Elli avean cappe con cappucci bassi

23^ canto dell’Inferno.

Gli ipocriti.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno. Malebolge. Sesta bolgia. Il poeta narra: “Laggiù incontrammo una moltitudine colorata che camminava in tondo con passi molto lenti, piangendo e stanca e sopraffatta per quanto traspariva dagli atti. Essi avevano cappe con i copricapi abbassati di fronte agli occhi, confezionate della stessa foggia di quelle che si confezionano a Cluny per i monaci. Di fuori sono dorate, sicché la doratura abbacina; ma dentro tutte di piombo, e pesanti tanto, che Federico le faceva indossare di paglia”.

Gli ipocriti, collocati da Dante nella sesta bolgia di questo cerchio, subiscono una pena la cui tipologia, secondo il Sapegno, “è tra quelle elaborate con maggior sottigliezza di rapporti e di contrappassi e insieme con maggiore evidenza rappresentativa e sensibilità d’artista. Del resto, il contrasto tra la vistosa apparenza esteriore e la tormentosa realtà ha un evidente rapporto con la natura di un peccato, che consiste nel celare sotto una veste di virtù e di santità un’indole viziosa”.

Inoltre, la sgargiante cappa da monaco e l’avanzare nella bolgia a mo’ di processione religiosa di questi dannati, pongono in forte risalto la categoria di persone condannate dal poeta. Egli volle stigmatizzare l’ipocrisia perpetrata soprattutto dagli ordini religiosi, esaminando la stessa nel campo sociale e politico più che nella sfera della coscienza dei singoli.

E nel contesto di questa condanna senza se e senza ma, si colloca l’entrata in scena dei due frati bolognesi sopra citati, “che vuol essere inteso appunto come una satira contro gli intrighi politici del papato e della gente di chiesa”, sempre il Sapegno.

@ ELLI AVEAN CAPPE CON CAPPUCCI BASSI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

22^ canto dell’Inferno.

(Canto XXII, nel quale abomina quelli di Sardigna e tratta alcuna cosa de la sagacitade de’ barattieri in persona d’uno navarrese, e de’ barattieri medesimi questo canta.)

Io vidi già cavalier muover campo,

e cominciare stormo e far lor mostra,

e talvolta partir per loro scampo;

corridor vidi per la terra vostra,

o Aretini, e vidi gir gualdane,

fedir torneamenti e correr giostra;

quando con trombe, e quando con campane,

con tamburi e con cenni di castella,

e con cose nostrali e con istrane;

né già con sì diversa cennamella

cavalier vidi muover né pedoni,

né nave a segno di terra o di stella.

Noi andavam con li diece demoni.

Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa

coi santi, e in taverna coi ghiottoni.

Pur a la pegola era la mia ‘ntesa,

per veder de la bolgia ogne contegno

e de la gente ch’entro v’era incesa.

Come i dalfini, quando fanno segno

a’ marinar con l’arco de la schiena

che s’argomentin di campar lor legno,

talor così, ad alleggiar la pena,

mostrav’ alcun de’ peccatori ‘l dosso

e nascondea in men che non balena.

E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso

stanno i ranocchi pur col muso fuori,

sì che celano i piedi e l’altro grosso,

sì stavan d’ogne parte i peccatori;

ma come s’appressava Barbariccia,

così si ritraén sotto i bollori.

I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,

uno aspettar così, com’elli ‘ncontra

ch’una rana rimane e l’altra spiccia;

e Graffiacan, che li era più di contra,

li arruncigliò le ‘mpegolate chiome

e trassel sù, che mi parve una lontra.

I’ sapea già di tutti quanti ‘l nome,

sì li notai quando fuorono eletti,

e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.

«O Rubicante, fa che tu li metti

li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,

gridavan tutti insieme i maladetti.

E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,

che tu sappi chi è lo sciagurato

venuto a man de li avversari suoi».

Lo duca mio li s’accostò allato;

domandollo ond’ei fosse, e quei rispuose:

«I’ fui del regno di Navarra nato.

Mia madre a servo d’un segnor mi puose,

che m’avea generato d’un ribaldo,

distruggitor di sé e di sue cose.

Poi fui famiglia del buon re Tebaldo;

quivi mi misi a far baratteria,

di ch’io rendo ragione in questo caldo».

