Anima trista come pal commessa

19^ canto dell’Inferno.

I papi simoniaci.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Terza bolgia. Il poeta a Niccolò III: «O chiunque tu sia che tieni la parte di sopra in basso, anima dolente piantata come un palo, se puoi, parla».

I simoniaci, collocati da Dante nella terza bolgia di questo cerchio, furono fondamentalmente gli uomini di chiesa, la simonia essendo la volontà di comprare o vendere per un prezzo temporale un bene intrinsecamente spirituale o una cosa temporale necessariamente connessa con la spirituale.

Il termine ha origine da Simone di Samaria o Mago. Questi, osservata l’efficacia dell’imposizione delle mani da parte degli apostoli Pietro e Giovanni, cercò di comprare con la moneta quel potere, ricevendone un netto rifiuto da Pietro. Tra i principali peccatori di questo commercio il poeta ne individuò tre: Niccolò III, Bonifacio VIII e Clemente V. Del primo se ne parlerà in separata sede.

Bonifacio VIII, al secolo Benedetto Caetani, durante il suo pontificato, dal 1294 alla sua morte nel 1303, celebrò il primo anno santo della storia. Fervido interventista nella lotta tra Filippo IV il Bello ed Edoardo d’Inghilterra, e in quella tra Angioini e Aragonesi, si distinse per aver favorito l’accordo che portò alla pace tra Venezia e Genova. L’esilio di Dante da Firenze e le conseguenti condanne ebbero inizio dall’attività politica del papa verso Firenze; il poeta, infatti, aveva denunciato una missione della Chiesa contraria ai propri principi spirituali.

Clemente V, al secolo Bertrand de Got, fu eletto al soglio pontificio nel 1305, dove restò fino al 1314, anno della sua morte. Fu colui che portò la sede apostolica da Roma ad Avignone. Dove, per compiacere Filippo IV il Bello, fece annullare tutti gli atti di Bonifacio VIII e di Benedetto XI che sembravano ostili allo stesso, e gli lasciò via libera nel perseguire i Templari.

@ ANIMA TRISTA COME PAL COMMESSA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

18^ canto dell’Inferno.

(Canto XVIII, ove si descrive come è fatto il luogo di Malebolge e tratta de’ ruffiani  e ingannatori e lusinghieri, ove dinomina in questa setta messer Venedico Caccianemico da Bologna e Giasone greco Alessio de li Interminelli da Lucca, e tratta come sono state loro pene.)    

Luogo è in inferno detto Malebolge,

tutto di pietra di color ferrigno,

come la cerchia che dintorno il volge.

Nel dritto mezzo del campo maligno

vaneggia un pozzo assai largo e profondo,

di cui suo loco dicerò l’ordigno.

Quel cinghio che rimane adunque è tondo

tra ‘l pozzo e ‘l piè de l’alta ripa dura,

e ha distinto in dieci valli il fondo.

Quale, dove per guardia de le mura

più e più fossi cingon li castelli,

la parte dove son rende figura,

tale imagine quivi facean quelli;

e come a tai fortezze da’ lor sogli

a la ripa di fuor son ponticelli,

così da imo de la roccia scogli

movien che ricidien li argini e ‘ fossi

infino al pozzo che i tronca e raccogli.

In questo luogo, de la schiena scossi

di Gerïon, trovammoci; e ‘l poeta

tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.

A la man destra vidi nova pieta,

novo tormento e novi frustatori,

di che la prima bolgia era repleta.

Nel fondo erano ignudi i peccatori;

dal mezzo in qua ci venien verso ‘l volto,

di là con noi, ma con passi maggiori,

come i Roman per l’essercito molto,

l’anno del giubileo, su per lo ponte

hanno a passar la gente modo colto,

che da l’un lato tutti hanno la fronte

verso ‘l castello e vanno a Santo Pietro,

da l’altra sponda vanno verso ‘l monte.

Di qua, di là, su per lo sasso tetro

vidi demon cornuti con gran ferze,

che li battien crudelmente di retro.

