Mettine giù, e non ten vegna schifo

31^ canto dell’Inferno.

Anteo.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Lungo l’argine che circonda la decima bolgia. Il poeta sente dire da Virgilio: «O tu che nell’illustre pianura che rese Scipione glorioso, quando Annibale fuggì coi suoi compagni, un tempo portasti come bottino di caccia mille leoni, e che, se avessi preso parte all’ardua battaglia dei tuoi fratelli, ancora si crede che i figli della Terra sarebbero riusciti vincitori: mettici giù, e non avere a sdegno, dove il freddo rigido e intenso stringe in gelo la palude di Cocito».

Figura del mito classico, Anteo, collocato da Dante intorno alla parete del pozzo che circonda il nono cerchio, fu figlio della Terra, che lo aveva generato con Nettuno (per alcuni). Viveva nell’attuale Tunisia, nella valle del Bagrada, vicino a Zama, ed era solito adornare la sua dimora con le teste mozzate dei suoi nemici, fin quando incontrò Ercole, il quale lo stritolò con la forza senza limiti delle sue braccia.

Il poeta descrisse la sua fine nel Convivio (III, III 7-8) come segue: “si legge ne le storie d’Ercule, e ne l’Ovidio Maggiore e in Lucano e in altri poeti, che combattendo con lo gigante che si chiamava Anteo, tutte volte che lo gigante era stanco, e elli ponea lo suo corpo sopra la terra disteso o per sua volontà o per forza d’Ercule, forza e vigore interamente de la terra resurgea, ne la quale e de la quale esso era generato. Di che accorgendosi Ercule, a la fine prese lui; e stringendo quello e levatolo da la terra, tanto lo tenne sanza lasciarlo a la terra ricongiugnere, che lo vinse per soperchio e uccise. E questa battaglia fu in Africa, secondo le testimonianze delle scritture”.

Dai primi commentatori della Commedia in poi si è ritenuto che Dante avesse letto questo racconto nella Farsaglia di Lucano (IV, 593-600), del quale il riferimento sopra riportato non è altro che un riassunto. Lucano, peraltro, affermò che fu una fortuna il fatto che il gigante non poté partecipare alla battaglia di Flegra, combattuta dagli altri giganti contro Giove – di qui, egli non ha le braccia incatenate nel luogo dell’Inferno dove si trova, da cui, previa l’efficace captatio benevolentiae virgiliana citata in apertura, farà approdare i due poeti nel nono cerchio.

@ METTINE GIÙ, E NON TEN VEGNA SCHIFO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Questi è Nembrotto per lo cui mal coto

31^ canto dell’Inferno.

Nembrot.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Lungo l’argine che circonda la decima bolgia. Virgilio a Dante: «Egli stesso si rivela; questi è Nembrot per il cui cattivo pensiero non si parla fra gli uomini soltanto una lingua. Lascialo da parte e non parliamo inutilmente; perché così è per lui ogni lingua come la sua per gli altri, che nessuno intende».

Figura biblica, Nembrot, posto dal poeta intorno alla parete del pozzo che circonda il nono cerchio, fondò Babilonia e, secondo la Genesi (10, 8 e 11, 1-9 ) ne fu il primo monarca, indicato quale robustus venator contram Domino. Questi, figlio di Chus, a sua volta figlio di Cam, volle edificare la torre passata alla storia come Torre di Babele a Sennaar, con lo scopo dichiarato di raggiungere la volta celeste. Ma Dio vanificò questo progetto, confondendo il suo linguaggio e di tutti coloro che presero parte all’opera.

Eroe dei primi tempi dopo il diluvio universale, le prime notizie che si ebbero su di lui furono inserite nella cd. tavola etnografica dei popoli, che derivarono dai figli di Noè. E l’appellativo di “gigante” (da qui la sua presenza voluta da Dante tra i giganti del mito) gli venne attribuito nella versione latina della Bibbia detta Vetus o Antiqua, citata da Sant’Agostino (“hic erat gigans venator contra Dominum Deum“), che lo presentò come esempio inarrivabile di superbia contro Dio.

