Quel peccator, forbendola a’ capelli

33^ canto dell’Inferno.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Seconda zona, l’Antenora. Il poeta narra: “Quel peccatore sollevò la bocca dal pasto bestiale, pulendola ai capelli della testa di cui egli aveva fatto scempio dalla parte posteriore”.

Ugolino della Gherardesca, conte di Donoratico, collocato da Dante nella seconda zona di questo cerchio tra i traditori della patria, nato nella prima metà del 1200 da una nobile famiglia ghibellina di Pisa, proprietaria di vaste proprietà feudali nella Maremma Pisana e in Sardegna, si accordò con il genero Giovanni Visconti nel 1275 per far vincere a Pisa i Guelfi. Scoperta la cospirazione, fu subito esiliato, ma rientrò in città l’anno dopo, in breve acquistando una grande autorità.

Dopo la sconfitta dei Pisani nella battaglia della Meloria nel 1284, resse la signoria del comune come podestà. Fu in quel momento che, per rompere la lega stretta contro Pisa da Genova, Firenze e Lucca, cedette ai Lucchesi i castelli di Bientina, Ripafratta e Viareggio, e ai Fiorentini quelli di Fucecchio, S. Maria in Monte, Castelfranco e Montecalvoli.

“Sottratto in tal modo il comune ai pericoli più urgenti”, scriveva il Sapegno, “rafforzò la signoria, associandosi nel governo il nipote Ugolino Visconti (1285). Nel giugno del 1288, però la parte ghibellina insorse sotto la guida dellʼarcivescovo Ruggieri degli Ubaldini e delle famiglie dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi”.

Ugolino fu rinchiuso nella torre dei Gualandi, con i due figli e i due nipoti, e, dopo alcuni mesi di prigionia, cominciata nel luglio del 1288, tutti e cinque furono lasciati morire di fame. Era il marzo del 1289. Scriveva ancora il Sapegno: “La storia di Ugolino della Gherardesca, che racconta come fosse lasciato morire di fame coi figli e i nipoti per ordine dell’arcivescovo Ruggieri, dopo che nobili e il popolo di Pisa s’eran ribellati alla sua signoria, e minutamente rievoca ad uno ad uno i giorni e le ore di quel terribile supplizio, è una delle pagine più famose, e delle più umane, di tutto il poema”.

@ QUEL PECCATOR, FORBENDOLA A’ CAPELLI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

32^ canto dell’Inferno.

(Canto XXXII, nel quale tratta de’ traditori di loro schiatta e di traditori de la loro patria, che sono nel pozzo de l’inferno.)

S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,

come si converrebbe al tristo buco

sovra ‘l qual pontan tutte l’altre rocce,

io premerei di mio concetto il suco

più pienamente; ma perch’io non l’abbo,

non sanza tema a dicer mi conduco;

ché non è impresa da pigliare a gabbo

discriver fondo a tutto l’universo,

né da lingua che chiami mamma o babbo.

Ma quelle donne aiutino il mio verso

ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,

sì che dal fatto il dir non sia diverso.

Oh sovra tutte mal creata plebe

che stai nel loco onde parlare è duro,

mei foste state qui pecore o zebe!

Come noi fummo giù nel pozzo scuro

sotto i piè del gigante assai più bassi,

e io mirava ancora a l’alto muro,

dicere udi’mi: «Guarda come passi:

va sì, che tu non calchi con le piante

le teste de’ fratei miseri lassi».

Per ch’io mi volsi, e vidimi davante

e sotto i piedi un lago che per gelo

avea di vetro e non d’acqua sembiante.

Non fece al corso suo sì grosso velo

di verno la Danoia in Osterlicchi,

né Tanaï là sotto ‘l freddo cielo,

com’era quivi; che se Tambernicchi

vi fosse sù caduto, o Pietrapana,

non avria pur da l’orlo fatto cricchi.

E come a gracidar si sta la rana

col muso fuor de l’acqua, quando sogna

di spigolar sovente la villana,

livide, insin là dove appar vergogna

eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,

mettendo i denti in nota di cicogna.

Ognuna in giù tenea volta la faccia;

da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo

tra lor testimonianza si procaccia.

Quand’io m’ebbi dintorno alquanto visto,

volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,

che ‘l pel del capo avieno insieme misto.

«Ditemi, voi che sì strignete i petti»,

diss’io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;

e poi ch’ebber li visi a me eretti,

li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,

gocciar su per le labbra, e ‘l gelo strinse

le lagrime tra essi e riserrolli.

Con legno legno spranga mai non cinse

forte così; ond’ei come due becchi

cozzaro insieme, tanta ira li vinse.

