Manto fu, che cercò per terre molte

20^ canto dell’Inferno.

Manto.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quarta bolgia. Il poeta sente dire da Virgilio: «E colei che riveste e nasconde il petto, che tu non vedi, con la capigliatura non legata, e dal lato di dietro ha ogni parte del corpo coperta di peli, fu Manto, che andò errando per molte regioni; in seguito si pose in stabile dimora là dove io nacqui; e voglio che mi ascolti un poco. Dopo che suo padre morì e la città sacra a Bacco divenne schiava, costei andò a lungo per la Terra».

Figura della letteratura latina, Manto, collocata da Dante nella quarta bolgia di questo cerchio tra gli indovini, è un personaggio citato nelle Metamorfosi di Ovidio (VI 157-162), quando sollecita le donne di Tebe a venerare Latona contro il divieto di Niobe, e nella Tebaide di Stazio (IV 463-585), quando aiuta il padre Tiresia durante le suppliche alle divinità infernali e le cerimonie per i vaticini.

Da questo personaggio, il poeta, per bocca di Virgilio, prende spunto per una digressione di carattere storico-geografico su Mantova. In breve, Manto, dopo che suo padre morì e la città sacra a Bacco divenne serva, andò a lungo per la terra. Mentre passava per una bassura lacustre, la vergine selvaggia vide la terraferma, nel centro della palude, senza vegetazione e priva di abitanti. Lì, per evitare ogni convivenza di uomini con altri uomini, si fermò con i suoi schiavi e familiari per esercitare le sue pratiche magiche, e trascorse la vita, e vi lasciò il suo corpo privo dell’anima.

Poi gli uomini che erano dispersi intorno si radunarono in quel luogo, che era sicuro a causa della palude che aveva tutto intorno. Costruirono la città sopra quelle ossa morte; e in onore di colei che scelse per prima il luogo, la chiamarono col nome di Mantova senza altre pratiche divinatorie. «Perciò ti avverto che, se tu mai senti raccontare in altro modo l’origine della mia città, nessuna falsa narrazione alteri la verità», conclude Virgilio. E non a caso diversi commentatori della Commedia, antichi e moderni, hanno interpretato questo passo come un tentativo, da parte sua, di discolpare la città dall’accusa di essere debitrice a una maga circa la propria origine ed esistenza.

@ MANTO FU, CHE CERCÒ PER TERRE MOLTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Vedi Tiresia, che mutò sembiante

20^ canto dell’Inferno.

Tiresia.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Virgilio a Dante: «Vedi Tiresia, che cambiò aspetto quando da maschio divenne una femmina, mutandosi tutte quante le membra; e prima che avesse di nuovo la barba virile, poi, gli fu necessario che percuotesse di nuovo i due serpenti attorcigliati, con lo stesso bastone».

Figura sia della letteratura greca sia latina, Tiresia, posto dal poeta nella quarta bolgia di questo cerchio tra gli indovini, è prima un personaggio dell’Odissea, definito da Omero profeta glorioso, cieco e sapiente, nonché interprete delle vicende scabrose che interessarono la famiglia di Edipo, poi della Tebaide di Stazio, essendo il poeta latino a farlo assurgere a un ruolo ben più significativo. Nella sua opera, infatti, egli lo ritrasse con la fisionomia di aruspice in un episodio di evocazione infernale, puro horror, in tutti i sensi.

Tornando al ritratto che ne fece Omero, la cecità e la facoltà divinatoria di Tiresia, secondo Ovidio nelle Metamorfosi, ebbero origine dal giudizio che egli diede in una diatriba fra Giove e Giunone su quale sesso provasse maggior piacere nell’atto d’amore.

Egli, infatti, fu chiamato a deliberare come arbitro, in qualità di esperto, perché mutato in femmina per aver percosso con un bastone i due serpenti sopra citati, recuperando la natura originaria soltanto dopo sette anni, ripetendo lo stesso gesto. Tiresia diede ragione al re degli dèi, il quale lo ricompensò conferendogli il dono della profezia, mentre la dea, vendicandosi del verdetto a lei sfavorevole, lo rese cieco.