E Cïriatto, a cui di bocca uscia

d’ogne parte una sanna come a porco,

li fé sentir come l’una sdruscia.

Tra male gatte era venuto ‘l sorco;

ma Barbariccia il chiuse con le braccia

e disse: «State in là, mentr’io lo ‘nforco».

E al maestro mio volse la faccia;

«Domanda», disse, «ancor, se più disii

saper da lui, prima ch’altri ‘l disfaccia».

Lo duca dunque: «Or dì: de li altri rii

conosci tu alcun che sia latino

sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,

poco è, da un che fu di là vicino.

Così foss’io ancor con lui coperto,

ch’i’ non temerei unghia né uncino!».

E Libicocco: «Troppo avem sofferto»,

disse; e preseli ‘l braccio col runciglio,

sì che, stracciando, ne portò un lacerto.

Draghignazzo anco i volle dar di piglio

giuso a le gambe; onde ‘l decurio loro

si volse intorno intorno con mal piglio.

Quand’elli un poco rappaciati fuoro,

a lui, ch’ancor mirava sua ferita,

domandò ‘l duca mio sanza dimoro:

«Chi fu colui da cui mala partita

di’ che facesti per venire a proda?».

Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,

quel di Gallura, vasel d’ogne froda,

ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,

e fé sì lor, che ciascun se ne loda.

Danar si tolse e lasciolli di piano,

sì com’e’ dice: e ne li altri offici anche

barattier fu non picciol, ma sovrano.

Usa con esso donno Michel Zanche

di Logodoro; e a dir di Sardigna

le lingue lor non si sentono stanche.

Omè, vedete l’altro che digrigna;

i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello

non s’apparecchi a grattarmi la tigna».

E ‘l gran proposto, vòlto a Farfarello

che stralunava li occhi per fedire,

disse: «Fatti ‘n costà, malvagio uccello!».

«Se voi volete vedere o udire»,

ricominciò lo spaürato appresso,

«Toschi o Lombardi, io ne farò venire;

ma stieno i Malebranche un poco in cesso,

sì ch’ei non teman de le lor vendette;

e io, seggendo in questo loco stesso,

per un ch’io son, ne farò venir sette

quand’io suffolerò, com’è nostro uso

di fare allor che fori alcun si mette».

Cagnazzo a cotal motto levò ‘l muso,

crollando ‘l capo, e disse: «Odi malizia

ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».

Ond’ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,

rispuose: «Malizioso son io troppo,

quand’io procuro a’ mia maggior trestizia».

Alichin non si tenne e, di rintoppo

a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,

io non ti verrò dietro di gualoppo,

ma batterò sovra la pece l’ali.

Lascisi ‘l collo, e sia la ripa scudo,

a veder se tu sol più di noi vali».

O tu che leggi, udirai nuovo ludo:

ciascun da l’altra costa li occhi volse,

quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.

Lo Navarrese ben suo tempo colse;

fermò le piante a terra, e in un punto

saltò e dal proposto lor si sciolse.

Di che ciascun di colpa fu compunto,

ma quei più che cagion fu del difetto;

però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».

Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto

non potero avanzar; quelli andò sotto,

e quei drizzò volando suso il petto:

non altrimenti l’anitra di botto,

quando ‘l falcon s’appressa, giù s’attuffa,

ed ei ritorna sù crucciato e rotto.

Irato Calcabrina de la buffa,

volando dietro li tenne, invaghito

che quei campasse per aver la zuffa;

e come ‘l barattier fu disparito,

così volse li artigli al suo compagno,

e fu con lui sopra ‘l fosso ghermito.

Ma l’altro fu bene sparvier grifagno

ad artigliar ben lui, e amendue

cadder nel mezzo del bogliente stagno.

Lo caldo sghermitor sùbito fue;

ma però di levarsi era neente,

sì avieno inviscate l’ali sue.

Barbariccia, con li altri suoi dolente,

quattro ne fé volar da l’altra costa

con tutt’i raffi, e assai prestamente

di qua, di là discesero a la posta;

porser li uncini verso li ‘mpaniati,

ch’eran già cotti dentro da la crosta.

