Son le leggi d’abisso così rotte?

1^ canto del Purgatorio.

Catone l’Uticense.

Nell’Antipurgatorio. Spiaggia. I due poeti sentono dire da Catone l’Uticense: «Chi vi ha guidati, o che cosa vi fece lume, per uscire fuori della profondità della notte che causa in eterno l’oscurità della voragine infernale? Sono così infrante le leggi dell’Inferno? o in Paradiso all’antico decreto se ne è sostituito uno nuovo, dal momento che, condannati, venite al monte custodito da me?».

Marco Porcio Catone l’Uticense, posto da Dante sulla spiaggia dell’Antipurgatorio, nacque nel 95 a.C. e fu pronipote di Catone il Censore. Vissuto ai tempi di Giulio Cesare, fu un suo avversario accanito, difensore qual era delle istituzioni repubblicane da lui ritenute in grande pericolo. La letteratura dell’epoca ne fece un grande personaggio. Sallustio lo citò come alleato di Cicerone nel processo a Catilina, Seneca lo dipinse come esempio massimo di stoicismo, e Lucano nella Farsalia (IΧ, 601-602) parlò del suo comportamento valoroso nella guerra civile, descrivendolo come parens verus patriae, dignissimus aris, Roma, tuis.

Catone morì suicida a Utica nel 46 a.C. (di qui l’appellativo di Uticense), dopo la sconfitta nella battaglia di Tapso (46 a.C.), per non cadere vivo nelle mani del suo avversario, nonché quale disdegno di divenire una sorta di sopravvissuto dopo la fine temuta delle libertà repubblicane; un atto estremo che Natalino Sapegno vide come un gesto di eccezione che si giustificò in un proposito di estrema coerenza ideale e morale.

Il poeta, ispirandosi alle fonti sopra citate, ne parla diffusamente nel primo canto e nella parte finale del secondo canto del Purgatorio, elevandolo a custode del monte del Purgatorio. Per Dante, il fatto di trasformare questo personaggio da testimone della libertà politica contro la tirannide ad emblema dell’anima che cerca con la purificazione di giungere alla libertà dal peccato, fu quasi automatico, favorito soprattutto dalla caratura dello stesso, storico e pagano, d’accordo, ma chi meglio di lui avrebbe potuto vestire i panni di testimone massimo della libertà dell’anima?

Non a caso leggiamo nel Convivio (IV, ΧΧVIII, 15-19): “quale uomo terreno più degno fu di significare Iddio, che Catone?…Nel nome di cui è bello terminare ciò che de li segni de la nobilitade ragionare si convenia, però che in lui essa nobilitade tutti li dimostra per tutte etadi”.

@ SON LE LEGGI D’ABISSO COSÌ ROTTE?

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

Dolce color d’orïental zaffiro

1^ canto del Purgatorio.

Fuori delle tenebre infernali.

Nell’Antipurgatorio. Spiaggia. Dante narra: “Un dilettevole colore simile a quello dello zaffiro dei paesi orientali, che si diffondeva nella chiara apparenza dell’aria, limpida fino all’orizzonte, riprese a produrre il piacere della luce nei miei occhi, appena io uscii fuori dell’Inferno che mi aveva afflitto i sensi e l’anima. Il bel pianeta che è causa d’amore faceva splendere tutto l’oriente, nascondendo con la sua luce la costellazione dei Pesci che era al suo accompagnamento”.

Nel presentare questo canto, Natalino Sapegno a suo tempo scriveva che il poeta aveva concepito il Purgatorio in antitesi con il mondo infernale. E proseguiva in tal modo: “Alla profonda voragine che si apre nel mezzo dell’emisfero di Gerusalemme internandosi fino al centro della terra, corrisponde, con l’esattezza di un calco che riproduce il disegno della sua matrice, nel mezzo dell’emisfero opposto, solitaria nell’immenso oceano, l’altissima montagna dell’Eden, sulle cui pendici Dante colloca, come sui gradini di una scala che ascende faticosamente verso il cielo, le anime dei penitenti intenti a purgarsi delle loro tendenze peccaminose e a rendersi degni della promessa beatitudine”.

