Ecco di qua chi ne darà consiglio

3^ canto del Purgatorio.

I negligenti morti scomunicati.

Nell’Antipurgatorio. Dalla spiaggia verso le pendici del Purgatorio. Il poeta a Virgilio: «Maestro, alza il tuo guardo: ecco da questa parte chi ci fornirà un suggerimento, dato che tu non puoi averlo da te stesso».

Gli scomunicati, posti da Dante nell’Antipurgatorio, rappresentano la prima schiera dei negligenti (così chiamati perché tardarono a pentirsi fino all’estremo della loro vita) che egli incontra con Virgilio. I due poeti, infatti, subito dopo che si sono allontanati dalla spiaggia dove approdano i penitenti, raggiungono le pendici del Purgatorio, dove si fermano davanti a “una parete rocciosa così scoscesa, che le gambe vi sarebbero state inutilmente agili e volenterose”.

Le anime di coloro che muoiono in disubbidienza della Santa Chiesa, sebbene si siano pentiti nell’ultima parte della loro vita, camminano molto lentamente; esse devono aspettare fuori del Purgatorio vero e proprio per un tempo trenta volte maggiore di quello che hanno vissuto sulla Terra, appunto, in condizione di condanna da parte della Chiesa, a meno che la misura della sosta stabilita da apposito decreto ecclesiastico non sia abbreviato con valide preghiere.

Ai tempi di Dante, il concetto della scomunica era stato definito sullo sviluppo dell’anatema con cui erano colpiti, ai primordi del cristianesimo, gli eretici, sia singoli sia raggruppati nelle prime comunità. Nei secoli a venire, in specie nel XII^ e nel XIII^, la scomunica si venne articolando in due tipologie: l’ “excommunicatio minor”, pena che prima sospendeva e poi allontanava colui che ne veniva colpito per diverse ragioni e modi dalla comunità ecclesiastica e l’ “excommunicatio maior”, solenne e dichiarata eliminazione del singolo o del gruppo dalla stessa comunità. Esigeva, pertanto, una puntuale serie di cerimonie che sottolineavano la gravità della decisione emanata.

Per quanto riguarda la posizione dantesca verso gli scomunicati, essa trovò la sua precisa collocazione in ciò che per il poeta rappresentava la propria idea di cristianesimo, quindi non teologia o complesso di norme giuridiche, ma interiorità ispirata dal Vangelo e vissuta in adesione alla tradizione più intima della spiritualità di ognuno.

© ECCO DI QUA CHI NE DARÀ CONSIGLIO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

2^ canto del Purgatorio.

(Canto secondo, nel quale tratta de la prima equalitade cioè dilettazione di vanitade, nel quale peccato inviluppati sono puniti proprio fuori del purgatorio in uno piano, e in persona di costoro nomina il Casella, uomo di corte.)

Già era ‘l sole a l’orizzonte giunto

lo cui meridïan cerchio coverchia

Ierusalèm col suo più alto punto;

e la notte, che opposita a lui cerchia,

uscia di Gange fuor con le Bilance,

che le caggion di man quando soverchia;

sì che le bianche e le vermiglie guance,

là dov’i’ era, de la bella Aurora

per troppa etate divenivan rance.

Noi eravam lunghesso mare ancora,

come gente che pensa a suo cammino,

che va col cuore e col corpo dimora.

Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,

per li grossi vapor Marte rosseggia

giù nel ponente sovra ‘l suol marino,

cotal m’apparve, s’io ancor lo veggia,

un lume per lo mar venir sì ratto,

che ‘l muover suo nessun volar pareggia.

Dal qual com’io un poco ebbi ritratto

l’occhio per domandar lo duca mio,

rividil più lucente e maggior fatto.

Poi d’ogne lato ad esso m’appario

un non sapeva che bianco, e di sotto

a poco a poco un altro a lui uscìo.

Lo mio maestro ancor non facea motto,

mentre che i primi bianchi apparver ali;

allor che ben conobbe il galeotto,

gridò: «Fa, fa che le ginocchia cali.

Ecco l’angel di Dio: piega le mani;

omai vedrai di sì fatti officiali.

Vedi che sdegna li argomenti umani,

sì che remo non vuol, né altro velo

che le ali sue, tra liti sì lontani.

