L’altr’è ‘l falso Sinon greco di Troia

30^ canto dell’Inferno.

Sinone.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Il poeta sente dire da Maestro Adamo: «Li incontrai qui – e da allora non si sono più mossi -, quando caddi in questo dirupo, e non credo che potranno muoversi per l’eternità. L’una è la disonesta che incolpò Giuseppe; l’altro è il greco Sinone impostore di Troia: emanano tanto fetore di unto arso a causa della febbre molto alta e violenta».

Figura della letteratura latina, Sinone, posto da Dante nella decima bolgia di questo cerchio tra i falsatori di parole, è un personaggio di un noto episodio dell‘Eneide (II 57-198), in cui la sua grande abilità di mentitore è lungamente descritta. Questi, lasciato sulla spiaggia di Troia dai suoi compagni d’arme, quando costoro fecero credere di rinunciare all’assedio della città che si protraeva da lungo tempo, si fece catturare dai nemici, inducendoli con una falsa scusa a far introdurre dentro le mura cittadine il famigerato cavallo di legno.

Nel leggere la concisa presentazione di costui, che avviene durante il colloquio tra Maestro Adamo e il poeta, fatta dal primo dietro precisa richiesta del secondo, non si può non rilevare un atteggiamento di aperta antipatia del dannato, e quindi di Dante, nei suoi confronti. Sentimento mostrato sia attraverso l’accento posto da Maestro Adamo sulla provenienza geografica di lui, col dire “il greco Sinone” (e qui è il caso di rammentare la nomea dei Greci quanto alla loro furbizia unita alla notevole capacità di mentire, evidenziata proprio da Virgilio nell’episodio sopra citato), sia attraverso l’epiteto di “falso” a significare “impostore”.

Infatti, re Priamo, avendolo accolto con molta benevolenza, fu preso da subitanea commozione alla vista delle finte lacrime di lui, e gli disse che avrebbe desiderato di poterlo considerare come uno dei Troiani. E da ciò si può facilmente arguire la gravità del peccato commesso dal nostro eroe.

@ L’ALTR’È ‘L FALSO SINON GRECO DI TROIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Ivi è Romena, là dov’io falsai

30^ canto dell’Inferno.

Maestro Adamo.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Maestro Adamo ai due poeti: «La spietata giustizia che mi punge con tormento trae motivo dal luogo dove io peccai a farmi più sospirare. Lì c’è Romena, là dove io falsificai i fiorini che recavano impressa l’immagine del Battista; per cui io lasciai sulla terra il mio corpo arso. Ma se io vedessi qui l’anima malvagia di Guido o di Alessandro o del loro fratello, non scambierei gli occhi con l’acqua della Fonte Branda».

Maestro Adamo, collocato dal poeta nella decima bolgia di questo cerchio tra i falsari di monete, fu ritenuto di patria incerta dai primi commentatori della Commedia: se per Bambagliuoli era casentinese, per Benvenuto da Imola veniva da Brescia. Tuttavia, un rilevante contributo per individuare la sua origine fu la scoperta, ad opera del Tarlazzi nel 1869, di un atto rogato a Bologna il 28 Ottobre 1277, in cui veniva citato quale “magistro Adam de Anglia familiare comitum de Romena”. E un “Adam Anglicus” compariva in un altro documento del 1273.

Da ciò si è dedotto non esserci ragioni plausibili per mettere in dubbio se non la sua patria, almeno la provenienza dall’Inghilterra, come magister, qualifica che, per il Contini, indicava “un termine tecnico del mondo universitario, grado sinonimo di dottore”, relativa a una facoltà che “più che medica, ben probabilmente è ancora quella delle Artes, fra le quali vennero classificate le cosiddette scienze naturali”.