Il poeta lo aveva citato già nel De Vulgari Eloquentia (I, 7-4) come gigans, e da quel passo fu possibile intravedere gli elementi principali per penetrare nel dato allegorico prefigurato da questo personaggio nei tre episodi in cui poi comparve il suo nome nella Commedia: oltre che nell’Inferno, in Purgatorio e in Paradiso. E tutto ciò fu ritenuto significativo per la verifica della grande conoscenza dantesca sia della tradizione esegetica della Bibbia sia di quella di altre tradizioni di stampo ebraico e musulmano – si legga il Raphèl maì amècche zabì almi gridato da Nembrot alla vista di Dante e Virgilio.

@ QUESTI È NEMBROTTO PER LO CUI MAL COTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Sappi che non son torri, ma giganti

31^ canto dell’Inferno.

I giganti.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Lungo l’argine che circonda la decima bolgia. Virgilio al poeta: «Prima che noi siamo avanzati oltre, affinché la cosa ti sembri meno terrificante, sappi che non sono torri, ma giganti, e sono disposti tutti quanti intorno alla parete del pozzo dall’ombelico in giù».

Figure del mito classico, i giganti, alcuni di essi collocati da Dante intorno alla parete del pozzo che circonda il nono cerchio, furono figli della Terra o Gea, e nati dal sangue di Urano per vendicare i titani trattenuti da Giove nel Tartaro. Dalla forma di uomo e di altezza mirabolante, ricavarono dalla loro immane forza fisica il coraggio di far guerra agli dèi, guidati dal re Eurimedonte, tentando la scalata dell’Olimpo. Giove, con l’aiuto di Ercole, li vinse a Flegra, in Macedonia, in un’epica battaglia, dove li sterminò fulminandoli con le sue saette.

La cd. “gigantomachia” fu uno dei miti verso i quali si rivolse in modo più copioso la letteratura greco-romana. Ma il poeta ne ebbe conoscenza anche attraverso la tradizione biblica, dove il tentativo di scalare l’Olimpo da parte dei giganti fu parallelo a quello che la Bibbia raccontava della torre di Babele e di Nembrot, il re di Babilonia.

Essi rappresentavano per Dante, nella loro potenza fisica manifestatasi nel tentativo di sfidare la divinità, la superbia degli uomini che credevano di diventare uguali a Dio; del resto, la superbia fu il peccato attribuito ai giganti fin dall’antichità. E tra i primi ad evidenziare ciò fu Sant’Agostino, a proposito di Nembrot, nel De civitate Dei: “ergebat ergo cum suis populis turrem contra Deum, qua est impia significata superbia”.

Tornando alla posizione che il poeta assunse nei loro riguardi, la Chiavacci Leonardi ha scritto che questi giganti danteschi “sono infatti degli uomini, sia pure eccezionali, e non mostri, come li aveva figurati il mito… Anzi Dante tiene a precisare che la loro figura umana non ha alcun tratto mostruoso”.

@ SAPPI CHE NON SON TORRI, MA GIGANTI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1991 e successive ristampe

30^ canto dell’Inferno.

(Canto XXX, ove tratta di quella medesima materia e gente.)

Nel tempo che Iunone era crucciata

per Semelè contra ‘l sangue tebano,

come mostrò una e altra fïata,

Atamante divenne tanto insano,

che veggendo la moglie con due figli

andar carcata da ciascuna mano,

gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli

la leonessa e ‘ leoncini al varco»;

e poi distese i dispietati artigli,

prendendo l’un ch’avea nome Learco,

e rotollo e percosselo ad un sasso;

e quella s’annegò con l’altro carco.

E quando la fortuna volse in basso

l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,

sì che ‘nsieme col regno il re fu casso,

Ecuba trista, misera e cattiva,

poscia che vide Polissena morta,

e del suo Polidoro in su la riva

del mar si fu la dolorosa accorta,

forsennata latrò sì come cane;

tanto il dolor le fé la mente torta.

Ma né di Tebe furie né troiane

si vider mäi in alcun tanto crude,

non punger bestie, nonché membra umane,

quant’io vidi in due ombre smorte e nude,

che mordendo correvan di quel modo

che ‘l porco quando del porcil si schiude.

