Sotto il governo d’un sol galeoto

8^ canto dell’Inferno.

Flegias.

Nel quinto cerchio dell’Inferno. Il poeta narra: “Una corda d’arco non scoccò mai da sé una freccia che corresse nell’aria così veloce, come io vidi piccola barca venire sull’acqua verso di noi in quel mentre, sotto la direzione di un unico traghettatore, che gridava: «Ora sei raggiunta, anima malvagia!» ”.

Figura del mito classico, Flegias, posto da Dante in questo cerchio, fu figlio di Marte e Crise e, secondo il Sapegno, “per vendicarsi di Apollo che gli aveva sedotto la figlia, diede fuoco al tempio del dio a Delfi”. Il poeta lo trasformò “in un demone con la funzione di nocchiero dello Stige e di guardiano dei dannati puniti nel quinto cerchio dell’Inferno. Viene assurto a simbolo dell’ira, perché questo peccato si traduce in un cieco impulso di vendetta e distrugge negli uomini il timore e il rispetto per la divinità. Flegias è una figura vivente dell’ira, alla quale le fonti classiche hanno dato a Dante poco più che lo spunto iniziale e il nome”, ancora il Sapegno .

Infatti, il poeta trasse le sembianze demoniache di questo personaggio in piena autonomia, visto che le citazioni provenienti dalle fonti classiche (su tutte, l’Eneide, libro VI, di Virgilio e la Tebaide, libro I, di Stazio) non lo confortarono di certo ai fini di una precisa e attendibile caratterizzazione, benché solo e squisitamente mitologica. Dunque, il Flegias dantesco nulla a che vedere con il Flegias del mito. Questi è l’unico nocchiero di una barca che attraversa lo Stige alla velocità di un freccia; così Dante descrive il suo arrivo inaspettato, anticipato da alcuni segnali luminosi lampeggianti nelle tenebre, che coprono la palude come un macabro sudario.

Durante il successivo e breve viaggio nello Stige e il violento diverbio fra il poeta e Filippo Argenti, Flegias non parla mai e ritrova la parola soltanto quando, arrivato non senza aver fatto prima un lungo giro intorno alle mura della città di Dite, avvisa i due viaggiatori che possono uscire dalla barca, essendo giunti all’ingresso. Così ci ricorderemo di lui per due sole battute: all’arrivo, quando grida all’indirizzo di Dante e Virgilio: «Ora sei raggiunta, anima malvagia!» e nel momento di congedarsi. Mera comparsa? Sì, ma molto significativa.

@ SOTTO ‘L GOVERNO D’UN SOL GALEOTO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

 

 

 

 

7^ canto dell’Inferno.

(Canto settimo, dove si dimostra del quarto cerchio de l’inferno e alquanto del quinto; qui pone la pena del peccato de l’avarizia e del vizio de la prodigalità; e del dimonio Pluto; e quello che è fortuna.)

«Pape Satàn, pape Satàn, aleppe!»,

cominciò Pluto con la voce chioccia;

e quel savio gentil, che tutto seppe,

disse per confortarmi: «Non ti noccia

la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,

non ci torrà lo scender questa roccia».

Poi si rivolse a quella ‘nfiata labbia,

e disse: «Taci, maladetto lupo!

consuma dentro te con la tua rabbia.

Non è sanza cagion l’andare al cupo:

vuolsi ne l’alto, là dove Michele

fé la vendetta del superbo strupo».

Quali dal vento le gonfiate vele

caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,

tal cadde a terra la fiera crudele.

Così scendemmo ne la quarta lacca,

pigliando più de la dolente ripa

che ‘l mal de l’universo tutto insacca.

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa

nove travaglie e pene quant’io viddi?

e perché nostra colpa sì ne scipa?

Come fa l’onda là sovra Cariddi,

che si frange con quella in cui s’intoppa,

così convien che qui la gente riddi.

Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa,

e d’una parte e d’altra, con grand’urli,

voltando pesi per forza di poppa.

Percotëansi ‘ncontro; e poscia pur lì

si rivolgea ciascun, voltando a retro,

gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».

Così tornavan per lo cerchio tetro

da ogne mano a l’opposito punto,

gridandosi anche loro ontoso metro;

poi si volgea ciascun, quand’era giunto,

per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.

