Non vide mei di me chi vide il vero

12^ canto del Purgatorio.

Gli esempi di superbia punita.

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Come, affinché di loro resti viva la fama, sopra i sepolti le tombe a terra portano scolpito quello che essi erano in vita, per cui lì molte volte si piange di nuovo a causa del pungolo del ricordo, che sprona solo i pietosi; così io vidi lì coperto di sculture, ma di aspetto più bello secondo la tecnica artistica, quanto a formare via sporge all’infuori del monte.

“Vedevo da un lato colui che fu creato eccellente più che ogni altra creatura, precipitare dalla volta celeste come un fulmine. Vedevo dall’altra parte Briareo trafitto dalla saetta divina cadere morto, che preme sulla terra col suo peso smisurato per il gelo della morte. Vedevo Timbreo, vedevo Pallade e Marte, ancora forniti di armi, intorno al padre loro, contemplare i corpi dei giganti prostrati a terra. Vedevo Nimrod quasi smarrito alla base della grande opera, e in atto di guardare le persone che nella pianura di Sennaar con lui furono mosse dalla superbia.

“O Niobe, con quali occhi afflitti io ti vedevo incisa sul pavimento del ripiano, tra le tue sette figlie e i tuoi sette figli uccisi! O Saul, come lì apparivi morto trafitto dalla tua spada nel Gelboe, che poi non risentì più gli effetti della pioggia né della rugiada! O audace Aracne, proprio io ti vedevo già diventata ragno per metà, sventurata sui resti della tela che con tuo danno fu confezionata da te. O Roboamo, certo la tua immagine effigiata lì sembra che non minacci; ma spaventato lo porta via un carro, senza che alcuno lo insegua.

“Rappresentava anche il pavimento di marmo come Almeone fece sembrare a sua madre pagata a caro prezzo la collana apportatrice di sventura. Rappresentava come i figli si lanciarono contro Sennacherib all’interno del tempio, e come, lui morto, lo lasciarono lì. Rappresentava l’orribile strage che compì Tamiri, quando disse a Ciro: «Fosti assetato di sangue, e io ti sazio di sangue». Rappresentava come gli Assiri in una fuga disordinata si allontanarono in fretta, dopo che Oloferne fu ucciso, e pure i resti dell’uccisione.

“Vedevo Troia con le macerie e con le cavità aperte; o Ilio, quanto ti rappresentava nell’avvilimento della devastazione l’immagine effigiata che si vede lì! Chi fu il maestro di pittura o di disegno che rappresentasse le figure e i lineamenti che lì farebbero meravigliare un artista acuto e abile? I morti e i vivi di pietra apparivano veri morti e veri vivi: chi vide quelle scene dal vero non vide meglio di me quanto io calpestai, finché camminai chinato”.

© NON VIDE MEI DI ME CHI VIDE IL VERO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

11^ canto del Purgatorio

(Canto XI, nel quale si tratta del sopradetto primo girone e de’ superbi medesimi, e qui si purga la vana gloria ch’è uno de’ rami de la superbia; dove nomina il conte Uberto da Santafiore e messer Provenzano Salvani di Siena e molti altri.)

«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,

non circunscritto, ma per più amore

ch’ai primi effetti di là sù tu hai,

laudato sia ‘l tuo nome e ‘l tuo valore

da ogne creatura, com’è degno

di render grazie al tuo dolce vapore.

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,

ché noi ad essa non potem da noi,

s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

Come del suo voler li angeli tuoi

fan sacrificio a te, cantando osanna,

così facciano li uomini de’ suoi.

Dà oggi a noi la cotidiana manna,

sanza la qual per questo aspro diserto

a retro va chi più di gir s’affanna.

E come noi lo mal ch’avem sofferto

perdoniamo a ciascuno, e tu perdona

benigno, e non guardar lo nostro merto.

Nostra virtù che di legger s’adona,

non spermentar con l’antico avversaro,

ma libera da lui che sì la sprona.

Quest’ultima preghiera, segnor caro,

già non si fa per noi, ché non bisogna,

ma per color che dietro a noi restaro».

Così a sé e noi buona ramogna

quell’ombre orando, andavan sotto ‘l pondo,

simile a quel che talvolta si sogna,

disparmente angosciate tutte a tondo

e lasse su per la prima cornice,

purgando la caligine del mondo.

Se di là sempre ben per noi si dice,

di qua che dire e far per lor si puote

da quei c’hanno al voler buona radice?

Ben si de’ loro atar lavar le note

che portar quinci, sì che, mondi e lievi,

possano uscire a le stellate ruote.