E un ch’avea perduti ambo li orecchi

per la freddura, pur col viso in giùe,

disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?

Se vuoi saper chi son cotesti due,

la valle onde Bisenzo si dichina

del padre loro Alberto e di lor fue.

D’un corpo usciro; e tutta la Caina

potrai cercare, e non troverai ombra

degna più d’esser fitta in gelatina:

non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra

con esso un colpo per la man d’Artù;

non Focaccia; non questi che m’ingombra

col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,

e fu nomato Sassol Mascheroni;

se tosco se’, ben sai omai chi fu.

E perché non mi metti in più sermoni,

sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;

e aspetto Carlin che mi scagioni».

Poscia vid’io mille visi cagnazzi

fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,

e verrà sempre, de’ gelati guazzi.

E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo

al quale ogne gravezza si rauna,

e io tremava ne l’etterno rezzo;

se voler fu o destino o fortuna,

non so; ma, passeggiando tra le teste,

forte percossi ‘l piè nel viso ad una.

Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?

se tu non vieni a crescer la vendetta

di Montaperti, perché mi moleste?».

E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta,

sì ch’io esca d’un dubbio per costui;

poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».

Lo duca stette, e io dissi a colui

che bestemmiava duramente ancora:

«Qual se’ tu che così rampogni altrui?».

«Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,

percotendo», rispuose, «altrui le gote,

sì che, se fossi vivo, troppo fora?».

«Vivo son io, e caro esser ti puote»,

fu mia risposta, «se dimandi fama,

ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».

Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.

Lèvati quinci e non mi dar più lagna,

ché mal sai lusingar per questa lama!».

Allor lo presi per la cuticagna

e dissi: «El converrà che tu ti nomi,

o che capel qui sù non ti rimagna».

Ond’elli a me: «Perché tu mi dischiomi,

né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti

se mille fiate in sul capo mi tomi».

Io avea già i capelli in mano avvolti,

e tratti glien’avea più d’una ciocca,

latrando lui con li occhi giù raccolti,

quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?

non ti basta sonar con le mascelle,

se tu non latri? qual diavol ti tocca?».

«Omai», diss’io, «non vo’ che più favelle,

malvagio traditor; ch’a la tua onta

io porterò di te vere novelle».

«Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;

ma non tacer, se tu di qua entro eschi,

di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.

El piange qui l’argento de’ Franceschi:

“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera

là dove i peccatori stanno freschi”.

Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,

tu hai dallato quel di Beccheria

di cui segò Fiorenza la gorgiera.

Gianni de’ Soldanier credo che sia

più là con Ganellone e Tebaldello,

ch’aprì Faenza quando si dormia».

Noi eravam partiti già da ello,

ch’io vidi due ghiacciati in una buca,

sì che l’un capo a l’altro era cappello;

e come ‘l pan per fame si manduca,

così ‘l sovran li denti a l’altro pose

là ‘ve ‘l cervel s’aggiugne con la nuca:

non altrimenti Tidëo si rose

le tempie a Menalippo per disdegno,

che quei faceva il teschio e l’altre cose.

«O tu che mostri per sì bestial segno

odio sovra colui che tu ti mangi,

dimmi ‘l perché», diss’io, «per tal convegno,

che se tu a ragion di lui ti piangi,

sappiendo chi voi siete e la sua pecca,

nel mondo suso ancora io te ne cangi,

se quella con ch’io parlo non si secca».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti

32^ canto dell’Inferno.

Bocca degli Abati.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Seconda zona, l’Antenora. Il poeta sente dire da Bocca degli Abati: «Per quanto tu mi strappi i capelli, né ti dirò chi io sia, né te lo farò conoscere neppure con un cenno anche se tu mi salti mille volte sul capo».

Bocca degli Abati, posto da Dante nella seconda zona di questo cerchio tra i traditori della patria, fu un nobile fiorentino di parte guelfa che, in quanto membro eminente di questa fazione politica, partecipò alla battaglia di Montaperti il 4 settembre 1260 contro i ghibellini senesi, alleati dei fuoriusciti fiorentini guidati da Farinata degli Uberti e dei cavalieri inviati da Manfredi di Svevia.