Il poeta, infatti, uscendo in compagnia di Virgilio dalle tenebre dell’Inferno, si trova d’improvviso in un nuovo mondo, pervaso dalla luce dei primi albori. Quello che vede con i suoi occhi finalmente liberi dalla caligine infernale è un paesaggio ricco di silenzio “che vive”, ancora il Sapegno, “in un’atmosfera d’intatto stupore e di intenerita fiducia. L’azzurro sereno del cielo, la luminosità diffusa e ridente degli astri – Venere, un’ignota costellazione delle cui quattro luci pare che tutto il firmamento si rallegri – danno l’impressione come di un ritorno alla vita, alacre e gioioso, e accompagnano poeticamente il processo dell’anima che anela a scrollare da sé il ricordo degli orrori contemplati, delle pene, delle violenze, delle lacrime, e già si protende tutta nell’attesa di un’arcana consolazione. Poi quell’impressione di pace idillica e di fervorosa speranza…” si interrompono. In modo brusco.

@ DOLCE COLOR D’ORÏENTAL ZAFFIRO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Purgatorio, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1979, 12^ ristampa

Ma qui la morta poesì resurga

1^ canto del Purgatorio.

Oh, care Muse!

È una verità lampante e accertata, sotto gli occhi di tutti. Le grandi opere letterarie del mondo antico, Iliade, Odissea ed Eneide per intendersi, cominciano tutte con lo stesso schema, conservatosi nei secoli. Infatti, le stesse esordiscono con un proemio, che contiene a sua volta la protasi, cioè l’esposizione del tema e l’invocazione alle Muse. La Commedia dantesca persegue questa strada, sebbene non sia da assimilare in tutto e per tutto ai poemi sopra citati. Il riscontro è presto fatto. Indugiamo ancora un poco nella prima cantica. Qui, nel 2^ canto, vv. 1-9, possiamo enucleare il proemio dell’Inferno, che ingloba in sé la protasi, vv. 1-6, e l’invocazione alle Muse, vv. 7-9. Leggiamo:

Lo giorno se n’andava, e l’aere bruno

toglieva li animai che sono in terra

da le fatiche loro; e io sol uno

m’apparecchiava a sostener la guerra

sì del cammino e sì de la pietate,

che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m’aiutate;

o mente che scrivesti ciò ch’io vidi,

qui si parrà la tua nobilitate.

E adesso entriamo a pieno titolo nella seconda cantica, il Purgatorio, dove i primi 12 versi del 1^ canto anche qui includono il proemio, che comprende la protasi, vv. 1-6, nonché l’invocazione alle Muse, vv. 7-12. Anche in tal caso leggiamo:

Per correr miglior acque alza le vele

omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a sé mar sì crudele;

e canterò di quel secondo regno

dove l’umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

Ma qui la morta poesì resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Calïopè alquanto surga,

seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal, che disperar perdono.

Per completezza, anticipiamo che nel 1^ canto del Paradiso, Apollo, dio protettore dell’arte poetica, prenderà il posto delle Muse.

@ MA QUI LA MORTA POESÌ RESURGA

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

34^ canto dell’Inferno.

(Canto XXXIV e ultimo de la prima cantica di Dante Alleghieri di Fiorenza, nel qual canto tratta di Belzebù principe de’ dimoni e de’ traditori di loro signori, e narra come uscie de l’inferno.)

«Vexilla regis prodeunt inferni

verso di noi; però dinanzi mira»,

disse ‘l maestro mio, «se tu ‘l discerni».

Come quando una grossa nebbia spira,

o quando l’emisperio nostro annotta,

par di lungi un molin che ‘l vento gira,

veder mi parve un tal dificio allotta;

poi per lo vento mi ristrinsi retro

al duca mio, ché non lì era altra grotta.

Già era, e con paura il metto in metro,

là dove l’ombre tutte eran coperte,

e trasparien come festuca in vetro.

Altre sono a giacere; altre stanno erte,

quella col capo e quella con le piante;

altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte.

Quando noi fummo fatti tanto avante,

ch’al mio maestro piacque di mostrarmi

la creatura ch’ebbe il bel sembiante,

d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,

«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco

ove convien che di fortezza t’armi».

Com’io divenni allor gelato e fioco,

nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,

però ch’ogne parlar sarebbe poco.

Io non mori’ e non rimasi vivo;

pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,

qual io divenni, d’uno e d’altro privo.

Lo ‘mperador del doloroso regno

da mezzo ‘l petto uscia fuor de la ghiaccia;

e più con un gigante io mi convegno,

che i giganti non fan con le sue braccia:

vedi oggimai quant’esser dee quel tutto

ch’a così fatta parte si confaccia.