L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo

del collo l’assannò, sì che, tirando,

grattar li fece il ventre al fondo sodo.

E l’Aretin che rimase, tremando

mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,

e va rabbioso altrui così conciando».

«Oh», diss’io lui, «se l’altro non ti ficchi

li denti a dosso, non ti sia fatica

a dir chi è, pria che di qui si spicchi».

Ed elli a me: «Quell’è l’anima antica

di Mirra scellerata, che divenne

al padre, fuor del dritto amore, amica.

Questa a peccar con esso così venne,

falsificando sé in altrui forma,

come l’altro che là sen va, sostenne,

per guadagnar la donna de la torma,

falsificare in sé Buoso Donati,

testando e dando al testamento norma».

E poi che i due rabbiosi fuor passati

sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,

rivolsilo a guardar li altri mal nati.

Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,

pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia

tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.

La grave idropesì, che sì dispaia

le membra con l’omor che mal converte,

che ‘l viso non risponde a la ventraia,

faceva lui tener le labbra aperte

come l’etico fa, che per la sete

l’un verso ‘l mento e l’altro in sù rinverte.

«O voi che sanz’alcuna pena siete,

e non so io perché, nel mondo gramo»,

diss’elli a noi, «guardate e attendete

a la miseria del maestro Adamo;

io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,

e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.

Li ruscelletti che d’i verdi colli

del Casentin discendon giuso in Arno,

faccendo i lor canali freddi e molli,

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,

ché l’imagine lor vie più m’asciuga

che ‘l male ond’io nel volto mi discarno.

La rigida giustizia che mi fruga

tragge cagion del loco ov’io peccai

a metter più li miei sospiri in fuga.

Ivi è Romena, là dov’io falsai

la lega suggellata del Batista;

per ch’io il corpo sù arso lasciai.

Ma s’io vedessi qui l’anima trista

di Guido o d’Alessandro o di lor frate,

per Fonte Branda non darei la vista.

Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate

ombre che vanno intorno dicon vero;

ma che mi val, c’ho le membra legate?

S’io fossi più di tanto ancor leggero

ch’i’ potessi in cent’anni andare un’oncia,

io sarei messo già per lo sentiero,

cercando lui tra questa gente sconcia,

con tutto ch’ella volge undici miglia,

e men d’un mezzo di traverso non ci ha.

Io son per lor tra sì fatta famiglia;

e’ m’indussero a batter li fiorini

ch’avevan tre carati di mondiglia».

E io a lui: «Chi son li due tapini

che fumman come man bagnate ‘l verno,

giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».

«Qui li trovai – e poi volta non dierno -»,

rispuose, «quando piovvi in questo greppo,

e non credo che dieno in sempiterno.

L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;

l’altr’è ‘l falso Sinon greco di Troia:

per febbre aguta gittan tanto leppo».

E l’un di lor, che si recò a noia

forse d’esser nomato sì oscuro,

col pugno li percosse l’epa croia.

Quella sonò come fosse un tamburo;

e mastro Adamo li percosse il volto

col braccio suo, che non parve men duro,

dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto

lo muover per le membra che son gravi,

ho io il braccio a tal mestiere sciolto».

Ond’ei rispuose: «Quando tu andavi

al fuoco, non l’avei tu così presto;

ma sì e più l’avei quando coniavi».

E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:

ma tu non fosti sì ver testimonio

là ‘ve del ver fosti a Troia richesto».

«S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,

disse Sinon; «e son qui per un fallo,

e tu per più ch’alcun altro demonio!».

«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,

rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;

«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».

«E te sia rea la sete onde ti crepa»,

disse ‘l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia

che ‘l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».

Allora il monetier: «Così si squarcia

la bocca tua per tuo mal come suole;

ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,

tu hai l’arsura e ‘l capo che ti duole,

e per leccar lo specchio di Narcisso,

non vorresti a ‘nvitar molte parole».

Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso,

quando ‘l maestro mi disse: «Or pur mira,

che per poco che teco non mi risso!».

Quand’io ‘l senti’ a me parlar con ira,

volsimi verso lui con tal vergogna,

ch’ancor per la memoria mi si gira.