Raccontò il Villani (VI 78), a proposito della partecipazione di tale personaggio a questa battaglia: “e come la schiera de’ Tedeschi rovinosamente percosse la schiera de’ cavalieri de’ Fiorentini ov’era la ‘nsegna della cavalleria del comune, la quale portava messer Iacopo del Nacca della casa de’ Pazzi di Firenze, uomo di grande valore, il traditore di messer Bocca degli Abati, ch’era in sua schiera e presso di lui, colla spada fedì il detto messer Iacopo e tagliogli la mano colla quale tenea la detta insegna, e ivi fu morto di presente. E ciò fatto, la cavalleria e ‘l popolo veggendo abbattuta l’insegna, e così traditi da’ loro, e da’ Tedeschi sì forte assaliti, in poco d’ora si misono in isconfitta”.

Durante gli anni seguenti di governo ghibellino, Bocca degli Abati collaborò con i vincitori. Ma dopo la rivincita guelfa nel 1266, fu bandito. Morì prima del 1300. Scriveva il Sapegno: “Più ancora delle conseguenze del gesto di Bocca, in quanto lo toccavano personalmente come cittadino, e come uomo, a Dante doveva parer particolarmente odiosa la turpitudine del gesto in sé: da ogni pagina di questi due canti, XXXII e XXXIII, deve scaturire risoluta la condanna, non già di questa o quella parte politica, ma dei metodi e delle forme di tutta la politica dell’età comunale, vista e giudicata nel suo complesso”.

Il personaggio di Bocca degli Abati, tutto sommato, è rivestito suo malgrado di un’angosciosa nota di umanità, “sebbene di una protervia che dà anche al dolore qualcosa di bestiale”, notava il Grabher, in quanto, nel prosieguo del concitato dialogo tra lui e il poeta, la circostanza che egli si opponga alla legittima curiosità del secondo di sapere chi sia (Dante ne ha piena conferma dall’intervento di un altro dannato, che rimbrotta il vicino chiamandolo per nome), rivela da ultimo la consapevolezza della sua vergogna.

@ NÉ TI DIRÒ CH’IO SIA, NÉ MOSTERROLTI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

Sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi

32^ canto dell’Inferno.

Camicione de’ Pazzi.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Prima zona, la Caina. Camicione de’ Pazzi a Dante: «E affinché tu non mi costringa a parlare ancora, sappi che fui Camicione de’ Pazzi; e attendo Carlino che farà apparire meno grave la mia colpa».

Camicione de’ Pazzi, collocato dal poeta nella prima zona di questo cerchio tra i traditori dei parenti, fu ritenuto colpevole dell’omicidio di un suo congiunto, tale Ubertino. Non si ha notizia di fatti sicuri che lo riguardino, tranne che in un documento viene citato tale Betto “quondam Guccii Dom. Uberti Camiscioni”, e che un suo nipote partecipò al convegno di San Godenzo insieme a Dante.

Il quale, va da sé, non poté non renderlo uno dei dannati confitti nel ghiaccio di Cocito, precisamente nella Caina, la zona riservata ai traditori dei parenti. Camicione prima spiega al poeta chi siano le due ombre nel ghiaccio con lui, congiunte insieme e che cozzano con le teste l’una con l’altra (Aleandro e Napoleone degli Alberti), nonché gli indica altri compagni di sorte vicini (Mordret, figlio del re Artù, la cui storia leggendaria fa parte del ciclo della Tavola Rotonda, il pistoiese Vanni de’ Cancellieri, detto Focaccia, efferato uccisore di parenti, addirittura del padre, come sostenuto dal Bambaglioli e dal figlio di Dante, Pietro, tra i primi commentatori della Commedia, e il fiorentino Sassolo Mascheroni, che uccise a tradimento un bambino, figlio di suo zio, per poter vantare diritti ereditari), poi si presenta dicendo il proprio nome, come riportato in apertura, e da ultimo lancia una frecciata diretta a un suo congiunto, tale Carlino (anche lui un de’ Pazzi, che sarà destinato alla seconda zona di Cocito, l’Antenora, dimora dei traditori della patria).

Su questo personaggio si espresse a suo tempo il Momigliano: “Parla con un piglio sgarbato, spavaldo, testardo, uguale dal principio alla fine, con frasi asimmetriche come la sua faccia dalle orecchie mozze mulescamente puntata verso il ghiaccio, ora fluenti in versi rapidi, ora chiuse in versi troncati a mezzo o bizzarramente ossitoni, tutte suggerite dal cinismo bestiale di chi è oramai incallito nella miseria e nella malignità della propria condizione”.

@ SAPPI CH’I’ FU’ IL CAMISCION DE’ PAZZI

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Se vuoi saper chi son cotesti due

32^ canto dell’Inferno.

Alessandro e Napoleone degli Alberti.