Ahi come facean lor levare le berze

a le prime percosse! già nessuno

le seconde aspettava né le terze.

Mentr’io andava, li occhi miei in uno

furo scontrati; e io sì tosto dissi:

«Già di veder costui non son digiuno».

Per ch’ïo a figurarlo i piedi affissi;

e ‘l dolce duca meco si ristette,

e assentio ch’alquanto in dietro gissi.

E quel frustato celar si credette

bassando ‘l viso; ma poco li valse,

ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette,

se le fazion che porti non sono false,

Venedico se’ tu Caccianemico.

Ma che ti mena a sì pungenti salse?».

Ed elli a me: «Mal volontier lo dico;

ma sforzami la tua chiara favella,

che mi fa sovvenir del mondo antico.

I’ fui colui che la Ghisolabella

condussi a far la voglia del marchese,

come che suoni la sconcia novella.

E non pur io qui piango bolognese;

anzi n’è questo loco tanto pieno,

che tante lingue non son ora apprese

a dicer ‘sipa’ tra Sàvena e Reno;

e se di ciò vuoi fede o testimonio,

rècati a mente il nostro avaro seno».

Così parlando il percosse un demonio

de la sua scurïada, e disse: «Via,

ruffian! qui non son femmine da conio».

I’ mi raggiunsi con la scorta mia;

poscia con pochi passi divenimmo

là ‘v’ uno scoglio de la ripa uscia.

Assai leggeramente quel salimmo;

e vòlti a destra su per la sua scheggia,

da quelle cerchie etterne ci partimmo.

Quando noi fummo là dov’el vaneggia

di sotto per dar passo a li sferzati,

lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia

lo viso in te di quest’altri mal nati,

ai quali ancor non vedesti la faccia

però che son con noi insieme andati».

Del vecchio ponte guardavam la traccia

che venìa verso noi da l’altra banda,

e che la ferza similmente scaccia.

E ‘l buon maestro, sanza mia dimanda,

mi disse: «Guarda quel grande che vene,

e per dolor non par lagrime spanda:

quanto aspetto reale ancor ritene!

Quelli è Iasón, che per cuore e per senno

li Colchi del monton privati féne.

Ello passò per l’isola di Lenno

poi che l’ardite femmine spietate

tutti li maschi loro a morte dienno.

Ivi con segni e con parole ornate

Isifile ingannò, la giovinetta

che prima avea tutte l’altre ingannate.

Lasciolla quivi, gravida, soletta;

tal colpa a tal martiro lui condanna;

e anche di Medea si fa vendetta.

Con lui sen va chi da tal parte inganna;

e questo basti de la prima valle

sapere e di color che ‘n sé assanna».

Già eravam là ‘ve lo stretto calle

con l’argine secondo s’incrocicchia,

e fa di quello ad un altr’arco spalle.

Quindi sentimmo gente che si nicchia

ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,

e sé medesma con le palme picchia.

Le ripe eran grommate d’una muffa,

per l’alito di giù che vi s’appasta,

che con li occhi e col naso facea zuffa.

Lo fondo è cupo sì, che non ci basta

loco a veder sanza montare al dosso

de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.

Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso

vidi gente attuffata in uno sterco

che da li uman privadi parea mosso.

E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,

vidi un col capo sì di merda lordo,

che non parëa s’era laico o cherco.

Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo

di riguardar più me che li altri brutti?».

E io a lui: «Perché, se ben ricordo,

già t’ho veduto coi capelli asciutti,

e se’ Alessio Interminei da Lucca:

però t’adocchio più che li altri tutti».

Ed elli allor, battendosi la zucca:

«Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe

ond’io non ebbi mai la lingua stucca».

Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,

mi disse, «il viso un poco più avante,

sì che la faccia ben con l’occhio attinghe

di quella sozza e scapigliata fante

che là si graffia con l’unghie merdose,

e or s’accoscia e ora è in piedi stante.