Raccontò l’Anonimo Fiorentino, a sostegno di quanto Maestro Adamo diceva ai due poeti: “Fu tirato in Casentino nel castello di Romena, al tempo che i conti di quello lato stavano male col comune di Firenze. Erono allora signori di Romena e d’attorno in quello paese tre fratelli: il conte Aghinolfo, il conte Guido e il conte Alessandro. Il maestro Adamo riduttosi con loro, costoro il missono in sul salto e feciongli battere fiorini sotto il conio del comune di Firenze, ch’erono buoni di peso, ma non di lega, però ch’egli erono di 21 carati dov’elli debbono essere di 24, sì che tre carati v’avea dentro di rame o d’altro metallo… Di questi fiorini e ne spesono assai: ora nel fine, venendo un dì il maestro Adamo a Firenze, spendendo di questi fiorini, furono conosciuti essere falsati; fu preso, e ivi fu arso”. Secondo la cronaca di Paolino Pieri, correva l’anno 1281.

@ IVI È ROMENA, LÀ DOV’IO FALSAI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

E va rabbioso altrui così conciando

30^ canto dell’Inferno.

Gianni Schicchi.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Griffolino d’Arezzo al poeta: «Quello spirito maligno è Gianni Schicchi, e affetto da rabbia va macerando così gli altri».

Gianni Schicchi, posto da Dante nella decima bolgia di questo cerchio tra i falsatori di persone, fu un membro della famiglia fiorentina dei Cavalcanti. Cavaliere, morì prima del 1280 e riguardo al fatto peccaminoso di cui si rese protagonista in vita, i primi commentatori della Commedia diedero notizie divergenti: da Iacopo, figlio di Dante, al Lana.

Il primo scrisse quanto segue: “… l’altre sue operazioni, alcuna volta, a petizione d’un altro cavaliere di Firenze nominato messer Simone de’ Donati, in un zio del detto messer Simone nominato messer Buoso, in fine di morte stando in sul letto, falsamente trasformato, il testamento di lui a suo modo fece, lasciando reda della maggior parte del suo il detto messer Simone, nel quale testamento finalmente una sua cavalla di pregio d’alcun suo armento a sé medesimo diede”.

E sul Buoso sopra richiamato, nei secoli si sono succedute diverse opinioni in merito alla sua identità; opinioni risolte alla fine dal Barbi, uno dei più eminenti dantisti moderni, nel senso che egli dimostrò che quel Buoso non doveva essere identificato con il Buoso figlio di Forese e fratello di Simone, ma con un altro Buoso Donati, figlio di Vinciguerra, fratello di Forese e zio di Simone e di Buoso figlio di Forese. Identificazione suffragata dal fatto che Simone, il padre di Corso, di Forese e di Piccarda, aveva tutti i titoli per diventare erede dello zio, che era vedovo e senza prole.

Ma la discriminante maggiore per la tesi del Barbi sembrò essere il dato cronologico: mentre Buoso di Vinciguerra morì verso la metà del XIII^ secolo, il Buoso figlio di Forese figurava tra coloro che nel febbraio del 1280 fu tra i protagonisti della pace del cardinale Latino, quando Gianni Schicchi era già morto; in quell’atto, infatti, comparì un “Bettinus condam domini Iohannis de Cavalcantibus”, figlio del falsatore.

@ E VA RABBIOSO ALTRUI COSÌ CONCIANDO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

29^ canto dell’Inferno.

(Canto XXIX, ove tratta de la decima bolgia, dove si puniscono i falsi fabricatori di qualunque opera, e isgrida e riprende l’autore i Sanesi.)

La molta gente e le diverse piaghe

avean le luci mie sì inebrïate,

che de lo stare a piangere eran vaghe.

Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?

perché la vista tua pur si soffolge

là giù tra l’ombre triste smozzicate?

Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;

pensa, se tu annoverar le credi,

che miglia ventidue la valle volge.

E già la luna è sotto i nostri piedi;

lo tempo è poco omai che n’è concesso,

e altro è da veder che tu non vedi».

«Se tu avessi», rispuos’io appresso,

«atteso a la cagion per ch’io guardava,

forse m’avresti ancor lo star dimesso».