E io, ch’avea lo cor quasi compunto,

dissi: «Maestro mio, or mi dimostra

che gente è questa, e se tutti fuor cherci

questi chercuti a la sinistra nostra».

Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci

sì de la mente in la vita primaia,

che con misura nullo spendio ferci.

Assai la voce lor chiaro l’abbaia,

quando vegnono a’ due punti del cerchio

dove colpa contraria li dispaia.

Questi fuor cherci, che non han coperchio

piloso al capo, e papi e cardinali,

in cui usa avarizia il suo soperchio».

E io: «Maestro, tra questi cotali

dovre’ io ben riconoscere alcuni

che furo immondi di cotesti mali».

Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:

la sconoscente vita che i fé sozzi

ad ogne conoscenza or li fa bruni.

In etterno verranno a li due cozzi:

questi resurgeranno del sepulcro

col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro

ha tolto loro, e posti a questa zuffa:

qual ella sia, parole non ci appulcro.

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa

d’i ben che son commessi a la fortuna,

per che l’umana gente si rabuffa;

ché tutto l’oro ch’è sotto la luna

e che già fu, di quest’anime stanche

non poterebbe farne posare una».

«Maestro mio», diss’io lui, «or mi dì anche:

questa fortuna di che tu mi tocche,

che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».

E quelli a me: «Oh creature sciocche!

quanta ignoranza è quella che v’offende!

Or vo’ che tu mia sentenza ne ‘mbocche.

Colui lo cui saver tutto trascende,

fece li cieli e diè lor chi conduce

sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,

distribuendo igualmente la luce.

Similemente a li splendor mondani

ordinò general ministra e duce

che permutasse a tempo li ben vani

di gente in gente e d’uno in altro sangue,

oltre la difension di senni umani;

per ch’una gente impera e l’altra langue,

seguendo lo giudicio di costei,

che è occulto come in erba l’angue.

Vostro saver non ha contasto a lei:

questa provede, giudica, e persegue

suo regno come il loro li altri dèi.

Le sue permutazion non hanno triegue:

necessità la fa esser veloce;

sì spesso vien chi vicenda consegue.

Quest’è colei ch’è tanto posta in croce

pur da color che le dovrien dar lode,

dandole biasmo a torto e mala voce;

ma ella s’è beata e ciò non ode:

con l’altre prime creature lieta

volve sua spera e beata si gode.

Or discendiamo omai a maggior pieta;

già ogne stella cade che saliva

quand’io mi mossi, e ‘l troppo star si vieta».

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva

sovr’una fonte che bolle e riversa

per un fossato che da lei deriva.

L’acqua era buia assai più che persa;

e noi, in compagnia de l’onde bige,

intrammo giù per una via diversa.

In la palude va c’ha nome Stige

questo tristo ruscel, quand’è disceso

al piè de le maligne piagge grige.

E io, che di mirare stava inteso,

vidi genti fangose in quel pantano,

ignude tutte, con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,

ma con la testa e col petto e coi piedi,

troncandosi co’ denti a brano a brano.

Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi

l’anime di color cui vinse l’ira;

e anche vo’ che tu per certo credi

che sotto l’acqua è gente che sospira,

e fanno pullular quest’acqua al summo,

come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

Fitti nel limo, dicon: “Tristi fummo

ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,

portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra”.

Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,

ché dir nol posson con parola integra».

Così girammo de la lorda pozza

grand’arco, tra la ripa secca e ‘l mézzo,

con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Ordinò general ministra e duce

7^ canto dell’Inferno.

La Fortuna.

Nel quarto cerchio dell’Inferno. Il poeta sente dire da Virgilio: «Colui la cui suprema intelligenza supera la totalità dell’esistente, creò i cieli e assegnò loro chi li muove così, che ogni coro angelico riflette il suo splendore su ogni sfera celeste, ripartendo in modo uguale la luce. In modo simile destinò ai beni terreni una generale amministratrice e guida che trasferisse a tempo debito i beni fallaci di popolo in popolo e da una stirpe a un’altra, senza che il senno degli uomini potesse ripararsi da lei; per cui una popolazione domina e l’altra è oppressa, uniformandosi al decreto di costei, che è nascosto come il serpente nella vegetazione bassa e folta».