Nel nono cerchio dell’Inferno, Cocito. Prima zona, la Caina. Camicione de’ Pazzi al poeta: «Perché ci fissi con tanta insistenza come se ti specchiassi in noi? Se vuoi sapere chi sono questi due, la valle da cui discende il Bisenzio fu del loro padre Alberto e di loro. Nacquero dalla stessa madre; e potrai esplorare tutta la Caina, e non troverai un’ombra più meritevole di essere confitta nel ghiaccio».

Alessandro e Napoleone degli Alberti, posti da Dante nella prima zona di questo cerchio tra i traditori dei parenti, furono figli di Alberto degli Alberti, dei conti di Vernio e di Mangona, famiglia padrona di alcuni castelli nella Val di Bisenzio e nella Val di Sieve. L’Anonimo fiorentino, tra i primi commentatori della Commedia, su di loro scrisse: “furono di sì perverso animo che, per torre l’uno all’altro le fortezze che avevano…, vennono a tanta ira e a tanta malvagità d’animo, che l’uno uccise l’altro, e così insieme morirono”.

L’odio reciproco era sì dovuto a ragioni politiche, essendo guelfo Alessandro e ghibellino Napoleone, ma soprattutto dipendeva da mere ragioni di interesse, relative alla divisione dell’eredità del padre. Chiosava il Sapegno a tal proposito: “Napoleone, a cui il padre aveva lasciato solo la decima parte dei suoi beni, già prima del 1259 s’era preso con la violenza parte del retaggio spettante ai fratelli, ma era stato costretto, per l’intervento del comune fiorentino, a restituire il castello di Mangona”.

Circa venti anni dopo, nel 1279, il cardinal Latino convinse i due fratelli a riappacificarsi, ma il suo intervento non servì a molto. Infatti, la contesa tra loro divenne ancora più aspra, fino a raggiungere il suo naturale epilogo. Dopo essere stato estromesso con l’inganno dai possedimenti della Val di Bisenzio ad opera di Napoleone, Alessandro assalì costui a tradimento e durante la lotta i due si uccisero vicendevolmente. Il fatto ebbe grande risonanza a Firenze ed è databile tra il 1282 e il 1286, dunque quando Dante era giovane. Peraltro, il duplice fratricidio non bastò a placare gli animi nella famiglia. Infatti, poco dopo, Orso, figlio di Napoleone, fu ucciso da Alberto, figlio di Alessandro.

@ SE VUOI SAPER CHI SON COTESTI DUE

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Natalino Sapegno, La Nuova Italia Editrice 1968, 2^ edizione ricomposta

31^ canto dell’Inferno.

(Canto XXXI, ove tratta de’ giganti che guardano il pozzo de l’inferno, ed è il nono cerchio.)

Una medesma lingua pria mi morse,

sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,

e poi la medicina mi riporse;

così od’io che solea far la lancia

d’Achille e del suo padre esser cagione

prima di trista e poi di buona mancia.

Noi demmo il dosso al misero vallone

su per la ripa che ‘l cinge dintorno,

attraversando sanza alcun sermone.

Quiv’era men che notte e men che giorno,

sì che ‘l viso m’andava innanzi poco;

ma io senti’ sonare un alto corno,

tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,

che, contra sé la sua via seguitando,

dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.

Dopo la dolorosa rotta, quando

Carlo Magno perdé la santa gesta,

non sonò sì terribilmente Orlando.

Poco portäi in là volta la testa,

che me parve veder molte alte torri;

ond’io: «Maestro, dì, che terra è questa?».

Ed elli a me: «Però che tu trascorri

per le tenebre troppo da la lungi,

avvien che poi nel maginare abborri.

Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,

quanto ‘l senso s’inganna di lontano;

però alquanto più te stesso pungi».

Poi caramente mi prese per mano

e disse: «Pria che noi siam più avanti,

acciò che ‘l fatto men ti paia strano,

sappi che non son torri, ma giganti,

e son nel pozzo intorno da la ripa

da l’umbilico in giuso tutti quanti».

Come quando la nebbia si dissipa,

lo sguardo a poco a poco raffigura

ciò che cela ‘l vapor che l’aere stipa,

così forando l’aura grossa e scura,

più e più appressando ver’ la sponda,

fuggiemi errore e crescémi paura;

però che, come su la cerchia tonda

Monteriggion di torri si corona,

così la proda che ‘l pozzo circonda

torreggiavan di mezza la persona

li orribili giganti, cui minaccia

Giove del cielo ancora quando tuona.

E io scorgeva già d’alcun la faccia,

le spalle e ‘l petto e del ventre gran parte,

e per le coste giù ambo le braccia.

Natura certo, quando lasciò l’arte

di sì fatti animali, assai fé bene

per tòrre tali essecutori a Marte.

