Quinci comprender puoi ch’esser convene

17^ canto del Purgatorio.

L’ordinamento morale del Purgatorio.

Nella quarta cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Virgilio: «Né il Creatore né le creature», egli iniziò a dire, «figliolo, furono mai senza amore, o innato o d’elezione; e tu lo sai. L’amore innato è sempre senza colpa, ma il secondo può cadere in errore o in quanto diretto al male o per eccesso o per carenza d’intensità. Fino a quando esso è rivolto verso il primo Bene, e modera sé stesso verso i beni terreni, non può essere causa di piacere peccaminoso; ma quando si volge al male, o corre con più zelo verso i beni terreni o con minore di quanto dovrebbe verso il sommo Bene, la creatura opera contro il suo Creatore.

«Di conseguenza puoi capire che è necessario che l’amore sia in voi l’origine di ogni virtù e di ogni azione che meriti di essere punita. Ora, poiché l’amore non può mai distogliere lo sguardo dal bene del suo soggetto, tutte le creature sono immuni dall’odiare sé stesse; e poiché nessuna creatura può considerarsi separata dall’Essere primo, e sussistente per sé stessa, ogni creatura è distolta dall’odiare Dio.

«Resta, se argomentando per divisione giudico esattamente, che il male che si desidera è del prossimo; e questo amore ha origine in tre maniere nella natura umana creata dal fango. C’è chi, per il fatto che sia in basso stato il suo prossimo, spera il primato, e solo per questo desidera che egli sia abbassato nella sua potenza; c’è chi teme di perdere potenza, gradimento, alta reputazione e fama per il fatto che altri s’innalzi sopra di lui, per cuisi affligge così che desidera l’opposto; e c’è chi per un oltraggio sembra che se ne copra di vergogna, sicché diventa bramoso della vendetta, e tale è inevitabile che solleciti il male dell’altro.

«Questo amore che si presenta in tre forme si espia nei ripiani sottostanti: ora voglio che tu oda con attenzione quanto dirò dell’altro, che corre verso il bene in modo errato. Ciascuno si forma una vaga idea di un Bene nel quale si appaghi l’animo, e lo desidera; per cui ciascuno si sforza di arrivare a lui. Se a conoscerlo o a raggiungerlo vi attira un fiacco amore, ve ne punisce questo ripiano, in conseguenza di una giusta espiazione. C’è un altro bene che non rende felice l’uomo; non è la vera felicità, non è l’Essenza perfetta, origine e premio di ogni bene. L’amore che cede troppo a esso, è espiato nelle tre cornici di sopra a noi; ma come ragionando si dimostri essere distinto in tre modi, ometto di dirlo, affinché tu ne faccia ricerca da solo».

© QUINCI COMPRENDER PUOI CH’ESSER CONVENE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Or accordiamo a tanto invito il piede

17^ canto del Purgatorio.

L’angelo della pace.

Nella terza cornice del Purgatorio. Dante narra: “Come il sonno s’interrompe quando di colpo una luce improvvisa colpisce gli occhi serrati, che interrotto si dilegua a poco a poco prima che svanisca tutto; così la mia visione si dissolse appena una luce mi colpì il volto, assai più lucente che quella a cui siamo abituati. Mi volgevo per vedere dove io fossi, quando una voce disse «Si sale qui», che distolse la mia attenzione da ogni altro oggetto d’interesse; e rese il mio desiderio tanto vivo di guardare chi era che parlava, che non si acquieta mai, se non viene a fronte della cosa desiderata. Ma come davanti al sole che abbaglia la vista umana e per l’eccesso di luce nasconde la sua forma, così veniva meno la mia facoltà visiva.

“«Questo è un angelo divino, che c’indirizza verso la via per salire senza che lo si preghi, e nasconde sé stesso con la sua luce. Così agisce con noi, come uno agisce con sé; perché chi aspetta di essere richiesto per donare mentre vede il bisogno altrui, già si appresta malvagiamente al rifiuto. Ora mettiamo il piede d’accordo con il suo invito; adoperiamoci di salire prima che si faccia sera, perché poi non si potrebbe, se non ritorna il giorno».