Il riferimento alla Fortuna, fatto su un tema che aveva larghissima eco nel Medioevo, fu utile a Dante per far conoscere al lettore la propria concezione riguardo a questa entità ultramondana. Dunque, per lui, costei è una divinità che gira la sua ruota, incaricata da Dio a distribuire tra gli esseri umani (intesi come individui e popolazioni) i beni terreni, sotto forma di ricchezze, bellezza, onori, forza, potere, gloria, e di trasferirli, di tanto in tanto, secondo i suoi disegni preordinati. Perciò si rivelano inutili la difese approntate dagli uomini, i quali, per non avvedersi dell’origine ultraterrena di questa divinità, talvolta inveiscono ingiustamente al suo indirizzo. Ma essa è felice e non bada a ciò.

Nella compilazione di questo passo, il poeta deve aver tenuto sicuramente presente l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino, come si può evincere dall’aver accostato questa entità alla Provvidenza, ancorché il tema è stato svolto in forma poetica; e a tale riguardo ci aiuta Boccaccio, che riporta: “In questa parte, l’autore, quanto più può, secondo il costume poetico, parla”.

Questa sulla Fortuna è la prima digressione dantesca di una certa ampiezza posta in bocca a Virgilio, che nell’Eneide ricorda di continuo tale entità divina, identificandola con il volere di Giove. E non casualmente Virgilio dice a Dante: «Ora voglio che tu riceva il mio ragionamento», prima di dare il via alla sua lunga dissertazione.

@ ORDINÒ GENERAL MINISTRA E DUCE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In etterno verranno a li due cozzi

7^ canto dell’Inferno.

Gli avari e i prodighi.

Nel quarto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Dante: «Accogli nella mente un pensiero superfluo: la vita priva di discernimento che li rese immondi, ora li rende oscuri a ogni riconoscimento. Verranno ai due urti in eterno: gli avari resusciteranno dal sepolcro col pugno stretto, e i prodighi coi capelli tagliati. Lo spendere e il risparmiare peccaminosamente li ha privati del mondo bello, e destinati a questo scontro: come esso sia, non vi cerco belle parole».

Gli avari e i prodighi, collocati dal poeta in questo cerchio, sono da lui distinti in due gruppi contrapposti, provenienti da una direzione e dall’altra, facendo rotolare enormi pesi con la forza del petto, e “s’incontrano e cozzano in un punto, scambiandosi aspre ingiurie; poi si rivoltano e ripercorrono il cammino fatto, finché nuovamente vengono a incontrarsi e insultarsi a vicenda nel punto diametralmente opposto del cerchio”, scriveva il Sapegno.

La loro pena, forse fatta derivare da Dante dal supplizio di Sisifo, “ritrae simbolicamente lo sforzo che quei peccatori durarono da vivi intorno ad un oggetto, qual è la ricchezza, di per sé vano. Tutti questi dannati sono irriconoscibili, come in vita furono ‘sconoscenti, e cioè ciechi di mente e privi di discrezione; ma tra gli avari compaiono numerosi i chierici, papi e cardinali che la cupidigia dominò e condusse a dannazione. Nel modo della rappresentazione è facile cogliere l’atteggiamento polemico e sprezzante dello scrittore”, ancora il Sapegno.

Questi dannati, i quali nel giorno del Giudizio rivestiranno le loro spoglie: gli avari, con la mano chiusa e i prodighi con i capelli tagliati, furono considerati dal poeta in numero maggiore che nei precedenti cerchi, quasi che questi avesse voluto sottolineare la preminenza di questo vizio sugli altri prima trattati (lussuria e gola). Di certo egli, a proposito dei prodighi, ebbe a mente il pensiero di Aristotele al riguardo; per il grande filosofo greco lo sperpero delle ricchezze con cui l’uomo sostenta la propria vita, è una vera e propria distruzione della loro intima essenza.

@ IN ETTERNO VERRANNO A LI DUE COZZI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta  

Non è sanza cagion l’andare al cupo

7^ canto dell’Inferno.

Pluto.