S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,

e contra ‘l suo fattore alzò le ciglia,

ben dee da lui procedere ogne lutto.

Oh quanto parve a me gran maraviglia

quand’io vidi tre facce a la sua testa!

L’una dinanzi, e quella era vermiglia;

l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa

sovresso ‘l mezzo di ciascuna spalla,

e sé giugnieno al loco de la cresta:

e la destra parea tra bianca gialla;

la sinistra a vedere era tal, quali

vegnon di là onde ‘l Nilo s’avvalla.

Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,

quanto si convenia a tanto uccello:

vele di mar non vid’io mai cotali.

Non avean penne, ma di vispistrello

era lor modo; e quelle svolazzava,

sì che tre venti si movean da ello:

quindi Cocito tutto s’aggelava.

Con sei occhi piangëa, e per tre menti

gocciava ‘l pianto e sanguinosa bava.

Da ogne bocca dirompea co’ denti

un peccatore, a guisa di maciulla,

sì che tre ne facea così dolenti.

A quel dinanzi il mordere era nulla

verso ‘l graffiar, che talvolta la schiena

rimanea de la pelle tutta brulla.

«Quell’anima là sù c’ha maggior pena»,

disse ‘l maestro, «è Giuda Scarïotto,

che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena.

De li altri due c’hanno il capo di sotto,

quel che pende dal nero ceffo è Bruto:

vedi come si storce, e non fa motto!;

e l’altro è Cassio, che par sì membruto.

Ma la notte risurge, e oramai

è da partir, ché tutto avem veduto».

Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai;

ed el prese di tempo e loco poste,

e quando l’ali fuoro aperte assai,

appigliò sé a le vellute coste;

di vello in vello discese poscia

tra ‘l folto pelo e le gelate croste.

Quando noi fummo là dove la coscia

si volge, a punto in sul grosso de l’anche,

lo duca, con fatica e con angoscia,

volse la testa ov’elli avea le zanche,

e aggrappossi al pel com’om che sale,

sì che ‘n inferno i’ credea tornar anche.

«Attienti ben, ché per cotali scale»,

disse ‘l maestro, ansando com’uom lasso,

«conviensi dipartir da tanto male».

Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso

e puose me in su l’orlo a sedere;

appresso porse a me l’accorto passo.

Io levai li occhi e credetti vedere

Lucifero com’io l’avea lasciato,

e vidili le gambe in sù tenere;

e s’io divenni allora travagliato,

la gente grossa il pensi, che non vede

qual è quel punto ch’io avea passato.

«Lèvati sù», disse ‘l maestro, «in piede:

la via è lunga e ‘l cammino è malvagio,

e già il sole a mezza terza riede».

Non era camminata di palagio

là ‘v’ eravam, ma natural burella

ch’avea mal suolo e di lume disagio.

«Prima ch’io de l’abisso mi divella,

maestro mio», diss’io quando fui dritto,

«a trarmi d’erro un poco mi favella:

ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto

sì sottosopra? e come, in sì poc’ora,

da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».

Ed elli a me: «Tu imagini ancora

d’esser di là dal centro, ov’io mi presi

al pel del vermo reo che ‘l mondo fóra.

Di là fosti cotanto quant’io scesi;

quand’io mi volsi, tu passasti ‘l punto

al qual si traggon d’ogne parte i pesi.

E se’ or sotto l’emisperio giunto

ch’è contraposto a quel che la gran secca

coverchia, e sotto ‘l cui colmo consunto

fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;

tu haï i piedi in su picciola spera

che l’altra faccia fa de la Giudecca.

Qui è da man, quando di là è sera;

e questi, che ne fé scala col pelo,

fitto è ancora sì come prim’era.

Da questa parte cadde giù dal cielo;

e la terra, che pria di qua si sporse,

per paura di lui fé del mar velo,

e venne a l’emisperio nostro; e forse

per fuggir lui lasciò qui loco vòto

quella ch’appar di qua, e sù ricorse».

Luogo è là giù da Belzebù remoto

tanto quanto la tomba si distende,

che non per vista, ma per suon è noto

d’un ruscelletto che quivi discende

per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,

col corso ch’elli avvolge, e poco pende.

Lo duca e io per quel cammino ascoso

intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

e sanza cura aver d’alcun riposo,

salimmo sù, el primo e io secondo,

tanto ch’i’ vidi de le cose belle

che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

De li altri due c’hanno il capo di sotto

34^ canto dell’Inferno.