“Così disse il mio mentore, e io con lui ci dirigemmo verso una scala; e appena io fui sul primo gradino, mi sentii vicino quasi un movimento d’ali e farmi vento nel viso e dire: ‘Beati gli operatori di pace, che sono senza l’ira cattiva!’. Gli ultimi raggi di sole a cui segue la notte erano già tanto innalzati al di sopra di noi, che le stelle si mostravano da molte direzioni. ‘O forza vitale mia, perché svanisci così?’, dicevo dentro me stesso, perché mi sentivo sospesa la forza fisica delle gambe”.

© OR ACCORDIAMO A TANTO INVITO IL PIEDE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

O imaginativa che ne rube

17^ canto del Purgatorio.

Le visioni estatiche di ira punita.

Nella terza cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Ricordati come, lettore, se mai ti raggiunse la nebbia in montagna attraverso la quale tu vedessi non diversamente da una talpa attraverso la pellicola che le ricopre gli occhi, quando i vapori umidi e densi iniziano a ridursi, la luce del sole penetra debolmente attraverso di essi; e la tua immaginazione sarà pronta a riuscire a vedere come io inizialmente vidi di nuovo il sole, che era già prossimo a coricarsi.

“Così, rendendo pari i miei coi passi fidati del mio maestro, uscii fuori di tale caligine ai raggi di sole già spenti sulla spiaggia. O fantasia che a volte ci sottrai così a ciò che è al di fuori di noi, che non ci si avvede della realtà per quanto intorno mille trombe emettano il loro suono, chi ti determina, se i sensi non ti offrono forme sensibili da fissare in te? Ti determina una luce che prende forma nel Paradiso, o per l’influsso delle sfere celesti o per la volontà divina che la dirige sulla Terra .

“Nella mia immaginazione apparve l’impronta della spietata crudeltà di colei che fu trasformata nell’uccello che si compiace di più a emettere suoni; e qui la mia mente fu cosi concentrata dentro di sé, che una cosa che le fosse posta in quel momento dai sensi esteriori non era percepita da essa. Poi dentro la profonda fantasia cadde uno crocifisso, sprezzante e altero per quello che appariva all’aspetto, e così moriva; intorno a lui c’era il nobile Assuero, la sua sposa Ester e l’innocente Mardocheo, che fu così integro nelle parole e nelle azioni.

“E appena questa rappresentazione svanì per propria virtù, similmente a una bolla a cui manca l’acqua sotto alla quale si formò, apparve nella mia visione una fanciulla piangendo tanto, e diceva: «O regina, perché hai voluto annullarti per un impeto d’ira? Ti sei uccisa per non perdere Lavinia; ora mi hai perduta! Sono proprio io che piango, madre, per la tua morte cruda piuttosto che per quella di altri»”.

© O IMAGINATIVA CHE NE RUBE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Lo cielo i vostri movimenti inizia

16^ canto del Purgatorio

Il libero arbitrio secondo Marco Lombardo

Nella terza cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Marco Lombardo: «Fratello, l’umanità è oscura moralmente, e tu provieni proprio da essa. Voi che siete vivi attribuite ogni causa soltanto all’influsso dei cieli, proprio come se con il loro movimento producessero in modo necessario la totalità dell’esistente. Se così fosse, in voi sarebbe annientato il libero arbitrio, e non vi sarebbe giustizia divina avere un premio per il bene compiuto, e un castigo per il male commesso.

«L’influsso dei cieli dà inizio ai vostri moti spirituali: non dico tutti, ma ammesso che lo dica, vi è concessa la possibilità di discernere il bene dal male, e una libera volontà; che, se sopporta la fatica nelle prime lotte contro l’influsso dei cieli, poi vince tutto, se è nutrita in modo conveniente. Voi siete sottoposti pur liberi a una forza più potente e a una natura più perfetta; e quella crea in voi l’intelletto, di cui l’influsso dei cieli non si cura.