Vedi come l’ha dritte verso ‘l cielo,

trattando l’aere con l’etterne penne,

che non si mutan come mortal pelo».

Poi, come più e più verso noi venne

l’uccel divino, più chiaro appariva:

per che l’occhio da presso nol sostenne,

ma chinail giuso; e quei sen venne a riva

con uno vasello snelletto e leggero

tanto che l’acqua nulla ne ‘nghiottiva.

Da poppa stava il celestial nocchiero,

tal che faria beato pur descripto;

e più di cento spirti entro sediero.

In exitu Isräel de Aegypto

cantavan tutti insieme ad una voce

con quanto di quel salmo è poscia scripto.

Poi fece il segno lor di santa croce;

ond’ei si gittar tutti in su la piaggia:

ed el sen gì, come venne, veloce.

La turba che rimase lì, selvaggia

parea del loco, rimirando intorno

come colui che nove cose assaggia.

Da tutte parti saettava il giorno

lo sol, ch’avea con le saette conte

di mezzo ‘l ciel cacciato Capricorno,

quando la nova gente alzò la fronte

ver’ noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,

mostratene la via di gire al monte».

E Virgilio rispuose: «Voi credete

forse che siamo esperti d’esto loco;

ma noi siam peregrin come voi siete.

Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,

per altra via, che fu sì aspra e forte,

che lo salire omai ne parrà gioco».

L’anime, che si fuor di me accorte,

per lo spirare, ch’i’ era ancor vivo,

maravigliando diventaro smorte.

E come a messagger che porta ulivo

tragge la gente per udir novelle,

e di calcar nessun si mostra schivo,

così al viso mio s’affisar quelle

anime fortunate tutte quante,

quasi oblïando d’ire a farsi belle.

Io vidi una di lor trarresi avante

per abbracciarmi, con sì grande affetto,

che mosse me a far lo somigliante.

Ohi ombre vane, fuor che ne l’aspetto!

tre volte dietro a lei le mani avvinsi,

e tante mi tornai con esse al petto.

Di maraviglia, credo, mi dipinsi;

per che l’ombra sorrise e si ritrasse,

e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.

Soavemente disse ch’io posasse;

allor conobbi chi era, e pregai

che, per parlarmi, un poco s’arrestasse.

Rispuosemi: «Così com’io t’amai

nel mortal corpo, così t’amo sciolta:

però m’arresto; ma tu perché vai?».

«Casella mio, per tornar altra volta

là dov’io son, fo io questo vïaggio»,

diss’io; «ma a te com’è tanta ora tolta?».

Ed elli a me: «Nessun m’è fatto oltraggio,

se quei che leva quando e cui li piace,

più volte m’ha negato esto passaggio;

ché di giusto voler lo suo si face:

veramente da tre mesi elli ha tolto

chi ha voluto intrar, con tutta pace.

Ond’io, ch’era ora a la marina vòlto

dove l’acqua di Tevero s’insala,

benignamente fu’ da lui ricolto.

A quella foce ha elli or dritta l’ala,

però che sempre quivi si ricoglie

qual verso Acheronte non si cala».

E io: «Se nuova legge non ti toglie

memoria o uso a l’amoroso canto

che mi solea quetar tutte mie doglie,

di ciò ti piaccia consolare alquanto

l’anima mia, che, con la sua persona

venendo qui, è affannata tanto!».

Amor che ne la mente mi ragiona

cominciò elli allor sì dolcemente,

che la dolcezza ancor dentro mi suona.

Lo mio maestro e io e quella gente

ch’eran con lui parevan sì contenti,

come a nessun toccasse altro la mente.

Noi eravam tutti fissi e attenti

a le sue note; ed ecco il veglio onesto

gridando: «Che è ciò, spiriti lenti?

qual negligenza, quale stare è questo?

Correte al monte a spogliarvi lo scoglio

ch’esser non lascia a voi Dio manifesto».

Come quando, cogliendo biado o loglio,

li colombi adunati a la pastura,

queti, sanza mostrar l’usato orgoglio,

se cosa appare ond’elli abbian paura,

subitamente lasciano star l’esca,

perch’assaliti son da maggior cura;

così vid’io quella masnada fresca

lasciar lo canto, e fuggir ver’ la costa,

com’om che va, né sa dove rïesca;

né la nostra partita fu men tosta.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Benignamente fu’ da lui ricolto

2^ canto del Purgatorio.