E noi lasciammo lor così ‘mpacciati.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Usa con esso donno Michel Zanche

22^ canto dell’Inferno.

Michele Zanche.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. Virgilio sente dire dal Navarrese: «Lui frequenta il signore Michele Zanche di Logudoro; e le loro lingue non si sentono stanche a parlare della Sardegna».

Michele Zanche, posto da Dante nella quinta bolgia di questo cerchio tra i barattieri, appartenne a una delle più ricche e influenti famiglie di Sassari, dove vi nacque intorno al 1210. Si trovò tra i notabili filo-genovesi del giudicato di Logudoro (uno dei quattro giudicati della Sardegna, quello di nord-ovest, in cui l’isola era stata ripartita da Pisa, dopo che nel 1117 l’aveva tolta ai Saraceni: Logoduro, appunto, Gallura, Arborea e Callari), che nel 1234 dovettero riparare a Genova, a causa di divergenze politiche insorte con la fazione favorevole a Pisa, ottenendo protezione presso la famiglia Doria.

Lo Zanche rientrò in Sardegna quasi subito, e qualche anno dopo, secondo i primi commentatori della Commedia, avrebbe contratto matrimonio con Adelasia, già sposa di Enzo, figlio di Federico II. Sull’isola egli mantenne i suoi rapporti commerciali con Genova, dove vivevano le figlie Richelda e Caterina, moglie di Branca Doria, di cui si parlerà dopo; rapporti, forse, non del tutto leciti, vista la nomea di barattiere che gli fu attribuita.

Si presume che tale nomea il poeta l’avesse desunta da diverse fonti, prima fra tutte quella del giudice pisano Nino Visconti, suo amico. Sarebbe stato, infatti, proprio questi, quando governò il giudicato di Gallura per conto di Pisa dal 1275 al 1296, e nominò frate Gomita come suo vicario, a conferire a Michele Zanche suo cancelliere. Di lì in poi, “subitamente si cominciò a recare fra le mani le tenute e fare rivendere peggio che Don Gomita”, secondo le Chiose Selmi.

Michele Zanche venne ucciso o fatto uccidere, in epoca imprecisata e forse in Sardegna, dal citato Branca Doria e da un suo parente, probabilmente Giacomo Spinola, durante lo svolgimento di un banchetto; tutto questo per impossessarsi dei suoi beni, sebbene per qualcuno il motivo fosse strettamente politico, avendo lo Zanche rivolto le proprie simpatie ai Pisani.

@ USA CON ESSO DONNO MICHEL ZANCHE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Chi fu colui da cui mala partita

22^ canto dell’Inferno.

Frate Gomita.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. Virgilio al Navarrese: «Chi fu colui da cui dici che per tua sventura ti allontanasti per venire alla ripa?».

Frate Gomita, collocato da Dante nella quinta bolgia di questo cerchio tra i barattieri, fu originario della Gallura (uno dei quattro giudicati della Sardegna, quello di nord-est, in cui l’isola era stata suddivisa dai Pisani, dopo averla sottratta ai Saraceni nel 1117: Gallura, appunto, Logoduro, Callari e Arborea), e in seguito vicario del giudice pisano Nino Visconti, quando questi, dal 1275 al 1296, governò quel territorio per conto di Pisa.

I primi commentatori della Commedia, dall’Anonimo fiorentino al Lana, non si espressero molto su questo frate, malgrado la esistenza di qualcosa che potrebbe ancora conferire al personaggio in questione una rilevanza storicamente accertata, vale a dire un paio di atti in quel di Camaldoli del 1278, riguardanti Corrado Malaspina e Branca Doria, in cui si parla di un tale “donno Gomita Matao”.

Nino Visconti avrebbe riposto nei suoi confronti la massima fiducia, malgrado le accuse di baratteria che riguardarono costui, “fino a che avendo frate Gomita lasciato andare per denari alcuni nemici di Nino che gli erano venuti nelle mani, fu fatto chiaro del tutto e fecelo appiccar per la gola”, confermò il Vellutello, un altro degli antichi commentatori, sulle orme dantesche e dei suoi colleghi.

@ CHI FU COLUI DA CUI MALA PARTITA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Mia madre a servo d’un segnor mi puose

22^ canto dell’Inferno.