Taïde è, la puttana che rispuose

al drudo suo, quando disse “Ho io grazie

grandi apo te?” : “Anzi maravigliose!”.

E quinci sian le nostre viste sazie».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

E or s’accoscia e ora è in piedi stante

18^ canto dell’Inferno.

Taide.

 Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Seconda bolgia. Il poeta sente dire da Virgilio: «Protendi lo sguardo un poco più avanti, così che tu raggiunga esattamente con gli occhi il volto di quell’immonda bagascia con i capelli scompigliati che si graffia là con le unghie sporche di sterco, e una volta si piega sulle cosce abbassandosi e una volta sta dritta. È Taide, la prostituta che replicò al suo ganzo quando disse “Io ho grandi meriti nel tuo animo?” : “E per di più sono meravigliosi!”. E ci basti ciò che abbiamo visto».

Figura della letteratura latina, Taide, posta da Dante nella seconda bolgia di questo cerchio tra gli adulatori, è la protagonista della commedia di Terenzio, Eunuchus. Nella stessa, le frasi che riportiamo sotto, che il poeta parafrasò a modo suo, non furono scambiate tra la prostituta e il suo amante Trasone, ma tra questi e il mezzano Gnatone, al quale il primo chiede se Taide gli sia grata del proprio dono: una schiava.

Quindi la fonte dantesca non fu Terenzio, ma forse Cicerone e il suo De Amicitia (XXVI 98), in cui il dialogo venne riferito come esempio di adulazione senza la citazione degli interlocutori. Nel leggere Cicerone, infatti, era possibile equivocare, come accadde a Dante, che nella replica fosse deputata proprio Taide: “Magnas vero agere gratias Thais mihi? satis erat respondere magnas; ingentes inquit: semper auget adsentator id, quod is cuius ad voluntatem dicitur, vult esse magnum”. In tal caso, infatti, Thais, fungendo da soggetto, poteva essere scambiato facilmente per un vocativo, attribuendo quindi a essa la risposta.

Il Buti, uno dei primi commentatori della Commedia, peraltro menzionò il Liber Esopi di Gualtiero Anglico, dove la favola Taide e il giovane si raccontò per educare le nuove generazioni a non farsi attrarre dagli adulatori. Ciò dimostrava come fosse popolare ai tempi del poeta tale personaggio, e come fosse diventato il simbolo del peccato di adulazione.

@ E OR S’ACCOSCIA E ORA È IN PIEDI STANTE

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Quelli è Iasón, che per cuore e per senno

18^ canto dell’Inferno.

Giasone.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Prima bolgia. Virgilio a Dante: «Guarda quel grande che incede, e non sembra pianga per sofferenza: quanto atteggiamento regale tuttora dà a mostrare a chi lo contempli! Quello è Giasone, che con il coraggio e con il senno privò i Colchi del vello d’oro».

Figura del mito classico, Giasone, collocato dal poeta nella prima bolgia di questo cerchio tra i seduttori, fu il capo della spedizione degli Argonauti. In virtù  della versione più accreditata delle tante leggende che si sono succedute nei secoli, quando il padre Esone, re di Iolco, fu spodestato dal fratellastro Pelia, fu mandato dal centauro Chirone, che lo tenne con sé fino al ventesimo anno di età.

Egli tornò a Iolco con una pelle di pantera sulle spalle, una lancia per mano e un calzare al piede sinistro. Pelia, cui era stato predetto dall’oracolo di fare attenzione a chi portasse un solo calzare, gli promise di restituirgli il regno se avesse conquistato il vello d’oro lasciato da Frisso nella Colchide, custodito dal re Eete e guardato da un drago, con la speranza che sarebbe perito. Così Giasone fece predisporre una lunga nave chiamata Argo e riunì un gruppo di marinai, che dalla nave presero il nome di Argonauti.