Parte sen giva, e io retro li andava,

lo duca, già faccendo la risposta,

e soggiugnendo: «Dentro a quella cava

dov’io tenea or li occhi sì a posta,

credo ch’un spirto del mio sangue pianga

la colpa che là giù cotanto costa».

Allor disse ‘l maestro: «Non si franga

lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ello.

Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;

ch’io vidi lui a piè del ponticello

mostrarti e minacciar forte col dito,

e udi’ ‘l nominar Geri del Bello.

Tu eri allor sì del tutto impedito

sovra colui che già tenne Altaforte,

che non guardasti in là, sì fu partito».

«O duca mio, la vïolenta morte

che non li è vendicata ancor», diss’io,

«per alcun che de l’onta sia consorte,

fece lui disdegnoso; ond’el sen gio

sanza parlarmi, sì com’ïo estimo:

e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».

Così parlammo infino al loco primo

che de lo scoglio l’altra valle mostra,

se più lume vi fosse, tutto ad imo.

Quando noi fummo sor l’ultima chiostra

di Malebolge, sì che i suoi conversi

potean parere a la veduta nostra,

lamenti saettaron me diversi,

che di pietà ferrati avean li strali;

ond’io li orecchi con le man copersi.

Qual dolor fora, se de li spedali

di Valdichiana tra ‘l luglio e ‘l settembre

e di Maremma e di Sardigna i mali

fossero in una fossa tutti ‘nsembre,

tal era quivi, e tal puzzo n’usciva

qual suol venir de le marcite membre.

Noi discendemmo in su l’ultima riva

del lungo scoglio, pur da man sinistra;

e allor fu la mia vista più viva

giù ver’ lo fondo, là ‘ve la ministra

de l’alto Sire infallibil giustizia

punisce i falsador che qui registra.

Non credo ch’a veder maggior tristizia

fosse in Egina il popol tutto infermo,

quando fu l’aere sì pien di malizia,

che li animali, infino al picciol vermo,

cascaron tutti, e poi le genti antiche,

secondo che i poeti hanno per fermo,

si ristorar di seme di formiche;

ch’era a veder per quella oscura valle

languir li spirti per diverse biche.

Qual sovra ‘l ventre e qual sovra le spalle

l’un de l’altro giacea, e qual carpone

si trasmutava per lo tristo calle.

Passo passo andavam sanza sermone,

guardando e ascoltando li ammalati,

che non potean levar le lor persone.

Io vidi due sedere a sé poggiati,

com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia,

dal capo al piè di schianze macolati;

e non vidi già mai menare stregghia

a ragazzo aspettato dal segnorso,

né a colui che mal volontier vegghia,

come ciascun menava spesso il morso

de l’unghie sopra sé per la gran rabbia

del pizzicor, che non ha più soccorso;

e sì traevan giù l’unghie la scabbia,

come coltel di scardova le scaglie

o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

«O tu che con le dita ti dismaglie»,

cominciò ‘l duca mio a l’un di loro,

«e che fai d’esse tal volta tanaglie,

dinne s’alcun Latino è tra costoro

che son quinc’entro, se l’unghia ti basti

etternalmente a cotesto lavoro».

«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti

qui ambedue», rispuose l’un piangendo;

«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».

E ‘l duca disse: «I’ son un che discendo

con questo vivo giù di balzo in balzo,

e di mostrar lo ‘nferno a lui intendo».

Allor si ruppe lo comun rincalzo;

e tremando ciascuno a me si volse

con altri che l’udiron di rimbalzo.

Lo buon maestro a me tutto s’accolse,

dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;

e io incominciai, poscia ch’ei volse:

«Se la vostra memoria non s’imboli

nel primo mondo da l’umane menti,

ma s’ella viva sotto molti soli,

ditemi chi voi siete e di che genti;

la vostra sconcia e fastidiosa pena

di palesarvi a me non vi spaventi».

«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,

rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;

ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.

Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:

“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;

e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,

volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo

perch’io nol feci Dedalo, mi fece

ardere a tal che l’avea per figliuolo.

Ma ne l’ultima bolgia de le diece

me per l’alchìmia che nel mondo usai

dannò Minòs, a cui fallar non lece».