Bruto e Cassio.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Quarta zona, la Giudecca. Il poeta sente dire da Virgilio: «Degli altri due che hanno la testa in basso, colui che penzola dal muro nero è Bruto: vedi come si contorce, ma tace!; e il terzo è Cassio, che sembra così robusto».

Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, collocati dal poeta nella quarta zona di questo cerchio tra i traditori dei benefattori, furono tra i congiurati che parteciparono all’assassinio di Gaio Giulio Cesare. Il primo, figlio della sorellastra di Marco Porcio Catone, nacque nell’82 a.C. Dopo la battaglia di Farsalo, divenne seguace di Cesare, da cui fu perdonato, ottenendo poi da lui particolari favori. Propretore per la Gallia Cisalpina (47-45 a.C.), nonché pretore di Roma (44 a.C.), nel timore di un definitivo sovvertimento degli antichi ideali repubblicani, fu con Gaio Licinio Crasso l’elemento determinante tra coloro che idearono e attuarono alle Idi di Marzo del 44 a.C. il cd. cesaricidio. Fuggì da Roma con Gaio Cassio Longino e altri congiurati. Ma dopo che nell’agosto del 43 a.C. fu emanata lʼinterdictio aqua et igni contro di loro, e venne costituito il secondo triunvirato, l’esercito di Marco Antonio e di Gaio Ottaviano Augusto sconfisse in due battaglie consecutive a Filippi (42 a.C.) i due congiurati, evento che decretò il successivo suicidio di entrambi.

Il secondo, nato prima dellʼ85 a.C., fu prima questore con Gaio Licinio Crasso (54 a.C.) nella guerra contro i Parti, poi tribuno (49 a.C.) quando parteggiò con Pompeo nella prima guerra civile; anche lui dopo la battaglia di Farsalo fu perdonato da Gaio Giulio Cesare, ottenendo da lui particolari privilegi, per poi trovarsi tra coloro che parteciparono al complotto delle Idi di Marzo. Lasciata Roma per l’Oriente, con Bruto ottenne dal Senato l’imperium maius per la province orientali. Ma dopo l’ascesa al potere da parte di Marco Antonio e di Gaio Ottaviano Augusto, fu bandito da Roma. Raggiunta la Tracia con il suo sodale, fu sconfitto separatamente da Marco Antonio nella prima battaglia di Filippi, e subito dopo si uccise. Decisione repentina che, facendo precipitare le sorti di Marco Giunio Bruto, indusse anche costui a togliersi la vita, come sopra citato.

A proposito di costoro, ma anche di Giuda Iscariota, il Sapegno scriveva: “Nei tre sommi traditori Dante ha voluto colpire coloro che attentarono primamente alle due massime potestà, entrambe preordinate da Dio come guide dell’umanità per conseguire rispettivamente la felicità terrena e oltremondana: Giuda ha infatti tradito Gesù, da cui deriva l’autorità dei papi; Bruto e Cassio hanno tradito Cesare, il «primo prencipe sommo» e fondatore dell’autorità imperiale; e il castigo inflitto al primo è più grave, perché il potere spirituale e il fine della beatitudine celeste sovrastano al potere temporale e al fine della felicità terrena”.

@ DE LI ALTRI DUE C’HANNO IL CAPO DI SOTTO

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

Che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena

34^ canto dell’Inferno.

Giuda Iscariota.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Quarta zona, la Giudecca. Virgilio a Dante: «Quell’anima lassù che ha il tormento più intenso, è Giuda Iscariota, che ha la testa dentro e muove le gambe fuori».

Giuda Iscariota, posto dal poeta nella quarta zona di questo cerchio tra i traditori dei benefattori, fu il traditore di Cristo, il quale per Dante, nonché per l’uomo del Medioevo in generale, simboleggiava l’una delle due maggiori autorità (essendo l’altra rappresentata da Giulio Cesare, per quanto concerneva l’ordinato vivere civile), sulla quale poggiava la sua ragion d’essere il raggiungimento della beatitudine eterna. Citato sempre all’ultimo posto negli elenchi dei dodici discepoli di Cristo, Giuda venne detto Iscariota, forse, dal nome del luogo di provenienza.