«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi

tosto, sì che possiate muover l’ala,

che secondo il disio vostro vi lievi,

mostrate da qual mano inver’ la scala

si va più corto; e se c’è più d’un varco,

quel ne ‘nsegnate che men erto cala;

ché questi che vien meco, per lo ‘ncarco

de la carne d’Adamo onde si veste,

al montar sù, contra sua voglia, è parco».

Le lor parole, che rendero a queste

che dette avea colui cu’ io seguiva,

non fur da cui venisser manifeste;

ma fu detto: «A man destra per la riva

con noi venite, e troverete il passo

possibile a salir persona viva.

E s’io non fossi impedito dal sasso

che la cervice mia superba doma,

onde portar convienmi il viso basso,

cotesti, ch’ancor vive e non si noma,

guardere’ io, per veder s’i’ ‘l conosco,

e per farlo pietoso a questa soma.

Io fui Latino e nato d’un gran Tosco:

Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;

non so se ‘l nome suo già mai fu vosco.

L’antico sangue e l’opere leggiadre

d’i miei maggior mi fer sì arrogante,

che, non pensando a la comune madre,

ogn’uomo ebbi in despetto tanto avante,

ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,

e sallo in Campagnatico ogne fante.

Io sono Omberto; e non pur a me danno

superbia fa, ché tutti i miei consorti

ha ella tratti seco nel malanno.

E qui convien ch’io questo peso porti

per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,

poi ch’io nol fe’ tra ‘ vivi, qui tra ‘ morti».

Ascoltando chinai in giù la faccia;

e un di lor, non questi che parlava,

si torse sotto il peso che li ‘mpaccia,

e videmi e conobbemi e chiamava,

tenendo li occhi con fatica fisi

a me che tutto chin con loro andava.

«Oh», diss’io lui, «non se’ tu Oderisi,

l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte

ch’alluminar chiamata è in Parisi?».

«Frate», diss’elli, «più ridon le carte

che pennelleggia Franco Bolognese;

l’onore è tutto or suo, e mio in parte.

Ben non sare’ io stato sì cortese

mentre ch’io vissi, per lo gran disio

de l’eccellenza ove mio core intese.

Di tal superbia qui si paga il fio;

e ancor non sarei qui, se non fosse

che, possendo peccar, mi volsi a Dio.

Oh vana gloria de l’umane posse!

com’ poco verde in su la cima dura,

se non è giunta da l’etati grosse!

Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura.

Così ha tolto l’uno a l’altro Guido

la gloria de la lingua; e forse e nato

chi l’uno e l’altro caccerà dal nido.

Non è il mondan romore altro ch’un fiato

di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,

e muta nome perché muta lato.

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi

da te la carne, che se fossi morto

anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ‘l ‘dindi’,

pria che passin mill’anni? ch’è più corto

spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia

al cerchio che più tardi in cielo è torto.

Colui che del cammin sì poco piglia

dinanzi a me, Toscana sonò tutta;

e ora a pena in Siena sen pispiglia,

ond’era sire quando fu distrutta

la rabbia fiorentina, che superba

fu a quel tempo sì com’ora è putta.

La vostra nominanza è color d’erba,

che viene e va, e quei la discolora

per cui ella esce de la terra acerba».

E io a lui: «Tuo vero dir m’incora

bona umiltà, e gran tumor m’appiani;

ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».

«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;

ed è qui perché fu presuntüoso

a recar Siena tutta a le sue mani.

Ito è così e va, sanza riposo,

poi che morì; cotal moneta rende

a sodisfar chi è di là troppo oso».

E io: «Se quello spirito ch’attende,

pria che si penta, l’orlo de la vita,

qua giù dimora e qua sù non ascende,

se buona orazïon lui non aita,

prima che passi tempo quanto visse,

come fu la venuta lui largita?».

«Quando vivea più glorïoso», disse,

«liberamente nel Campo di Siena,

ogne vergogna diposta, s’affisse;

e lì, per trar l’amico suo di pena,

ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,

si condusse a tremar per ogne vena.

Più non dirò, e scuro so che parlo;

ma poco tempo andrà, che ‘ tuoi vicini

faranno sì che tu potrai chiosarlo.

Quest’opera li tolse quei confini».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Purgatorio, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1967

Di tal superbia qui si paga il fio

11^ canto del Purgatorio.

Oderisi da Gubbio.

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Oderisi da Gubbio: «Fratello, splendono di più le pagine che Franco Bolognese illustra col pennello; la degna fama attualmente è tutta sua, e mia parzialmente. Tuttavia io non sarei stato così benevolo finché vissi, a causa del grande desiderio del grado di perfezione dove mirò il mio cuore. Qui si paga il tributo per tale superbia; e non sarei già qui, se non fosse che, potendo peccare, mi volsi a Dio».