«Perciò, se gli uomini attuali sviano, la causa è in voi, si cerchi in voi; e io adesso te ne sarò un dimostratore verace. L’anima inesperta che nulla conosce, esce dalle mani di Colui che la contempla prima che esista, similmente a una fanciullache piangendo e ridendo segue come un bambino l’istinto e non la ragione, eccetto che, nata dal Creatore lieto in sé, si volge di buon grado a ciò che la diletta.

«Inizialmente è attratta da un piccolo bene e lo gusta; in ciò è tratta in errore, e corre dietro a esso, a meno che una guida o un freno non distolga il suo amore. Per cui fu confacente imporre una legge come freno; fu confacente avere un re, chevedesse se non altro la parte più alta della città di Dio. Le leggi ci sono, ma chi le applica? Nessuno, poiché il pontefice che serve da guida, può sì meditare sulla legge divina, ma non distingue il potere spirituale dal temporale; per cui le persone, che vedono la loro guida tendere soltanto a quei beni di cui essa è bramosa, si appagano di quelli, e non desiderano più oltre.

© LO CIELO I VOSTRI MOVIMENTI INIZIA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Del mondo seppi, e quel valore amai

16^ canto del Purgatorio

Marco Lombardo

Nella terza cornice del Purgatorio. Marco Lombardo a Dante: «Fui della Lombardia, e fui chiamato Marco; ebbi cognizione delle usanze e delle umane indoli, e desiderai quell’eccellenza morale verso la quale ora ciascuno ha allentato l’arco. Per salire procedi esattamente».

Marco Lombardo, posto dal poeta in questa cornice tra gli iracondi, fu un personaggio di cui non si sa nulla se non che figura come protagonista del XLVI racconto del Novellino, in cui viene rappresentato come “savissimo uom di corte” e “povero e disdegnoso di chiedere ad altri”, e dove si cita una sua pungente risposta a tale Paolino, il quale gli rimproverava la povertà), nonché citato come “savio e valente uomo” dal Villani nella sua Cronica (VII 121), avendolo trovato a Pisa presso la corte del conte Ugolino, a cui, appena questi volle sapere che cosa ne pensasse della sua corte, avrebbe risposto: «Non vi falla altro che l’ira di Dio». Insomma, queste due fonti letterarie ci dicono che Marco fu un cortigiano dotato di moralità e di notevole intelligenza, ma non sono utili a identificare la sua origine.

Quanto a questa, soltanto a cavallo tra l’800 e il ‘900 la critica dantesca giunse alla conclusione che l’appellativo di “Lombardo”, di cui al verso 46 del 16^ canto (Lombardo fui), si riferiva alla sua origine, mentre in passato, a partire dai primi commentatori della Commedia (il Lana su tutti), si era ritenuto che tale appellativo fosse riferito al suo cognome. Chiosa la Chiavacci Leonardi: “Per essere la sua condizione in vita, e forse in qualche modo il suo carattere morale, ben simile a quella di Dante, il poeta lo introduce qui quasi come un altro se stesso a trattare di alcuni dei più importanti temi della sua meditazione: il libero arbitrio, la causa della corruzione del mondo, il rapporto tra Chiesa e Impero. Egli è quasi solo una voce (è infatti nascosto alla vista dal fumo); tuttavia il suo carattere prende un rilievo personale all’inizio e alla fine del colloquio, quasi a cornice alla parte centrale, dedicata all’enunciazione dei grandi argomenti”.