Nel quarto cerchio dell’Inferno. Virgilio a Pluto: «Taci, maledetto lupo! consumati dentro con la tua rabbia. Non è senza ragione andare nella profonda voragine dell’Inferno: si vuole così nel Paradiso, là dove Michele rese giustizia alla violenza contro Dio mossa dalla superbia ».

Figura del mito classico, Pluto, posto da Dante in questo cerchio, fu figlio di Iasione e di Demetra. Idolatrato come dio delle ricchezze, fu considerato quale protettore dell’abbondanza nei campi, e rappresentò ogni forma di benessere, tanto che Aristofane gli dedicò una commedia famosa ancora oggi. Pluto fu relegato in secondo piano da Plutone, dio degli Inferi, al quale fu trasferita la potestà delle ricchezze.

Dai primi commentatori della Commedia, Pluto fu confuso con Plutone o Ade (figlio di Rea e di Crono, divise la supremazia del mondo con i fratelli Giove e Nettuno, prendendosi la zona sotterranea; il nome a questa divinità venne attribuito dai misteri eleusini, in cui era celebrato come produttore di fertilità), che Cicerone identificava con Dite.

Questa confusione venne attribuita pure al poeta, non solo da quei commentatori, ma altresì da qualche moderno; ma, ad onore del vero, questi distinse nettamente le due divinità: per lui Dite era Lucifero, il re dell’Inferno, come il Dite dell’Eneide, mentre della figura di Pluto i lettori, antichi e moderni, ne presero e ne prendono conoscenza al momento della discesa sua e di Virgilio nel cerchio sopra citato, assegnando ad entrambe le divinità i rispettivi luoghi di appartenenza, tuttavia restando ignota la fonte da cui egli apprese tale distinzione.

La trasformazione di Pluto, da dio delle ricchezze a demonio infernale, operata da Dante, fu sicuramente dovuta al rapporto cupidigia-lupo più volte da affermato nel corso del poema. Il poeta lasciò intuire le grandi dimensioni di questo personaggio, con tratti umani e sembianze di animale, con il sopravvento di queste ultime. Ma che Pluto si trattasse di una figura indefinita, è dimostrato dal fatto che gli illustratori del Trecento dovettero fare uno sforzo di fantasia per rappresentarlo. A tal proposito, notevole fu la miniatura del codice Laurenziano, dove venne raffigurato con la testa di lupo, corpo umano pieno di peluria e ali di pipistrello.

@ NON È SANZA CAGION L’ANDARE AL CUPO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

6^ canto dell’Inferno.

(Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l’inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d’un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt’i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere più cose a divenire a la città di Fiorenza.)

Al tornar de la mente, che si chiuse

dinanzi a la pietà d’i due cognati,

che di trestizia tutto mi confuse,

novi tormenti e novi tormentati

mi veggio intorno, come ch’io mi mova

e ch’io mi volga, e come che io guati.

Io sono al terzo cerchio, de la piova

etterna, maladetta, fredda e greve;

regola e qualità mai non l’è nova.

Grandine grossa, acqua tinta e neve

per l’aere tenebroso si riversa;

pute la terra che questo riceve.

Cerbero, fiera crudele e diversa,

con tre gole caninamente latra

sovra la gente che quivi è sommersa.

Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,

e ‘l ventre largo, e unghiate le mani;

graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.

Urlar li fa la pioggia come cani:

de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;

volgonsi spesso i miseri profani.

Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,

le bocche aperse e mostrocci le sanne;

non avea membro che tenesse fermo.

E ‘l duca mio distese le sue spanne,

prese la terra, e con piene le pugna

la gittò dentro a le bramose canne.

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,

e si racqueta poi che ‘l pasto morde,

ché solo a divorarlo intende e pugna,

cotai si fecer quelle facce lorde

de lo demonio Cerbero, che ‘ntrona

l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.

Noi passavam su per l’ombre che adona

la greve pioggia, e ponavam le piante

sovra lor vanità che par persona.

Elle giacean per terra tutte quante,

fuor d’una ch’a seder si levò, ratto

ch’ella ci vide passarsi davante.

«O tu che se’ per questo ‘nferno tratto»,

mi disse, «riconoscimi, se sai:

tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».

E io a lui: «L’angoscia che tu hai

forse ti tira fuor de la mia mente,

sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.