Oderisi da Gubbio, posto da Dante in questa cornice tra i superbi, fu un famoso miniatore nato a Gubbio e morto nel 1299, che operò a Bologna nel 1268 e nel 1271, dove è testimoniata la sua attività nella seconda metà del XIII^ secolo (qui probabilmente lo conobbe il poeta), mentre nel 1295, secondo una notizia del Vasari, sembra che si trovasse a Roma per il suo lavoro di miniatore.

Chiosava il Sapegno su questo personaggio, nella nota di commento che lo riguarda: “Oderisi e Franco dovettero essere tra i rappresentanti maggiori di quella scuola bolognese di miniatori, in cui primamente si avverte un distacco dalla maniera bizantina e un accostamento ai modi francesizzanti”.

E sebbene non sia stato possibile rintracciare con assoluta certezza le opere provenienti dalla sua mano, come del resto è accaduto per Franco Bolognese, gli storici dell’arte hanno comunque riconosciuto una serie di codici che sono da attribuire alla sua scuola. Fu sicuramente un maestro e un grande innovatore, come ricordato appunto dal Sapegno.

© DI TAL SUPERBIA QUI SI PAGA IL FIO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 12^ ristampa 1979

Io fui latino e nato d’un gran Tosco

11^ canto del Purgatorio.

Umberto Aldobrandeschi.

Nella prima cornice del Purgatorio. Umberto Aldobrandeschi a Dante: «Io fui italiano e disceso da un Toscano di nobile casata: mio padre fu Guglielmo Aldobrandeschi; non so se il nome suo fu mai a voi noto. L’antica stirpe e le opere magnanime dei miei antenati mi resero così superbo, che, non considerando che tutti gli uomini hanno una comune origine, disprezzai ognuno tanto oltre, che io ne morii, come sanno i Senesi, e ogni fanciullo sa a Campagnatico. Io sono Umberto; e la superbia non danneggia soltanto me, perché essa ha condotto con sé nella rovina tutti i miei congiunti. E qui è inevitabile che io a causa sua trasporti sulle spalle questo peso, tanto tempo finché sia soddisfatto il mio debito verso Dio qui tra i morti, dal momento che io non lo feci tra i vivi».

Umberto Aldobrandeschi, collocato dal poeta in questa cornice tra i superbi, fu figlio di Guglielmo, conte di Sovana e Pitigliano, potente signore della Maremma. Egli si trovò costretto a proseguire la politica del padre contro Siena, che gli creava non pochi problemi, chiedendo più volte l’appoggio dei Fiorentini. Nella seconda metà del 1255, riuscì a ottenere l’alleanza del cugino Ildebrandino di Santafiora, in quanto risentito dalle mire dei Senesi per Grosseto e per il castello di Sassoforte. Il perdurare dell’inimicizia contro Siena si accentuò con la cattura di ambasciatori della città da parte sua, nonché con la promessa fatta, nel gennaio 1257, al cugino di liberarli, senza poi mantenerla.

Sulla sua morte, avvenuta nel 1259, si ha più di una versione. Secondo il cronista senese del XVI^ secolo Angelo Dei, fu soffocato nel suo letto da sicari prezzolati: “Ed in quest’anno fu morto il conte Umberto di Santafiore in Compagnatico, e fu affogato in sul letto… e fello affogare il Comune di Siena per denari”, mentre per una cronaca senese, anonima, egli morì in battaglia, combattendo in difesa del suo castello a Compagnatico: “El fu el campo della nostra città tanto forte, che per bataglia vi entraro dentro e uciseno lo conte Uberto, perché mai non si volse arendere per sospetto di non essare menato a Siena. E inanzi che lui morisse amazzò di molta gente, imperocché lui s’armò, lui e ‘l cavallo, e corriva per la piazza di Compagnatico com’ un drago… e fugli tanta gente adosso, che non poté scampare e fu ferito con una mazza di ferro in su la testa, e manaresi e falconi gli furono adosso per tal modo, che gli fecero lassare questo mondo”.

© IO FUI LATINO E NATO D’UN GRAN TOSCO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Dà oggi a noi la cotidiana manna

11^ canto del Purgatorio.

La preghiera dei superbi.