Il Navarrese.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. Il Navarrese a Virgilio: «Nacqui nel regno di Navarra. Mi mise a servizio di un signore mia madre, che mi aveva generato da un gaglioffo, annientatore di sé e dei suoi beni. Poi fui membro della numerosa servitù del valente re Tebaldo; lì mi accinsi a esercitare la baratteria, di cui rendo conto in questo luogo caldo».

Il Navarrese, tale Jean Paul, posto da Dante nella quinta bolgia di questo cerchio tra i barattieri, “nacque per madre d’una gentil donna di Navarra… il padre suo fu un ribaldo, il quale era distruggitore di sé e delle sue cose”, secondo il Lana, tra i primi commentatori della Commedia, che si conformò, come altri suoi contemporanei, al testo di cui sopra.

Questi è di continuo esposto allo scherno dei diavoli, ma riesce dapprima a contenere la rapace veemenza di costoro, per attrarli, infine, a quello che il poeta definisce “nuovo ludo”: una prova di abilità, dove egli ha la meglio semplicemente tuffandosi nella pece bollente, scomparendo alla vista.

Se al tempo del poeta Benvenuto da Imola, anch’esso tra i primi commentatori dell’opera dantesca, suppose che Dante lo avesse conosciuto a Parigi ritenendolo uno dei peggiori barattieri della sua epoca, per il Pagliaro, più recentemente, il Navarrese “qualifica la baratteria nel suo tipico aspetto umano di furberia e astuzia faccendiera, di contro alla versione grossolana e animalesca, rappresentata dai diavoli stupidi, crudeli e mentitori a vuoto”, che inseguono “una preda per essi intangibile (Dante e il suo duca) non si sa con quale proposito”.

@ MIA MADRE A SERVO D’UN SEGNOR MI PUOSE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

21^ canto dell’Inferno.

(Canto XXI, il quale tratta de le pene ne le quali sono puniti coloro che commisero baratteria, nel quale vizio abbomina li lucchesi; e qui tratta di dieci demoni, ministri a l’offizio di questo luogo; e cogliesi qui il tempo che fue compilata per Dante questa opera.)

Così di ponte in ponte, altro parlando

che la mia comedìa cantar non cura,

venimmo; e tenavamo ‘l colmo, quando

restammo per veder l’altra fessura

di Malebolge e li altri pianti vani;

e vidila mirabilmente oscura.

Quale ne l’arzanà de’ Viniziani

bolle l’inverno la tenace pece

a rimpalmare i legni lor non sani,

ché navicar non ponno – in quella vece

chi fa suo legno novo e chi ristoppa

le coste a quel che più vïaggi fece;

chi ribatte da proda e chi da poppa;

altri fa remi e altri volge sarte;

chi terzeruolo e artimon rintoppa -:

tal, non per foco ma per divin’arte,

bollia là giuso una pegola spessa,

che ‘nviscava la ripa d’ogne parte.

I’ vedea lei, ma non vedëa in essa

mai che le bolle che ‘l bollor levava,

e gonfiar tutta, e riseder compressa.

Mentr’io là giù fisamente mirava,

lo duca mio, dicendo «Guarda, guarda!»,

mi trasse a sé del loco dov’io stava.

Allor mi volsi come l’uom cui tarda

di veder quel che li convien fuggire

e cui paura sùbita sgagliarda,

che, per veder, non indugia ‘l partire:

e vidi dietro a noi un diavol nero

correndo su per lo scoglio venire.

Ahi quant’elli era ne l’aspetto fero!

e quanto mi parea ne l’atto acerbo,

con l’ali aperte e sovra i piè leggero!

L’omero suo, ch’era aguto e superbo,

carcava un peccator con ambo l’anche,

e quei tenea de’ piè ghermito ‘l nerbo.

Del nostro ponte disse: «O Malebranche,

ecco un de li anzïan di Santa Zita!

Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche

a quella terra, che n’è ben fornita:

ogn’uom v’è barattier, fuor che Bonturo;

del no, per li denar, vi si fa ita».

Là giù ‘l buttò, e per lo scoglio duro

si volse; e mai non fu mastino sciolto

con tanta fretta a seguitar lo furo.