Casella.

Nell’Antipurgatorio. Spiaggia. Il poeta sente dire da Casella: «Nessun torto mi è stato fatto, se anche colui che accoglie nella barca quando e chi vuole, spesso mi ha rifiutato questo passaggio; perché dalla giustizia divina si forma la sua: tuttavia da tre mesi egli ha imbarcato chi ha voluto entrare, senza suscitare dissensi. E io, che allora ero rivolto verso il tratto di mare in cui le acque del Tevere da dolci diventano salate a contatto del mare, fui ricevuto da lui con affettuosa compiacenza. Adesso egli si dirige verso quella foce, poiché in ogni momento si raduna lì chi non scende verso l’Acheronte».

Casella, collocato da Dante sulla spiaggia dell’Antipurgatorio tra le anime appena approdate, fu un musico e cantore vissuto tra il XIII e il XIV secolo e morto prima della primavera del 1300. Al riguardo, non vi sono dubbi sulla storicità di tale personaggio, che il poeta eleva a protagonista di questo canto, sebbene nulla si sappia della sua vita.

Definito dall’Ottimo commento “finissimo cantore”, fu fiorentino per Benvenuto da Imola, oltre che per il Buti, il Landino e il Vellutello, nonché per le Chiose Cassinesi, e di Pistoia secondo l’Anonimo fiorentino. Vi sono stati nel tempo altri riferimenti a personaggi con questo nome. Ne citiamo un paio, segnalati dal D’Ancona: il primo riguarda un Casella fiorentino che avrebbe fatto soggiorno a Bologna nel periodo 1284-1290, il secondo attiene a un Casella o Scarsella, citato nei registri della Biccherna di Siena, in quanto fatto oggetto di sanzione per essere stato sorpreso durante le ore notturne a gironzolare per la città dopo il terzo suono della campana comunale. Ma sembrerebbero inattendibili, perché in entrambi i casi manca la nota sulla professione da essi esercitata.

Per cui, il solo riferimento che abbia qualche attendibilità è quello costituito da una nota a margine di un madrigale di Lemmo da Pistoia, contenuta nel codice Vaticano 3214: “Et Casella diede il sono”. La qual cosa non significa di necessità, si potrebbe pensare, che il Casella dantesco mettesse in musica le canzoni di Dante, sebbene ne intoni propria una (Amor che ne la mente mi ragiona) al verso 112 del canto cui ci stiamo occupando.

© BENIGNAMENTE FU’ DA LUI RICOLTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Cantavan tutti insieme ad una voce

2^ canto del Purgatorio.

Il canto dei penitenti.

Nell’Antipurgatorio. Spiaggia. Dante narra: “Tutti insieme cantavano con voci concordi ‘Nell’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto‘ con tutto quello che è scritto dopo di quel salmo. Poi fece loro il segno della santa croce; ed essi sbarcarono tutti sulla spiaggia: ed egli se ne andò velocemente, come venne. La moltitudine che rimase lì, sembrava inesperta del luogo, contemplando intorno come colui che sperimenta le cose sconosciute”.

Il primo versetto del salmo 113, che celebra la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù in Egitto, nella liturgia cristiana si cantava quando si trasportava il corpo di un defunto nel luogo sacro a lui destinato, in segno di simbolica liberazione dell’anima dai legami terreni. Ebbene, tale versetto il poeta lo fa cantare alle anime destinate alla salvezza che l’angelo nocchiero traghetta fino alla spiaggia dell’Antipurgatorio, provenienti dalla foce del Tevere.

Oh, che differenza rispetto ai dannati! Infatti, mentre costoro, trasportati sulla barca di Caronte all’altra sponda dell’Acheronte, non potevano fare altro che imprecare e piangere, come egli racconta nel 3^ canto dell’Inferno, queste anime, poco prima di approdare sulla spiaggia suddetta, cantano all’unisono un salmo che è perfettamente in linea con coloro che, come loro, si stanno liberando dalla servitù del peccato ed aspirano alla beatitudine celeste.

