima copia

corrëan genti nude e spaventate,

sanza sperar pertugio o elitropia:

con serpi le man dietro avean legate;

quelle ficcavan per le ren la coda

e ‘l capo, ed eran dinanzi aggroppate.

Ed ecco a un ch’era da nostra proda,

s’avventò un serpente che ‘l trafisse

là dove ‘l collo a le spalle s’annoda.

Né O sì tosto mai né I si scrisse,

com’el s’accese e arse, e cener tutto

convenne che cascando divenisse;

e poi che fu a terra sì distrutto,

la polver si raccolse per sé stessa

e ‘n quel medesmo ritornò di butto.

Così per li gran savi si confessa

che la fenice more e poi rinasce,

quando al cinquecentesimo anno appressa;

erba né biado in sua vita non pasce,

ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,

e nardo e mirra son l’ultime fasce.

E qual è quel che cade, e non sa como,

per forza di demon ch’a terra il tira,

o d’altra oppilazion che lega l’omo,

quando si leva, che ‘ntorno si mira

tutto smarrito de la grande angoscia

ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:

tal era ‘l peccator levato poscia.

Oh potenza di Dio, quant’è severa,

che cotai colpi per vendetta croscia!

Lo duca il domandò poi chi ello era;

per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,

poco tempo è, in questa gola fiera.

Vita bestial mi piacque e non umana,

sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci

bestia, e Pistoia mi fu degna tana».

E ïo al duca: «Dilli che non mucci,

e domanda che colpa qua giù ‘l pinse;

ch’io ‘l vidi omo di sangue e di crucci».

E ‘l peccator, che ‘ntese, non s’infinse,

ma drizzò verso me l’animo e ‘l volto,

e di trista vergogna si dipinse;

poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto

ne la miseria dove tu mi vedi,

che quando fui de l’altra vita tolto.

Io non posso negar quel che tu chiedi;

in giù son messo tanto perch’io fui

ladro a la sagrestia d’i belli arredi,

e falsamente già fu apposto altrui.

Ma perché di tal vista tu non godi,

se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,

apri li orecchi al mio annunzio, e odi.

Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;

poi Fiorenza rinova genti e modi.

Tragge Marte vapor di Val di Magra

ch’è di torbidi nuvoli involuto;

e con tempesta impetüosa e agra

sovra Campo Picen fia combattuto;

ond’ei repente spezzerà la nebbia,

sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.

E detto l’ho perché doler ti debbia!».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Vita bestial mi piacque e non umana

24^ canto dell’Inferno.

Vanni Fucci.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. I due poeti sentono dire da Vanni Fucci: «Io caddi dalla Toscana, poco fa, in questa bolgia feroce. Praticai una vita di bestia e non di uomo, come il bastardo che fui; sono Vanni Fucci detto Bestia, e Pistoia fu il mio covo opportuno».

Vanni Fucci, posto da Dante nella settima bolgia di questo cerchio tra i ladri, fu figlio illegittimo di Fuccio de’ Lazzari, nobile pistoiese. Questi si rese protagonista, nel partito dei Guelfi Neri, delle lotte civili che imperversarono per anni nella sua città. Infatti, nel 1295 venne condannato in contumacia per fatti di sangue e di brigantaggio. Il poeta lo conobbe probabilmente nel 1292, quando serviva Firenze contro Pisa.

A proposito del furto che egli perpetrò nella cappella di san Iacopo della Cattedrale di Pistoia, il Sapegno a suo tempo scrisse: “Di quel furto, avvenuto a quanto pare nel primi mesi del ’93, le cronache contemporanee e i commentatori del poema ci danno versioni incerte e discordanti. Narrano che la colpa ne fosse ingiustamente attribuita a un Rampino Foresi (o Vergellesi), che corse rischio di morire impiccato.

“Più tardi la verità del fatto venne a galla, e uno dei complici di Vanni Fucci, il notaio Vanni della Monna, fu condannato a morte; ma il principale colpevole dovette sottrarsi alla pena fuggendo; e anzi, poiché egli si duole qui d’esser trovato fra i ladri da Dante e questi finge di non sapere la causa per cui è punito in maniera così infamante, convien ritenere che la sua partecipazione al furto venisse accertata solo dopo la sua morte, avvenuta poco prima del marzo del 1300”.

@ VITA BESTIAL MI PIACQUE E NON UMANA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

Erba né biado in sua vita non pasce

24^ canto dell’Inferno.

La fenice.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Settima bolgia. Dante narra: “Né la O né la I si scrissero mai così rapidamente, come egli avvampò e fu infuocato, e avvenne che cadendo divenisse tutto cenere; e dopo che fu così disfatto totalmente a terra, la cenere si addensò da sola e ridiventò di colpo lo stesso dannato. Così è asserito dagli insigni sapienti che la fenice muore e poi torna a nascere, ogni volta che si viene vicino nel tempo al cinquecentesimo anno; nella sua vita non si nutre di erbe né di vegetali seminati dall’uomo, ma solo di gocce di incenso e di amomo, e le bende funebri sono il nardo e la mirra”.

Figura del mito classico, la fenice fu un uccello sacro agli antichi Egizi, di cui parlarono in abbondanza letterati e astrologi. Erodoto la descrisse come una grande aquila, con le piume estremamente variopinte. Originaria dell’Etiopia, viveva almeno cinquecento anni, fino a quando, arrivata al termine della sua esistenza, si costruiva un nido per morirvi bruciata. Dalle ceneri, ne nasceva un’altra, che volava in Egitto, a Eliopoli, in cui era consacrata nel tempio del Sole, per tornare poi in Etiopia a vivere una lunghissima vita.

Il poeta, con il riferimento sopra citato, nel quale la velocità della morte e della sua rinascita è paragonata alla mutazione di Vanni Fucci colpito da un serpente, di cui si parlerà in separata sede, sembrò credere, asserisce più di qualche antico commentatore della Commedia, alla realtà effettiva della fenice, peraltro usata dai poeti suoi contemporanei come metafora per descrivere il personaggio dell’amante.

@ ERBA NÉ BIADO IN SUA VITA NON PASCE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970