Quel s’attuffò, e tornò sù convolto;

ma i demon che del ponte avean coperchio,

gridar: «Qui non ha loco il Santo Volto!

qui si nuota altrimenti che nel Serchio!

Però, se tu non vuo’ di nostri graffi,

non far sopra la pegola soverchio».

Poi l’addentar con più di cento raffi,

disser: «Coverto convien che qui balli,

sì che, se puoi, nascosamente accaffi».

Non altrimenti i cuoci a’ lor vassalli

fanno attuffare in mezzo la caldaia

la carne con li uncin, perché non galli.

Lo buon maestro «Acciò che non si paia

che tu ci sia», mi disse, «giù t’acquatta

dopo uno scheggio, ch’alcun schermo t’aia;

e per nulla offension che mi sia fatta,

non temer tu, ch’i’ ho le cose conte,

per ch’altra volta fui a tal baratta».

Poscia passò di là dal co del ponte;

e com’el giunse in su la ripa sesta,

mestier li fu d’aver sicura fronte.

Con quel furore e con quella tempesta

ch’escono i cani a dosso al poverello

che di sùbito chiede ove s’arresta,

usciron quei di sotto al ponticello,

e volser contra lui tutt’i runcigli;

ma el gridò: «Nessun di voi sia fello!

Innanzi che l’uncin vostro mi pigli,

traggasi avante l’un di voi che m’oda,

e poi d’arruncigliarmi si consigli».

Tutti gridaron: «Vada Malacoda!»;

per ch’un si mosse – e li altri stetter fermi –

e venne a lui dicendo: «Che li approda?».

«Credi tu, Malacoda, qui vedermi

esser venuto», disse ‘l mio maestro,

«sicuro già da tutti vostri schermi,

sanza voler divino e fato destro?

Lascian’ andar, ché nel cielo è voluto

ch’i’ mostri altrui questo cammin silvestro».

Allor li fu l’orgoglio sì caduto,

ch’e’ si lasciò cascar l’uncino a’ piedi,

e disse a li altri: «Omai non sia feruto».

E ‘l duca mio a me: «O tu che siedi

tra li scheggion del ponte quatto quatto,

sicuramente omai a me ti riedi».

Per ch’io mi mossi e a lui venni ratto;

e i diavoli si fecer tutti avanti,

sì ch’io temetti ch’ei tenesser patto;

così vid’ïo già temer li fanti

ch’uscivan patteggiati di Caprona,

veggendo sé tra nemici cotanti.

I’ m’accostai con tutta la persona

lungo ‘l mio duca, e non torceva li occhi

da la sembianza lor ch’era non buona.

Ei chinavan li raffi e «Vuo’ che ‘l tocchi»,

diceva l’un con l’altro, «in sul groppone?».

E rispondien: «Sì, fa che gliel’accocchi?».

Ma quel demonio che tenea sermone

col duca mio, si volse tutto presto

e disse: «Posa, posa, Scarmiglione!».

Poi disse a noi: «Più oltre andar per questo

iscoglio non si può, però che giace

tutto spezzato al fondo l’arco sesto.

E se l’andare avante pur vi piace,

andavetene su per questa grotta;

presso è un altro scoglio che via face.

Ier, più oltre cinqu’ore che quest’otta,

mille dugento con sessanta sei

anni compié che qui la via fu rotta.

Io mando verso là di questi miei

a riguardar s’alcun se ne sciorina;

gite con lor, che non saranno rei».

«Tra’ti avante, Alichino, e Calcabrina»,

cominciò elli a dire, «e tu, Cagnazzo;

e Barbariccia guidi la decina.

Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,

Cirïatto sannuto e Graffiacane

e Farfarello e Rubicante pazzo.

Cercate ‘ntorno le boglienti pane;

costor sian salvi infino a l’altro scheggio

che tutto intero va sovra le tane».

«Omè, maestro, che è quel ch’i’ veggio?»,

diss’io, «deh, sanza scorta andianci soli,

se tu sa’ ir; ch’i’ per me non la cheggio.

Se tu se’ sì accorto come suoli,

non vedi tu ch’e’ digrignan li denti

e con le ciglia ne minaccian duoli?».