Partiti da Iolco, fecero tappa all’isola di Lemno, dove la giovane regina Isifile, la sola donna del luogo a venir meno al patto di uccidere tutti gli uomini per punire la loro infedeltà, per aver salvato il padre Toante dalla morte, s’innamorò di lui, inducendolo a trattenersi sull’isola per qualche tempo. Giasone poi, lasciandola incinta, riprese la lotta verso la Colchide, dove, una volta giunto, sedusse la principessa Medea, esperta di arti magiche, la quale lo aiutò nella buona riuscita dell’impresa.

Ritornato in patria, s’impadronì del regno, portando con sé Medea. Secondo la gran parte dei commentatori della Commedia, antichi e moderni, il poeta collocò l’eroe greco nella bolgia di cui si accenna all’inizio, influenzato dalla cattiva fama di fraudolenza, che ai suoi tempi riguardava i Greci in generale, per aver sedotta e abbandonata Isifile, pur tributandogli i giusti meriti, per bocca di Virgilio.

@ QUELLI È IASÓN, CHE PER CUORE E PER SENNO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Venedico se’ tu Caccianemico

18^ canto dell’Inferno.

Venedico Caccianemico.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Prima bolgia. Il poeta a Venedico Caccianemico: «O tu che volgi l’occhio a terra, se le fattezze che mostri non sono ingannevoli, sei Venedico Caccianemico. Ma che cosa ti fa arrivare a pene così aspre?».

Venedico Caccianemico, posto da Dante nella prima bolgia di questo cerchio tra i ruffiani, nacque a Bologna intorno al 1228. Fin da giovane egli affiancò il padre Alberto Caccianemico dell’Orso, della fazione guelfa, nelle lotte civili che tormentarono a lungo la vita politica cittadina. Vinti i nemici Lambertazzi nel 1274, ne fece esiliare i capi, favorendo le velleità espansionistiche su Bologna degli Este, signori di Ferrara.

Astuto e ardimentoso, fu chiamato al governo di molte città, sia come podestà sia come capitano del popolo a Imola, Modena, Milano e Pistoia, e nel 1287 e nel 1289 fu esiliato, per la sua posizione ambigua nel continuo gioco delle alleanze. Nel 1297 divenne capo della sua casata, alla morte del padre. Esiliato ancora nel 1301, l’anno seguente morì nella sua città, sebbene il poeta lo credette morto prima del 1300.

@ VENEDICO SE’ TU CACCIANEMICO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

17^ canto dell’Inferno.

(Canto XVII, nel quale si tratta del discendimento nel luogo detto Malebolge, che è l’ottavo cerchio de l’inferno; ancora fa proemio alquanto di quelli che sono nel settimo circulo; e quivi si truova il demonio Gerione sopra ‘l quale passaro il fiume; e quivi parlò Dante ad alcuni prestatori e usurai del settimo cerchio.)

«Ecco la fiera con la coda aguzza,

che passa i monti e rompe i muri e l’armi!

Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!».

Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;

e accennolle che venisse a proda,

vicino al fin d’i passeggiati marmi.

E quella sozza imagine di froda

sen venne, e arrivò la testa e ‘l busto,

ma ‘n su la riva non trasse la coda.

La faccia sua era faccia d’uom giusto,

tanto benigna avea di fuor la pelle,

e d’un serpente tutto l’altro fusto;

due branche avea pilose insin l’ascelle;

lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste

dipinti avea di nodi e di rotelle.

Con più color, sommesse e sovraposte

non fer mai drappi Tartari né Turchi,

né fuor tai tele per Aragne imposte.

Come talvolta stanno a riva i burchi,

che parte sono in acqua e parte in terra,

e come là tra li Tedeschi lurchi

lo bivero s’assetta a far sua guerra,

così la fiera pessima si stava

su l’orlo ch’è di pietra e ‘l sabbion serra.

Nel vano tutta sua coda guizzava,

torcendo in sù la venenosa forca

ch’a guisa di scorpion la punta armava.

Lo duca disse: «Or convien che si torca

la nostra via un poco insino a quella

bestia malvagia che colà si corca».