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “«O Padre nostro, che stai nei cieli, non circondato, ma per più amore che tu hai verso le prime cose di lassù da te create, siano lodati il tuo nome e la tua potenza creatrice da ogni creatura, in quanto è giusto ringraziare la tua amorevole emanazione. Venga verso di noi la pace del tuo regno, perché noi da soli non la possiamo ottenere, se essa non viene, con tutta la nostra capacità di escogitare. Come gli angeli tuoi, a cantare Osanna, ti offrono la loro volontà, così facciano gli uomini della loro.

«Dacci oggi il quotidiano cibo spirituale, senza il quale nel mondo terreno indietreggia chi più si sforza di avanzare. E come noi perdoniamo a ciascuno il torto che abbiamo tollerato, anche tu perdonaci misericordioso, e non considerare i nostri meriti. Non mettere alla prova la capacità dell’uomo, che si arrende facilmente, con l’antico nemico, ma liberala da lui che così la spinge al male. Quest’ultima parte della preghiera, o Signore amato, certamente non la recitiamo per noi, perché non è necessario, ma per coloro che restarono dietro di noi»”.

Chiosa, a tal proposito, la Chiavacci Leonardi: “La preghiera – il Pater – che apre senza didascalia il canto, con grande effetto di improvviso, è recitata dalle anime schiacciate dai macigni, ed ha ritmo lento – quasi di salmodia – accordandosi ai loro lenti passi. Dante ha scelto la più sublime preghiera per il più grave dei peccati, e ha creato un singolare testo, dove al versetto si affianca un commento, una breve meditazione morale, che sembra nascere dal cuore contrito del superbo”.

Da tale commento si può estrapolare che dalla consapevolezza di quelle parole, nonché dall’andamento per così dire lento e compassato delle stesse, atto a esprimere una sorta di fiducioso abbandono, è sorto come un fiore dalla penna di Dante un testo molto bello, in cui si può percepire la voce di colui che lo redasse.

© DÀ OGGI A NOI LA COTIDIANA MANNA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Classici Oscar 2005

10^ canto del Purgatorio

(Canto X, dove si tratta del primo girone del proprio purgatorio, il quale luogo discrive l’auttore sotto certi intagli d’antiche imagini; e qui si purga la colpa de la superbia.)

Poi fummo dentro al soglio de la porta

che ‘l mal amor de l’anime disusa,

perché fa parer dritta la via torta,

sonando la senti’ esser richiusa;

e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,

qual fora stata al fallo degna scusa?

Noi salavam per una pietra fessa,

che si moveva e d’una e d’altra parte,

sì come l’onda che fugge e s’appressa.

«Qui si conviene usare un poco d’arte»,

cominciò ‘l duca mio, «in accostarsi

or quinci, or quindi al lato che si parte».

E questo fece i nostri passi scarsi,

tanto che pria lo scemo de la luna

rigiunse al letto suo per ricorcarsi,

che noi fossimo fuor di quella cruna;

ma quando fummo liberi e aperti

sù dove il monte in dietro si rauna,

ïo stancato e amendue incerti

di nostra via, restammo in su un piano

solingo più che strade per diserti.

Da la sua sponda, ove confina il vano,

al piè de l’alta ripa che pur sale,

misurrebbe in tre volte un corpo umano;

e quanto l’occhio mio potea trar l’ale,

or dal sinistro e or dal destro fianco,

questa cornice mi parea cotale.

Là sù non eran mossi i piè nostri anco,

quand’io conobbi quella ripa intorno

che dritto di salita aveva manco,

esser di marmo candido e addorno

d’intagli sì, che non pur Policleto,

ma la natura lì avrebbe scorno.

L’angel che venne in terra col decreto

de la molt’anni lagrimata pace,

ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,

dinanzi a noi pareva sì verace

quivi intagliato in un atto soave,

che non sembiava imagine che tace.

Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!‘;

perché iv’era imaginata quella

ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;

e avea in atto impressa esta favella

Ecce ancilla Deï‘, propriamente

come figura in cera si suggella.

«Non tener pur ad un loco la mente»,

disse ‘l dolce maestro, che m’avea

da quella parte onde ‘l cuore ha la gente.

Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea

di retro da Maria, da quella costa

onde m’era colui che mi movea,

un’altra storia ne la roccia imposta;

per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,

acciò che fosse a li occhi miei disposta.

Era intagliato lì nel marmo stesso

lo carro e ‘ buoi, traendo l’arca santa,

per che si teme officio non commesso.

Dinanzi parea gente; e tutta quanta,

partita in sette cori, a’ due mie’ sensi

faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.

Similemente al fummo de li ‘ncensi

che v’era imaginato, li occhi e ‘l naso

e al sì e al no discordi fensi.