E come Dante e Virgilio, così esse ignorano del tutto il luogo dove sono capitate, più che mai incerte, come del resto i due poeti, sul comportamento da tenere: “e gli uni e le altre sospesi in uno stato di stupita esitazione, che li predispone alla curiosità dispersiva e al momentaneo oblio degli imminenti doveri; ancora legati tutti a pensieri, affetti, consuetudini terrestri, proclivi a cedere al richiamo nostalgico del dolce mondo, che le anime hanno appena abbandonato e Dante si è quasi illuso di ritrovare, placando la tensione dell’animo nella dolcezza del paesaggio mattutino, dopo la drammatica esperienza del viaggio infernale”, secondo il Sapegno).

© CANTAVAN TUTTI INSIEME AD UNA VOCE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

Vedi che sdegna li argomenti umani

2^ canto del Purgatorio.

L’angelo nocchiere.

Nell’Antipurgatorio. Spiaggia. Virgilio al poeta: «Inginocchiati. Ecco l’angelo di Dio: unisci le mani in atto di preghiera; d’ora innanzi vedrai questi ministri divini. Vedi che disprezza gli strumenti umani, sicché non ha bisogno di remi, né di altre vele che le sue ali, tra rive così distanti. Vedi come le ha rivolte verso il cielo, fendendo l’aria con le piume eterne delle sue ali, che non cambiano come le piume degli uccelli terreni».

Il celestial nocchiero, come lo chiamerà Dante, rappresenta una delle non poche mirabili creazioni dell’intera Commedia scaturite dalla sua mente. I due poeti, dopo che hanno incontrato Catone l’Uticense ed essersi intrattenuti con lui, sono fermi sulla spiaggia dell’Antipurgatorio colti dall’insicurezza sul cammino da intraprendere (che coglie tutti coloro che giungono in un luogo mai frequentato prima), quando, scivolando sulla distesa del mare senza aver necessità di vele né di altri ‘strumenti umani’, ma solo per un impulso divino, vedono un natante avvicinarsi a riva.

Lo stesso è guidato da un angelo, dritto a poppa con le ali distese verso il cielo (e solo poco dopo apprenderemo, nel corso della narrazione, che il suo scopo è quello di traghettare gli spiriti destinati alla salvezza dalla foce del Tevere all’isola del Purgatorio). Tale visione è ritratta attraverso un procedimento tipicamente cinematografico – e non è il solo in tutta l’opera: prima viene percepita una luce dall’osservatore (vale a dire, il volto dell’angelo) che procede ad una velocità inimmaginabile per i parametri degli uomini, poi due macchie di colore bianco, le quali, soltanto dopo la loro apparizione concreta potranno essere individuate come ali, infine un’altra massa, sempre bianca, che man mano si delinea: la veste dell’angelo.

Insomma, in questa scena, per descriverla con le parole del Sapegno, “tutto è vero di una verità ed esattezza quasi scientifica, e tutto è indeterminato, soffuso di meraviglia e di mistero”.

© VEDI CHE SDEGNA LI ARGOMENTI UMANI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, 12^ ristampa 1979

1^ canto del Purgatorio.

(Comincia la seconda parte overo cantica della Comedia di Dante Allaghieri di Firenze, ne la quale parte si purgano li commessi peccati e vizi de’ quali l’uomo è confesso e pentuto con animo di sodisfazione; e contiene XXXIII canti. Qui sono quelli che sperano di venire quando che sia a le beati genti.)

Per correr miglior acque alza le vele

omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno

dove l’umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Calïopè alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal, che disperar perdono.

Dolce color d’orïental zaffiro,

che s’accoglieva nel sereno aspetto

del mezzo, puro infino al primo giro,

a li occhi miei ricominciò diletto,

tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta

che m’avea contristati li occhi e ‘l petto.

Lo bel pianeto che d’amar conforta

faceva tutto rider l’orïente,

velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

I’ mi volsi a man destra, e puosi mente

a l’altro polo, e vidi quattro stelle

non viste mai fuor ch’a la prima gente.

Goder parea ‘l ciel di lor fiammelle:

oh settentrïonal vedovo sito,

poi che privato se’ di mirar quelle!

Com’io da loro sguardo fui partito,

un poco me volgendo a l’altro polo,

là onde ‘l Carro già era sparito,

vidi presso di me un veglio solo,

degno di tanta reverenza in vista,

che più non dee a padre alcun figliuolo.

