Dà oggi a noi la cotidiana manna

11^ canto del Purgatorio

La preghiera dei superbi

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: «O Padre nostro, che stai nei cieli, non circondato, ma per più amore che tu hai verso le prime cose di lassù da te create, siano lodati il tuo nome e la tua potenza creatrice da ogni creatura, in quanto è giusto ringraziare la tua soave emanazione di amore. Venga verso di noi la pace del tuo regno, perché noi da soli non la possiamo ottenere, se essa non viene, con tutta la nostra capacità di escogitare. Come gli angeli tuoi, cantando Osanna, ti offrono la loro volontà, così facciano gli uomini della loro.

«Dacci oggi il quotidiano cibo spirituale, senza il quale nel mondo terreno indietreggia chi più si sforza di avanzare. E come noi perdoniamo a ciascuno il torto che abbiamo tollerato, anche tu perdonaci misericordioso, e non considerare i nostri meriti. Non mettere alla prova la capacità dell’uomo, che si arrende facilmente, con l’antico nemico, ma liberala da lui che così la spinge al male. Quest’ultima parte della preghiera, Signore amato, certamente non la recitiamo per noi, perché non è necessario, ma per coloro che restarono dietro a noi».

Chiosa, a tal proposito, la Chiavacci Leonardi: “La preghiera – il Pater – che apre senza didascalia il canto, con grande effetto di improvviso, è recitata dalle anime schiacciate dai macigni, ed ha ritmo lento – quasi di salmodia – accordandosi ai loro lenti passi. Dante ha scelto la più sublime preghiera per il più grave dei peccati, e ha creato un singolare testo, dove al versetto si affianca un commento, una breve meditazione morale, che sembra nascere dal cuore contrito del superbo”.

Da tale commento si può estrapolare che dalla consapevolezza di quelle parole, nonché dall’andamento per così dire lento e compassato delle stesse, atto a esprimere una sorta di fiducioso abbandono, è sorto come un fiore dalla penna di Dante un testo molto bello, in cui si può percepire la voce di colui che lo redasse.

© DÀ OGGI A NOI LA COTIDIANA MANNA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Classici Oscar 2005

Ma guarda fiso là, e disviticchia

10^ canto del Purgatorio

I superbi

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Virgilio: «La molesta qualità del loro tormento li fa piegare in due verso terra, sicché prima i miei occhi ne ebbero motivo di contesa. Ma guarda fissamente là, e districa con gli occhi quello che viene sotto a quei massi: puoi già vedere come ciascuno è battuto e castigato dalla giustizia divina».

Il riferimento è ai superbi, posti da Dante in questa cornice. Costoro appaiono d’un tratto a Virgilio, che ne rende subito edotto Dante, mentre costui è ancora completamente immerso nell’ammirare le sculture ultraterrene che, raffigurando in marmorei bassorilievi gli esempi di umiltà esaltata, sono situate sulla parete della cornice sopra citata che circonda il monte.

Essi, da sinistra rispetto ai due poeti, procedono lentamente, rannicchiati sotto il peso di massi enormi, sotto i quali a malapena è riconoscibile la figura umana, celata alla vista proprio dagli stessi che gravano sulle loro spalle. “I volti, che si ersero superbi, ora sono costretti a forza verso terra; tutta la persona, abituata ad esprimere la dignità e l’alterigia, ora si piega e si contorce in atti di forzata contrizione, viva immagine di una grandezza proterva che è stata umiliata e vinta”, evidenziava il Sapegno nella presentazione di questo canto.

I superbi, nella loro vita terrena, non si accorsero, a causa della loro cecità mentale, che gli uomini vivono sulla Terra soltanto nell’attesa di ‘volare in cielo’, avendo ben poco da compiacersi di sé stessi. E la Chiavacci Leonardi chiosa: “La sofferenza del superbo schiacciato e quasi irriconoscibile come persona umana esprime la condizione dell’anima penitente, che espia la sua colpa con dolore e abbassamento eguali alla presunzione precedente”. Per concludere, non è secondario il fatto che, nell’efficacissima rappresentazione dantesca, l’ispirazione possa essere venuta al poeta appunto dalle cariatidi citate poco sopra, raffigurate nei portali delle chiese.