Lì precedeva al benedetto vaso,

trescando alzato, l’umile salmista,

e più e men che re era in quel caso.

Di contra, effigïata ad una vista

d’un gran palazzo, Micòl ammirava

sì come donna dispettosa e trista.

I’ mossi i piè del loco dov’io stava,

per avvisar da presso un’altra istoria,

che di dietro a Micòl mi biancheggiava.

Quiv’era storïata l’alta gloria

del roman principato, il cui valore

mosse Gregorio a la sua gran vittoria;

i’ dico di Traiano imperadore;

e una vedovella li era al freno,

di lagrime atteggiata e di dolore.

Intorno a lui parea calcato e pieno

di cavalieri, e le aguglie ne l’oro

sovr’essi in vista al vento si movieno.

La miserella intra tutti costoro

pareva dir: «Segnor, fammi vendetta

di mio figliuol ch’è morto, ond’io m’accoro»;

ed elli a lei rispondere: «Or aspetta

tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio,

come persona in cui dolor s’affretta,

«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’io,

la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene

a te che fia, se ‘l tuo metti in oblio?»;

ond’elli: «Or ti conforta; ch’ei convene

ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:

giustizia vuole e pietà mi ritene».

Colui che mai non vide cosa nova

produsse esto visibile parlare,

novello a noi perché qui non si trova.

Mentr’io mi dilettava di guardare

l’imagini di tante umilitadi,

e per lo fabbro loro a veder care,

«Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,

mormorava il poeta, «molte genti:

questi ne ‘nvïeranno a li alti gradi».

Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti

per veder novitadi ond’e’ son vaghi,

volgendosi ver’ lui non furon lenti.

Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi

di buon proponimento per udire

come Dio vuol che ‘l debito si paghi.

Non attender la forma del martìre:

pensa la succession; pensa ch’al peggio

oltre la gran sentenza non può ire.

Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio

muovere a noi, non mi sembian persone,

e non so che, sì nel veder vaneggio».

Ed elli a me: «La grave condizione

di lor tormento a terra li rannicchia,

sì che ‘ miei occhi pria n’ebber tencione.

Ma guarda fiso là, e disviticchia

col viso quel che vien sotto a quei sassi:

già scorger puoi come ciascun si picchia».

O superbi cristian, miseri lassi,

che, de la vista de la mente infermi,

fidanza avete ne’ retrosi passi,

non v’accorgete voi che noi siam vermi

nati a formar l’angelica farfalla,

che vola a la giustizia sanza schermi?

Di che l’animo vostro in alto galla,

sì come vermo in cui formazion falla?

Come per sostentar solaio o tetto,

per mensola talvolta una figura

si vede giugner le ginocchia al petto,

la qual fa del non ver vera rancura

nascere ‘n chi la vede; così fatti

vid’io color, quando puosi ben cura.

Vero è che più e meno eran contratti

secondo ch’avien più e meno a dosso;

e qual più pazïenza avea ne li atti,

piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Purgatorio, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1967

Ma guarda fiso là, e disviticchia

10^ canto del Purgatorio.

I superbi.

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta sente dire da Virgilio: «La molesta qualità del loro tormento li fa piegare in due verso terra, sicché prima i miei occhi ne ebbero motivo di contesa. Ma guarda fissamente là, e districa con gli occhi quello che viene sotto a quei massi: puoi già vedere come ciascuno è battuto e castigato dalla giustizia divina».

I superbi, posti da Dante in questa cornice, appaiono d’un tratto a Virgilio, che ne rende subito edotto Dante, mentre costui è ancora completamente immerso nell’ammirare le sculture ultraterrene che, raffigurando in marmorei bassorilievi gli esempi di umiltà esaltata, sono situate sulla parete della cornice sopra citata che circonda il monte.

Costoro, da sinistra rispetto ai due poeti, procedono lentamente, rannicchiati sotto il peso di massi enormi, sotto i quali a malapena è riconoscibile la figura umana, celata alla vista proprio dagli stessi che gravano sulle loro spalle. “I volti, che si ersero superbi, ora sono costretti a forza verso terra; tutta la persona, abituata ad esprimere la dignità e l’alterigia, ora si piega e si contorce in atti di forzata contrizione, viva immagine di una grandezza proterva che è stata umiliata e vinta”, evidenziava il Sapegno nella presentazione di questo canto.