E io dissi al poeta: «Or fu già mai

gente sì vana come la sanese?

Certo non la francesca sì d’assai!».

Onde l’altro lebbroso, che m’intese,

rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca

che seppe far le temperate spese,

e Niccolò che la costuma ricca

del garofano prima discoverse

ne l’orto dove tal seme s’appicca;

e tra’ne la brigata in che disperse

Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,

e l’Abbagliato suo senno proferse.

Ma perché sappi chi sì ti seconda

contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,

sì che la faccia mia ben ti risponda:

sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,

che falsai li metalli con l’alchìmia;

e te dee ricordar, se ben t’adocchio,

com’io fui di natura buona scimia».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio

29^ canto dell’Inferno.

Capocchio.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Il poeta sente dire da Capocchio: «Ma affinché tu apprenda chi ti asseconda così contro i Senesi, aguzza la vista verso di me, sicché il mio volto corrisponda pienamente al tuo sguardo: così vedrai che io sono l’ombra di Capocchio, che falsificai la lega metallica delle monete con l’alchimia; e ti devi ricordare, se ti vedo chiaramente, come io fui un valente imitatore delle cose di natura come la scimmia degli atti umani».

Capocchio, collocato da Dante nella decima bolgia di questo cerchio tra gli alchimisti adulteratori di leghe metalliche, per la quasi totalità dei primi commentatori della Commedia fu fiorentino, nonché compagno di studi del poeta in phisica o in filosofia naturale, forse in uno dei corsi frequentati da Dante per iscriversi all’arte dei medici e degli speziali.

Secondo il Buti, tra i più eminenti di quei commentatori, fu “di grande ingegno, e in filosofia giunse a tanto, che poi si diede all’alchimia credendosi venire alla vera; ma mancando nelle operazioni s’avvenne alla sofistica, cioè si diede a falsificare sottilmente ‘i metalli”.

E l’Anonimo, a seguire, attribuì l’alchimia di questo personaggio alla predisposizione imitatoria “che possedeva in sommo grado, così che sapea contrafare ogni uomo che volea e ogni cosa ed egli parea propriamente la cosa o l’uomo ch’egli contrafacea in ciascun atto… diessi nell’ultimo a contrafare i metalli, come egli facea gli uomini”. E proprio in qualità di alchimista Capocchio fu arso a Siena il 15 Agosto 1293.

@ SÌ VEDRAI CH’IO SON L’OMBRA DI CAPOCCHIO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena

29^ canto dell’Inferno.

Griffolino d’Arezzo.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Griffolino d’Arezzo a Dante: «Io fui di Arezzo, e Albero da Siena mi fece mettere al rogo; ma non mi fa arrivare qui quello per cui io morii».

Griffolino d’Arezzo, posto dal poeta nella decima bolgia di questo cerchio tra gli alchimisti adulteratori di leghe metalliche, fu bruciato vivo in qualità di eretico prima del 1272. Di lui si occupò il Lana, tra i primi commentatori della Commedia, il quale scrisse a proposito della sua fine: “Questo Aretino fu una scritturata persona, sottile e sagace, ed ebbe nome maestro Griffolino; sapea e adoperava quella parte d’alchimia che è appellata sofistica, ma facealo sì secretamente che non era saputo per alcuna persona.

“Or questo maestro avea contezza con un Albero, figliuolo secreto del vescovo di Siena, e questo Albero era persona vaga e semplice; ed essendo un die a parlamento collo detto maestro Griffolino, e per modo di treppo lo ditto maestro disse: ‘S’io volessi, io anderei volando per aire come fanno li uccelli e di die e di notte’…

“Questo Albero si mise le parole al cuore, e credettelo; infine strinse lo detto maestro ch’elli li insegnasse volare. Lo maestro pur li dicea di no, come persona che non sapea fare niente. Costui li prese tanto odio addosso, che ‘l padre predetto, cioè il vescovo, li informò una inquisizione addosso e fello ardere per patarino”.