Qual è colui che suo dannaggio sogna,

che sognando desidera sognare,

sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,

tal mi fec’io, non possendo parlare,

che disïava scusarmi, e scusava

me tuttavia, e nol mi credea fare.

«Maggior difetto men vergogna lava»,

disse ‘l maestro, «che ‘l tuo non è stato;

però d’ogne trestizia ti disgrava.

E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,

se più avvien che fortuna t’accoglia

dove sien genti in simigliante piato:

ché voler ciò udire è bassa voglia».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

L’altr’è ‘l falso Sinon greco di Troia

30^ canto dell’Inferno.

Sinone.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Il poeta sente dire da Maestro Adamo: «Li incontrai qui – e da allora non si sono più mossi -, quando caddi in questo dirupo, e non credo che potranno muoversi per l’eternità. L’una è la disonesta che incolpò Giuseppe; l’altro è il greco Sinone impostore di Troia: emanano tanto fetore di unto arso a causa della febbre molto alta e violenta».

Figura della letteratura latina, Sinone, posto da Dante nella decima bolgia di questo cerchio tra i falsatori di parole, è un personaggio di un noto episodio dell‘Eneide (II 57-198), in cui la sua grande abilità di mentitore è lungamente descritta. Questi, lasciato sulla spiaggia di Troia dai suoi compagni d’arme, quando costoro fecero credere di rinunciare all’assedio della città che si protraeva da lungo tempo, si fece catturare dai nemici, inducendoli con una falsa scusa a far introdurre dentro le mura cittadine il famigerato cavallo di legno.

Nel leggere la concisa presentazione di costui, che avviene durante il colloquio tra Maestro Adamo e il poeta, fatta dal primo dietro precisa richiesta del secondo, non si può non rilevare un atteggiamento di aperta antipatia del dannato, e quindi di Dante, nei suoi confronti. Sentimento mostrato sia attraverso l’accento posto da Maestro Adamo sulla provenienza geografica di lui, col dire “il greco Sinone” (e qui è il caso di rammentare la nomea dei Greci quanto alla loro furbizia unita alla notevole capacità di mentire, evidenziata proprio da Virgilio nell’episodio sopra citato), sia attraverso l’epiteto di “falso” a significare “impostore”.

Infatti, re Priamo, avendolo accolto con molta benevolenza, fu preso da subitanea commozione alla vista delle finte lacrime di lui, e gli disse che avrebbe desiderato di poterlo considerare come uno dei Troiani. E da ciò si può facilmente arguire la gravità del peccato commesso dal nostro eroe.

@ L’ALTR’È ‘L FALSO SINON GRECO DI TROIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Ivi è Romena, là dov’io falsai

30^ canto dell’Inferno.

Maestro Adamo.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Maestro Adamo ai due poeti: «La spietata giustizia che mi punge con tormento trae motivo dal luogo dove io peccai a farmi più sospirare. Lì c’è Romena, là dove io falsificai i fiorini che recavano impressa l’immagine del Battista; per cui io lasciai sulla terra il mio corpo arso. Ma se io vedessi qui l’anima malvagia di Guido o di Alessandro o del loro fratello, non scambierei gli occhi con l’acqua della Fonte Branda».

Maestro Adamo, collocato dal poeta nella decima bolgia di questo cerchio tra i falsari di monete, fu ritenuto di patria incerta dai primi commentatori della Commedia: se per Bambagliuoli era casentinese, per Benvenuto da Imola veniva da Brescia. Tuttavia, un rilevante contributo per individuare la sua origine fu la scoperta, ad opera del Tarlazzi nel 1869, di un atto rogato a Bologna il 28 Ottobre 1277, in cui veniva citato quale “magistro Adam de Anglia familiare comitum de Romena”. E un “Adam Anglicus” compariva in un altro documento del 1273.

Da ciò si è dedotto non esserci ragioni plausibili per mettere in dubbio se non la sua patria, almeno la provenienza dall’Inghilterra, come magister, qualifica che, per il Contini, indicava “un termine tecnico del mondo universitario, grado sinonimo di dottore”, relativa a una facoltà che “più che medica, ben probabilmente è ancora quella delle Artes, fra le quali vennero classificate le cosiddette scienze naturali”.

