Colui che più siede alto e fa sembianti

7^ canto del Purgatorio

L’imperatore Rodolfo e gli altri principi negligenti

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Pendici del Purgatorio. I due poeti sentono dire da Sordello: «Colui che siede più in alto e dimostra con l’atteggiamento di aver trascurato ciò che avrebbe dovuto fare, e che non manda fuori la voce per accompagnare i canti degli altri, fu l’imperatore Rodolfo, che avrebbe potuto placare le discordie intestine che hanno fatto morire l’Italia, sicché dopo il tempo conveniente e opportuno sarà rimessa in sesto da altri.

«Il secondo che lo rincuora per quello che appare all’aspetto, governò la terra in cui si formano le acque che la Moldava porta nell’Elba, e l’Elba da lì nel mare: ebbe nome Ottocaro, e da bambino fu assai migliore che suo figlio Venceslao adulto, che è dedito alla lussuria e all’ozio. E quel Nasetto che seduto vicino sembra in reciproca consultazione con colui che ha il sembiante così dolce, morì ritirandosi in fuga e disonorando l’insegna della casa reale di Francia: guardate là come si percuote il petto! Vedete il terzo che, sospirando, tiene adagiata la guancia sulla palma della sua mano come in un letto.

«Sono il padre e il suocero di colui che è causa della rovina della Francia: conoscono la sua vita peccaminosa e sozza moralmente, e di conseguenza deriva la sofferenza che li tormenta così. Quello che sembra così robusto e che si armonizza, a cantare, con colui che ha il naso virile, fu un cavaliere adorno di ogni virtù; e se dopo di lui fosse rimasto re il giovanetto che siede dietro a lui, il retaggio dell’eccellenza morale si sarebbe pienamente trasmesso di padre in figlio, che non si può dire degli altri eredi; Giacomo e Federico hanno i regni; nessuno dei due ha preso il meglio dell’eredità del padre.

«Rare volte l’umana virtù sorge di nuovo nei figli; e vuole questo Colui che la elargisce, affinché la si chieda a lui. Le mie parole si riferiscono pure al Nasuto non meno che all’altro, Pietro, che canta con lui, per cui già si dolgono il regno di Puglia e la contea di Provenza. La progenie fu tanto di meno rispetto a suo padre, quanto Costanza si compiace ancora del marito, più che del loro Beatrice e Margherita. Vedete il re dalla semplice vita, Enrico d’Inghilterra, sedere là in disparte: questi ha più virtuosi discendenti. Quello che sta seduto a terra tra costoro più in basso, guardando in alto, è il marchese Guglielmo, per cui sia Alessandria sia la sua guerra fanno soffrire il Monferrato e il Canavese».

© COLUI CHE PIÙ SIEDE ALTO E FA SEMBIANTI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Quindi seder cantando anime vidi

7^ canto del Purgatorio

La valletta fiorita

Nell’Antipurgatorio. Dopo il secondo balzo, la valletta fiorita. Pendici del Purgatorio. Dante narra: “Il giallo e il bianco lucente, il carminio e il bianco zinco, l’azzurro, il legno lucido e chiaro, il verde fresco dello smeraldo nel momento in cui lo si spezza, disposti all’interno di quello spazio cavo, ciascuno sarebbe stato superato dal colore dell’erba e dei fiori, come il minore è superato dal suo maggiore. Lì non soltanto la natura aveva dipinto il terreno, ma dalla delicatezza di mille profumi si formava lì un insieme inconsueto e indefinito. Da quel luogo vidi anime sedere sul prato e sui fiori a cantare il ‘Salve, Regina‘, che a causa dell’avvallamento non apparivano da fuori”.

In questo luogo, verso sinistra a partire dal secondo balzo, il pendio forma un avvallamento, in sé soave a causa di un numero indefinito di profumi, dipinto dall’erba e dai fiori. Esso è cinto da un margine, che a un dato punto è interrotto per dare luogo all’ingresso. Qui Sordello da Goito conduce i due poeti (essi potranno fermarvisi durante la notte, perché le tenebre rendono impossibile la salita), tagliando a sghembo il pendio e i tre, subito dopo, sostano in un punto basso dell’orlo della valletta, da dove si possono vedere sia gli atteggiamenti sia i volti di coloro che vi dimorano. Quindi il trovatore comincia a parlare del primo di essi… ma questa è un’altra storia.