I superbi, nella loro vita terrena, non si accorsero, a causa della loro cecità mentale, che gli uomini vivono sulla Terra soltanto nell’attesa di ‘volare in cielo’ e hanno ben poco da compiacersi di sé stessi. “Voi non vi avvedete che noi siamo forme difettive e transitorie nate per generare l’anima angelica, che sale alla giustizia divina senza la possibilità di difendersi? Per che cosa il vostro animo si erge in superbia, dal momento che siete come insetti non giunti a perfezione, come il bruco in cui non viene a compimento la sua metamorfosi?”, narra Dante in chiusura del canto.

E un’altra chiosa, della Chiavacci Leonardi, completa il quadro: “La sofferenza del superbo schiacciato e quasi irriconoscibile come persona umana esprime la condizione dell’anima penitente, che espia la sua colpa con dolore e abbassamento eguali alla presunzione precedente”. Per concludere, non è secondario il fatto che, nell’efficacissima rappresentazione dantesca, l’ispirazione possa essere venuta al poeta appunto dalle cariatidi citate poco sopra, raffigurate nei portali delle chiese.

© MA GUARDA FISO LÀ, E DISVITICCHIA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

La Divina Commedia, Purgatorio, a cura di Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice, Firenze, 12^ ristampa 1979

Divina Commedia, Purgatorio, commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori S.p.A., Milano, I edizione Classici Oscar 2005

I’ mossi i piè del loco dov’io stava

10^ canto del Purgatorio.

Gli esempi di umiltà: la danza di David e la leggenda di Traiano con la vedovella.

Nella prima cornice del Purgatorio. Dante narra: “«Non fermare la tua attenzione soltanto su un’unica scena», disse il caro maestro, che mi teneva da quel lato in cui le persone hanno il cuore. Per cui volsi lo
sguardo, e vidi oltre la scultura che rappresentava Maria, da quel lato in cui era colui che mi guidava, una seconda scena illustrata in scultura nella parete rocciosa; per cui io oltrepassai Virgilio, e mi avvicinai, acciocché fosse esposta ai miei occhi.

“Lì erano scolpiti sempre nel marmo il carro e i buoi, mentre trainavano l’Arca santa, per cui si deve essere cauti nell’assumere un compito non affidato. In primo piano apparivano persone; e tutte quante, divise in sette schiere in atto di cantare, facevano dire ai miei due sensi all’uno ‘Non si canta’, all’altro ‘Sì’. In modo simile rispetto al fumo dell’incenso che vi era effigiato, la vista e l’odorato diventarono contrastanti sia al sì sia al no.

“Lì incedeva davanti alla sacra reliquia, danzando con la veste tirata su, l’umile autore di salmi, e in quell’occasione era più che re e meno che re. Dirimpetto, scolpita a una finestra di un grande palazzo, Micol guardava con attenzione come una donna sprezzante e corrucciata. M’incamminai dal punto in cui io stavo, per osservare da vicino una terza scena, che splendeva ai miei occhi con il marmo candido di là di quella di Micol.

“Lì era rappresentato il nobile atto di giustizia compiuto dal principe romano, la cui eccellenza morale spinse Gregorio alla sua grande vittoria; parlo dell’imperatore Traiano; e una vedovella gli teneva il cavallo al morso, raffigurata nel marmo con l’atteggiamento di chi piange e si duole. Intorno a lui appariva affollato e pieno di cavalieri, e le aquile delle insegne effigiate in campo d’oro sopra di essi per ciò che sembrava alla vista si muovevano al vento.

“La miserella tra tutti costoro sembrava dire: «Signore, rendimi giustizia per mio figlio che è stato ucciso, per cui io mi strazio»; ed egli risponderle: «Ora aspetta finché ritorni»; e quella, quale persona in cui la sofferenza preme con impazienza: «Signore mio, se tu non ritorni?»; ed egli: «Chi sarà al mio posto, te la renderà»; ed essa: «Il bene compiuto da altri di quale vantaggio sarà, se trascuri il tuo?»; ed egli: «Ora rincuorati; poiché è giusto che adempia il mio dovere prima che parta: lo vuole la giustizia e la pietà mi trattiene»”.

© I’ MOSSI I PIÈ DEL LOCO DOV’IO STAVA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

E avea in atto impressa esta favella

10^ canto del Purgatorio.

Gli esempi di umiltà: l’arcangelo Gabriele e Maria.

Nella prima cornice del Purgatorio. Il poeta narra: “Dopo che fummo oltre la soglia della porta che rende disusato l’amore degli uomini diretto al male, perché esso fa apparire diretta la via deviante, mi accorsi che si chiudeva nuovamente udendola risuonare; e se io avessi rivolto gli occhi verso di essa, come sarebbe stata un’opportuna giustificazione alla colpa? Noi ascendevamo lungo una fenditura nella roccia, che procedeva tortuosamente sia da uno sia dall’altro lato, come l’onda del mare che va e viene dalla spiaggia.