Ed elli a me: «Non vo’ che tu paventi;

lasciali digrignar pur a lor senno,

ch’e’ fanno ciò per li lessi dolenti».

Per l’argine sinistro volta dienno;

ma prima avea ciascun la lingua stretta

coi denti, verso lor duca, per cenno;

ed elli avea del cul fatto trombetta.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Ier, più oltre cinqu’ore che quest’otta

21^ canto dell’Inferno.

L’inganno di Malacoda e la cronologia del viaggio dantesco.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. I due poeti sentono dire da Malacoda: «Non si può proseguire per questa fila di ponti, poiché il ponte tra la sesta e la settima bolgia è precipitato tutto rotto sul fondo. E se volete proseguire, salite per questo argine; vicino c’è un’altra fila di ponti che permette il passaggio. Ieri, cinque ore più tardi che quest’ora, si compirono milleduecentosessantasei anni da quando qui fu interrotta la via. Io invio verso là alcuno di questi miei sottoposti a sorvegliare se qualcuno si mette in mostra fuori della pece; andate con loro, che non vi faranno del male».

L’inganno perpetrato da Malacoda verso Dante e Virgilio ci aiuta a inquadrare nel migliore dei modi la cronologia del viaggio del poeta nei regni ultraterreni. Così è doveroso fare un passo indietro, quando Virgilio chiarisce al poeta (se ne ha traccia nel 12^ canto dell’Inferno) che al momento della crocifissione di Cristo ci fu un terremoto, il quale originò un franamento “qui”, all’entrata del settimo cerchio dell’Inferno, e “altrove”, negli altri cerchi; pertanto, Malacoda non può non riferirsi a questo evento. Ora, posto che Dante era convinto che Cristo fosse morto a trentaquattro anni (Convivio, IV, 23), e che, secondo il Vangelo di Luca, ciò fosse avvenuto un venerdì a mezzogiorno, ciò significa che quando Malacoda afferma quanto su riportato, sono le sette del mattino o quasi del sabato santo del 1300.

Ma quale fu la l’effettiva data d’inizio del viaggio dantesco? Mentre taluni commentatori sostennero che questo ebbe inizio il 25 Marzo 1300, un venerdì, vale a dire l’anniversario storico della morte di Cristo, altri optarono per lʼ8 Aprile 1300, un venerdì santo, venendo la Pasqua il 10 Aprile. Ora, senza prendere partito per l’una o per l’altra tesi, non si può non rilevare che i sostenitori della seconda fanno risaltare il passo della fine del 20^ canto dell’Inferno, quando Virgilio dice al poeta, smarritosi nella selva oscura la notte tra un giovedì e un venerdì, “e già ieri notte la luna fu piena”. Quindi, da sempre venendo la Pasqua dei Cristiani la domenica dopo il primo plenilunio di primavera, la “luna piena” sopra citata dovette essere quella che si stagliò nel cielo lunedì 4 Aprile 1300.

@ IER, PIÙ OLTRE CINQU’ORE CHE QUEST’OTTA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Innanzi che l’uncin vostro mi pigli

21^ canto dell’Inferno.

I Malebranche.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. Virgilio ai Malebranche: «Nessuno di voi sia male intenzionato! Prima che mi afferri il vostro uncino, si porti avanti uno di voi che mi ascolti, e poi decida di afferrarmi con il rampino».

Figure demoniache, i Malebranche, collocati dal poeta nella quinta bolgia di questo cerchio, straziano i dannati con le loro grandi unghie, e con i runcigli, uncini, o raffi che dir si voglia, li mettono dentro o li tirano fuori dalla pece. Litigano di continuo tra loro e ogni tanto vengono scelti dal loro capo Malacoda a gruppi di dieci, e mandati a sorvegliare i barattieri. Ciascuno ha un nome: il già citato Malacoda, Scarmiglione, Alichino e Calcabrina, Cagnazzo e Barbariccia, Libicocco e Draghignazzo, Ciriatto e Graffiacane, Farfarello e Rubicante.

Secondo il Sapegno, “i loro nomi furono scelti dal poeta con lo stesso procedimento che gli aveva dettato già il nome di Malebolge, un procedimento, cioè, non puramente fantastico, ma intellettualistico, inteso a sottolineare taluni aspetti della… figura e dei… costumi di questi guardiani infernali attraverso la combinazione di precisi elementi lessicali, e sono di numero indefinito, con aspetto di una ferocia inaudita e totalmente neri e alati”.