@ MA QUEL PER CH’IO MORI’ QUI NON MI MENA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Qual sovra ‘l ventre e qual sovra le spalle

29^ canto dell’Inferno.

I falsari.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Decima bolgia. Il poeta narra: “Non credo che vedere in Egina il popolo tutto ammalato fosse uno spettacolo doloroso più intenso, quando l’aria fu così impregnata di germi di corruzione pestilenziale, che gli esseri viventi, fino al piccolo verme, caddero tutti senza vita, e poi gli abitanti antichi, secondo ciò che i poeti ritengono come cosa sicura, furono rigenerati dalla stirpe delle formiche; di quello che era veder patire in quella bolgia buia gli spiriti divisi in vari mucchi”.

I falsari, collocati da Dante nella decima bolgia di questo cerchio, sono peccatori di natura diversa: gli alchimisti adulteratori di leghe metalliche, affetti da lebbra o scabbia, i contraffattori di persona a fini fraudolenti, malati d’idrofobia, i falsari di monete, idropici, e i falsificatori della verità, tormentati da una febbre ardente.

Il Fraccaroli, tra i commentatori più recenti della Commedia, ha rilevato, invece, che l’ultimo posto del terzo gruppo dei fraudolenti è quello in cui l’odio si sostituisce all’amore, tale essendo la condizione morale dei consiglieri fraudolenti (ottava bolgia), dei seminatori di discordie e di scismi (nona bolgia) e appunto dei falsari. Ma per questi ultimi, “il loro mal animo verso il prossimo è tale che si avvicina al tradimento”. Infatti, dopo di loro e il pozzo dei giganti, troveremo i traditori. Nel nono e ultimo cerchio dell’Inferno.

@ QUAL SOVRA ‘L VENTRE E QUAL SOVRA LE SPALLE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

28^ canto dell’Inferno.

(Canto XXVIII, nel quale tratta le qualitadi de la nona bolgia, dove l’auttore vide punire coloro che commisero scandali, e ‘ seminatori di scisma e discordia e d’ogne realtà altro male operare.)

Chi poria mai pur con parole sciolte

dicer del sangue e de le piaghe a pieno

ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?

Ogne lingua per certo verria meno

per lo nostro sermone e per la mente

c’hanno a tanto comprender poco seno.

S’el s’aunasse ancor tutta la gente

che già, in su la fortunata terra

di Puglia, fu del suo sangue dolente

per li Troiani e per la lunga guerra

che de l’anella fé sì alte spoglie,

come Livïo scrive, che non erra,

con quella che sentio di colpi doglie

per contastare a Ruberto Guiscardo;

e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie

a Ceperan, là dove fu bugiardo

ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,

dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo;

e qual forato suo membro e qual mozzo

mostrasse, d’aequar sarebbe nulla

il modo de la nona bolgia sozzo.

Già veggia, per mezzul perdere o lulla,

com’io vidi un, così non si pertugia,

rotto dal mento infin dove si trulla.

Tra le gambe pendevan le minugia;

la corata pareva e ‘l triste sacco

che merda fa di quel che si trangugia.

Mentre che tutto in lui veder m’attacco,

guardommi e con le man s’aperse il petto,

dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco!

vedi come storpiato è Mäometto!

Dinanzi a me sen va piangendo Alì,

fesso nel volto dal mento al ciuffetto.

E tutti li altri che tu vedi qui,

seminator di scandalo e di scisma

fuor vivi, e però son fessi così.

Un diavolo è qua dietro che n’accisma

sì crudelmente, al taglio de la spada

rimettendo ciascun di questa risma,

quand’avem volta la dolente strada;

però che le ferite son richiuse

prima ch’altri dinanzi li rivada.

Ma tu chi se’ che ‘n su lo scoglio muse,

forse per indugiar d’ire a la pena

ch’è giudicata in su le tue accuse?».