@ VEDI TIRESIA, CHE MUTÒ SEMBIANTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui

20^ canto dell’Inferno.

Anfiarao.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quarta bolgia. Virgilio al poeta: «Alza la testa, alzala, e vedi colui al quale si spalancò il suolo davanti agli occhi dei Tebani; per cui tutti gridavano: “Dove vieni giù, Anfiarao? perché abbandoni la guerra?”. E non cessò di cadere a precipizio in basso fino a Minosse che ha in potere ciascuno. Guarda che ha trasformato le spalle in petto; perché pretese di vedere troppo avanti, guarda verso la parte posteriore e cammina all’indietro».

Figura del mito classico, Anfiarao, collocato da Dante nella quarta bolgia di questo cerchio tra gli indovini, fu poeta e indovino. Sposò di Erifile, sorella del re di Argo, Adrasto, da cui ebbe due figli, Alcmeone e Anfiloco. Non volendo prendere parte alla guerra contro Tebe, detta “dei Sette Re”, poiché era sicuro che vi avrebbe perso la vita, si nascose in un luogo conosciuto solo dalla moglie.

Ma costei lo disse a Polinice, corrotto dalla collana di Armonia, apportatrice di sventure a chi ne fosse venuto in possesso, di proprietà della moglie di Polinice, Argia. Così scoperto, Anfiarao dovette partecipare giocoforza alla guerra contro Tebe, nella quale, dopo varie schermaglie preliminari, fu inghiottito dalla terra, d’un tratto apertasi in una profondissima fenditura, giungendo pertanto ancora vivo nell’Ade. In seguito fu vendicato dal figlio, che uccise la propria madre.

Il mito di Anfiarao e di Erifile godette di grande fortuna nell’antichità greca e romana. Dante lo conobbe grazie alla Tebaide di Stazio, della cui opera è uno dei personaggi principali.

@ DRIZZA LA TESTA, DRIZZA, E VEDI A CUI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

19^ canto dell’Inferno.

(Canto XIX, nel quale sgrida contra li simoniachi in persona di Simone Mago, che fu al tempo di san Pietro e di santo Paulo, e contra tutti coloro che simonia seguitano, e qui pone le pene che sono concedute a coloro che seguitano il sopradetto vizio, e dinomaci entro papa Nicola de li Orsini di Roma perché seguitò simonia; e pone de la terza bolgia de linferno.)

O Simon mago, o miseri seguaci

che le cose di Dio, che di bontate

deon essere spose, e voi rapaci

per oro e per argento avolterate,

or convien che per voi suoni la tromba,

però che ne la terza bolgia state.

Già eravamo, a la seguente tomba,

montati de lo scoglio in quella parte

ch’a punto sovra mezzo ‘l fosso piomba.

O somma sapïenza, quanta è l’arte

che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,

e quanto giusto tua virtù comparte!

Io vidi per le coste e per lo fondo

piena la pietra livida di fóri,

d’un largo tutti e ciascun era tondo.

Non mi parean men ampi né maggiori

che que’ che son nel mio bel San Giovanni,

fatti per loco d’i battezzatori;

l’un de li quali, ancor non è molt’anni,

rupp’io per un che dentro v’annegava:

e questo sia suggel ch’ogn’omo sganni.

Fuor de la bocca a ciascun soperchiava

d’un peccator li piedi e de le gambe

infino al grosso, e l’altro dentro stava.

Le piante erano a tutti accese intrambe;

per che sì forte guizzavan le giunte,

che spezzate averien ritorte e strambe.

Qual suole il fiammeggiar de le cose unte

muoversi pur su per la strema buccia,

tal era lì dai calcagni a le punte.

«Chi è colui, maestro, che si cruccia

guizzando più che li altri suoi consorti»,

diss’io, «e cui più roggia fiamma succia?».

Ed elli a me: «Se tuo vuo’ ch’i’ ti porti

là giù per quella ripa che più giace,

da lui saprai di sé e de’ suoi torti».