Soltanto dal Vangelo di Giovanni, sono reperibili alcuni particolari della sua vita: per esempio, custodiva la cassa comune degli apostoli, che ogni tanto veniva fatta oggetto di piccole sottrazioni. Da Matteo, invece, è notorio il fatto del suo tradimento ai danni di Cristo, che consegnò ai sacerdoti suoi avversari in cambio di trenta sicli o denari d’argento. Evento che venne assunto a simbolo del tradimento per antonomasia. Assalito dai rimorsi per il suo abietto comportamento, restituì immediatamente il compenso ricevuto, ma ciò non lo salvò dalla morte, perché si impiccò. E al posto rimasto vacante fu eletto poco dopo Matteo.

Dante, oltre che in questo canto, parla di lui nel 19^ canto dell’Inferno, dove lo ricorda come l’anima malvagia al cui compito fu preposto, appunto, Matteo; nel 20^ canto del Purgatorio: la sua arma non fu altro che il tradimento, e nel 21^ canto della stessa cantica: egli di fatto ha venduto Gesù. E tra tutti i dannati dell’Inferno, nessuno ha una sofferenza maggiore, perché ha la testa dentro la bocca di Lucifero, come detto in apertura, e ai lati Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino, dei quali parleremo in altra sede, che gli fanno da degna cornice, con le teste a pendere nel vuoto. E il fatto che Giuda Iscariota non sia nominato nel Paradiso, la cantica della luce, la dice lunga sulla considerazione che il poeta nutriva nei suoi confronti: infatti, solo a parlarne, perfino celata tra le pieghe della più oscura perifrasi, avrebbe rappresentato per lui la più stonata delle citazioni.

@ CHE ‘L CAPO HA DENTRO E FUOR LE GAMBE MENA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Là dove l’ombre tutte eran coperte

34^ canto dell’Inferno.

I traditori dei benefattori.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Quarta zona, la Giudecca. Il poeta narra: “Ero già, e lo scrivo con paura nei miei versi, là dove le ombre erano tutte coperte, e trasparivano come un fuscello nel vetro. Alcune sono a giacere; altre stanno dritte, queste col capo e quelle con i piedi verso l’alto; altre ancora volgono all’indietro il capo fino ai piedi, come un arco”.

I traditori dei benefattori, collocati da Dante nella quarta zona di questo cerchio, sono ritenuti dai commentatori più recenti della Commedia, come il Porena, coloro che si sono meritati la Giudecca in quanto peccatori verso l’autorità divina sia nel mondo spirituale sia in quello secolare. Per il Petrocchi, invece, “i benefattori vanno intesi in un senso altissimo di sollecitudine spirituale e umana, che altrimenti troppo assomiglierebbero agli ‘ospiti’ : prima di tutto Cristo, che ha recato al mondo il ‘beneficio’ della sua incarnazione e passione; poi coloro che sono chiamati da Dio a curare la preparazione del ‘beneficio eterno’ (i vicari di Cristo), e a distribuire in terra i benefici della pace e della giustizia; infine tutti coloro che, nell’ambito della società cristiana, operano per realizzare la carità cristiana, per comunicare a tutti i benefici di Cristo”.

È ben vero che, per il poeta, la qualità del tradimento punita in questa zona del nono cerchio è la più grave di tutte: lo conferma anche la pena riservata a costoro, consistente, eccettuati Giuda, Bruto e Cassio, nel trovarsi totalmente sepolti nel ghiaccio. Pena, peraltro, che esprime con molta efficacia l’eterna cristallizzazione dei dannati, pur nella diversità delle posizioni corporali. Per i commentatori più antichi dell’opera come il Buti, Dante “quattro differenzie pone, perché quattro sono le differenzie di questi traditori: imperò che altri sono che usano tradimento alli benefattori suoi pari, e questi finge che stiano parimente a giacere; e altri sono che l’usano contro li maggiori benefattori…, signori,… e maestri e qualunque altro grado di maggioria, e questi sono col capo in giù e coi piedi in su; et altri sono che l’usano contra li minori…, come li signori contra li sudditi, e questi stanno col capo in su e co’ piedi in giù; et altri sono che l’usano contra li minori e contra li maggiori parimente, e questi stanno inarcocchiati col capo e coi piedi parimente giù nella ghiaccia”. Ma, tornando al Petrocchi, si tratterebbe di una spiegazione poco persuasiva, perché il poeta “non ha fatto altro che richiamarsi alla necessità poetica, che sollecitava alla pittura di un quadro vario e composito”.

@ LA DOVE L’OMBRE TUTTE ERAN COPERTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

33^ canto dell’Inferno.