«Né morte ‘l giunse ancor, né colpa ‘l mena»,

rispuose ‘l mio maestro, «a tormentarlo;

ma per dar lui esperïenza piena,

a me, che morto son, convien menarlo

per lo ‘nferno qua giù di giro in giro;

e quest’è ver così com’io ti parlo».

Più fuor di cento che, quando l’udiro,

s’arrestaron nel fosso a riguardarmi

per maraviglia, oblïando il martiro.

«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,

tu che forse vedra’ il sole in breve,

s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,

sì di vivanda, che stretta di neve

non rechi la vittoria al Noarese,

ch’altrimenti acquistar non saria leve».

Poi che l’un piè per girsene sospese,

Mäometto mi disse esta parola;

indi a partirsi in terra lo distese.

Un altro, che forata avea la gola

e tronco ‘l naso infin sotto le ciglia,

e non avea mai ch’una orecchia sola,

ristato a riguardar per maraviglia

con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,

ch’era di fuor d’ogne parte vermiglia,

e disse: «O tu cui colpa non condanna

e cu’ io vidi in su terra latina,

se troppa simiglianza non m’inganna,

rimembriti di Pier da Medicina,

se mai torni a veder lo dolce piano

che da Vercelli a Marcabò dichina.

E fa sapere a’ due miglior da Fano,

a messer Guido e anco ad Angiolello,

che, se l’antiveder qui non è vano,

gittati saran fuor di lor vasello

e mazzerati presso a la Cattolica

per tradimento d’un tiranno fello.

Tra l’isola di Cipri e di Maiolica

non vide mai sì gran fallo Nettuno,

non da pirate, non da gente argolica.

Quel traditor che vede pur con l’uno,

e tien la terra che tale qui meco

vorrebbe di vedere esser digiuno,

farà venirli a parlamento seco;

poi farà sì, ch’al vento di Focara

non sarà lor mestier voto né preco».

E io a lui: «Dimostrami e dichiara,

se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,

chi è colui da la veduta amara».

Allor puose la mano a la mascella

d’un suo compagno e la bocca li aperse,

gridando: «Questi è desso, e non favella.

Questi, scacciato, il dubitar sommerse

in Cesare, affermando che ‘l fornito

sempre con danno l’attender sofferse».

Oh quanto mi pareva sbigottito

con la lingua tagliata ne la strozza

Curïo, ch’a dir fu così ardito!

E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,

levando i moncherin per l’aura fosca,

sì che ‘l sangue facea la faccia sozza,

gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca,

che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,

che fu mal seme per la gente tosca».

E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;

per ch’elli, accumulando duol con duolo,

sen gio come persona trista e matta.

Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,

e vidi cosa ch’io avrei paura,

sanza più prova, di contarla solo;

se non che coscïenza m’assicura,

la buona compagnia che l’uom francheggia

sotto l’asbergo del sentirsi pura.

Io vidi certo, e ancor par ch’io ‘l veggia,

un busto sanza capo andar sì come

andavan li altri de la trista greggia;

e ‘l capo tronco tenea per le chiome,

pesol con mano a guisa di lanterna:

e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».

Di sé facea a sé stesso lucerna,

ed eran due in uno e uno in due;

com’esser può, quei sa che sì governa.

Quando diritto al piè del ponte fue,

levò ‘l braccio alto con tutta la testa

per appressarne le parole sue,

che fuoro: «Or vedi la pena molesta,

tu che, spirando, vai veggendo i morti:

vedi s’alcuna è grande come questa.

E perché tu di me novella porti,

sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli

che diedi al re giovane i ma’ conforti.

Io feci il padre e ‘l figlio in sé ribelli;

Achitofèl non fé più d’Absalone

e di Davìd coi malvagi punzelli.

Perch’io parti’ così giunte persone,

partito porto il mio cerebro, lasso!,

dal suo principio ch’è in questo troncone.

Così s’osserva in me lo contrapasso».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

E ‘l capo tronco tenea per le chiome

28^ canto dell’Inferno.