Però scendemmo a la destra mammella,

e diece passi femmo in su lo stremo,

per ben cessar la rena e la fiammella.

E quando noi a lei venuti semo,

poco più oltre veggio in su la rena

gente seder propinqua al loco scemo.

Quivi ‘l maestro «Acciò che tutta piena

esperïenza d’esto giron porti»,

mi disse, «va, e vedi la lor mena.

Li tuoi ragionamenti sian là corti;

mentre che torni, parlerò con questa,

che ne conceda i suoi omeri forti».

Così ancor su per la strema testa

di quel settimo cerchio tutto solo

andai, dove sedea la gente mesta.

Per li occhi fora scoppiava lor duolo;

di qua, di là soccorrien con le mani

quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:

non altrimenti fan di state i cani

or col ceffo or col piè, quando son morsi

o da pulci o da mosche o da tafani.

Poi che nel viso a certi li occhi porsi,

ne’ quali ‘l doloroso foco casca,

non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi

che dal collo a ciascun pendea una tasca

ch’avea certo colore e certo segno,

e quindi par che ‘l loro occhio si pasca.

E com’io riguardando tra lor vegno,

in una borsa gialla vidi azzurro

che d’un leone avea faccia e contegno.

Poi, procedendo di mio sguardo il curro,

vidine un’altra come sangue rossa,

mostrando un’oca bianca più che burro.

E un che d’una scrofa azzurra e grossa

segnato avea lo suo sacchetto bianco,

mi disse: «Che fai tu in questa fossa?

Or te ne va; e perché se’ vivo anco,

sappi che ‘l mio vicin Vitalïano

sederà qui dal mio sinistro fianco.

Con questi Fiorentin son padoano:

spesse fïate mi ‘ntronan li orecchi

gridando: “Vegna ‘l cavalier sovrano,

che recherà la tasca con tre becchi!”».

Qui distorse la bocca e di fuor trasse

la lingua, come bue che ‘l naso lecchi.

E io, temendo no ‘l più star crucciasse

lui che di poco star m’avea ‘mmonito,

torna’mi in dietro da l’anime lasse.

Trova’ il duca mio ch’era salito

già su la groppa del fiero animale,

e disse a me: «Or sie forte e ardito.

Omai si scende per sì fatte scale;

monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,

sì che la coda non possa far male».

Qual è colui che sì presso ha ‘l riprezzo

de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,

e triema tutto pur guardando ‘l rezzo,

tal divenn’io a le parole porte;

ma vergogna mi fé le sue minacce,

che innanzi a buon segnor fa servo forte.

I’ m’assettai in su quelle spallacce;

sì volli dir, ma la voce non venne

com’io credetti: «Fa che tu m’abbracce».

Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne

ad altro forse, tosto ch’i’ montai

con le braccia m’avvinse e mi sostenne;

e disse: «Gerïon, moviti omai:

le rote larghe, e lo scender sia poco;

pensa la nova soma che tu hai».

Come la navicella esce di loco

in dietro in dietro, sì quindi si tolse;

e poi ch’al tutto si sentì a gioco,

là ‘v’era ‘l petto, la coda rivolse,

e quella tesa, come anguilla, mosse,

e con le branche l’aere a sé raccolse.

Maggior paura non credo che fosse

quando Fetonte abbandonò li freni,

per che ‘l ciel, come pare ancor, si cosse;

né quando Icaro misero le reni

sentì spennar per la scaldata cera,

gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,

che fu la mia, quando vidi ch’i’ era

ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta

ogne veduta fuor che de la fera.

Ella sen va notando lenta lenta;

rota e discende, ma non me n’accorgo

se non che al viso e di sotto mi venta.

Io sentia già da la man destra il gorgo

far sotto noi un orribile scroscio,

per che con li occhi ‘n giù la testa sporgo.

Allor fu’ io più timido a lo stoscio,

però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;

ond’io tremando tutto mi raccoscio.

E vidi poi, ché nol vedea davanti,

lo scendere e ‘l girar per li gran mali

che s’appressavan da diversi canti.