Qui ci preme soltanto sottolineare che la valletta fiorita è una sorta di Eden, forse venuto in mente al poeta sì traendo spunto dai Campi Elisi virgiliani del VI canto dell’Eneide, ma anche, secondo il D’Ancona, dal ‘verziere’ del ‘Trionfo della morte’ nel Camposanto di Pisa; per il Buck, invece, non è da sottovalutare il fatto che nella descrizione dantesca si colgano vasti echi di tutta la tradizione letteraria del cd. locus amoneus. Ma giunti a questo punto la domanda è: qui sono concentrati i principi più eminenti di tutta Europa. Perché? Se per il D’Ancona questo luogo riflette la loro dignità sulla Terra, valore sacro che l’epoca di Dante attribuiva al concetto di autorità, per il Landino il luogo ricorda loro lo stato di privilegio in cui vissero, del quale però non fecero buon uso.

Tuttavia la critica più recente, altrettanto autorevole, consolidatasi nelle pagine dell’Enciclopedia dantesca edita dalla Treccani, è più orientata ad affermare che i principi rappresentano il continente, in crisi “per difetto d’impegno umano”, per pusillanimità e disordine sociale, nonché per meri interessi di parte e per una specie di rilassatezza morale. In particolare, l’attaccamento al potere distolse tali personaggi dal loro compito precipuo: quello di guidare i popoli a loro sottoposti e di salvaguardarne le aspettative di vita. Infatti, anche per il Forti, è proprio questa per Dante la colpa maggiore di costoro: non aver soddisfatto la tutela dei propri sudditi, così indicando loro la retta via. Ma “sono tuttavia dei salvati; su di essi non grava – come appare da tutto il tono che governa la scena – lo sdegno violento di Dante. Non a loro infatti, ma ai loro figli, è indirizzata la vera condanna contenuta in questo testo”, chiosa la Chiavacci Leonardi.

© QUINDI SEDER CANTANDO ANIME VIDI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Classici Oscar 2005

S’io son d’udir le tue parole degno

7^ canto del Purgatorio

I due Mantovani

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Sordello a Virgilio: «O gloria degli Italiani, per opera del quale la nostra lingua rese palese ciò che poteva, o onore del luogo dove io nacqui che sarà ricordato per sempre, quale merito o quale grazia divina mi offre la possibilità di vederti? Se io sono meritevole di ascoltare le tue parole, dimmi se vieni dall’Inferno, e da quale cerchio».

Dopo che i due si sono abbracciati, dopo la lunghissima ‘digressione’ dantesca che occupa oltre la metà del canto precedente a questo, dopo che essi si sono sciolti da quell’abbraccio, e il primo chiesto al secondo chi egli fosse (sentendosi rispondere con un semplice “Io sono Virgilio; e per nessun altro peccato non ricevetti la salvezza eterna che per non avere avuto la fede cristiana”), Sordello replica al suo conterraneo nel modo riportato sopra.

Il Sordello che appare in questa prima parte del 7^ canto è colui che omaggia Virgilio da ‘minore’ a ‘maggiore’; nulla a che vedere quindi con la sua precedente apparizione nel 6^ rappresentato a guisa di leon quando si posa, quindi con altera fierezza. In questa occasione, invece, un poeta, un trovatore, celebra l’eccellenza di un altro poeta (accadrà la stesso quando Stazio, che Virgilio incontrerà molto più avanti, si comporterà come Sordello).

E a proposito del Virgilio personaggio e poeta, e non guida e maestro di Dante, “… in tutta la scena risuonano così, come accade nelle altre due ad essa parallele”, chiosa la Chiavacci Leonardi, “quasi due corde: la grandezza del poeta da una parte, la sua esclusione del paradiso dall’altra. La dolorosa condizione che ne deriva, profondamente sofferta ma accettata, genera come negli altri luoghi un movimento di alta e mesta poesia, che imprime ai versi un ritmo elegiaco, proprio nel dolore a cui non ci si ribella: Non per far, ma per non fare ho perduto a veder l’alto Sol che disiri e che fu tardi per me conosciuto (N.d.R. 7^ canto, vv. 24-27; queste le parole di Virgilio in risposta alla domanda dell’altro, che vuole essere edotto circa la di lui provenienza)”.