(Canto XXXIII, ove si tratta di quelli che tradirono coloro che in loro tutto si fidavano, e coloro da cui erano stati promossi a dignità e grande stato; e riprende qui i Pisani e i Genovesi.)

La bocca sollevò dal fiero pasto

quel peccator, forbendola a’ capelli

del capo ch’elli avea di retro guasto.

Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli

disperato dolor che ‘l cor mi preme

già pur pensando, pria ch’io ne favelli.

Ma se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,

parlare e lagrimar vedrai insieme.

Io non so chi tu se’ né per che modo

venuto se’ qua giù; ma fiorentino

mi sembri veramente quand’io t’odo.

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,

e questi è l’arcivescovo Ruggieri:

or ti dirò perché i son tal vicino.

Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,

fidandomi di lui, io fossi preso

e poscia morto, dir non è mestieri;

però quel che non puoi avere inteso,

cioè come la morte mia fu cruda,

udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.

Breve pertugio dentro da la Muda,

la qual per me ha ‘l titol de la fame,

e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,

m’avea mostrato per lo suo forame

più lune già, quand’io feci ‘l mal sonno

che del futuro mi squarciò ‘l velame.

Questi pareva a me maestro e donno,

cacciando il lupo e ‘ lupicini al monte

per che i Pisan veder Lucca non ponno.

Con cagne magre, studïose e conte

Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi

s’avea messi dinanzi da la fronte.

In picciol corso mi parieno stanchi

lo padre e ‘ figli, e con l’agute scane

mi parea lor veder fender li fianchi.

Quando fui desto innanzi la dimane,

pianger senti’ fra ‘l sonno i miei figliuoli

ch’eran con meco, e dimandar del pane.

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli

pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava;

e se non piangi, di che pianger suoli?

Già eran desti, e l’ora s’appressava

che ‘l cibo ne solëa essere addotto,

e per suo sogno ciascun dubitava;

e io senti’ chiavar l’uscio di sotto

a l’orribile torre; ond’io guardai

nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.

Io non piangëa, sì dentro impetrai:

piangevan elli; e Anselmuccio mio

disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.

Perciò non lagrimai né rispuos’io

tutto quel giorno né la notte appresso,

infin che l’altro sol nel mondo uscìo.

Come un poco di raggio si fu messo

nel doloroso carcere, e io scorsi

per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;

ed ei, pensando ch’io ‘l fessi per voglia

di manicar, di sùbito levorsi

e disser: “Padre, assai ci fia men doglia

se tu mangi di noi: tu ne vestisti

queste misere carni, e tu le spoglia”.

Queta’mi allor per non farli più tristi;

lo dì e l’altro stemmo tutti muti;

ahi dura terra, perché non t’apristi?

Poscia che fummo al quarto dì venuti,

Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,

dicendo: “Padre mio, ché non m’aiuti?”.

Quivi morì; e come tu mi vedi,

vid’io cascar li tre ad uno ad uno

tra ‘l quinto dì e il sesto; ond’io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,

e due dì li chiamai, poi che fur morti.

Poscia, più che ‘l dolor, poté ‘l digiuno».

Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti

riprese ‘l teschio misero co’ denti,

che furo a l’osso, come d’un can, forti.

Ahi Pisa, vituperio de le genti

del bel paese là dove ‘l sì suona,

poi che i vicini a te punir son lenti,

muovasi la Capraia e la Gorgona,

e faccian siepe ad Arno in su la foce,

sì ch’elli annieghi in te ogne persona!

Che se ‘l conte Ugolino aveva voce

d’aver tradita te de le castella,

non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.

Innocenti facea l’età novella,

novella Tebe, Uguiccione e ‘l Brigata

e li altri due che ‘l canto suso appella.

Noi passammo oltre, là ‘ve la gelata

ruvidamente un’altra gente fascia,

non volta in giù, ma tutta riversata.

Lo pianto stesso lì pianger non lascia,

e ‘l duol che truova in su li occhi rintoppo,

si volge in entro a far crescer l’ambascia;

ché le lagrime prime fanno groppo,

e sì come visiere di cristallo,

rïempion sotto ‘l ciglio tutto il coppo.

E avvegna che, sì come d’un callo,

per la freddura ciascun sentimento

cessato avesse del mio viso stallo,

già mi parea sentire alquanto vento;

per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?

non è qua giù ogne vapore spento?».