© MA GUARDA FISO LÀ, E DISVITICCHIA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 12^ ristampa 1979

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Classici Oscar 2005

Era intagliato lì nel marmo stesso

10^ canto del Purgatorio

Gli esempi di umiltà: la danza di David e la leggenda di Traiano con la vedovella

Nella prima cornice del Purgatorio. Dante narra: “«Non pensare soltanto a una sola cosa», disse il caro maestro, che mi teneva da quel lato dove le persone hanno il cuore. Per cui mi mossi con lo sguardo, e dietro a Maria vidi, da quel lato dov’era colui che mi guidava, una seconda scena illustrata in scultura nella parete rocciosa; per cui io oltrepassai Virgilio, e mi avvicinai, affinché fosse esposta ai miei occhi.

“Lì erano scolpiti nello stesso marmo il carro e i buoi, trainanti l’Arca santa, per cui da allora si teme di assumere un incarico non affidato. In primo piano apparivano le persone; e tutte quante, divise in sette schiere in atto di cantare, facevano dire ai miei due sensi all’uno ‘No’, all’altro ‘Sì, canta’. Ugualmente rispetto al fumo dell’incenso che vi era rappresentato, la vista e l’odorato si fecero contrastanti sia al “sì” sia al “no”.

“Lì incedeva davanti alla reliquia sacra, danzando con la veste alzata, l’umile autore di salmi, e in quell’occasione era più che un re e meno che un re. Dirimpetto, scolpita a una finestra di un grande palazzo, Micol guardava con attenzione come una donna sprezzante e corrucciata. M’incamminai dal punto in cui io stavo, per guardare attentamente da vicino una terza scena, che splendeva ai miei occhi con il marmo candido di là di quella di Micol.

“Lì era raffigurato il nobile atto di giustizia compiuto dal principe romano, la cui eccellenza morale spinse Gregorio alla sua grande vittoria; parlo di Traiano, imperatore; e una vedovella gli teneva il cavallo al morso, raffigurata nel marmo con l’atteggiamento di chi piange e si duole. Intorno a lui appariva affollato e pieno di cavalieri, e le aquile delle insegne effigiate in campo d’oro sopra di essi per ciò che sembrava alla vista si muovevano al vento.

“La miserella sembrava dire tra tutti costoro: «Signore, rendimi giustizia per il mio figliolo che è stato ucciso, per cui io mi strazio»; ed egli risponderle: «Ora aspetta finché torni»; e quella, come una persona in cui la sofferenza si fa impaziente: «Signore mio, se tu non torni?»; ed egli: «Chi sarà al mio posto, te la renderà»; ed essa: «Il bene compiuto da altri di quale vantaggio sarà, se trascuri il tuo?»; ed egli: «Ora rincuorati; che è giusto che adempia il mio dovere prima che parta: lo vuole la giustizia e mi trattiene la compassione»”.

© ERA INTAGLIATO LÌ NEL MARMO STESSO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

E avea in atto impressa esta favella

10^ canto del Purgatorio

Gli esempi di umiltà: l’arcangelo Gabriele e Maria

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Dopo che fummo oltre il limitare della porta che lascia in abbandono la viziosa cupidigia per i beni terreni degli uomini, perché fa apparire diretta la via errata, mentre risuonava la sentii che si era chiusa; e se io avessi volto gli occhi a essa, come sarebbe stata un’opportuna giustificazione alla colpa? Noi salivamo attraverso un sentiero scavato nella parete rocciosa, che procedeva tortuosamente sia da un lato sia dall’altro, come l’onda che si allontana in fretta e si avvicina.