© S’IO SON D’UDIR LE TUE PAROLE DEGNO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Classici Oscar 2005

Ahi serva Italia, di dolore ostello

6^ canto del Purgatorio

Le invettive dantesche

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta, dopo che insieme a Virgilio ha incontrato Sordello, il più importante trovatore italiano, discosto dai negligenti “morti per forza”, e aver descritto l’incontro tra Virgilio e costui, suo conterraneo, in questi termini: “… e mentre la cara guida iniziava a dire «Mantova…», l’ombra, tutta raccolta in sé e sola, si levò in piedi verso di lui dal punto in cui stava prima, dicendo: «O Mantovano, io sono Sordello della tua patria!»; e l’uno abbracciava l’altro”, comincia a inveire contro l’Italia, la Chiesa di Roma, l’imperatore dell’epoca e la sua città natale, in particolare contro i suoi avversari Guelfi di parte Nera.

La prima di tali invettive, famosissima, che reca questo inizio: “Ahi serva Italia, ricettacolo di sofferenza, nave senza timoniere in una grande tempesta, non più signora di popoli, ma postribolo!”, è quindi diretta contro l’Italia dilaniata dalle lotte intestine, nido di corruzione e di decadenza, mentre viene paragonata a una bestia selvaggia contraria a ogni disciplina e a ogni legge.

Segue quella contro la Chiesa di Roma, che attraverso i suoi alti prelati, invece di dedicarsi esclusivamente a Dio, si occupa degli affari civili, così confondendo malamente potere spirituale e temporale, di competenza dell’imperatore. A proposito del quale, gli si rivolge in tal modo (e siamo alla terza invettiva): “O Alberto d’Asburgo che lasci senza protezione costei che è diventata indomita e irrequieta, mentre dovresti domarla, un giusto castigo scenda dal cielo sopra la tua stirpe, e sia straordinario e manifesto, tale che il tuo successore ne abbia timore! Poiché tu e tuo padre avete tollerato, distolti dall’Italia dalla brama di conquiste in Germania, che il giardino dell’impero sia reso come un deserto”.

Da ultimo, a completare il doloroso sfogo, inveisce contro la sua amata patria, verso la quale si rivolge con amara ironia: “Firenze mia, puoi essere davvero felice di questa divagazione che non ti riguarda, in grazia del tuo popolo che si dà da fare” (N.d.R., il ‘popolo’, come detto sopra, è rappresentato dai suoi avversari della fazione guelfa dei Neri, che lo hanno costretto a un infamante esilio).

E a tutto ciò si aggiunge l’invocazione disperata per un soccorso divino, nella fattispecie rappresentato da Cristo: “E se mi è permesso, o sommo Cristo che per noi fosti crocifisso in Terra, i giusti occhi tuoi sono rivolti verso un altro luogo? O è una preparazione che fai nell’imperscrutabilità della tua sapienza e volontà di un qualche bene disgiunto completamente dalla capacità umana di comprendere?”.

© AHI SERVA ITALIA, DI DOLORE OSTELLO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Sola soletta, inverso noi riguarda

6^ canto del Purgatorio

Sordello

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Virgilio a Dante: «Noi proseguiremo con la luce di questo giorno, quanto più potremo senz’altro indugio; ma le cose stanno in altro modo di quello che pensi. Prima che tu sia lassù, vedrai risorgere colui che si nasconde già dietro il pendio, sicché non fai interrompere i suoi raggi. Ma vedi là un’anima che, seduta tutta sola, guarda verso di noi: quella c’indicherà la via più breve».

Il riferimento è a Sordello, posto dal poeta nell’Antipurgatorio discosto dai negligenti “morti per forza”. Nacque a Goito nei pressi di Mantova tra la fine del XII^ secolo e l’inizio del XIII^, da una famiglia della piccola nobiltà locale, e trascorse la sua gioventù presso le corti di Ferrara, Verona e Treviso. A Verona diventò ‘familiare’ del conte Rizzardo di San Bonifacio, signore della città, e qui rapì e riportò a casa Cunizza, moglie del conte, nonché sorella di Ezzelino III da Romano, al fine di compiacere i fratelli di lei (il fatto ebbe grande risonanza e gli diede fama).