Lunga la barba e di pel bianco mista

portava, a’ suoi capelli simigliante,

de’ quai cadeva al petto doppia lista.

Li raggi de le quattro luci sante

fregiavan sì la sua faccia di lume,

ch’i’ ‘l vedea come ‘l sol fosse davante.

«Chi siete voi che contro al cieco fiume

fuggita avete la pregione etterna?»,

diss’el, movendo quelle oneste piume.

«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,

uscendo fuor de la profonda notte

che sempre nera fa la valle inferna?

Son le leggi d’abisso così rotte?

o è mutato in ciel novo consiglio,

che, dannati, venite a le mie grotte?».

Lo duca mio allor mi diè di piglio,

e con parole e con mani e con cenni

reverenti mi fé le gambe e ‘l ciglio.

Poscia rispuose lui: «Da me non venni:

donna scese del ciel, per li cui prieghi

de la mia compagnia costui sovvenni.

Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi

di nostra condizion com’èll’è vera,

esser non puote il mio che a te si nieghi.

Questi non vide mai l’ultima sera;

ma per la sua follia le fu sì presso,

che molto poco tempo a volger era.

Sì com’io dissi, fui mandato ad esso

per lui campare; e non lì era altra via

che questa per la quale i’ mi son messo.

Mostrata ho lui tutta la gente ria;

e ora intendo mostrar quelli spirti

che purgan sé sotto la tua balìa.

Com’io l’ho tratto, saria lungo a dirti;

de l’alto scende virtù che m’aiuta

conducerlo a vederti e a udirti.

Or ti piaccia gradir la sua venuta:

libertà va cercando, ch’è sì cara,

come sa chi per lei la vita rifiuta.

Tu ‘l sai, ché non ti fu per lei amara

in Utica la morte, ove lasciasti

la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.

Non son li editti etterni per noi guasti,

ché questi vive e Minòs me non lega;

ma son del cerchio ove son li occhi casti

di Marzia tua, che ‘n vista ancor ti priega,

o santo petto, che per tua la tegni:

per lo suo amore adunque a noi ti piega.

Lasciane andar per li tuoi sette regni;

grazie riporterò di te a lei,

se d’esser mentovato là giù degni».

«Marzïa piacque tanto a li occhi miei

mentre ch’i’ fu’ di là», diss’elli allora,

«che quante grazie volse da me, fei.

Or che di là dal mal fiume dimora,

più muover non mi può, per quella legge

che fatta fu quando me n’usci’ fora.

Ma se donna del ciel ti move e regge,

come tu di’, non c’è mestier lusinghe:

bastisi ben che per lei mi richegge.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe

d’un giunco schietto e che li lavi ‘l viso,

sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;

ché non si converria, l’occhio sorpriso

d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo

ministro, ch’è di quei di paradiso.

Questa isoletta intorno ad imo ad imo,

là giù colà dove la batte l’onda,

porta di giunchi sovra ‘l molle limo:

null’altra pianta che facesse fronda

o indurasse, vi puote aver vita,

però ch’a le percosse non seconda.

Poscia non sia di qua vostra reddita;

lo sol vi mosterrà, che surge omai,

prendere il monte a più lieve salita».

Così sparì; e io sù mi levai

sanza parlare, e tutto mi ritrassi

al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:

volgianci in dietro, ché di qua dichina

questa pianura a’ suoi termini bassi».

L’alba vinceva l’ora mattutina

che fuggia innanzi, sì che di lontano

conobbi il tremolar de la marina.

Noi andavam per lo solingo piano

com’om che torna a la perduta strada,

che ‘nfino ad essa li pare ire in vano.

Quando noi fummo là ‘ve la rugiada

pugna col sole, per essere in parte

dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l’erbetta sparte

soavemente ‘l mio maestro pose:

ond’io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver’ lui le guance lagrimose;

ivi mi fece tutto discoverto

quel color che l’inferno mi nascose.

Venimmo poi in sul lito diserto,

che mai non vide navicar sue acque

omo, che di tornar sia poscia esperto.

Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:

oh maraviglia! ché qual elli scelse

l’umile pianta, cotal si rinacque

subitamente là onde l’avelse.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Son le leggi d’abisso così rotte?