“«Qui è necessario usare un poco d’accortezza», iniziò a dire la guida mia, «nell’accostarsi una volta di qua, una volta di là alle rientranze della parete». E questo rese i nostri passi lenti e brevi, tanto che l’ultimo quarto di luna giunse di nuovo all’orizzonte per tramontare, prima che noi fossimo fuori di quella strettoia; ma quando fummo liberi e in un luogo aperto in alto dove il monte ritrae le coste verso il proprio asse, io prostrato e ambedue dubbiosi sulla via da seguire, ci fermammo su un ripiano solitario più che le strade che attraversano i luoghi solitari e disabitati.

“Dal suo margine esterno, in cui ha come confine il vuoto, ai piedi dell’alta parete che continua ad andare su, misurerebbe tre volte la lunghezza di un corpo umano; e quanto il mio occhio poteva spaziare con le ali, una volta dalla parte sinistra una volta dalla destra, questo ripiano mi sembrava di tal fatta. I nostri piedi non si erano ancora mossi sul ripiano, quando io mi avvidi che quella parete attorno che aveva una minore ripidezza per salire, era di marmo bianchissimo e adornato di bassorilievi tali, che non soltanto Policleto, ma lì la natura ne avrebbe lo scorno.

“L’angelo che scese in Terra con la deliberazione divina della pace con Dio invocata con lacrime e attesa per molti secoli, che riaprì il Paradiso negato all’uomo da lungo tempo, sembrava lì davanti a noi così reale scolpito in un contegno di tenera e venerante devozione, che non dava l’impressione di essere una raffigurazione muta ma una persona viva e parlante. Si sarebbe giurato che egli dicesse ‘Ave!’; perché lì era rappresentata quella che girò la chiave ad aprire la porta del divino Amore; e nell’atteggiamento aveva impresse queste parole: ‘Ecco l’ancella di Dio’, precisamente come un’immagine s’imprime come un sigillo nella cera”.

© E AVEA IN ATTO IMPRESSA ESTA FAVELLA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte

9^ canto del Purgatorio

Il cortese portinaio

Nel Purgatorio. Davanti alla porta. Il poeta narra: “Noi ci avvicinammo, ed eravamo a un punto per cui là dove prima mi appariva spaccato, proprio come una crepa che divide un muro, vidi una porta, e tre gradini sottostanti per andare a essa, di colori vari, e un portiere che ancora taceva. E quando sempre più lo guardai con attenzione, lo vidi sedere sopra il gradino posto più in alto, tale nella faccia che io non ne sopportai la vista; e aveva in mano una spada sguainata, che rimandava così i raggi di luce verso di noi, che io spesso vi volgevo inutilmente lo sguardo.

“«Parlate da dove siete: voi che cosa desiderate?», egli iniziò a dire, «dov’è la guida? State attenti che il salire non vi sia di nocumento».

“«Una donna del Paradiso, resa edotta di queste cose», gli rispose il mio maestro, «proprio poco fa ci disse: “Dirigetevi là: lì c’è la porta”».

“«Ed ella vi faccia progredire nella via del bene», riprese a dire il cortese portinaio: «Venite dunque davanti ai gradini sotto la nostra custodia».

“Noi giungemmo là; e il primo scalino era di marmo bianco così levigato e limpido, che io mi contemplai come in uno specchio in esso quale io appaio. Il secondo era nero più che scuro, fatto di pietra scabra e arida, piena di crepe per lungo e per largo. Il terzo, che poggia con la propria massa al di sopra, somigliava al porfido, così rosseggiante come il sangue che esce fuori con forza da una vena.

“Sopra questo l’angelo di Dio teneva ambo i piedi sedendo sul limitare che mi sembrava una pietra di diamante. La guida mia condusse me che ero volenteroso su per i tre gradini, dicendo: «Prega in modo contrito che apra la serratura della porta». M’inginocchiai devotamente davanti ai suoi piedi santi; pregai misericordia e che mi aprisse, ma prima mi battei tre volte il petto”.