Trasferitosi a Treviso, presso il suddetto Ezzelino, sposò in segreto Otta di Strasso, evento che gli procurò l’avversione della famiglia di lei, per cui dové abbandonare l’Italia per approdare in Provenza, poi in Spagna presso la corte di Ferdinando III, re di León e di Castiglia, e ancora in Provenza, dove visse alla corte di Raimondo Berengario IV, collaborando con Romeo di Villanova. Alla morte di Berengario passò al servizio di Carlo d’Angiò, conte di Provenza. Con questi scese in Italia nel 1265 in veste di consigliere nella spedizione contro Manfredi, e da costui fu successivamente ricompensato con un feudo nel Cuneese e altri in Abruzzo. Morì in Italia, di vecchiaia o di malattia non si sa, nel 1269, forse nel reame angioino.

Sordello fu il più importante trovatore italiano e di lui ci sono state tramandate, tutte in lingua provenzale, molte opere: canzoni d’amore, sirventesi a sfondo politico e moraleggiante, un poemetto didattico sulle virtù cavalleresche, e la composizione più famosa di tutte, il Planher de Blacatz, sul genere del planh o compianto, in cui viene deplorata la viltà dei signori europei, passati in rassegna con aspre parole di rimprovero. Una nota da non sottovalutare sul suo conto è che egli ha nel contesto dell’Antipurgatorio un particolare rilievo: non fa parte dei negligenti “morti per forza”, sebbene qualche commentatore moderno (il Barbi e il Torraca, per esempio) abbia dissentito su ciò, né dei principi negligenti della valletta, i protagonisti del 7^ canto.

Infatti, se tra lui e gli appartenenti alla schiera degli uccisi ingiustamente c’è una netta linea di demarcazione, oltre che per la distanza che li separa, soprattutto a causa della sua sdegnosa solitudine e della completa assenza in lui della brama di preghiere che questi spiriti manifestano, ce n’è altrettanta con i ‘principi della valletta’, non fosse altro perché, non accomunandosi ad essi come lascia intendere a Virgilio e Dante, ne parla con distacco e di costoro appare censore e giudice più che loro sodale. In sostanza, siamo di fronte a una vera e propria guida dei due pellegrini relativamente a questo tratto dell’Antipurgatorio.

© SOLA SOLETTA, INVERSO NOI RIGUARDA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Quiv’era l’Aretin che da le braccia

6^ canto del Purgatorio

Gli altri negligenti “morti per forza”

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta narra: “Lì vi era l’Aretino che fu ucciso dalle braccia feroci di Ghino di Tacco, e l’altro che morì annegato mentre inseguiva i nemici. Lì pregava con le mani protese Federico Novello, e il Pisano che fece sembrare forte il valente Marzucco. Vidi il conte Orso e l’anima separata dal corpo suo per rancore e per invidia, come diceva, non per mancanza perpetrata; parlo di Pier dalla Broccia; e a questo proposito si penta, finché si trova in Terra, la donna di Brabante, sicché per questo peccato commesso non sia di una schiera peggiore”.

Il riferimento è a Benincasa da Laterina, Ghino di Tacco, Guccio de’ Tarlati, Federico Novello, Gano degli Scornigiani, Orso degli Alberti e Pier de la Brosse, collocati da Dante nell’Antipurgatorio. Costoro sono gli altri negligenti “morti per forza”, che egli e Virgilio incontrano nel secondo balzo dell’Antipurgatorio, dopo Iacopo del Cassero, Bonconte da Montefeltro e Pia de’ Tolomei. Ma andiamo con ordine.

Benincasa da Laterina fu un noto giurista del XIII^ secolo. Avendo, come assessore del podestà di Siena, condannato a morte due familiari di Ghino di Tacco, perché insieme a lui avevano sottratto al comune di Siena un castello in Maremma, “e quive stavano e rubavano chiunque passava per la strada”, secondo il Buti, uno dei primi commentatori della Commedia, fu ucciso per vendetta da Ghino, tramite decapitazione, a Roma, dove esercitava la sua funzione di giudice. Ghino di Tacco fu signore di Torrita e della Fratta, della stirpe dei Cacciaconti, una delle più influenti famiglie senesi. Secondo il Boccaccio, divenne “per la sua fierezza e per le sue ruberie uomo assai famoso; essendo di Siena cacciato e nimico de’ conti di Santafiora, ribellò Radicofani alla Chiesa di Roma, e in quel dimorando, chiunque per le circostanti parti passava, rubare faceva a’ suoi masnadieri”. Riconciliatosi in tarda età con Bonifacio VIII, ottenne il perdono del comune di Siena. Morì assassinato ad Asinalonga, nelle campagne senesi. Il ritratto che se ne fece dopo la sua morte fu quello di un uomo dall’indole sì fiera e bizzarra, ma cavalleresca e intrisa di magnanimità.