© DEL MONDO SEPPI, E QUEL VALORE AMAI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Oscar Classici 2005

Io sentia voci, e ciascuna pareva

16^ canto del Purgatorio

La preghiera degli iracondi e l’incontro con Marco Lombardo

Nella terza cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Le tenebre dell’Inferno e di una notte priva di ogni astro, sotto un piccolo tratto di cielo, ottenebrata di nuvole quanto più è possibile, non formarono davanti alla vista mia un così intenso impedimento come quel fumo che ci avvolse lì, né così aspramente pungente quanto a sentire, che l’occhio non sopportò di stare aperto; per cui la guida mia saggia e fedele mi si accostò e mi porse la spalla.

“Come un cieco segue la sua guida per non smarrirsi e per non urtare qualche cosa che gli faccia gran male, o forse lo faccia morire, così io avanzavo attraverso l’aria aspra e annerita dal fumo, ascoltando la mia guida che continuava a dire: «Sta’ attento chenon tu sia separato da me». Io udivo voci, e ciascuna sembrava invocare per pace e per misericordia l’Agnello di Dio che toglie i peccati dal mondo .

“I loro inizi erano soltanto ‘Agnello di Dio’; c’erano in tutti le stesse parole e lo stesso tono, sicché si manifestava tra esse una perfetta armonia. «Maestro, sono spiriti quelli che sento?», io dissi. Ed egli a me: «Tu hai colto la verità, e vanno sciogliendo il legame del peccato d’ira».

“«Ora tu chi sei che attraversi col corpo il nostro fumo, e parli di noi proprio come se dividessi tuttora il tempo in mesi?». Così fu detto da una certa voce; e il maestro mio disse: «Rispondi, e domanda se si sale per di qui».

“E io: «O anima che ti purifichi per rifarti bella quale eri quando fosti creata e ritornare a Colui che ti creò, sentirai narrare una cosa mirabile, se mi segui».

“«Io ti seguirò quanto mi è possibile», rispose; «e se il fumo non permette di vedere, l’udire ci terrà congiunti in luogo della vista».

“Quindi iniziai a dire: «Salgo con quel corpo che la morte scioglie, e giunsi qui attraverso il tormento infernale. E se Dio mi ha racchiuso nella sua grazia, tanto che vuole che veda la sua corte in maniera del tutto inconsueta nel tempo moderno, non mi nascondere chi fosti prima della morte, ma dimmelo, e dimmi se procedo esattamente per il passaggio; e le tue parole saranno la nostra guida»”.

© IO SENTIA VOCI, E CIASCUNA PAREVA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Poi vidi genti accese in foco d’ira

15^ canto del Purgatorio

Le visioni estatiche di Dante e il rimprovero di Virgilio

Nella terza cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Quando io avrei voluto dire ‘Tu mi soddisfi’, mi vidi arrivato sulla cornice successiva, sicché gli occhi desiderosi di cose nuove mi fecero tacere. Lì ebbi l’impressione di essere rapito improvvisamente in una visione estatica, e di vedere dentro a un tempio più persone; e una donna, sulla porta, dire con un contegno affettuoso di madre: «Figliolo mio, perché tu hai agito così verso di noi? Ecco, angosciati, tuo padre e io ti cercavamo». E appena a questo punto tacque, ciò che appariva prima, svanì.

“Dopo me ne apparve un’altra con quelle lacrime che la sofferenza fa stillare giù per le gote quando sorse da un grande sdegno contro qualcuno, e dire: «Se tu sei il signore della città sul cui nome vi fu una lunga contesa tra gli dèi, e da cui s’irradia per tutto il mondo la luce di ogni scienza, vendicati di quelle braccia temerarie che abbracciarono nostra figlia, o Pisistrato». E il signore mi sembrava, amorevole e indulgente, risponderle con il viso atteggiato a temperanza: «Noi che cosa faremo a chi desidera di farci torto, se colui che ci apprezza è condannato da noi?».

“Poi vidi persone accese dall’ira violenta e brutale uccidere con i sassi un giovanetto, che con forza gridavano a vicenda di continuo: «Uccidi, uccidi!». E lo vedevo chinarsi verso il terreno, a causa della morte che lo incalzava già, ma teneva continuamente gli occhi come aperture attraverso le quali entrava la visione del Paradiso, pregando il divino Signore, in tanto martirio, che perdonasse ai suoi persecutori, con quel sembiante che genera la compassione in chi lo vede.