Ma dimmi chi tu se’ che ‘n sì dolente

loco se’ messo, e hai sì fatta pena,

che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».

Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena

d’invidia sì che già trabocca il sacco,

seco mi tenne in la vita serena.

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:

per la dannosa colpa de la gola,

come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.

E io anima trista non son sola,

ché tutte queste a simil pena stanno

per simil colpa». E più non fé parola.

Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno

mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ‘nvita;

ma dimmi, se tu sai, a che verranno

li cittadin de la città partita;

s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione

per che l’ha tanta discordia assalita».

E quelli a me: «Dopo lunga tencione

verranno al sangue, e la parte selvaggia

caccerà l’altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia

infra tre soli, e che l’altra sormonti

con la forza di tal che testé piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti,

tenendo l’altra sotto gravi pesi,

come che di ciò pianga o che n’aonti.

Giusti son due, e non vi sono intesi;

superbia, invidia e avarizia sono

le tre faville c’hanno i cuori accesi».

Qui puose fine al lagrimabil suono.

E io a lui: «Ancor vo’ che mi ‘nsegni

e che di più parlar mi facci dono.

Farinata e ‘l Tegghiaio, che fuor sì degni,

Iacopo Rusticucci, Arrigo e ‘l Mosca

e li altri ch’a ben far puoser li ‘ngegni,

dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;

ché gran disio mi stringe di savere

se ‘l ciel li addolcia o lo ‘nferno li attosca».

E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;

diverse colpe giù li grava al fondo:

se tanto scendi, là i potrai vedere.

Ma quando tu sarai nel dolce mondo,

priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:

più non ti dico e più non ti rispondo».

Li diritti occhi torse allora in biechi;

guardommi un poco e poi chinò la testa:

cadde con essa a par de li altri ciechi.

E ‘l duca disse a me: «Più non si desta

di qua dal suon de l’angelica tromba,

quando verrà la nimica podesta:

ciascun rivederà la trista tomba,

ripiglierà sua carne e sua figura,

udirà quel ch’in etterno rimbomba».

Sì trapassammo per sozza mistura

de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,

toccando un poco la vita futura;

per ch’io dissi: «Maestro,esti tormenti

crescerann’ei dopo la gran sentenza,

o fier minori, o saran sì cocenti?».

Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,

che vuol, quanto la cosa è più perfetta,

più senta il bene, e così la doglienza.

Tutto che questa gente maladetta

in vera perfezion già mai non vada,

di là più che di qua essere aspetta».

Noi aggirammo a tondo quella strada,

parlando più assai ch’i’ non ridico;

venimmo al punto dove si digrada:

quivi trovammo Pluto, il gran nemico.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Poi appresso convien che questa caggia

6^ canto dell’Inferno.

Le profezie nella Commedia.

Nel terzo cerchio dell’Inferno. Il poeta sente dire da Ciacco: «Dopo un lungo contrasto si abbandoneranno a sanguinose lotte civili, e la fazione venuta dalla campagna scaccerà l’altra con molti danni. Poi dopo avverrà che la prima decada dalla sua egemonia entro il tempo di tre anni, e che la seconda prenda il potere con il potere prevaricatore di una certa persona che ora si destreggia».

Le profezie, in senso lato, vengono rese possibili da una legge dell’Inferno, per la quale i dannati possono leggere il futuro, ma non gli risulta nulla di quanto accade nel presente. Ovviamente, in quelle come questa di Ciacco, ci troviamo di fronte a una mera finzione letteraria, nel senso che i fatti storici preannunziati a Dante, a partire da Ciacco per finire all’avo Cacciaguida in Paradiso, passando per Farinata degli Uberti, Brunetto Latini e Vanni Fucci nell’Inferno, e per Corrado Malaspina, Oderisi da Gubbio e Ugo Capeto in Purgatorio, durante l’intero viaggio nei tre regni ultraterreni, sono già avvenuti. E quindi questi personaggi dicono al poeta ciò che egli già sa.