1^ canto del Purgatorio.

Catone l’Uticense.

Nell’Antipurgatorio. Spiaggia. I due poeti sentono dire da Catone l’Uticense: «Chi vi ha guidati, o che cosa vi fece lume, per uscire fuori della profondità della notte che causa in eterno l’oscurità della voragine infernale? Sono così infrante le leggi dell’Inferno? o in Paradiso all’antico decreto se ne è sostituito uno nuovo, dal momento che, condannati, venite al monte custodito da me?».

Marco Porcio Catone l’Uticense, posto da Dante sulla spiaggia dell’Antipurgatorio, nacque nel 95 a.C. e fu pronipote di Catone il Censore. Vissuto ai tempi di Giulio Cesare, fu un suo avversario accanito, difensore qual era delle istituzioni repubblicane da lui ritenute in grande pericolo. La letteratura dell’epoca ne fece un grande personaggio. Sallustio lo citò come alleato di Cicerone nel processo a Catilina, Seneca lo dipinse come esempio massimo di stoicismo, e Lucano nella Farsalia (IΧ, 601-602) parlò del suo comportamento valoroso nella guerra civile, descrivendolo come parens verus patriae, dignissimus aris, Roma, tuis.

Catone morì suicida a Utica nel 46 a.C. (di qui l’appellativo di Uticense), dopo la sconfitta nella battaglia di Tapso (46 a.C.), per non cadere vivo nelle mani del suo avversario, nonché quale disdegno di divenire una sorta di sopravvissuto dopo la fine temuta delle libertà repubblicane; un atto estremo che Natalino Sapegno vide come un gesto di eccezione che si giustificò in un proposito di estrema coerenza ideale e morale.

Il poeta, ispirandosi alle fonti sopra citate, ne parla diffusamente nel primo canto e nella parte finale del secondo canto del Purgatorio, elevandolo a custode del monte del Purgatorio. Per Dante, il fatto di trasformare questo personaggio da testimone della libertà politica contro la tirannide ad emblema dell’anima che cerca con la purificazione di giungere alla libertà dal peccato, fu quasi automatico, favorito soprattutto dalla caratura dello stesso, storico e pagano, d’accordo, ma chi meglio di lui avrebbe potuto vestire i panni di testimone massimo della libertà dell’anima?

Non a caso leggiamo nel Convivio (IV, ΧΧVIII, 15-19): “quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone?…Nel nome di cui è bello terminare ciò che de li segni de la nobilitade ragionare si convenia, però che in lui essa nobilitade tutti li dimostra per tutte etadi”.

© SON LE LEGGI D’ABISSO COSÌ ROTTE?

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

Dolce color d’orïental zaffiro

1^ canto del Purgatorio.

Fuori delle tenebre infernali.

Nell’Antipurgatorio. Spiaggia. Dante narra: “Un dilettevole colore simile a quello dello zaffiro dei paesi orientali, che si diffondeva nella chiara apparenza dell’aria, limpida fino all’orizzonte, riprese a produrre il piacere della luce nei miei occhi, appena io uscii fuori dell’Inferno che mi aveva afflitto i sensi e l’anima. Il bel pianeta che è causa d’amore faceva splendere tutto l’oriente, nascondendo con la sua luce la costellazione dei Pesci che era al suo accompagnamento”.

Nel presentare questo canto, Natalino Sapegno a suo tempo scriveva che il poeta aveva concepito il Purgatorio in antitesi con il mondo infernale. E proseguiva in tal modo: “Alla profonda voragine che si apre nel mezzo dell’emisfero di Gerusalemme internandosi fino al centro della terra, corrisponde, con l’esattezza di un calco che riproduce il disegno della sua matrice, nel mezzo dell’emisfero opposto, solitaria nell’immenso oceano, l’altissima montagna dell’Eden, sulle cui pendici Dante colloca, come sui gradini di una scala che ascende faticosamente verso il cielo, le anime dei penitenti intenti a purgarsi delle loro tendenze peccaminose e a rendersi degni della promessa beatitudine”.