Bertran de Born.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Nona bolgia. Il poeta sente dire da Bertran de Born: «Ora vedi il tormento gravoso, tu che, vivendo, vai visitando i morti: vedi se un altro è grande come questo. E affinché tu possa arrecare notizia di me, sappi che sono Bertran de Born, colui che fornì al re giovane i cattivi consigli. Io resi il padre e il figlio nemici l’uno dell’altro; Achitofel non fece più di Assalonne e David coi perfidi stimoli. Poiché io separai persone congiunte così strettamente, tengo in mano separato il mio cervello, ohimè!, dal suo inizio che è chiuso in questo busto mozzo del capo. Così si ravvisa in me il contrappasso».

Bertran de Born, posto da Dante nella nona bolgia di questo cerchio tra i seminatori di discordie e di scismi, fu il signore del castello di Hautefort nel Périgord, e visse nella seconda metà del XII^ secolo. Indiscutibilmente uno dei più importanti trovatori di lingua provenzale, fu ricordato dal poeta sia come “poeta delle armi” (De Vulgari Eloquentia, II, II, 9), sia per la sua grande liberalità e magnificenza nei costumi (Convivio, IV, XI, 14).

Da trovatore di eccellenza quale fu, le sue canzoni trattarono generalmente temi politico-militari e, nella più famosa delle stesse, Be. m platz lo gais temps de pascor, descrisse “la tragica bellezza delle battaglie, con i corpi feriti e mutilati, e i tronconi delle lance ancora confitti nei cadaveri”, secondo la Chiavacci Leonardi, confrontando tutto questo alle delizie primaverili.

Secondo una biografia dell’epoca, da feudatario del Périgord e quindi suddito di Enrico II Plantageneto, re d’Inghilterra, allora anche duca di Aquitania, indusse il figlio primogenito del re, Enrico III detto il re giovane, in quanto già incoronato durante la vita del padre, a ribellarsi contro di lui. Alla morte di lui, Bertran scrisse un’altra celebre canzone, Si tuit li dol. Da parte sua, Dante, pur attenendosi alla biografia di cui sopra, gli volle comunque conservare la dignità che lo distinse nella vita terrena, conclusa da monaco cistercense nell’abbazia di Dalon prima del 1215.

@ E ‘L CAPO TRONCO TENEA PER LE CHIOME

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1991 e successive ristampe

Levando i moncherin per l’aura fosca

28^ canto dell’Inferno.

Mosca de’ Lamberti.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Nona bolgia. Mosca de’ Lamberti a Dante: «Ti ricorderai pure del Mosca, che disse, ohimè!, “Cosa fatta capo ha”, che fu generatrice di male per i Toscani».

Mosca de’ Lamberti, collocato dal poeta in questa bolgia tra i seminatori di discordie e di scismi, fu un autorevole uomo politico della prima metà del XIII^ secolo, membro della potente famiglia ghibellina dei Lamberti. Nacque a Firenze in data ignota, ma è presumibile che agli inizi del 1200 avesse circa vent’anni, perché risultò come testimone in un atto di cessione di terre tra Siena e Firenze.

L’episodio certamente più rilevante della vita di questo personaggio, e il motivo per cui il poeta ne tramandò il non felice ricordo, fu l’omicidio di Buondelmonte de’ Buondelmonti nel giorno di Pasqua del 1216, evento da cui si fece risalire la nascita e la conseguente contesa tra due fazioni cittadine, che successivamente presero il nome di Guelfi e Ghibellini.

Dietro suo consiglio, gli Amidei e i loro alleati avevano deciso di vendicarsi dell’offesa ricevuta da Buondelmonte, il quale aveva tradito la promessa di maritarsi con una giovane di quella famiglia, uccidendo l’autore della stessa offesa. Mentre essi erano riuniti per prendere la giusta decisione sul modo di castigare Buondelmonte, “o di batterlo o di ferirlo, il Mosca de’ Lamberti disse la mala parola: ‘cosa fatta capo ha’, cioè che fosse morto: e così fu fatto”, per il Villani (Cronache, I, 2).

@ LEVANDO I MONCHERIN PER L’AURA FOSCA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970