E io: «Tanto m’è bel, quanto a te piace:

tu se’ segnore, e sai ch’i’ non mi parto

dal tuo volere, e sai quel che si tace».

Allor venimmo in su l’argine quarto;

volgemmo e discendemmo a mano stanca

là giù nel fondo foracchiato e arto.

Lo buon maestro ancor de la sua anca

non mi dipuose, sì mi giunse al rotto

di quel che si piangeva con la zanca.

«O qual che se’ che ‘l di sù tien di sotto,

anima trista come pal commessa»,

comincia’ io a dir, «se puoi, fa motto».

Io stava come ‘l frate che confessa

lo perfido assessin, che, poi ch’è fitto,

richiama lui per che la morte cessa.

Ed el gridò: «Se’ tu già costì ritto,

se’ tu già costì ritto, Bonifazio?

Di parecchi anni mi mentì lo scritto.

Se’ tu sì tosto di quell’aver sazio

per lo qual non temesti tòrre a ‘nganno

la bella donna, e poi di farne strazio?».

Tal mi fec’io, quai son color che stanno,

per non intender ciò ch’è lor risposto,

quasi scornati, e risponder non sanno.

Allor Virgilio disse: «Dilli tosto:

“Non son colui, non son colui che credi” »;

e io rispuosi come a me fu imposto.

Per che lo spirto tutti storse i piedi;

poi, sospirando e con voce di pianto,

mi disse: «Dunque che a me richiedi?

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto,

che tu abbi però la ripa corsa,

sappi ch’i’ fui vestito del gran manto;

e veramente fui figliuol de l’orsa,

cupido sì per avanzar li orsatti,

che sù l’avere e qui me misi in borsa.

Di sotto al capo mio son li altri tratti

che precedetter me simoneggiando,

per le fessure de la pietra piatti.

Là giù cascherò io altresì quando

verrà colui ch’i’ credea che tu fossi,

allor ch’i’ feci ‘l sùbito dimando.

Ma più è ‘l tempo già che i piè mi cossi

e ch’i’ son stato così sottosopra,

ch’el non starà piantato coi piè rossi:

ché dopo lui verrà di più laida opra,

di ver’ ponente, un pastor sanza legge,

tal che convien che lui e me ricuopra.

Nuovo Iasón sarà, di cui si legge

ne’ Maccabei; e come a quel fu molle

suo re, così fia lui chi Francia regge».

Io non so s’i’ mi fui qui troppo folle,

ch’i’ pur rispuosi lui a questo metro:

«Deh, or mi dì: quanto tesoro volle

Nostro Segnore in prima da san Pietro

ch’ei ponesse le chiavi in sua balìa?

Certo non chiese se non “Viemmi retro”.

Né Pier né li altri tolsero a Matia

oro od argento, quando fu sortito

al loco che perdé l’anima ria.

Però ti sta, ché tu se’ ben punito;

e guarda ben la mal tolta moneta

ch’esser ti fece contra Carlo ardito.

E se non fosse ch’ancor lo mi vieta

la reverenza de le somme chiavi

che tu tenesti ne la vita lieta,

io userei parole ancor più gravi;

ché la vostra avarizia il mondo attrista,

calcando i buoni e sollevando i pravi.

Di voi pastor s’accorse il Vangelista,

quando colei che siede sopra l’acque

puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

quella che con le sette teste nacque,

e da le diece corna ebbe argomento,

fin che virtute al suo marito piacque.

Fatto v’avete dio d’oro e d’argento;

e che altro è da voi a l’idolatre,

se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?

Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,

non la tua conversion, ma quella dote

che da te prese il primo ricco patre!».

E mentr’io li cantava cotai note,

o ira o coscïenza che ‘l mordesse,

forte spingava con ambo le piote.

I’ credo ben ch’al mio duca piacesse,

con sì contenta labbia sempre attese

lo suon de le parole vere espresse.

Però con ambo le braccia mi prese;

e poi che tutto su mi s’ebbe al petto,

rimontò per la via onde discese.