Come ‘l falcon ch’è stato assai su l’ali,

che sanza veder logoro o uccello

fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,

discende lasso onde si move isnello,

per cento rote, e da lunge si pone

dal suo maestro, disdegnoso e fello;

così ne puose al fondo Gerïone

al piè al piè de la stagliata rocca,

e, discarcate le nostre persone,

si dileguò come da corda cocca.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

 

E un che d’una scrofa azzurra e grossa

17^ canto dell’Inferno.

Rinaldo degli Scrovegni.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Il poeta sente dire da Rinaldo degli Scrovegni: «Tu che cosa fai in questa cavità? Ora vattene; e poiché sei ancora vivo, sappi che il mio concittadino Vitaliano starà seduto qui dal mio lato sinistro. Sono padovano con questi Fiorentini: spesso mi offendono l’udito gridando: “Venga il grande cavaliere, che porterà la borsa con tre capri!”».

Rinaldo degli Scrovegni, collocato da Dante nel terzo girone di questo cerchio tra gli usurai, fu il capostipite dell’omonima famiglia padovana, ed ebbe la capacità di imporsi sfruttando con sagacia le propizie condizioni economiche offerte dallo sviluppo dei commerci del XIII^ secolo.

Avveduto curatore dei propri averi, li impiegò sempre con frutto in prestiti e terreni dapprima scelti con oculatezza, in relazione con i luoghi in cui poté godere delle decime ecclesiastiche. Infatti, nel 1268 fu esattore per il vescovo di Padova delle decime di Montecchio e dei borghi vicini. Dal 1290 non si ebbero più sue notizie certe, quindi è presumibile che sia morto entro quella data.

Così, mentre il poeta lo immortalava quale simbolo della borghesia mercantile in ascesa che si andava arricchendo con l’usura, il figlio Arrigo commissionava a Giotto l’affresco, realizzato tra il 1303 e il 1305, della cappella di Santa Maria della Carità a Padova, vero e proprio capolavoro dell’arte italiana.

@ E UN CHE D’UNA SCROFA AZZURRA E GROSSA

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

 

Li tuoi ragionamenti là sian corti

17^ canto dell’Inferno.

Gli usurai.

Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Virgilio a Dante: «Acciocché ti porti via una cognizione totale e piena di questo girone, va’, e vedi la loro condizione. Là il tuo dialogo sia di breve durata; fino a quando ritorni, converserò con questa, affinché ci presti le sue spalle robuste».

Gli usurai, collocati dal poeta nel terzo girone di questo cerchio, si macchiarono di uno dei peccati a lui più invisi. Costoro sono rappresentati raccolti sulla sabbia rovente, e manifestano il loro dolore attraverso copiose lacrime, mentre agitano di continuo le mani, illudendosi di potersi difendere dalla pioggia di fuoco. Portano al collo una borsa con lo stemma nobiliare della famiglia, sulla quale il loro guardo si fissa con cupidigia, e questo stemma, rappresentando il simbolo del loro mestiere, testimonia nello stesso tempo il loro bieco attaccamento al denaro.

Su di loro il Getto si espresse in tal modo: “Le mani che Dio attraverso la natura ha voluto strumenti di lavoro, di quell’arte che gli usurai hanno bestemmiato, rimaste inerti in vita, sono condannate nell’eternità, per stupendo contrappasso, ad agitarsi in una vana difesa: un agitarsi in cui è perduta la dignità miracolosa prerogativa, di trasformatrice del mondo e di suggellatrice, nell’arte, di nuovi mondi”.

Come detto sopra, costoro sono da Dante considerati con disprezzo estremo, il quale viene mostrato nella loro connotazione prettamente animalesca, per mezzo di raffigurazioni riguardanti animali come il leone, l’oca, la scrofa e i capri sulle loro borse di diversi colori. Da ultimo, un particolare di non secondaria importanza: questi dannati sono quasi tutti cittadini di Firenze.