© NOI CI APPRESSAMMO, ED ERAVAMO IN PARTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Lasciatemi pigliar costui che dorme

9^ canto del Purgatorio

L’aiuto di santa Lucia

Nel Purgatorio. In vista della porta. Dante narra: “Accanto a me c’era solo il mio conforto, e il sole era già sorto da più che due ore, e la mia vista era rivolta verso il tratto di mare. «Non aver timore», disse il mio signore; «tranquillizzati, perché noi siamo avanti nel nostro cammino; non restringere, ma dà libero corso a ogni energia spirituale. Dopo quanto è accaduto tu sei arrivato al Purgatorio: vedi là il pendio che lo cinge intorno; vedi l’ingresso là dove il pendio appare disgiunto.

«Poco fa, nell’alba che precede il giorno, quando la tua anima dentro aveva le sue facoltà impedite dal sonno, venne una donna sopra i fiori di cui è adorno quel luogo laggiù, e disse: “Sono Lucia; permettetemi di prendere costui che dorme; così l’aiuterò nel suo cammino”. Sordello e le altre anime nobili rimasero lì; ella ti prese tra le braccia, e quando si fece giorno, salì; e io lo seguii. Ti depose qui, ma prima gli occhi suoi belli mi resero manifesta quella fessura nel balzo; poi ella e il sonno scomparvero insieme».

“Similmente a colui che si accerta nel dubbio e che trasforma la sua paura in sicurezza, dopo che la verità gli è stata rivelata, mi mutai io; e quando la guida mia mi vide senza timore, salì per il pendio, e io dietro verso l’alto. Lettore, tu intendi chiaramente come io elevo a una maggiore dignità poetica il mio tema, e perciò non ti meravigliare se io lo fortifico con più artificio di finzioni”.

© LASCIATEMI PIGLIAR COSTUI CHE DORME

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Ne l’ora che comincia i tristi lai

9^ canto del Purgatorio

Il sogno di Dante

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Il poeta narra: “La moglie del vecchio Titone s’illuminava già al balcone d’oriente, lontano dalle braccia del suo caro uomo amato; la sua fronte era splendente di astri celesti, disposti a formare il disegno della costellazione dell’animale dal sangue freddo che colpisce le persone con la coda; e la notte, dei passi con cui sale verso lo zenit, ne aveva percorsi due nel punto in cui ci trovavamo, e il terzo chinava già le ali in basso; quando io, che avevo con me il corpo mortale, sopraffatto dalla sonnolenza, mi chinai sul terreno là dove sedevamo già tutti e cinque.

“Nell’ora in cui la rondinella inizia le sue voci querule vicino alla mattina, forse in ricordo dei suoi lamenti di un tempo, e in cui la mente umana, più distaccata dai vincoli corporei e meno posseduta dai pensieri, è quasi divinatrice nei suoi sogni, avevo l’impressione di vedere in sogno un’aquila con le piume di color d’oro librata nel cielo, con le ali distese e in atto di scendere; e mi sembrava di essere là dove furono abbandonati i suoi da Ganimede, quando fu trasportato fino al supremo concilio degli dèi.

“Dentro di me riflettevo: ‘Forse questa si dirige proprio qui per abitudine, e forse ritiene non degno di sé il levare prede tra gli artigli da un altro luogo’. Poi avevo l’impressione che, dopo aver roteato un poco, discendesse terribile come un fulmine, e mi trasportasse in alto fino alla sfera del fuoco. Lì sembrava che bruciassimo essa e io; e così mi scottò la visione dell’ardore immaginato, che fu inevitabile che mi destassi.

“Non in modo diverso si scosse Achille, mentre volgeva intorno a sé gli occhi appena aperti e non sapendo là dove fosse, quando la madre togliendolo alle cure di Chirone lo portò via di nascosto dormiente sulle braccia a Sciro, da dove poi Ulisse e Diomede lo condussero via; di quello che mi riscossi io, appena il sonno fuggì dai miei occhi, e diventai pallido, come fa chi, spaventato, agghiaccia”.