Né si stancò d’avermi a sé distretto,

sì men portò sovra ‘l colmo de l’arco

che dal quarto al quinto argine è tragetto.

Quivi soavemente spuose il carco,

soave per lo scoglio sconcio ed erto

che sarebbe a le capre duro varco.

Indi un altro vallon mi fu scoperto.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

E veramente fui figliuol de l’orsa

 

19^ canto dell’Inferno.

La simonia e il nepotismo di Niccolò III.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Terza bolgia. Il poeta sente dire da Niccolò III: «E fui veramente della famiglia Orsini, così bramoso di denaro per favorire i discendenti dell’Orsa, che sulla Terra misi in borsa i denari e qui me stesso. Di sotto al mio capo sono stati trascinati gli altri che mi precedettero praticando la simonia, appiattiti nelle fenditure della pietra».

La simonia e il nepotismo di Niccolò III furono parte preponderante dei suoi comportamenti e della sua politica. Dante, per questo, lo condannò con fermezza, e questa sua condanna subito fu confermata dai primi commentatori della Commedia.

Per il Villani, Niccolò III “fu de’ primi, o primo papa, nella cui corte s’usasse palese simonia per gli suoi parenti (Cronica VII 54), Salimbene da Parma fece spesso menzione nelle sue opere del nepotismo di questo papa, e per il Buti, “Nicolao per fare grande sé, e quelli di casa sua, fu avarissimo, e non intese se non a simoneggiare per aver pecunia”.

Per quanto riguarda la citazione dantesca sopra riportata sulla “famiglia Orsini” e sui “discendenti dell’Orsa”, tra i commentatori moderni il Torraca ricordò la cronaca di Pipino (RIS IX, col. 724), dove si citava un libello dove Niccolò III era rappresentato con un orsacchiotto sulla mitra e due ai suoi piedi.

@ E VERAMENTE FUI FIGLIUOL DE L’ORSA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Se di saper ch’i’ sia ti cal cotanto

19^ canto dell’Inferno.

Niccolò III.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Terza bolgia. Niccolò III a Dante: «Dunque che cosa cerchi di sapere da me? Se t’importa così tanto di sapere chi sia, che tu abbia percorso per questo la parete inclinata, sappi che fui rivestito del manto papale».

Niccolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini, posto dal poeta nella terza bolgia di questo cerchio tra i simoniaci, nacque a Roma nel periodo compreso tra il 1210 e il 1220. Cardinale nel 1244, fu sodale di Innocenzo IV nella lotta contro Federico II di Svevia. Eletto al sacro soglio nel 1277 durante un complicato conclave a Viterbo, perseguì una politica tesa all’indipendenza della Chiesa, che manifestò in specie contro Carlo I d’Angiò, a cui tolse la dignità di senatore di Roma e di vicario dell’impero in Toscana.

Fatta riconoscere dall’Impero la supremazia della Chiesa sulla Romagna, vi inviò suo nipote Bertoldo Orsini come rettore. E mentre favoriva il matrimonio tra Carlo Martello, nipote del d’Angiò, e Clemenza, figlia di Rodolfo I d’Asburgo, con l’intenzione di porre fine alle diatribe tra i due sovrani, si dedicò alla pacificazione delle lotte tra le varie fazioni che dilaniavano l’Italia. Morì il 22 agosto 1280 nel castello di Soriano, nei pressi di Viterbo.

@ SE DI SAPER CH’I’ CHI SIA TI CAL COTANTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Anima trista come pal commessa

19^ canto dell’Inferno.

I papi simoniaci.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Terza bolgia. Il poeta a Niccolò III: «O chiunque tu sia che tieni la parte di sopra in basso, anima dolente piantata come un palo, se puoi, parla».

I simoniaci, collocati da Dante nella terza bolgia di questo cerchio, furono fondamentalmente gli uomini di chiesa, la simonia essendo la volontà di comprare o vendere per un prezzo temporale un bene intrinsecamente spirituale o una cosa temporale necessariamente connessa con la spirituale.