@ LI TUOI RAGIONAMENTI LÀ SIAN CORTI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!

17^ canto dell’Inferno.

Gerione.




Nel settimo cerchio dell’Inferno. Terzo girone. Virgilio al poeta: «Ecco la belva con la coda appuntita, che valica le catene montuose e distrugge i muri e le difese! Ecco colei che corrompe e guasta tutti!».

Figura del mito classico, Gerione, posto da Dante nel terzo girone di questo cerchio, era costituito da tre corpi smisurati congiunti nell’addome. Fu vinto da Ercole in una delle sue memorabili fatiche, e una leggenda, ripresa da Boccaccio, raccontava che egli riceveva gli ospiti con benevolenza, e poi rubava i loro beni e li sopprimeva.

Il poeta lo immaginò, invece che con tre corpi, con tre nature: un essere umano nella faccia, un leone nelle zampe artigliate e un serpente nel resto del corpo, con una coda biforcuta come le pinze dello scorpione.

Virgilio ne parlò nell’Eneide; lo mise, infatti, nel vestibolo dell’Ade, insieme ad altre creature mostruose come lui, come la Chimera, i Centauri, le Gorgoni, l’Idra di Lerna, le Arpie e Briareo.

Il mostro ricreato dalla fantasia dantesca sembrò discendere dal drago dell’Apocalisse, il quale fu sicuramente una raffigurazione del serpente biblico. In esso furono riunite le caratteristiche delle locuste, di cui si parlava sempre nell’Apocalisse, e del Leviatano, il drago marino che Giobbe catturò negli abissi marini e poi legò con una fune.

@ ECCO COLEI CHE TUTTO ‘L MONDO APPUZZA!

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

 

16^ canto dell’Inferno.

(Canto XVI, ove tratta di quello medesimo girone e di quello medesimo cerchio e di quello medesimo peccato.)

Già era in loco onde s’udia ‘l rimbombo

de l’acqua che cadea ne l’altro giro,

simile a quel che l’arnie fanno rombo,

quando tre ombre insieme si partiro,

correndo, d’una torma che passava

sotto la pioggia de l’aspro martiro.

Venian ver’ noi, e ciascuna gridava:

«Sòstati tu ch’a l’abito ne sembri

essere alcun di nostra terra prava».

Ahimè, che piaghe vidi ne’ lor membri,

ricenti e vecchie, da le fiamme incese!

Ancor men duol pur ch’i’ me ne rimembri.

A le lor grida il mio dottor s’attese;

volse ‘l viso ver’ me, e «Or aspetta»,

disse, «a costor si vuole esser cortese.

E se non fosse il foco che saetta

la natura del loco, i’ dicerei

che meglio stesse a te che a lor la fretta».

Ricominciar, come noi restammo, ei

l’antico verso; e quando a noi fuor giunti,

fenno una rota di sé tutti e trei.

Qual sogliono i campion far nudi e unti,

avvisando lor presa e lor vantaggio,

prima che sien tra lor battuti e punti,

così rotando, ciascuno il visaggio

drizzava a me, sì che ‘n contraro il collo

faceva ai piè continüo vïaggio.

E «Se miseria d’esto loco sollo

rende in dispetto noi e nostri prieghi»,

cominciò l’uno, «e ‘l tinto aspetto e brollo,

la fama nostra il tuo animo pieghi

a dirne chi tu se’, che i vivi piedi

così sicuro per lo ‘nferno freghi.

Questi, l’orme di cui pestar mi vedi,

tutto che nudo e dipelato vada,

fu di grado maggior che tu non credi:

nepote fu de la buona Gualdrada;

Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita

fece col senno assai e con la spada.

L’altro, ch’appresso me la rena trita,

è Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce

nel mondo sù dovria esser gradita.

E io, che posto son con loro in croce,

Iacopo Rusticucci fui, e certo

la fiera moglie più ch’altro mi nuoce».