Altra cosa sono, invece, le profezie tout court, dove si preconizza ciò che potrà accadere. Una di queste, molto famosa, è quella della venuta di un Veltro, per bocca di Virgilio; un’altra, meno nota, è quella dell’avvento di un Dux inviato da Dio, per bocca di Beatrice, in Purgatorio. In entrambe, sia nella figura del primo, sia in quella del secondo, le opinioni al riguardo sembrano convergere ormai, dopo secoli di divergenze, verso un generico riformatore, forse un imperatore. In questi due casi, Dante, per il tramite di Virgilio e Beatrice, si veste da profeta vero e proprio, animato chiaramente più da un proprio convincimento, che dalla certezza che quanto sperato e immaginato avvenga realmente.

E questa tensione profetica, che aveva caratterizzato nell’Alto Medio Evo l’operato di papa Gregorio Magno, il quale aveva speso tutte le sue energie in una predicazione diretta a convincere il suo gregge su un imminente ritorno di Cristo, si riverbera per tutta la Commedia, mirabile visione in cui ognuno può rivivere la propria esperienza.

@ POI APPRESSO CONVIEN CHE QUESTA CAGGIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco

6^ canto dell’Inferno.

Ciacco.

Nel terzo cerchio dell’Inferno. Ciacco a Dante: «La tua città, che è così colma d’invidia che il sacco già la riversa, mi accolse in sé nella vita terrena. Voi concittadini mi chiamaste Ciacco: a causa del peccato di gola, come tu vedi, mi consumo sotto la pioggia. E io anima dolente non sono sola, perché tutte queste stanno a un uguale tormento per un uguale peccato».

Ciacco, collocato dal poeta in questo cerchio tra i golosi, già dai primi commentatori della Commedia fu ritenuto un mistero. Infatti, numerosi furono i loro sforzi per dargli un’identità sicura. Così, da un Ciacco di Buoninsegna, rinvenuto in un documento del 1264, passando per Tuccio del Ciacco, del popolo di San Pier Maggiore, “sindaco per la locazione del carcere dei Magnati” nel 1293, si è giunti a tale Ciacco di Pietro. E qualcuno addirittura pensò di identificarlo col rimatore Ciacco dell’Anguillara. Ma tutto ciò, nel corso del tempo, si è rivelato velleitario, tanto che ancora oggi non si conosce la vera identità del Ciacco dantesco.

Scavando nel personaggio, il modo stesso in cui Dante lo presenta a chi legge, dà ad intendere che tale nomignolo gli sia venuto dopo la nascita, forse, ad opera dei compagni. E se il soprannome in qualche maniera sconcerta, ancor di più lo fa la scenografia in cui è inserito il personaggio Ciacco. E il fatto che in vita sia stato noto a Firenze per la sua golosità, lo possiamo reputare vero in virtù della citazione dantesca: se il poeta lo ha scelto quale simbolo di questo peccato, ciò significa che egli merita sì il suo posto tra i golosi, ma vuol dire anche che egli è ritenuto il solo capace di riferire certe cose che qualcun altro non saprebbe o potrebbe dire.

Al punto che Dante gli farà pronunciare la prima profezia sulle vicende politiche della città, previa idonea domanda. La risposta? A Calendimaggio del 1300, la parte dei Guelfi Bianchi (la famiglia dei Cerchi) e quella dei Neri (i Donati), si azzufferanno a Piazza Santa Trinita per ingraziarsi, pare, alcune floride e danzanti fanciulle. Da questo fatto in apparenza banale, si scatenerà la classica reazione a catena, fino al più nefasto degli eventi per il poeta: il bando perenne dalla sua patria.

@ VOI CITTADINI MI CHIAMASTE CIACCO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Qual è quel cane ch’abbaiando agogna

6^ canto dell’Inferno.

Cerbero.

Nel terzo cerchio dell’Inferno. Il poeta narra: “Qual è quel cane che manifesta il desiderio di mangiare abbaiando, e si rimette silenzioso e tranquillo dopo che addentato il cibo, perché è intento e si affatica solo a mangiarlo nel divorarlo, di tal fatta diventarono quei visi sporchi del demonio Cerbero, che stordisce così le anime, che desidererebbero vivamente di essere sorde”.

Figura del mito classico, Cerbero, posto da Dante in questo cerchio, fu il guardiano dell’Ade, e virgulto di Tifeo e di Echidna. Frequentemente ricordato nei poemi antichi, Virgilio lo citò nell’Eneide (VIII, 296-297), come un mostro di smisurata possanza dai tre colli ispidi di serpi.