© NE L’ORA CHE COMINCIA I TRISTI LAI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Fui chiamato Currado Malaspina

8^ canto del Purgatorio

Corrado Malaspina

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Il poeta sente dire da Corrado Malaspina: «Così la grazia illuminante che ti conduce verso l’alto possa trovare tanto alimento nel tuo libero arbitrio, quanto è necessario fino alla cima del monte smaltato di verde e di fiori, se hai una conoscenza verace dei fatti della Lunigiana o delle zone vicine, dimmelo, che là ero già potente. Fui chiamato Corrado Malaspina; non sono il capostipite, ma derivai da lui; per i miei provai l’affetto esclusivo che si purifica qui».

Corrado Malaspina, posto da Dante nell’Antipurgatorio tra i principi negligenti, fu figlio di Federico I marchese di Villafranca e nipote di Corrado il Vecchio, capostipite della casata. Sulla biografia di questo personaggio ci sono giunte testimonianze non molto significative. Da qualche documento risulta che la sua vita fu votata prevalentemente alla cura degli interessi della sua famiglia e del suo territorio. Egli avrebbe liberato per due volte Sarzana dal giogo dei Pisani, e da ciò avrebbe avuto origine il suo rapporto con il suo avversario Nino Visconti (suo compagno di penitenza, poi, nella valletta fiorita dell’Antipurgatorio), nonché avrebbe partecipato alle lotte contro il vescovo di Luni. In base al testamento redatto da lui stesso il 28 settembre 1294, divise tra i fratelli e i congiunti le terre in Lunigiana e in Sardegna, che aveva posseduto in compartecipazione con loro.

Il poeta, con tale personaggio, non fece altro che innalzare a condizione eccelsa un tipico rappresentante del mondo cavalleresco, rimasto nel suo animo per tutta la sua vita da esule, come momento storico di pace e di giustizia. Così, nell’incontro con lui, egli avvertì in maniera marcata il contrasto con gli anni che era costretto a vivere nel disordine sociale e politico della sua patria. A quest’epoca idealizzata, Dante guardava con molto rimpianto, e ciò traspare qua e là, come si vedrà, nella seconda e nella terza cantica, in cui tale rimpianto raggiungerà la vetta per mezzo della figura del suo avo Cacciaguida.

© FUI CHIAMATO CURRADO MALASPINA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Sentendo fender l’aere a le verdi ali

8^ canto del Purgatorio

Gli angeli e la mala striscia

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Dante narra: “Da quel lato da dove la piccola valle non ha protezione, vi era un serpente, forse quale fu quello che procurò a Eva il frutto proibito. Il perverso serpente arrivava strisciando tra la vegetazione bassa e folta e i fiori, volgendo la testa di tanto in tanto, e leccando il dorso come una bestia che si fa bella per sedurre. Io non vidi, e perciò non lo posso raccontare, come gli astori divini partirono; ma vidi chiaramente sia l’uno sia l’altro in movimento. Sentendo tagliare l’aria dalle verdi ali, il serpente si allontanò in fretta, e gli angeli tornarono indietro, volando su alle dimore con pari volo. L’ombra che si era avvicinata al giudice quando la chiamò, per tutto il tempo che durò l’attacco non si distolse affatto dal guardarmi ”.

Poco prima dell’incontro col giudice Nino Visconti, e subito dopo che i principi della valletta hanno continuato a cantare e terminare l’inno ambrosiano ‘Te lucis ante terminum’ iniziato da uno di essi, il poeta vede dapprima la folla silenziosa delle anime nobili che guardano verso l’alto, quasi in attesa, pallida e umile, e poi vede rendersi visibili in alto e scendere giù due angeli con due spade infuocate, tronche e prive delle loro estremità. Essi sono verdi nelle vesti come fogliette nate allora allora, che si tirano alle loro spalle urtate e mosse dal vento provocato dal battito di verdi ali. L’uno va a stare un poco più in alto di Dante, Virgilio e Sordello, e l’altro scende nel bordo opposto, così che gli spiriti sono contenuti nel mezzo. «Vengono entrambi dalla cavità della candida rosa a cui Maria presiede, a difesa dell’avvallamento, a causa del serpente che verrà ben presto», dice Sordello.