Il termine ha origine da Simone di Samaria o Mago. Questi, osservata l’efficacia dell’imposizione delle mani da parte degli apostoli Pietro e Giovanni, cercò di comprare con la moneta quel potere, ricevendone un netto rifiuto da Pietro. Tra i principali peccatori di questo commercio il poeta ne individuò tre: Niccolò III, Bonifacio VIII e Clemente V. Del primo se ne parlerà in separata sede.

Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani, durante il suo pontificato, dal 1294 alla sua morte nel 1303, celebrò il primo anno santo della storia. Fervido interventista nella lotta tra Filippo IV il Bello ed Edoardo d’Inghilterra, e in quella tra Angioini e Aragonesi, si distinse per aver favorito l’accordo che portò alla pace tra Venezia e Genova. L’esilio di Dante da Firenze e le conseguenti condanne ebbero inizio dall’attività politica del papa verso Firenze; il poeta, infatti, aveva denunciato una missione della Chiesa contraria ai propri principi spirituali.

Clemente V, al secolo Bertrand de Got, fu eletto al soglio pontificio nel 1305, dove restò fino al 1314, anno della sua morte. Fu colui che portò la sede apostolica da Roma ad Avignone. Dove, per compiacere Filippo IV il Bello, fece annullare tutti gli atti di Bonifacio VIII e di Benedetto XI che sembravano ostili allo stesso, e gli lasciò via libera nel perseguire i Templari.

@ ANIMA TRISTA COME PAL COMMESSA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

18^ canto dell’Inferno.

(Canto XVIII, ove si descrive come è fatto il luogo di Malebolge e tratta de’ ruffiani  e ingannatori e lusinghieri, ove dinomina in questa setta messer Venedico Caccianemico da Bologna e Giasone greco Alessio de li Interminelli da Lucca, e tratta come sono state loro pene.)    

Luogo è in inferno detto Malebolge,

tutto di pietra di color ferrigno,

come la cerchia che dintorno il volge.

Nel dritto mezzo del campo maligno

vaneggia un pozzo assai largo e profondo,

di cui suo loco dicerò l’ordigno.

Quel cinghio che rimane adunque è tondo

tra ‘l pozzo e ‘l piè de l’alta ripa dura,

e ha distinto in dieci valli il fondo.

Quale, dove per guardia de le mura

più e più fossi cingon li castelli,

la parte dove son rende figura,

tale imagine quivi facean quelli;

e come a tai fortezze da’ lor sogli

a la ripa di fuor son ponticelli,

così da imo de la roccia scogli

movien che ricidien li argini e ‘ fossi

infino al pozzo che i tronca e raccogli.

In questo luogo, de la schiena scossi

di Gerïon, trovammoci; e ‘l poeta

tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.

A la man destra vidi nova pieta,

novo tormento e novi frustatori,

di che la prima bolgia era repleta.

Nel fondo erano ignudi i peccatori;

dal mezzo in qua ci venien verso ‘l volto,

di là con noi, ma con passi maggiori,

come i Roman per l’essercito molto,

l’anno del giubileo, su per lo ponte

hanno a passar la gente modo colto,

che da l’un lato tutti hanno la fronte

verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro,

da l’altra sponda vanno verso ‘l monte.

Di qua, di là, su per lo sasso tetro

vidi demon cornuti con gran ferze,

che li battien crudelmente di retro.

Ahi come facean lor levare le berze

a le prime percosse! già nessuno

le seconde aspettava né le terze.

Mentr’io andava, li occhi miei in uno

furo scontrati; e io sì tosto dissi:

«Già di veder costui non son digiuno».

Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;

e ‘l dolce duca meco si ristette,

e assentio ch’alquanto in dietro gissi.

E quel frustato celar si credette

bassando ‘l viso; ma poco li valse,

ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette,

se le fazion che porti non sono false,

Venedico se’ tu Caccianemico.

Ma che ti mena a sì pungenti salse?».

Ed elli a me: «Mal volontier lo dico;

ma sforzami la tua chiara favella,

che mi fa sovvenir del mondo antico.