Guccio de’ Tarlati fu il capo dei ghibellini aretini. Per Pietro di Dante e Benvenuto da Imola, anch’essi tra i primi commentatori della Commedia, annegò nell’Arno mentre inseguiva i fuoriusciti guelfi di Arezzo della famiglia Bostoli (mentre secondo il Buti, il Lana e l’Ottimo commento, sarebbe morto annegato mentre tentava la fuga dagli inseguitori durante la battaglia di Campaldino). Federico Novello, figlio di Guido dei conti Guidi del Casentino, fu ucciso nel 1289 (o nel 1291) nei pressi di Bibbiena da un avversario politico, identificato da alcuni in Fumo o Fumaiolo di Alberto Bostoli.

Gano degli Scornigiani, figlio di Marzucco, fu fatto uccidere nel 1288 dal conte Ugolino, nel corso della dura contesa tra costui e Nino Visconti per il dominio di Pisa. Questo assassinio fu l’inizio degli eventi che portarono successivamente Ugolino alla sua tragica fine, raccontata dal poeta nel 33^ canto dell’Inferno. Orso degli Alberti, figlio del conte Napoleone, venne ucciso dal cugino Alberto, figlio del conte Alessandro, nel 1286. “La sua morte si inserisce in quella orrenda cronaca familiare, che si pare con l’odio implacabile fra i genitori del morto e dell’uccisore, i due fratricidi della Caina (Inf., XXXII, 55-60) e si continuerà con la morte violenta dello stesso Alberto, nel 1325, per mano del nipote Spinello”, chiosava il Sapegno.

Da ultimo, Pierre de la Brosse. “Gentiluomo della Turenna, fu ciambellano di Filippo III l’Ardito. Fu impiccato nel 1278 a seguito dell’accusa di tradimento mossagli dalla regina Maria di Brabante, seconda moglie del re; due anni prima, egli l’aveva accusata di aver avvelenato l’erede al trono, Luigi, figlio della prima regina morto misteriosamente, perché il regno potesse spettare al proprio figlio, il futuro Filippo il Bello. Di qui l’odio della regina, la quale, appoggiata dagli invidiosi cortigiani, portò alla rovina di questo personaggio. Dante lo considerò innocente e lo accostò a un altro Piero, Pier della Vigna, il favorito di Federico II, anch’egli vittima dell’invidia, morte comune e delle corti vizio (Inferno, XIII, 66)”, annota la Chiavacci Leonardi su questo personaggio.

© QUIV’ERA L’ARETIN CHE DA LE BRACCIA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 12^ ristampa 1979

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Classici Oscar 2005

Siena mi fé, disfecemi Maremma

5^ canto del Purgatorio

Pia de’ Tolomei

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta sente dire da Pia de’ Tolomei: «Deh, quando tu sarai tornato in Terra e ristorato dal lungo viaggio, ti sovvenga di me, che sono Pia; nacqui a Siena, morii in Maremma: lo sa bene colui che prima mi aveva donato l’anello con la sua pietra preziosa dichiarandosi pronto a prendermi in sposa».

Pia de’ Tolomei, posta da Dante nell’Antipurgatorio tra i morti con violenza pentiti in fin di vita, fu identificata da alcuni antichi commentatori della Commedia (Pietro di Dante, Benvenuto da Imola e l’Anonimo) con una donna recante tali generalità, moglie di Nello d’Inghiramo de’ Pannocchieschi, signore del castello della Pietra, nei pressi di Massa Marittima, nonché capitano della Taglia guelfa nel 1284 e ancora vivo nel 1322.

Questi l’avrebbe fatta uccidere, inducendo qualcuno dei suoi accoliti a sospingerla giù da una finestra del proprio castello, per potersi poi sposare con Margherita Aldobrandeschi, quando, nel 1297, fu dichiarato sciolto il matrimonio di costei con Loffredo Caetani, nipote di Bonifacio VIII; tutto ciò per alcuni, mentre, secondo altri, l’evento sarebbe accaduto per gelosia.