“Quando l’anima mia riprese contatto con le cose reali che sono fuori di lei, io mi resi conto che si trattava di erronee ma non di false visioni. Il mentore mio, che mi poteva vedere fare come chi si desta, disse: «Che cos’hai che non puoi reggerti dritto sulle gambe, ma hai camminato per più che mezza lega coprendo gli occhi con le palpebre e le ciglia e con le gambe impacciate, similmente a chi è vinto dal vino o dalla sonnolenza?».

© POI VIDI GENTI ACCESE IN FOCO D’IRA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Invidia muove il mantaco a’ sospiri

15^ canto del Purgatorio

Virgilio disserta su invidia e carità

Tra la seconda e la terza cornice del Purgatorio. Dante narra: “Il mio maestro e io salivamo ambedue soli; e io mi proposi, andando, di ottenere un profitto dalle sue parole; e mi rivolsi a lui domandando così: «Che cosa volle dire lo spirito di Romagna, citando sia ‘esclusione’ sia ‘compartecipe’?».

“Per cui egli a me: «Comprende le conseguenze dannose del suo vizio più grave; e perciò non ci si stupisca se ce ne rimprovera affinché ce ne doliamo meno espiandolo in Purgatorio. Perché i desideri degli uomini si volgono ai beni in cui la porzione di ciascuno diminuisce a causa della partecipazione di altri al possesso, l’invidia muove il mantice che produce i sospiri. Ma se l’amore dell’ultimo e più alto dei cieli indirizzasse verso l’alto i vostri desideri, non vi sarebbe nell’animo quel timore; perché, da quanti lì si dice di più ‘nostro’, tanto maggiore è il bene che ciascuno possiede, e una carità più intensa si accende d’amore in quel luogo in cui i beati hanno la loro sede eterna».

“«Io sono più lontano dall’essere soddisfatto», dissi, «che se prima avessi taciuto, e accolgo nell’intelletto un dubbio maggiore. Com’è possibile che un bene, ripartito in più possessori, renda più ricchi di sé che se fosse posseduto da pochi?».

“Ed egli a me: «Poiché tu pensi insistentemente soltanto alle cose terrene, cogli frutto di tenebre dalla luce della verità che è nelle mie parole. Quell’infinito e inesprimibile Bene che c’è in Paradiso, così si rivolge verso chi lo ama come un raggio di sole scende verso i corpi lucidi. Tanto concede di sé quanto è l’ardore di carità che trova nell’anima; sicché, quanto è più grande la carità, tanto più il divino Valore si diffonde su di essa.

“«E quanti più beati si amano in Paradiso, tanto più bisogna amare pienamente, e vi si ama di più, e l’uno riversa sull’altro la beatitudine come lo specchio riflette la luce. E se il mio ragionamento non ti toglie la fame di sapere, vedrai Beatrice, ed essa ti rimuoverà esaurientemente questo e ogni altro desiderio. Adoperati soltanto che siano presto cancellate, come sono già le prime due, le cinque ferite, che si rimarginano per mezzo del pentimento»”.

© INVIDIA MOVE IL MANTACO A’ SOSPIRI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Così mi parve da luce rifratta

15^ canto del Purgatorio

L’angelo della misericordia

Nella seconda cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Quanto spazio tra l’inizio del giorno e il finire della terza ora appare del globo solare che si muove di continuo similmente a un fanciullo nel suo scherzare, altrettanto appariva già essere rimasto verso la sera; in Purgatorio era pomeriggio inoltrato, e in Terra mezzanotte. E i raggi del sole ci colpivano di fronte, perché noi avevamo aggirato così il monte, che andavamo già rivolti verso l’occidente, quando io mi sentii abbagliare gli occhi dalla luce riflessa assai più che prima, e le cose non conosciute mi erano motivo di stupore; per cui io sollevai le mani all’altezza delle mie sopracciglia, e feci l’atto di ripararmi gli occhi, che toglie parte dell’eccesso di luce.