S’i’ fossi stato dal foco coperto,

gittato mi sarei tra lor di sotto,

e credo che ‘l dottor l’avria sofferto;

ma perch’io mi sarei brusciato e cotto,

vinse paura la mia buona voglia

che di loro abbracciar mi facea ghiotto.

Poi cominciai: «Non dispetto, ma doglia

la vostra condizion dentro mi fisse,

tanta che tardi tutta si dispoglia,

tosto che questo mio segnor mi disse

parole per le quali i’ mi pensai

che qual voi siete, tal gente venisse.

Di vostra terra sono, e sempre mai

l’ovra di voi e li onorati nomi

con affezion ritrassi e ascoltai.

Lascio lo fele e vo per dolci pomi

promessi a me per lo verace duca;

ma ‘nfino al centro pria convien ch’i’ tomi».

«Se lungamente l’anima conduca

le membra tue», rispuose quelli ancora,

«e se la fama tua dopo te luca,

cortesia e valor dì se dimora

ne la nostra città sì come suole,

o se del tutto se n’è gita fora;

ché Guiglielmo Borsiere, il qual si duole

con noi per poco e va là coi compagni,

assai ne cruccia con le sue parole».

«La gente nuova e i sùbiti guadagni

orgoglio e dismisura han generata,

Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni».

Così gridai con la faccia levata;

e i tre, che ciò inteser per risposta,

guardar l’un l’altro com’al ver si guata.

«Se l’altre volte sì poco ti costa»,

rispuoser tutti, «il satisfare altrui,

felice te se sì parli a tua posta!

Però, se campi d’esti luoghi bui

e torni a riveder le belle stelle,

quando ti gioverà dicere “I’ fui”,

fa che di noi a la gente favelle».

Indi rupper la rota, e a fuggirsi

ali sembiar le gambe loro isnelle.

Un amen non saria possuto dirsi

tosto così com’e’ fuoro spariti;

per ch’al maestro parve di partirsi.

Io lo seguiva, e poco eravam iti,

che ‘l suon de l’acqua n’era sì vicino,

che per parlar saremmo a pena uditi.

Come quel fiume c’ha proprio cammino

prima dal Monte Viso ‘nver’ levante,

da la sinistra costa d’Apennino,

che si chiama Acquacheta suso, avante

che si divalli giù nel basso letto,

e a Forlì di quel nome è vacante,

rimbomba là sovra San Benedetto

de l’Alpe per cadere ad una scesa

ove dovea per mille esser recetto;

così, giù d’una ripa discoscesa,

trovammo risonar quell’acqua tinta,

sì che ‘n poc’ora avria l’orecchia offesa.

Io avea una corda intorno cinta,

e con essa pensai alcuna volta

prender la lonza a la pelle dipinta.

Poscia ch’io l’ebbi tutta da me sciolta,

sì come ‘l duca m’avea comandato,

porsila a lui aggroppata e ravvolta.

Ond’ei si volse inver’ lo destro lato,

e alquanto di lunge da la sponda

la gittò giuso in quell’alto burrato.

«E’ pur convien che novità risponda»,

dicea fra me medesmo, «al novo cenno

che ‘l maestro con l’occhio sì seconda».

Ahi quanto cauti li uomini esser dienno

presso a color che non veggion pur l’ovra,

ma per entro i pensier miran col senno!

El disse a me: «Tosto verrà di sovra

ciò ch’io attendo e che il tuo pensier sogna;

tosto convien ch’al tuo viso si scovra».

Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna

de’ l’uom chiuder le labbra fin ch’el puote,

però che sanza colpa fa vergogna;

ma qui tacer nol posso; e per le note

di questa comedìa, lettor, ti giuro,

s’elle non sien di lunga grazia vòte,

ch’i’ vidi per quell’aere grosso e scuro

venir notando una figura in suso,

maravigliosa ad ogne cor sicuro,

sì come torna colui che va giuso

talora a solver l’àncora ch’aggrappa

o scoglio o altro che nel mare è chiuso,

che ‘n sù si stende e da piè si rattrappa.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67