Nondimeno si rileva che, al di fuori della citazione che ne fa il poeta nella parte finale di questo canto, nessun documento ufficiale è giunto fino a noi a dimostrare l’esistenza di questo personaggio. E da come Dante presenta Pia, è possibile ritenere che la vicenda di una contessa morta in Maremma in circostanze comunque avvolte nel mistero, fosse ben nota in Toscana e avesse suscitato viva compassione nel popolo.

“La brevità della storia – che il suo alto significato richiede – sarà propria di altre chiusure di canto, dove altre persone, tutte strettamente legate alla vita e all’esperienza di Dante, appariranno in modo rapido e intenso (Provenzan Salvani nell’XI, Arnaut Daniel nel XXVI, Romeo di Villanova in Par.VI), secondo un procedimento tipico dell’arte dantesca. Questa tuttavia è fra tutte la storia più breve, di appena due terzine. Forse il grande maestro sapeva che una certa qualità di incanto non poteva durare oltre senza spezzarsi”, secondo la Chiavacci Leonardi.

© SIENA MI FÉ, DISFECEMI MAREMMA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Oscar Classici 2005

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte

5^ canto del Purgatorio

Bonconte da Montefeltro

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Bonconte da Montefeltro a Dante: «Deh, così possa realizzarsi quel desiderio che ti conduce verso la sommità del monte, soccorri il mio con una vera pietà cristiana! Io fui di Montefeltro, io sono Bonconte; Giovanna o altri non si curano di me; per cui io vado tra costoro a capo chino».

Bonconte da Montefeltro, collocato dal poeta nell’Antipurgatorio tra i morti con violenza pentiti in fin di vita, fu figlio del conte Guido da Montefeltro (il famoso condottiero ghibellino incontrato dal poeta tra i consiglieri fraudolenti, Inferno, 27^ canto), e nacque intorno alla seconda metà del Duecento. Distintosi particolarmente nel 1287 nelle lotte tra i Guelfi e i Ghibellini aretini, fu tra i protagonisti principali della cacciata dei primi dalla città.

L’anno successivo fu uno dei comandanti che portarono allo scontro vittorioso con Siena alla Pieve del Toppo. Nel 1289 guidò i Ghibellini aretini nella guerra contro Firenze, comportandosi con valore nella battaglia di Campaldino (l’11 Giugno), dove morì. Non venne mai ritrovato il suo cadavere, e probabilmente fin dal giorno dopo nacque qualche leggenda per spiegare la misteriosa sparizione dello stesso; quindi, il racconto che ne fa il poeta, per bocca dello stesso Bonconte, nel prosieguo di quanto riportato in apertura nel momento in cui i due s’incontrano, si ritiene essere frutto della fantasia dantesca.

Aveva sposato una tale Giovanna, la quale, stando sempre a Dante, doveva essere ancora viva nel 1300. Ne ebbe una figlia, Manentessa. Quanto egli dice al poeta “Giovanna o altri non ha di me cura”, sembra riferirsi ad altre persone della sua casata (il fratello Federico o il conte Galasso di Montefeltro, che, avendolo dimenticato, non pregavano per lui in modo tale da affrettare la sua purificazione per poter ascendere in Paradiso.

Chiosa la Chiavacci Leonardi: “Dante, che partecipò alla battaglia (di Campaldino, ndr) nella schiera opposta, ne fa qui una figura mesta ed elegiaca, condotta in controcanto a quella cupa e tragica di Guido: le lacrime del figlio, che nella morte chiude le braccia facendo croce di se stesso, danno forte risalto al chiuso ed impenitente rancore del padre, e allo stesso tempo questa salvezza vuol essere, forse, un conforto a quella perdizione”.

© IO FUI DI MONTEFELTRO, IO SON BONCONTE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Classici Oscar 2005

Venivan genti a noi innanzi un poco

5^ canto del Purgatorio

I negligenti “morti per forza”

Nell’Antipurgatorio. Secondo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta narra: “E intanto lungo il pendio in direzione trasversale venivano spiriti un poco davanti a noi, cantando il ‘Miserere‘ a versetti alternati. Quando si avvidero che non davo agio al passare dei raggi di sole attraverso il mio corpo, cambiarono il loro canto in un «oh!» lungo e rauco; e due di loro, in qualità di messaggeri, corsero verso di noi e ci domandarono: «Rendeteci edotti del vostro modo di essere»”.