“Come quando il raggio di luce da una superficie d’acqua o da uno specchio rimbalza in direzione opposta, andando su in maniera pari a quella con cui scende, e altrettanto si allontana dalla verticale perfetta per un’uguale distanza, come insegna l’esperimento e la scienza; così ebbi l’impressione di essere colpito da una luce riflessa lì davanti a me; per cui il mio sguardo fu veloce a fuggire.

“«Che cos’è quello, caro padre, a cui non posso riparare la facoltà visiva tanto che sia in grado di adempiere il proprio compito», io dissi, «e appare essere diretto verso di noi?».

“«Non ti meravigliare se ancora ti abbacinano gli angeli celesti», mi rispose: «è un inviato celeste che giunge a esortare che si salga. Presto sarà il momento che vedere queste cose non ti sarà molesto, ma ti sarà causa di piacere quanto la tua disposizione naturale ti predispose a sentire».

“Dopo che fummo arrivati all’angelo benedetto, con voce piena di cortesia e affetto disse: «Procedete per di qui presso una scala ancora meno ripida che le precedenti». Noi salivamo, già allontanati di lì, e dietro fu cantato ‘Beati i misericordiosi!’, e ‘Esulta tu che vinci!’”.

© COSÌ MI PARVE DA LUCE RIFRATTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Questi è Rinier; questi è ‘l pregio e l’onore

14^ canto del Purgatorio

Rinieri de’ Calboli

Nella seconda cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Guido del Duca: «Questi è Rinieri; questi è colui che dà merito e gloria alla casata de’ Calboli, in cui nessuno è diventato poi erede della sua eccellenza morale».

Rinieri de’ Calboli, collocato da Dante in questa cornice tra gli invidiosi, appartenne alla famiglia de’ Calboli, la più potente tra quelle guelfe di Forlì, il cui nome derivava dal castello omonimo situato presso Rocca San Casciano, nell’alta valle del Montone. Nato intorno al secondo decennio del XIII^ secolo, fu eletto podestà di Faenza nel 1250. Negli anni successivi, ricoprì questa carica a Parma due anni dopo, a Cesena nel 1255 e a Ravenna dieci anni dopo.

Avvalendosi dell’amicizia di Lizio di Valbona e dell’alleanza dei Guelfi fiorentini e bolognesi, contese nel 1277 a Guido da Montefeltro il predominio su Forlì, ma l’operazione fallì miseramente. E l’anno dopo i de’ Calboli si videro distruggere il loro castello avito proprio da Guido da Montefeltro. Nel 1279, dopo l’integrazione della Romagna nello stato della Chiesa, Rinieri guadagnò nuovo prestigio tra i Guelfi romagnoli, tranne a Forlì che era in mano ai Ghibellini, dove poté rientrare soltanto nel 1284.

Alleato dei Guelfi Guido da Polenta, Malatesta da Verucchio e Alberigo Manfredi, assunse gradualmente posizioni di aperta dissidenza nei confronti delle autorità pontificie. Nel 1292 rivestì di nuovo la carica di podestà a Faenza. Da qui in avanti assunse posizioni d’inimicizia verso il reggente pontificio, al quale sottrasse provvisoriamente, con una magistrale incursione, il potere di Forlì, dove però non riuscì mai a dimorarvi assiduamente, a causa dei suoi contrasti dapprima con le famiglie degli Orgogliosi e degli Ordelaffi, poi di nuovo con Guido da Montefeltro. E nell’estate del 1296, entrato con la sua famiglia a Forlì con un colpo di mano, dopo un breve successo iniziale, fu ucciso dai seguaci di Scarpetta degli Ordelaffi.

© QUESTI È RINIER; QUESTI È ‘L PREGIO E L’ONORE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970