I’ fui colui che la Ghisolabella

condussi a far la voglia del marchese,

come che suoni la sconcia novella.

E non pur io qui piango bolognese;

anzi n’è questo loco tanto pieno,

che tante lingue non son ora apprese

a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno;

e se di ciò vuoi fede o testimonio,

rècati a mente il nostro avaro seno».

Così parlando il percosse un demonio

de la sua scurïada, e disse: «Via,

ruffian! qui non son femmine da conio».

I’ mi raggiunsi con la scorta mia;

poscia con pochi passi divenimmo

là ‘v’ uno scoglio de la ripa uscia.

Assai leggeramente quel salimmo;

e vòlti a destra su per la sua scheggia,

da quelle cerchie etterne ci partimmo.

Quando noi fummo là dov’el vaneggia

di sotto per dar passo a li sferzati,

lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia

lo viso in te di quest’altri mal nati,

ai quali ancor non vedesti la faccia

però che son con noi insieme andati».

Del vecchio ponte guardavam la traccia

che venìa verso noi da l’altra banda,

e che la ferza similmente scaccia.

E ‘l buon maestro, sanza mia dimanda,

mi disse: «Guarda quel grande che vene,

e per dolor non par lagrime spanda:

quanto aspetto reale ancor ritene!

Quelli è Iasón, che per cuore e per senno

li Colchi del monton privati féne.

Ello passò per l’isola di Lenno

poi che l’ardite femmine spietate

tutti li maschi loro a morte dienno.

Ivi con segni e con parole ornate

Isifile ingannò, la giovinetta

che prima avea tutte l’altre ingannate.

Lasciolla quivi, gravida, soletta;

tal colpa a tal martiro lui condanna;

e anche di Medea si fa vendetta.

Con lui sen va chi da tal parte inganna;

e questo basti de la prima valle

sapere e di color che ‘n sé assanna».

Già eravam là ‘ve lo stretto calle

con l’argine secondo s’incrocicchia,

e fa di quello ad un altr’arco spalle.

Quindi sentimmo gente che si nicchia

ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,

e sé medesma con le palme picchia.

Le ripe eran grommate d’una muffa,

per l’alito di giù che vi s’appasta,

che con li occhi e col naso facea zuffa.

Lo fondo è cupo sì, che non ci basta

loco a veder sanza montare al dosso

de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.

Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso

vidi gente attuffata in uno sterco

che da li uman privadi parea mosso.

E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,

vidi un col capo sì di merda lordo,

che non parëa s’era laico o cherco.

Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo

di riguardar più me che li altri brutti?».

E io a lui: «Perché, se ben ricordo,

già t’ho veduto coi capelli asciutti,

e se’ Alessio Interminei da Lucca:

però t’adocchio più che li altri tutti».

Ed elli allor, battendosi la zucca:

«Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe

ond’io non ebbi mai la lingua stucca».

Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,

mi disse, «il viso un poco più avante,

sì che la faccia ben con l’occhio attinghe

di quella sozza e scapigliata fante

che là si graffia con l’unghie merdose,

e or s’accoscia e ora è in piedi stante.

Taïde è, la puttana che rispuose

al drudo suo, quando disse “Ho io grazie

grandi apo te?” : “Anzi maravigliose!”.

E quinci sian le nostre viste sazie».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

E or s’accoscia e ora è in piedi stante

18^ canto dell’Inferno.

Taide.

 Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Seconda bolgia. Il poeta sente dire da Virgilio: «Protendi lo sguardo un poco più avanti, così che tu raggiunga esattamente con gli occhi il volto di quell’immonda bagascia con i capelli scompigliati che si graffia là con le unghie sporche di sterco, e una volta si piega sulle cosce abbassandosi e una volta sta dritta. È Taide, la prostituta che replicò al suo ganzo quando disse “Io ho grandi meriti nel tuo animo?” : “E per di più sono meravigliosi!”. E ci basti ciò che abbiamo visto».