Raccontò l’Anonimo Fiorentino, a sostegno di quanto Maestro Adamo diceva ai due poeti: “Fu tirato in Casentino nel castello di Romena, al tempo che i conti di quello lato stavano male col comune di Firenze. Erono allora signori di Romena e d’attorno in quello paese tre fratelli: il conte Aghinolfo, il conte Guido e il conte Alessandro. Il maestro Adamo riduttosi con loro, costoro il missono in sul salto e feciongli battere fiorini sotto il conio del comune di Firenze, ch’erono buoni di peso, ma non di lega, però ch’egli erono di 21 carati dov’elli debbono essere di 24, sì che tre carati v’avea dentro di rame o d’altro metallo… Di questi fiorini e ne spesono assai: ora nel fine, venendo un dì il maestro Adamo a Firenze, spendendo di questi fiorini, furono conosciuti essere falsati; fu preso, e ivi fu arso”. Secondo la cronaca di Paolino Pieri, correva l’anno 1281.

@ IVI È ROMENA, LÀ DOV’IO FALSAI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

E va rabbioso altrui così conciando

30^ canto dell’Inferno.

Gianni Schicchi.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Griffolino d’Arezzo al poeta: «Quello spirito maligno è Gianni Schicchi, e affetto da rabbia va macerando così gli altri».

Gianni Schicchi, posto da Dante nella decima bolgia di questo cerchio tra i falsatori di persone, fu un membro della famiglia fiorentina dei Cavalcanti. Cavaliere, morì prima del 1280 e riguardo al fatto peccaminoso di cui si rese protagonista in vita, i primi commentatori della Commedia diedero notizie divergenti: da Iacopo, figlio di Dante, al Lana.

Il primo scrisse quanto segue: “… l’altre sue operazioni, alcuna volta, a petizione d’un altro cavaliere di Firenze nominato messer Simone de’ Donati, in un zio del detto messer Simone nominato messer Buoso, in fine di morte stando in sul letto, falsamente trasformato, il testamento di lui a suo modo fece, lasciando reda della maggior parte del suo il detto messer Simone, nel quale testamento finalmente una sua cavalla di pregio d’alcun suo armento a sé medesimo diede”.

E sul Buoso sopra richiamato, nei secoli si sono succedute diverse opinioni in merito alla sua identità; opinioni risolte alla fine dal Barbi, uno dei più eminenti dantisti moderni, nel senso che egli dimostrò che quel Buoso non doveva essere identificato con il Buoso figlio di Forese e fratello di Simone, ma con un altro Buoso Donati, figlio di Vinciguerra, fratello di Forese e zio di Simone e di Buoso figlio di Forese. Identificazione suffragata dal fatto che Simone, il padre di Corso, di Forese e di Piccarda, aveva tutti i titoli per diventare erede dello zio, che era vedovo e senza prole.

Ma la discriminante maggiore per la tesi del Barbi sembrò essere il dato cronologico: mentre Buoso di Vinciguerra morì verso la metà del XIII^ secolo, il Buoso figlio di Forese figurava tra coloro che nel febbraio del 1280 fu tra i protagonisti della pace del cardinale Latino, quando Gianni Schicchi era già morto; in quell’atto, infatti, comparì un “Bettinus condam domini Iohannis de Cavalcantibus”, figlio del falsatore.

@ E VA RABBIOSO ALTRUI COSÌ CONCIANDO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

29^ canto dell’Inferno.

(Canto XXIX, ove tratta de la decima bolgia, dove si puniscono i falsi fabricatori di qualunque opera, e isgrida e riprende l’autore i Sanesi.)

La molta gente e le diverse piaghe

avean le luci mie sì inebrïate,

che de lo stare a piangere eran vaghe.

Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?

perché la vista tua pur si soffolge

là giù tra l’ombre triste smozzicate?

Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;

pensa, se tu annoverar le credi,

che miglia ventidue la valle volge.

E già la luna è sotto i nostri piedi;

lo tempo è poco omai che n’è concesso,

e altro è da veder che tu non vedi».

«Se tu avessi», rispuos’io appresso,

«atteso a la cagion per ch’io guardava,

forse m’avresti ancor lo star dimesso».