Il poeta, infatti, uscendo in compagnia di Virgilio dalle tenebre dell’Inferno, si trova d’improvviso in un nuovo mondo, pervaso dalla luce dei primi albori. Quello che vede con i suoi occhi finalmente liberi dalla caligine infernale è un paesaggio ricco di silenzio “che vive”, ancora il Sapegno, “in un’atmosfera d’intatto stupore e di intenerita fiducia. L’azzurro sereno del cielo, la luminosità diffusa e ridente degli astri – Venere, un’ignota costellazione delle cui quattro luci pare che tutto il firmamento si rallegri – danno l’impressione come di un ritorno alla vita, alacre e gioioso, e accompagnano poeticamente il processo dell’anima che anela a scrollare da sé il ricordo degli orrori contemplati, delle pene, delle violenze, delle lacrime, e già si protende tutta nell’attesa di un’arcana consolazione. Poi quell’impressione di pace idillica e di fervorosa speranza…” si interrompono. In modo brusco.

© DOLCE COLOR D’ORÏENTAL ZAFFIRO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

Ma qui la morta poesì resurga

1^ canto del Purgatorio.

Oh, care Muse!

È una verità lampante e accertata, sotto gli occhi di tutti. Le grandi opere letterarie del mondo antico, Iliade, Odissea ed Eneide per intendersi, cominciano tutte con lo stesso schema, conservatosi nei secoli. Infatti, le stesse esordiscono con un proemio, che contiene a sua volta la protasi, cioè l’esposizione del tema e l’invocazione alle Muse. La Commedia dantesca persegue questa strada, sebbene non sia da assimilare in tutto e per tutto ai poemi sopra citati. Il riscontro è presto fatto. Indugiamo ancora un poco nella prima cantica. Qui, nel 2^ canto, vv. 1-9, possiamo enucleare il proemio dell’Inferno, che ingloba in sé la protasi, vv. 1-6, e l’invocazione alle Muse, vv. 7-9. Leggiamo:

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno

toglieva li animai che sono in terra

da le fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate,

che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;

o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,

qui si parrà la tua nobilitate.

E adesso entriamo a pieno titolo nella seconda cantica, il Purgatorio, dove i primi 12 versi del 1^ canto anche qui includono il proemio, che comprende la protasi, vv. 1-6, nonché l’invocazione alle Muse, vv. 7-12. Anche in tal caso leggiamo:

Per correr miglior acque alza le vele

omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno

dove l’umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Calïopè alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal, che disperar perdono.

Per completezza, anticipiamo che nel 1^ canto del Paradiso, Apollo, dio protettore dell’arte poetica, prenderà il posto delle Muse.

© MA QUI LA MORTA POESÌ RESURGA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

34^ canto dell’Inferno.

(Canto XXXIV e ultimo de la prima cantica di Dante Alleghieri di Fiorenza, nel qual canto tratta di Belzebù principe de’ dimoni e de’ traditori di loro signori, e narra come uscie de l’inferno.)

«Vexilla regis prodeunt inferni

verso di noi; però dinanzi mira»,

disse ‘l maestro mio, «se tu ‘l discerni».

Come quando una grossa nebbia spira,

o quando l’emisperio nostro annotta,

par di lungi un molin che ‘l vento gira,

veder mi parve un tal dificio allotta;

poi per lo vento mi ristrinsi retro

al duca mio, ché non lì era altra grotta.

Già era, e con paura il metto in metro,

là dove l’ombre tutte eran coperte,

e trasparien come festuca in vetro.

Altre sono a giacere; altre stanno erte,

quella col capo e quella con le piante;

altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte.

Quando noi fummo fatti tanto avante,

ch’al mio maestro piacque di mostrarmi

la creatura ch’ebbe il bel sembiante,

d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,

«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco

ove convien che di fortezza t’armi».

Com’io divenni allor gelato e fioco,

nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,

però ch’ogne parlar sarebbe poco.

Io non mori’ e non rimasi vivo;

pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,

qual io divenni, d’uno e d’altro privo.

Lo ‘mperador del doloroso regno

da mezzo ‘l petto uscia fuor de la ghiaccia;

e più con un gigante io mi convegno,

che i giganti non fan con le sue braccia:

vedi oggimai quant’esser dee quel tutto

ch’a così fatta parte si confaccia.

S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,

e contra ‘l suo fattore alzò le ciglia,

ben dee da lui procedere ogne lutto.