A proposito dei nomi, nei secoli furono oggetto di numerose elucubrazioni, da parte dei commentatori della Commedia; per limitarci ai moderni, secondo il Torraca Dante coniò quei nomi sulla base di nomi, cognomi, soprannomi di suoi contemporanei. Di più, il Luiso riportò a Lucca l’origine dei nomi, ad iniziare da Malacoda, “che è nome di famiglia lucchese”, continuando con Cagnazzo, Graffiacane, Scarmiglione, tutti nomi che comparivano nei principali atti pubblici della città.

@ INNANZI CHE L’UNCIN VOSTRO MI PIGLI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

Mettetel sotto, ch’i’ torno per anche

21^ canto dell’Inferno.

Uno degli anziani di Santa Zita.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Quinta bolgia. Un diavolo ai compagni: «O Malebranche, ecco uno dei magistrati di Santa Zita! Mettetelo sotto, mentre ritorno ancora in quella città, che ne è assai provvista: ognuno vi è barattiere, eccetto che Bonturo; lì, in cambio di denaro, il no si trasforma in sì».

Martino Bottaio, posto dal poeta nella quinta bolgia di questo cerchio tra i barattieri, ha rappresentato per molto tempo un grande mistero. Si era ancora nel campo delle ipotesi più fantasiose, fino a quando, qualche decennio or sono, si è avuta una prova documentale, con il ritrovamento di alcuni atti, tra i quali un estratto dai verbali di adunanza del Consiglio del Capitano e del Consiglio del Podestà di Lucca datato 30 settembre – 1 Ottobre 1295, che testimoniavano l’esistenza in vita, alla fine del 1200, di un tale Martino, in arte bottaio.

Tra i moderni, per il Chiari, l’accertamento della data della morte di quel Martino barattiere, avvenuta nell’Aprile del 1300, precisamente nella notte tra il Venerdì e il Sabato Santo, dimostrerebbe che, “l’indicazione dell’ora e del giorno in cui si trovano in quella bolgia Dante e Virgilio, data da Malacoda, determina di preciso di quale Anziano si parli, come dovettero capire i contemporanei di Dante, e come difatti capì Guido da Pisa”.

Tuttavia, prove documentali o no, altri commentatori recenti non meno prestigiosi, tra i quali il Pietrobono e il Grabher, hanno insistito sul fatto che il poeta, con la sua indicazione in perifrasi, si riferì alla magistratura lucchese presa nel suo insieme, più che a un magistrato determinato.

@ METTETEL SOTTO, CH’I’ TORNO PER ANCHE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

20^ canto dell’Inferno.

(Canto XX, dove si tratta de l’indovini e sortilegi e de l’incantatori, e de l’origine di Mantova, di che trattare diede cagione Manto incantatrice; e di loro pene e miseria e de la condizione loro misera, ne la quarta bolgia, in persona di Michele di Scozia e di più altri.)

Di nova pena mi conven far versi

e dar matera al ventesimo canto

de la prima canzon, ch’è d’i sommersi.

Io era già disposto tutto quanto

a riguardar ne lo scoperto fondo,

che si bagnava d’angoscioso pianto;

e vidi gente per lo vallon tondo

venir, tacendo e lagrimando, al passo

che fanno le letane in questo mondo.

Come ‘l viso mi scese in lor più basso,

mirabilmente apparve esser travolto

ciascun tra ‘l mento e ‘l principio del casso,

ché da le reni era tornato ‘l volto,

e in dietro venir li convenia,

perché ‘l veder dinanzi era lor tolto.

Forse per forza già di parlasia

si travolse così alcun del tutto;

ma io nol vidi, né credo che sia.

Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto

di tua lezione, or pensa per te stesso

com’io potea tener lo viso asciutto,

quando la nostra imagine di presso

vidi sì torta, che ‘l pianto de li occhi

le natiche bagnava per lo fesso.

Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi

del duro scoglio, sì che la mia scorta

mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?

Qui vive la pietà quand’è ben morta;

chi è più scellerato che colui

che al giudicio divin passion comporta?