Ond’elli a me: «Avaccio sarai dove

di ciò ti farà l’occhio la risposta,

veggendo la cagion che ‘l fiato piove».

E un de’ tristi de la fredda crosta

gridò a noi: «O anime crudeli

tanto che data v’è l’ultima posta,

levatemi dal viso i duri veli,

sì ch’ïo sfoghi ‘l duol che ‘l cor m’impregna,

un poco, pria che ‘l pianto si raggeli».

Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,

dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,

al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».

Rispose adunque: «I’ son frate Alberigo;

i’ son quel de le frutta del mal orto,

che qui riprendo dattero per figo».

«Oh», diss’io lui, «or se’ tu ancor morto?».

Ed elli a me: «Come ‘l mio corpo stea

nel mondo sù, nulla scïenza porto.

Cotal vantaggio ha questa Tolomea,

che spesse volte l’anima ci cade

innanzi ch’Atropòs mossa le dea.

E perché tu più volontier mi rade

le ‘nvetrïate lagrime dal volto,

sappie che, tosto che l’anima trade

come fec’ïo, il corpo suo l’è tolto

da un demonio, che poscia il governa

mentre che ‘l tempo suo tutto sia vòlto.

Ella ruina in sì fatta cisterna;

e forse pare ancor lo corpo suso

de l’ombra che di qua dietro mi verna.

Tu ‘l dei saper, se tu vien pur mo giuso:

elli è ser Branca Doria, e son più anni

poscia passati ch’el fu sì racchiuso».

«Io credo», diss’io lui, «che tu m’inganni;

ché Branca Doria non morì unquanche,

e mangia e bee e dorme e veste panni».

«Nel fosso sù», diss’el, «de’ Malebranche,

là dove bolle la tenace pece,

non era ancora giunto Michel Zanche,

che questi lasciò il diavolo in sua vece

nel corpo suo, ed un suo prossimano

che ‘l tradimento insieme con lui fece.

Ma distendi oggimai in qua la mano;

aprimi li occhi». E io non gliel’apersi;

e cortesia fu lui esser villano.

Ahi Genovesi, uomini diversi

d’ogne costume e pien d’ogne magagna,

perché non siete voi del mondo spersi?

Ché col peggiore spirto di Romagna

trovai di voi un tal, che per sua opra

in anima in Cocito già si bagna,

e in corpo par vivo ancor di sopra.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

I’ son quel da le frutta del mal orto

33^ canto dell’Inferno.

Frate Alberigo.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Terza zona, la Tolomea. Il poeta sente dire da Frate Alberigo: «Sono frate Alberigo; sono quello dei frutti cresciuti nell’orto del male, che qui ricevo il dattero invece del fico».

Frate Alberigo, al secolo Alberigo di Ugolino de’ Manfredi di Faenza, posto da Dante nella terza zona di questo cerchio tra i traditori degli ospiti, appartenne, al pari di Catalano de’ Malavolti e Loderingo degli Andalò (incontrati dal poeta nella sesta bolgia dell’ottavo cerchio tra gli ipocriti), all’ordine dei Cavalieri della Milizia della Beata Vergine Gloriosa, denominati ‘frati gaudenti’. La sua famiglia, forse di provenienza tedesca, fu guelfa e si oppose con alterne vicende agli Accarisi, i quali, nel 1274, li bandirono da Faenza. I Manfredi, allora, si rifugiarono nel Bolognese, e ritornarono nella loro città soltanto nel 1280, per il tradimento del ghibellino Tebaldello de’ Zambrasi, compagno di sorte di Bocca degli Abati (e da costui citato nella seconda zona, l’Antenora, del nono cerchio tra i traditori della patria).

Alberigo nacque, presumibilmente, nel secondo decennio del Duecento; ciò si deduce dal fatto che entrò solo in vecchiaia nei ‘frati gaudenti’, quindi non prima del 1261, anno in cui a Bologna fu costituito quell’ordine. E come non si sa la data di nascita, così si ignora quando morì; anche in tal caso, congetturando, essendosi Dante stupito di trovarlo già a Cocito (dove l’Alberigo dannato afferma di non sapere di come il suo corpo possa stare in terra), si dimostra che la sua morte non era ancora avvenuta nell’aprile del 1300.