Parte sen giva, e io retro li andava,

lo duca, già faccendo la risposta,

e soggiugnendo: «Dentro a quella cava

dov’io tenea or li occhi sì a posta,

credo ch’un spirto del mio sangue pianga

la colpa che là giù cotanto costa».

Allor disse ‘l maestro: «Non si franga

lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ello.

Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;

ch’io vidi lui a piè del ponticello

mostrarti e minacciar forte col dito,

e udi’ ‘l nominar Geri del Bello.

Tu eri allor sì del tutto impedito

sovra colui che già tenne Altaforte,

che non guardasti in là, sì fu partito».

«O duca mio, la vïolenta morte

che non li è vendicata ancor», diss’io,

«per alcun che de l’onta sia consorte,

fece lui disdegnoso; ond’el sen gio

sanza parlarmi, sì com’ïo estimo:

e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».

Così parlammo infino al loco primo

che de lo scoglio l’altra valle mostra,

se più lume vi fosse, tutto ad imo.

Quando noi fummo sor l’ultima chiostra

di Malebolge, sì che i suoi conversi

potean parere a la veduta nostra,

lamenti saettaron me diversi,

che di pietà ferrati avean li strali;

ond’io li orecchi con le man copersi.

Qual dolor fora, se de li spedali

di Valdichiana tra ‘l luglio e ‘l settembre

e di Maremma e di Sardigna i mali

fossero in una fossa tutti ‘nsembre,

tal era quivi, e tal puzzo n’usciva

qual suol venir de le marcite membre.

Noi discendemmo in su l’ultima riva

del lungo scoglio, pur da man sinistra;

e allor fu la mia vista più viva

giù ver’ lo fondo, là ‘ve la ministra

de l’alto Sire infallibil giustizia

punisce i falsador che qui registra.

Non credo ch’a veder maggior tristizia

fosse in Egina il popol tutto infermo,

quando fu l’aere sì pien di malizia,

che li animali, infino al picciol vermo,

cascaron tutti, e poi le genti antiche,

secondo che i poeti hanno per fermo,

si ristorar di seme di formiche;

ch’era a veder per quella oscura valle

languir li spirti per diverse biche.

Qual sovra ‘l ventre e qual sovra le spalle

l’un de l’altro giacea, e qual carpone

si trasmutava per lo tristo calle.

Passo passo andavam sanza sermone,

guardando e ascoltando li ammalati,

che non potean levar le lor persone.

Io vidi due sedere a sé poggiati,

com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia,

dal capo al piè di schianze macolati;

e non vidi già mai menare stregghia

a ragazzo aspettato dal segnorso,

né a colui che mal volontier vegghia,

come ciascun menava spesso il morso

de l’unghie sopra sé per la gran rabbia

del pizzicor, che non ha più soccorso;

e sì traevan giù l’unghie la scabbia,

come coltel di scardova le scaglie

o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

«O tu che con le dita ti dismaglie»,

cominciò ‘l duca mio a l’un di loro,

«e che fai d’esse tal volta tanaglie,

dinne s’alcun Latino è tra costoro

che son quinc’entro, se l’unghia ti basti

etternalmente a cotesto lavoro».

«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti

qui ambedue», rispuose l’un piangendo;

«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».

E ‘l duca disse: «I’ son un che discendo

con questo vivo giù di balzo in balzo,

e di mostrar lo ‘nferno a lui intendo».

Allor si ruppe lo comun rincalzo;

e tremando ciascuno a me si volse

con altri che l’udiron di rimbalzo.

Lo buon maestro a me tutto s’accolse,

dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;

e io incominciai, poscia ch’ei volse:

«Se la vostra memoria non s’imboli

nel primo mondo da l’umane menti,

ma s’ella viva sotto molti soli,

ditemi chi voi siete e di che genti;

la vostra sconcia e fastidiosa pena

di palesarvi a me non vi spaventi».

«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,

rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;

ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.

Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:

“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;

e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,

volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo

perch’io nol feci Dedalo, mi fece

ardere a tal che l’avea per figliuolo.