“«Qui è necessario che si usi un poco di accortezza», iniziò a dire la mia guida, «nell’accostarsi una volta di qua, una volta di là alle rientranze della parete». E questo rese i nostri passi lenti e brevi, tanto che l’ultimo quarto di luna era giunto di nuovo all’orizzonte per tramontare, prima che noi fossimo usciti da quella strettoia; ma quando fummo liberi e in luogo aperto in alto dove il monte ritrae le coste verso il proprio asse, io prostrato e ambedue insicuri della via da prendere, ci soffermammo su un terreno piano più solitario che le strade che attraversano i deserti.

“Dal suo orlo, in cui il vuoto come confine, fino al punto d’inizio dell’alta parete che ancora si eleva, misurerebbe tre volte la lunghezza di un corpo umano; e quanto poteva spaziare la mia vista, una volta dalla parte sinistra una volta dalla destra, questo ripiano mi pareva di tal fatta. Sulla cornice non ci eravamo ancora incamminati, quando io vidi che quella parete attorno che aveva meno ripidità, era di marmo bianchissimo e così adornata di bassorilievi, che non soltanto Policleto, ma la natura lì sarebbe vinta.

“L’angelo che scese in Terra con la deliberazione divina della pacificazione invocata per lunghi secoli, che eliminò il lungo impedimento che chiudeva agli uomini il Paradiso, davanti a noi appariva così vero scolpito lì in un contegno di tenera e venerante devozione, che non dava l’impressione di essere una raffigurazione muta ma una persona viva e parlante. Si sarebbe giurato che egli dicesse ‘Ave!’; perché lì era rappresentata colei che girò la chiave per aprire la porta dell’Amore divino; e nel contegno aveva impresse queste parole: ‘Ecco l’ancella di Dio’, precisamente come un’immagine è impressa come un sigillo nella cera”.

© E AVEA IN ATTO IMPRESSA ESTA FAVELLA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani, Roma, 1970

9^ canto del Purgatorio

(Canto IX, nel quale pone l’auttore uno suo significativo sogno; e poi come pervennero a l’entrata del purgatorio proprio, descrivendo come ne l’entrata di purgatorio trovoe uno angelo che con la punta de la spada che portava in mano scrisse ne la fronte di Dante sette P.)

La concubina di Titone antico

già s’imbiancava al balco d’orïente,

fuor de le braccia del suo dolce amico;

di gemme la sua fronte era lucente,

poste in figura del freddo animale

che con la coda percuote la gente;

e la notte, de’ passi con che sale,

fatti avea due nel loco ov’eravamo,

e ‘l terzo già chinava in giuso l’ale;

quand’io, che meco avea di quel d’Adamo,

vinto dal sonno, in su l’erba inchinai

là ‘ve già tutti e cinque sedavamo.

Ne l’ora che comincia i tristi lai

la rondinella presso a la mattina,

forse a memoria de’ suo’ primi guai,

e che la mente nostra, peregrina

più da la carne e men da’ pensier presa,

a le sue visïon quasi è divina,

in sogno mi parea veder sospesa

un’aguglia nel ciel con penne d’oro,

con l’ali aperte e a calare intesa;

ed esser mi parea là dove fuoro

abbandonati i suoi da Ganimede,

quando fu ratto al sommo consistoro.

Fra me pensava: ‘Forse questa fiede

pur qui per uso, e forse d’altro loco

disdegna di portarne suso in piede’.

Poi mi parea che, poi rotata un poco,

terribil come folgor discendesse,

e me rapisse suso infino al foco.

Ivi parea che ella e io ardesse;

e sì lo ‘ncendio imaginato cosse,

che convenne che ‘l sonno si rompesse.

Non altrimenti Achille si riscosse,

li occhi svegliati rivolgendo in giro

e non sappiendo là dove si fosse,

quando la madre da Chirón a Schiro

trafuggò lui dormendo in su le braccia,

là onde poi li Greci il dipartiro;

che mi scoss’io, sì come da la faccia

mi fuggì ‘l sonno, e diventa’ ismorto,

come fa l’uom che, spaventato, agghiaccia.

Dallato m’era solo il mio conforto,

e ‘l sole er’ alto già più che due ore,

e ‘l viso m’era a la marina torto.

«Non aver tema», disse il mio segnore;

«fatti sicur, ché noi semo a buon punto;

non stringer, ma rallarga ogne vigore.

Tu se’ omai al purgatorio giunto:

vedi là il balzo che ‘l chiude dintorno;

vedi l’entrata là ‘ve par digiunto.