Drizza la testa, drizza, e vedi a cui

s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;

per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,

Anfïarao? perché lasci la guerra?”.

E non restò di ruinare a valle

fino a Minòs che ciascheduno afferra.

Mira c’ha fatto petto de le spalle;

perché volse veder troppo davante,

di retro guarda e fa retroso calle.

Vedi Tiresia, che mutò sembiante

quando di maschio femmina divenne,

cangiandosi le membra tutte quante;

e prima, poi, ribatter li convenne

li duo serpenti avvolti, con la verga,

che rïavesse le maschili penne.

Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,

che ne’ monti di Luni, dove ronca

lo Carrarese che di sotto alberga,

ebbe tra ‘ bianchi marmi la spelonca

per sua dimora; onde a guardar le stelle

e ‘l mar non li era la veduta tronca.

E quella che ricuopre le mammelle,

che tu non vedi, con le trecce sciolte,

e ha di là ogne pilosa pelle,

Manto fu, che cercò per terre molte;

poscia si puose là dove nacqu’io;

onde un poco mi piace che m’ascolte.

Poscia che ‘l padre suo di vita uscìo

e venne serva la città di Baco,

questa gran tempo per lo mondo gio.

Suso in Italia bella giace un laco,

a piè de l’Alpe che serra Lamagna

sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.

Per mille fonti, credo, e più si bagna

tra Garda e Val Camonica e Pennino

de l’acqua che nel detto laco stagna.

Loco è nel mezzo là dove ‘l trentino

pastore e quel di Brescia e ‘l veronese

segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.

Siede Peschiera, bello e forte arnese

da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,

ove la riva ‘ntorno più discese.

Ivi convien che tutto quanto caschi

ciò che ‘n grembo a Benaco star non può,

e fassi fiume giù per verdi paschi.

Tosto che l’acqua a correr mette co,

non più Benaco, ma Mencio si chiama

fino a Governol, dove cade in Po.

Non molto ha corso, ch’el trova una lama,

ne la qual si distende e la ‘mpaluda;

e suol di state talor esser grama.

Quindi passando la vergine cruda

vide terra, nel mezzo del pantano,

sanza coltura e d’abitanti nuda.

Lì, per fuggire ogne consorzio umano,

ristette con suoi servi a far sue arti,

e visse, e vi lasciò suo corpo vano.

Li uomini poi che ‘ntorno erano sparti

s’accolsero a quel loco, ch’era forte

per lo pantan ch’avea da tutte parti.

Fer la città sovra quell’ossa morte;

e per colei che ‘l loco prima elesse,

Mantüa l’appellar sanz’altra sorte.

Già fuor le genti sue dentro più spesse,

prima che la mattia da Casalodi

da Pinamonte inganno ricevesse.

Però t’assenno che, se tu mai odi

originar la mia terra altrimenti,

la verità nulla menzogna frodi».

E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti

mi son sì certi e prendon sì mia fede,

che li altri mi sarien carboni spenti.

Ma dimmi, de la gente che procede,

se tu ne vedi alcun degno di nota;

ché solo a ciò la mia mente rifiede».

Allor mi disse: «Quel che da la gota

porge la barba in su le spalle brune,

fu – quando Grecia fu di maschi vòta,

sì ch’a pena rimaser per le cune –

augure, e diede ‘l punto con Calcanta

in Aulide a tagliar la prima fune.

Euripilo ebbe nome, e così ‘l canta

l’alta mia tragedìa in alcun loco:

ben lo sai tu che la sai tutta quanta.

Quell’altro che ne’ fianchi è così poco,

Michele Scotto fu, che veramente

de le magiche frode seppe ‘l gioco.

Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,

ch’avere inteso al cuoio e a lo spago

ora vorrebbe, ma tardi si pente.

Vedi le triste che lasciaron l’ago,

la spuola e ‘l fuso, e fecersi ‘ndivine;

fecer malie con erbe e con imago.

Ma vienne omai, ché già tiene ‘l confine

d’amendue li emisperi e tocca l’onda

sotto Sobilia Caino e le spine;

e già iernotte fu la luna tonda:

ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque

alcuna volta per la selva fonda».

Sì mi parlava, e andavamo introcque.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67