Ma ne l’ultima bolgia de le diece

me per l’alchìmia che nel mondo usai

dannò Minòs, a cui fallar non lece».

E io dissi al poeta: «Or fu già mai

gente sì vana come la sanese?

Certo non la francesca sì d’assai!».

Onde l’altro lebbroso, che m’intese,

rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca

che seppe far le temperate spese,

e Niccolò che la costuma ricca

del garofano prima discoverse

ne l’orto dove tal seme s’appicca;

e tra’ne la brigata in che disperse

Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,

e l’Abbagliato suo senno proferse.

Ma perché sappi chi sì ti seconda

contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,

sì che la faccia mia ben ti risponda:

sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,

che falsai li metalli con l’alchìmia;

e te dee ricordar, se ben t’adocchio,

com’io fui di natura buona scimia».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio

29^ canto dell’Inferno.

Capocchio.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Il poeta sente dire da Capocchio: «Ma affinché tu apprenda chi ti asseconda così contro i Senesi, aguzza la vista verso di me, sicché il mio volto corrisponda pienamente al tuo sguardo: così vedrai che io sono l’ombra di Capocchio, che falsificai la lega metallica delle monete con l’alchimia; e ti devi ricordare, se ti vedo chiaramente, come io fui un valente imitatore delle cose di natura come la scimmia degli atti umani».

Capocchio, collocato da Dante nella decima bolgia di questo cerchio tra gli alchimisti adulteratori di leghe metalliche, per la quasi totalità dei primi commentatori della Commedia fu fiorentino, nonché compagno di studi del poeta in phisica o in filosofia naturale, forse in uno dei corsi frequentati da Dante per iscriversi all’arte dei medici e degli speziali.

Secondo il Buti, tra i più eminenti di quei commentatori, fu “di grande ingegno, e in filosofia giunse a tanto, che poi si diede all’alchimia credendosi venire alla vera; ma mancando nelle operazioni s’avvenne alla sofistica, cioè si diede a falsificare sottilmente ‘i metalli”.

E l’Anonimo, a seguire, attribuì l’alchimia di questo personaggio alla predisposizione imitatoria “che possedeva in sommo grado, così che sapea contrafare ogni uomo che volea e ogni cosa ed egli parea propriamente la cosa o l’uomo ch’egli contrafacea in ciascun atto… diessi nell’ultimo a contrafare i metalli, come egli facea gli uomini”. E proprio in qualità di alchimista Capocchio fu arso a Siena il 15 Agosto 1293.

@ SÌ VEDRAI CH’IO SON L’OMBRA DI CAPOCCHIO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena

29^ canto dell’Inferno.

Griffolino d’Arezzo.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Griffolino d’Arezzo a Dante: «Io fui di Arezzo, e Albero da Siena mi fece mettere al rogo; ma non mi fa arrivare qui quello per cui io morii».

Griffolino d’Arezzo, posto dal poeta nella decima bolgia di questo cerchio tra gli alchimisti adulteratori di leghe metalliche, fu bruciato vivo in qualità di eretico prima del 1272. Di lui si occupò il Lana, tra i primi commentatori della Commedia, il quale scrisse a proposito della sua fine: “Questo Aretino fu una scritturata persona, sottile e sagace, ed ebbe nome maestro Griffolino; sapea e adoperava quella parte d’alchimia che è appellata sofistica, ma facealo sì secretamente che non era saputo per alcuna persona.

“Or questo maestro avea contezza con un Albero, figliuolo secreto del vescovo di Siena, e questo Albero era persona vaga e semplice; ed essendo un die a parlamento collo detto maestro Griffolino, e per modo di treppo lo ditto maestro disse: ‘S’io volessi, io anderei volando per aire come fanno li uccelli e di die e di notte’…

“Questo Albero si mise le parole al cuore, e credettelo; infine strinse lo detto maestro ch’elli li insegnasse volare. Lo maestro pur li dicea di no, come persona che non sapea fare niente. Costui li prese tanto odio addosso, che ‘l padre predetto, cioè il vescovo, li informò una inquisizione addosso e fello ardere per patarino”.

@ MA QUEL PER CH’IO MORI’ QUI NON MI MENA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970