Così, espletato l’incontro col personaggio sopra citato, ecco la mala striscia, come il poeta definisce il serpente, fare la sua comparsa, e che Sordello indica a dito, svolgendosi in seguito la scena riportata in apertura. Bene. Gli angeli con la spada infuocata sono una chiara reminiscenza, tratta dalla Bibbia, del cherubino posto a guardia dell’Eden e rappresentano la raffigurazione dell’esilio dell’uomo, dal quale si può ritornare soltanto in virtù della redenzione. “Essi hanno infatti una funzione opposta al loro modello: il primo cherubino cacciò gli uomini dall’Eden perché non vi tornassero, i secondi cacciano il serpente perché gli uomini restino al sicuro nella valle fiorita” (Chiavacci Leonardi). E il serpente? Nient’altro che la tentazione diabolica sconfitta dalla grazia divina invocata dai penitenti della valletta fiorita, così che il nostro nemico di sempre, che nel Paradiso Terrestre riuscì a prevalere sull’umanità, adesso è cacciato dagli angeli alquanto facilmente. Soltanto con la loro presenza.

© SENTENDO FENDER L’AERE A LE VERDI ALI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Classici Oscar 2005

Giudice Nin gentil, quanto mi piacque

8^ canto del Purgatorio

Nino Visconti

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Il poeta narra: “Credo di essere sceso solo di tre passi, e fui di sotto, e vidi uno che guardava intensamente proprio me, come se desiderasse vivamente di riconoscermi. Era già l’ora in cui si faceva buio, ma non così che tra gli occhi suoi e i miei non rendesse chiaro ciò che prima teneva chiuso. Si avvicinò a me, e io mi avvicinai a lui: o nobile giudice Nino, quanto fui contento quando ti vidi che non eri tra i dannati!”.

Nino Visconti, collocato da Dante nell’Antipurgatorio tra i principi negligenti, nacque nel 1265 circa e morì nel 1296. Fu signore del giudicato di Gallura e cittadino pisano tra i più influenti, a capo della fazione guelfa. Associato al governo di Pisa da Ugolino della Gherardesca, suo nonno materno, ed entrambi assunto il titolo di “rettori e governatori del Comune”, nel 1286 riformò con costui Breve communitis Pisani e il Breve populi Pisani, per venire incontro alle necessità di un ristretto governo di tipo signorile, e ponendo limitazioni all’autonomia delle Arti maggiori.

Nulla è pervenuto circa i suoi rapporti con il conte Ugolino, ma è certo che egli fu colui che accusò presso la Santa Sede l’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini dell’eccidio che ebbe come protagonista la famiglia dei della Gherardesca (vedi Inferno XXXIII^ canto), dopo il quale, a causa della vittoria dei ghibellini pisani, dovette andarsene dalla città. Divenuto l’animatore della lega contro Pisa, rinsaldò i suoi rapporti con Firenze e fu in quel periodo che conobbe Dante.

Quando Pisa, nel luglio del 1293, aderì alla pace, egli non poté rientrare in città, visti i pericoli cui poteva incorrere, lui e la sua fazione. Ma qualche mese dopo, da Lucca, scrisse una missiva piena di risentimento ai Fiorentini, per raccomandarsi a essi sul rispetto dei patti fissati dal trattato di pace. Non avendo avuto riscontro, lasciò la Toscana riparando a Genova, che lo elesse come suo cittadino. Dalla città ligure si trasferì subito dopo nel giudicato di Gallura, dove ebbe contrasti con il suo vicario, il frate Gomita citato in Inferno nel XXII^ canto, che poi fece impiccare, e proseguì la sua battaglia contro Pisa fino a quando morì. Poco prima aveva espresso il desiderio che il suo cuore venisse portato nella guelfa Lucca, dove fu deposto nella chiesa dei frati minori di san Francesco.

© GIUDICE NIN GENTIL, QUANTO MI PIACQUE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970