Il riferimento è ai negligenti “morti per forza”, posti da Dante nell’Antipurgatorio. Costoro rappresentano la terza schiera dei negligenti. “Continuando a salire nell’Antipurgatorio, i poeti s’imbattono in un’altra schiera di anime, che anche più di quelle finora incontrate si mostrano, nei gesti che han qualcosa di violento e nelle parole affannose, ansiose di avvicinarsi, di parlare, di invocare una promessa di buoni suffragi. Sono anime di persone che morirono di morte violenta e fecero appena in tempo a invocare nell’estremo sospiro il perdono divino. Qui nell’Antipurgatorio le trattiene dunque la legge che incombe su tutti gli spiriti che tardarono fino all’ultimo la cura della propria salvezza”. Così il Sapegno.

La particolarità di queste anime è quella che esse palesano la voglia di essere ricordate fra i vivi, al contempo coltivando la speranza di poter accorciare il tempo del loro esilio, sentimenti del resto comuni a tutti coloro che si trovano nell’Antipurgatorio, con una più vivace trepidazione, che non si riscontra né tra gli scomunicati, né tra i pigri a pentirsi (vedi Belacqua).

Il poeta, per bocca di tre personaggi che lui incontra (Iacopo del Cassero, Bonconte di Montefeltro e Pia de’ Tolomei: degli ultimi due se ne parlerà a parte) rievoca le loro tristi sorti: il primo fu fatto uccidere dal tiranno di Ferrara, Azzo VIII d’Este nel Padovano; il secondo, morto nella battaglia di Campaldino, il cadavere del quale sparì nelle acque dell’Arno in piena; la gentildonna senese Pia de’ Tolomei, fatta morire in un castello della Maremma ad opera del marito Nello d’Inghiramo de’ Pannocchieschi, perché voleva passare a nuove nozze, che poi fece, o forse per gelosia.

© VENIVAN GENTI INNANZI A NOI UN POCO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 12^ ristampa 1979

Prima convien che tanto il ciel m’aggiri

4^ canto del Purgatorio

Belacqua


Nell’Antipurgatorio. Primo balzo. Pendici del Purgatorio. Il poeta sente dire da Belacqua: «O fratello, a che giova salire? perché l’angelo di Dio che sta sulla porta non mi lascerebbe andare ai tormenti. Prima dovrà avvenire che il cielo si volga tanto intorno a me fuori di essa, quanto fece durante la mia vita, perché io rimandai all’ultima parte di essa i validi sospiri, a meno che prima non mi soccorra qualche preghiera che nasca su da un individuo che sia in grazia di Dio; l’altra a che giova, che non è esaudita in Paradiso?».

Belacqua, collocato da Dante nell’Antipurgatorio tra i pigri a pentirsi, fu suo amico e vicino di casa. A proposito di questo personaggio, l’Anonimo Fiorentino, uno dei primi commentatori della Commedia, a suo tempo scrisse: “Questo Belacqua fu un cittadino da Firenze, artefice, e facea cotai colli di liuti e di chitarre, et era il più pigro uomo che fosse mai; et si dice di lui ch’egli veniva la mattina a bottega, et ponevasi a sedere, et mai non si levava se non quando egli voleva ire a desinare et a dormire. Ora l’Auttore fu forte suo dimestico: molto il riprendea di questa sua negligenzia; onde un dì, riprendendolo, Belacqua rispose con le parole d’Aristotele: Sedendo et quiescendo anima efficitur sapiens; di che l’Auttore gli rispose: Per certo, se per sedere si diventa savio, niuno fu mai più savio di te”.

Di lui si sono trovate tracce negli archivi fiorentini, riferite a tale Duccio di Bonavia, detto Belacqua, ancora vivo nel 1299, ma morto prima del 1302, abitante nel quartiere di San Procolo, limitrofo alla residenza degli Alighieri, che era situata nel quartiere di San Martino. La Chiavacci Leonardi, a commento di costui nel canto in questione, ha precisato: “L’identificazione appare molto probabile, se non certa. La vicinanza di casa, e la professione di liutaio riferita dai commentatori, rendono ragione della «dimestichezza» di Dante con lui di cui parla l’Anonimo… Come Casella, anche questo amico è morto da poco, e la consuetudine appena interrotta sembra riprendere, al di là della morte, con modi uguali e insieme diversi, per quel velo che la soglia oltrepassata pone ora tra i due”.

© PRIMA CONVIEN CHE TANTO IL CIEL M’AGGIRI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Oscar Classici 2005