Figura della letteratura latina, Taide, posta da Dante nella seconda bolgia di questo cerchio tra gli adulatori, è la protagonista della commedia di Terenzio, Eunuchus. Nella stessa, le frasi che riportiamo sotto, che il poeta parafrasò a modo suo, non furono scambiate tra la prostituta e il suo amante Trasone, ma tra questi e il mezzano Gnatone, al quale il primo chiede se Taide gli sia grata del proprio dono: una schiava.

Quindi la fonte dantesca non fu Terenzio, ma forse Cicerone e il suo De Amicitia (XXVI 98), in cui il dialogo venne riferito come esempio di adulazione senza la citazione degli interlocutori. Nel leggere Cicerone, infatti, era possibile equivocare, come accadde a Dante, che nella replica fosse deputata proprio Taide: “Magnas vero agere gratias Thais mihi? satis erat respondere magnas; ingentes inquit: semper auget adsentator id, quod is cuius ad voluntatem dicitur, vult esse magnum”. In tal caso, infatti, Thais, fungendo da soggetto, poteva essere scambiato facilmente per un vocativo, attribuendo quindi a essa la risposta.

Il Buti, uno dei primi commentatori della Commedia, peraltro menzionò il Liber Esopi di Gualtiero Anglico, dove la favola Taide e il giovane si raccontò per educare le nuove generazioni a non farsi attrarre dagli adulatori. Ciò dimostrava come fosse popolare ai tempi del poeta tale personaggio, e come fosse diventato il simbolo del peccato di adulazione.

@ E OR S’ACCOSCIA E ORA È IN PIEDI STANTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Quelli è Iasón, che per cuore e per senno

18^ canto dell’Inferno.

Giasone.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Prima bolgia. Virgilio a Dante: «Guarda quel grande che incede, e non sembra pianga per sofferenza: quanto atteggiamento regale tuttora dà a mostrare a chi lo contempli! Quello è Giasone, che con il coraggio e con il senno privò i Colchi del vello d’oro».

Figura del mito classico, Giasone, collocato dal poeta nella prima bolgia di questo cerchio tra i seduttori, fu il capo della spedizione degli Argonauti. In virtù  della versione più accreditata delle tante leggende che si sono succedute nei secoli, quando il padre Esone, re di Iolco, fu spodestato dal fratellastro Pelia, fu mandato dal centauro Chirone, che lo tenne con sé fino al ventesimo anno di età.

Egli tornò a Iolco con una pelle di pantera sulle spalle, una lancia per mano e un calzare al piede sinistro. Pelia, cui era stato predetto dall’oracolo di fare attenzione a chi portasse un solo calzare, gli promise di restituirgli il regno se avesse conquistato il vello d’oro lasciato da Frisso nella Colchide, custodito dal re Eete e guardato da un drago, con la speranza che sarebbe perito. Così Giasone fece predisporre una lunga nave chiamata Argo e riunì un gruppo di marinai, che dalla nave presero il nome di Argonauti.

Partiti da Iolco, fecero tappa all’isola di Lemno, dove la giovane regina Isifile, la sola donna del luogo a venir meno al patto di uccidere tutti gli uomini per punire la loro infedeltà, per aver salvato il padre Toante dalla morte, s’innamorò di lui, inducendolo a trattenersi sull’isola per qualche tempo. Giasone poi, lasciandola incinta, riprese la lotta verso la Colchide, dove, una volta giunto, sedusse la principessa Medea, esperta di arti magiche, la quale lo aiutò nella buona riuscita dell’impresa.

Ritornato in patria, s’impadronì del regno, portando con sé Medea. Secondo la gran parte dei commentatori della Commedia, antichi e moderni, il poeta collocò l’eroe greco nella bolgia di cui si accenna all’inizio, influenzato dalla cattiva fama di fraudolenza, che ai suoi tempi riguardava i Greci in generale, per aver sedotta e abbandonata Isifile, pur tributandogli i giusti meriti, per bocca di Virgilio.

@ QUELLI È IASÓN, CHE PER CUORE E PER SENNO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970