Comunque, perché troviamo il frate a Cocito? Avendo in corso con certi suoi parenti, Manfredo e Alberghetto, una mera questione d’interesse, fece finta di volersi riappacificare con loro e li invitò nella sua villa di Cesate; “e quando essi ebbono desinato tutte le vivande, elli comandò che venessono le frutta, et allora venne la sua famiglia armata, com’elli aveva ordinato, et uccisono tutti costoro alle mense, com’erano a sedere; e però s’usa di dire: Elli ebbe delle frutta di frate Alberigo”, come raccontò il Buti, tra i primi commentatori della Commedia.

@ Iʼ SON QUEL DA LE FRUTTA DEL MAL ORTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino

33^ canto dell’Inferno.

Il racconto del conte Ugolino.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Seconda zona, l’Antenora. Il conte Ugolino a Dante: «Tu vuoi che io richiami alla memoria il travaglio inconsolabile che mi opprime e tormenta il cuore già al solo pensiero, prima che io ne discuta. Ma se le mie parole devono essere la causa che produca come proprio frutto cattiva fama al traditore che mordo, vedrai nello stesso momento parlare e piangere.

«Io non so chi tu sia né come sei venuto all’Inferno; ma mi sembri veramente fiorentino quando io ti sento. Tu devi sapere che fui il conte Ugolino, e questi è l’arcivescovo Ruggieri: ora ti dirò perché sono per lui un tale vicino. Che in conseguenza dei suoi malvagi pensieri, fidandomi di lui, io fossi imprigionato e in seguito fatto morire, non è necessario dirlo; tuttavia verrai a sapere quello che non puoi aver sentito dire, ossia come la mia morte fu orribile, e apprenderai se egli mi ha recato offesa.

«Una stretta feritoia all’interno della Torre dei Gualandi, la quale a causa mia ha il nome di Torre della Fame, e che di nuovo dovrà avvenire che sia chiusa per altri, mi aveva lasciato vedere attraverso la sua apertura il passare già di molti mesi, quando io feci il triste sogno che mi svelò il futuro. Questi mi appariva capo e signore, dando la caccia al lupo e ai lupetti verso il monte a causa del quale i Pisani non possono vedere Lucca.

«Aveva schierato davanti a sé i Gualandi e i Sismondi e i Lanfranchi con cagne affamate, sollecite a inseguire la preda ed esperte nella caccia. Dopo una breve corsa il lupo e i lupetti mi apparivano stanchi, e mi pareva di veder lacerare a loro i fianchi con le zanne aguzze. Quando mi svegliai prima della mattina, udii piangere durante il sonno i miei figlioli che erano con me, e chiedere del pane.

«Sei davvero insensibile, dato che tu già non ti duoli pensando a ciò che il mio cuore presagiva a sé stesso; e se non piangi, per che cosa sei solito piangere? Già erano svegli, e si avvicinava l’ora in cui era solito esserci recato il cibo, e ciascuno temeva a causa del suo sogno; e io udii serrare a chiave la porta dabbasso della spaventosa torre; per cui io guardai i miei figlioli negli occhi tacendo.

«Io non piangevo, così impietrii dentro di me: piangevano essi; e il mio Anselmuccio disse: “Tu ci guardi così, padre! che cos’hai?”. Perciò io non piansi né risposi tutto quel giorno né la notte seguente, fino a tanto che il nuovo giorno sorse sulla Terra. Quando un poco di raggio di sole fu entrato nella prigione piena dolore, e io vidi sui quattro volti il mio stesso atteggiamento, mi morsi ambo le mani per il travaglio; ed essi, pensando che io lo facessi per il desiderio di mangiare, si alzarono improvvisamente e dissero: “Padre, ci sarà assai minor dolore se tu ti cibi di noi: tu ci hai dato questi miseri corpi, e tu togliceli”.

«Quindi mi calmai per non renderli più afflitti; quel giorno e il seguente stemmo tutti silenziosi; ahi suolo crudele, perché non ti spalancasti? Dopo che fummo giunti al quarto giorno, Gaddo si gettò sdraiato ai miei piedi, dicendo: “Padre mio, perché non mi soccorri?”. A questo punto morì; e come tu vedi me, io vidi cadere senza vita gli altri tre uno per volta tra il quinto giorno e il sesto; per cui io, già con la vista annebbiata dalla fame, mi misi ad andare a tentoni sopra ciascuno, e li chiamai due giorni, dopo che furono morti. In seguito ebbe maggior potere la fame, più che il travaglio».

@ TU DEI SAPER CH’I’ FUI CONTE UGOLINO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970