Dianzi, ne l’alba che procede al giorno,

quando l’anima tua dentro dormia,

sovra li fiori ond’è là giù addorno

venne una donna, e disse: “I’ son Lucia;

lasciatemi pigliar costui che dorme;

sì l’agevolerò per la sua via”.

Sordel rimase e l’altre genti forme;

ella ti tolse, e come ‘l dì fu chiaro,

sen venne suso: e io per le sue orme.

Qui ti posò, ma pria mi dimostraro

li occhi suoi belli quella intrata aperta;

poi ella e ‘l sonno ad una se n’andaro».

A guisa d’uom che ‘n dubbio si raccerta

e che muta in conforto sua paura,

poi che la verità li è discoperta,

mi cambia’ io; e come sanza cura

vide me ‘l duca mio, su per lo balzo

si mosse, e io di rietro inver’ l’altura.

Lettor, tu vedi ben com’io innalzo

la mia matera, e però con più arte

non ti maravigliar s’io la rincalzo.

Noi ci appressammo, ed eravamo in parte

che là dove pareami prima rotto,

pur come un fesso che muro diparte,

vidi una porta, e tre gradi di sotto

per gire ad essa, di color diversi,

e un portier ch’ancor non facea motto.

E come l’occhio più e più v’apersi,

vidil seder sovra ‘l grado sovrano,

tal ne la faccia ch’io non lo soffersi;

e una spada nuda avëa in mano,

che reflettëa i raggi sì ver’ noi,

ch’io dirizzava spesso il viso in vano.

«Dite costinci: che volete voi?»,

cominciò elli a dire, «ov’è la scorta?

Guardate che ‘l venir sù non vi nòi».

«Donna del ciel, di queste cose accorta»,

rispuose ‘l mio maestro a lui, «pur dianzi

ne disse: “Andate là: quivi è la porta”».

«Ed ella i passi vostri in bene avanzi»,

ricominciò il cortese portinaio:

«Venite dunque a’ nostri gradi innanzi».

Là ne venimmo; e lo scaglion primaio

bianco marmo era sì pulito e terso,

ch’io mi specchiai in esso qual io paio.

Era il secondo tinto più che perso,

d’una petrina ruvida e arsiccia,

crepata per lo lungo e per traverso.

Lo terzo, che di sopra s’ammassiccia,

porfido mi parea, sì fiammeggiante

come sangue che fuor di vena spiccia.

Sovra questo tenëa ambo le piante

l’angel di Dio sedendo in su la soglia

che mi sembiava pietra di diamante.

Per li tre gradi sù di buona voglia

mi trasse il duca mio, dicendo: «Chiedi

umilemente che ‘l serrame scioglia».

Divoto mi gittai a’ santi piedi;

misericordia chiesi e ch’el m’aprisse,

ma tre volte nel petto pria mi diedi.

Sette P ne la fronte mi descrisse

col punton de la spada, e «Fa che lavi,

quando se’ dentro, queste piaghe», disse.

Cenere, o terra che secca si cavi,

d’un color fora col suo vestimento;

e di sotto da quel trasse due chiavi.

L’una era d’oro e l’altra era d’argento;

pria con la bianca e poscia con la gialla

fece a la porta sì, ch’i’ fu’ contento.

«Quandunque l’una d’este chiavi falla,

che non si volga dritta per la toppa»,

diss’elli a noi, «non s’apre questa calla.

Più cara è l’una; ma l’altra vuol troppa

d’arte e d’ingegno avanti che diserri,

perch’ella è quella che ‘l nodo digroppa.

Da Pier la tegno; e dissemi ch’i’ erri

anzi ad aprir ch’a tenerla serrata,

pur che la gente a’ piedi mi s’atterri».

Poi pinse l’uscio a la porta sacrata,

dicendo: «Intrate; ma facciovi accorti

che di fuor torna chi ‘n dietro si guata».

E quando fuor ne’ cardini distorti

li spigoli di quella regge sacra,

che di metallo son sonanti e forti,

non rugghiò sì né si mostrò sì acra

Tarpëa, come tolto le fu il buono

Metello, per che poi rimase macra.

Io mi rivolsi attento al primo tuono,

e ‘Te Deum laudamus‘ mi parea

udire in voce mista al dolce suono.

Tale imagine a punto mi rendea

ciò ch’io udiva, qual prender si suole

quando a cantar con organi si stea;

ch’or sì or no s’intendon le parole.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Purgatorio, a cura di Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale della Società Dantesca Italiana, Milano, 1967