Oh quanto parve a me gran maraviglia

quand’io vidi tre facce a la sua testa!

L’una dinanzi, e quella era vermiglia;

l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa

sovresso ‘l mezzo di ciascuna spalla,

e sé giugnieno al loco de la cresta:

e la destra parea tra bianca gialla;

la sinistra a vedere era tal, quali

vegnon di là onde ‘l Nilo s’avvalla.

Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,

quanto si convenia a tanto uccello:

vele di mar non vid’io mai cotali.

Non avean penne, ma di vispistrello

era lor modo; e quelle svolazzava,

sì che tre venti si movean da ello:

quindi Cocito tutto s’aggelava.

Con sei occhi piangëa, e per tre menti

gocciava ‘l pianto e sanguinosa bava.

Da ogne bocca dirompea co’ denti

un peccatore, a guisa di maciulla,

sì che tre ne facea così dolenti.

A quel dinanzi il mordere era nulla

verso ‘l graffiar, che talvolta la schiena

rimanea de la pelle tutta brulla.

«Quell’anima là sù c’ha maggior pena»,

disse ‘l maestro, «è Giuda Scarïotto,

che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena.

De li altri due c’hanno il capo di sotto,

quel che pende dal nero ceffo è Bruto:

vedi come si storce, e non fa motto!;

e l’altro è Cassio, che par sì membruto.

Ma la notte risurge, e oramai

è da partir, ché tutto avem veduto».

Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai;

ed el prese di tempo e loco poste,

e quando l’ali fuoro aperte assai,

appigliò sé a le vellute coste;

di vello in vello discese poscia

tra ‘l folto pelo e le gelate croste.

Quando noi fummo là dove la coscia

si volge, a punto in sul grosso de l’anche,

lo duca, con fatica e con angoscia,

volse la testa ov’elli avea le zanche,

e aggrappossi al pel com’om che sale,

sì che ‘n inferno i’ credea tornar anche.

«Attienti ben, ché per cotali scale»,

disse ‘l maestro, ansando com’uom lasso,

«conviensi dipartir da tanto male».

Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso

e puose me in su l’orlo a sedere;

appresso porse a me l’accorto passo.

Io levai li occhi e credetti vedere

Lucifero com’io l’avea lasciato,

e vidili le gambe in sù tenere;

e s’io divenni allora travagliato,

la gente grossa il pensi, che non vede

qual è quel punto ch’io avea passato.

«Lèvati sù», disse ‘l maestro, «in piede:

la via è lunga e ‘l cammino è malvagio,

e già il sole a mezza terza riede».

Non era camminata di palagio

là ‘v’ eravam, ma natural burella

ch’avea mal suolo e di lume disagio.

«Prima ch’io de l’abisso mi divella,

maestro mio», diss’io quando fui dritto,

«a trarmi d’erro un poco mi favella:

ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto

sì sottosopra? e come, in sì poc’ora,

da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».

Ed elli a me: «Tu imagini ancora

d’esser di là dal centro, ov’io mi presi

al pel del vermo reo che ‘l mondo fóra.

Di là fosti cotanto quant’io scesi;

quand’io mi volsi, tu passasti ‘l punto

al qual si traggon d’ogne parte i pesi.

E se’ or sotto l’emisperio giunto

ch’è contraposto a quel che la gran secca

coverchia, e sotto ‘l cui colmo consunto

fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;

tu haï i piedi in su picciola spera

che l’altra faccia fa de la Giudecca.

Qui è da man, quando di là è sera;

e questi, che ne fé scala col pelo,

fitto è ancora sì come prim’era.

Da questa parte cadde giù dal cielo;

e la terra, che pria di qua si sporse,

per paura di lui fé del mar velo,

e venne a l’emisperio nostro; e forse

per fuggir lui lasciò qui loco vòto

quella ch’appar di qua, e sù ricorse».

Luogo è là giù da Belzebù remoto

tanto quanto la tomba si distende,

che non per vista, ma per suon è noto

d’un ruscelletto che quivi discende

per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,

col corso ch’elli avvolge, e poco pende.

Lo duca e io per quel cammino ascoso

intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

e sanza cura aver d’alcun riposo,

salimmo sù, el primo e io secondo,

tanto ch’i’ vidi de le cose belle

che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67