E come nel caso degli altri demoni della mitologia, che il poeta ci presenta uno alla volta alterati fortemente nelle sembianze, durante il lungo dipanarsi del suo viaggio, nel caso di Cerbero queste diventano altamente simboliche del peccato di golosità: gli occhi vermigli, la barba sporca e nera, il ventre ampio, e le mani provviste di unghie.

Da un punto di vista prettamente allegorico, le tre teste di Cerbero furono considerate dai primi commentatori della Commedia come la rappresentazione plastica delle tre maniere con le quali si palesa il molto diffuso, ancora oggi, peccato sopra citato: secondo qualità, secondo quantità, secondo ‘continuo’, cioè ingozzarsi senza aver cura né della qualità né della quantità.

Più recentemente, altri hanno fatto assurgere le stesse a simbolo delle lotte civili tra le varie fazioni fiorentine ai tempi di Dante. Ma da preferire di gran lunga è la prima interpretazione, più coerente con la presenza dei golosi tormentati in eterno da Cerbero.

@ QUAL È QUEL CANE CH’ABBAIANDO AGOGNA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5^ canto dell’Inferno.

(Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l’inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini.)

Così discesi del cerchio primaio

giù nel secondo, che men loco cinghia

e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:

essamina le colpe ne l’intrata;

giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata

li vien dinanzi, tutta si confessa;

e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;

cignesi con la coda tante volte

quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:

vanno a vicenda ciascuna al giudizio,

dicono e odono e poi son giù volte.

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,

disse Minòs a me quando mi vide,

lasciando l’atto di cotanto offizio,

«guarda com’entri e di cui tu ti fide;

non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».

E ‘l duca mio a lui: «Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:

vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare».

Or incomincian le dolenti note

a farmisi sentire; or son venuto

là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d’ogne luce muto,

che mugghia come fa mar per tempesta,

se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,

mena li spirti con la sua rapina;

voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,

quivi le strida, il compianto, il lamento;

bestemmian quivi la virtù divina.

Intesi ch’a così fatto tormento

enno dannati i peccator carnali,

che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l’ali

nel freddo tempo, a schiera larga e piena,

così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di sù li mena;

nulla speranza li conforta mai,

non che di posa, ma di minor pena.

E come i gru van cantando lor lai,

faccendo in aere di sé lunga riga,

così vid’io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;

per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle

genti che l’aura nera sì gastiga?».

«La prima di color di cui novelle

tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,

«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,

che libito fé licito in sua legge,

per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’è Semiramìs, di cui si legge

che succedette a Nino e fu sua sposa:

tenne la terra che ‘l Soldan corregge.

L’altra è colei che s’ancise amorosa,

e ruppe fede al cener di Sicheo;

poi è Cleopatràs lussurïosa.

Elena vedi, per cui tanto reo

tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,

che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille

ombre mostrommi e nominommi a dito,

ch’amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch’io ebbi ‘l mio dottore udito

nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,

pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: «Poeta, volontieri

parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,

e paion sì al vento esser leggeri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno

più presso a noi; e tu allor li priega

per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Sì tosto come il vento a noi li piega,

mossi la voce: «O anime affannate,

venite a noi parlar, s’altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate,

con l’ali alzate e ferme al dolce nido

vegnon per l’aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’è Dido,

a noi venendo per l’aere maligno,

sì forte fu l’affettüoso grido.

«O animal grazïoso e benigno

che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,

noi pregheremmo lui della tua pace,

poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,

noi udiremo e parleremo a voi,

mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui

su la marina dove ‘l Po discende

per aver pace co’ seguaci sui.

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.

Caina attende chi a vita ci spense».

Queste parole da lor ci fuor porte.

Quand’io intesi quell’anime offense,

china’ il viso, e tanto il tenni basso,

fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,

e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri

a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,

a che e come concedette amore

che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

dirò come colui che piange e dice.

Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.

Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:

quel giorno più non vi leggemmo avante».

Mentre che l’uno spirto questo disse,

l’altro piangëa; sì che di pietade

io venni men così com’io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67