E s’ella d’elefanti e di balene

non si pente, chi guarda sottilmente,

più giusta e più discreta la ne tene;

ché dove l’argomento de la mente

s’aggiugne al mal volere e a la possa,

nessun riparo vi può far la gente.

La faccia sua mi parea lunga e grossa

come la pina di San Pietro a Roma,

e a sua proporzione eran l’altre ossa;

sì che la ripa, ch’era perizoma

dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto

di sovra, che di giugnere a la chioma

tre Frison s’averien dato mal vanto;

però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi

dal loco in giù dov’omo affibbia ‘l manto.

«Raphèl maì amècche zabì almi»,

cominciò a gridar la fiera bocca,

cui non si convenia più dolci salmi.

E ‘l duca mio ver’ lui: «Anima sciocca,

tienti col corno, e con quel ti disfoga

quand’ira o altra passïon ti tocca!

Cércati al collo, e troverai la soga

che ‘l tien legato, o anima confusa,

e vedi lui che ‘l gran petto ti doga».

Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;

questi è Nembrotto per lo cui mal coto

pur un linguaggio nel mondo non s’usa.

Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;

ché così è a lui ciascun linguaggio

come ‘l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».

Facemmo adunque più lungo vïaggio,

vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro

trovammo l’altro assai più fero e maggio.

A cigner lui qual che fosse ‘l maestro,

non so io dir, ma el tenea soccinto

dinanzi l’altro e dietro il braccio destro

d’una catena che ‘l tenea avvinto

dal collo in giù, sì che ‘n su lo scoperto

si ravvolgëa infino al giro quinto.

«Questo superbo volle esser esperto

di sua potenza contra ‘l sommo Giove»,

disse ‘l mio duca, «ond’elli ha cotal merto.

Fïalte ha nome, e fece le gran prove

quando i giganti fer paura a’ dèi;

le braccia ch’el menò, già mai non move».

E io a lui: «S’esser puote, io vorrei

che de lo smisurato Brïareo

esperïenza avesser li occhi mei».

Ond’ei rispuose: «Tu vedrai Anteo

presso di qui che parla ed è disciolto,

che ne porrà nel fondo d’ogne reo.

Quel che tu vuo’ veder, più là è molto

ed è legato e fatto come questo,

salvo che più feroce par nel volto».

Non fu tremoto già tanto rubesto,

che scotesse una torre così forte,

come Fïalte a scuotersi fu presto.

Allor temett’io più che mai la morte,

e non v’era mestier più che la dotta,

s’io non avessi viste le ritorte.

Noi procedemmo più avante allotta,

e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,

sanza la testa, uscia fuor de la grotta.

«O tu che ne la fortunata valle

che fece Scipïon di gloria reda,

quand’Anibàl co’ suoi diede le spalle,

recasti già mille leon per preda,

e che, se fossi stato a l’alta guerra

de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda

ch’avrebber vinto i figli de la terra:

mettine giù, e non ten vegna schifo,

dove Cocito la freddura serra.

Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:

questi può dar di quel che qui si brama;

però ti china e non torcer lo grifo.

Ancor ti può nel mondo render fama,

ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta

se ‘nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».

Così disse ‘l maestro; e quelli in fretta

le man distese, e prese ‘l duca mio,

ond’Ercule sentì già grande stretta.

Virgilio, quando prender si sentio,

disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;

poi fece sì ch’un fascio era elli e io.

Qual pare a riguardar la Carisenda

sotto ‘l chinato, quando un nuvol vada

sovr’essa sì, ched ella incontro penda:

tal parve Antëo a me che stava a bada

di vederlo chinare, e fu tal ora

ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.

Ma lievemente al fondo che divora

Lucifero con Giuda, ci sposò;

né, sì chinato, lì fece dimora,

e come albero in nave si levò.

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67

Mettine giù, e non ten vegna schifo

31^ canto dell’Inferno.

Anteo.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Lungo l’argine che circonda la decima bolgia. Il poeta sente dire da Virgilio: «O tu che nell’illustre pianura che rese Scipione glorioso, quando Annibale fuggì coi suoi compagni, un tempo portasti come bottino di caccia mille leoni, e che, se avessi preso parte all’ardua battaglia dei tuoi fratelli, ancora si crede che i figli della Terra sarebbero riusciti vincitori: mettici giù, e non avere a sdegno, dove il freddo rigido e intenso stringe in gelo la palude di Cocito».

Figura del mito classico, Anteo, collocato da Dante intorno alla parete del pozzo che circonda il nono cerchio, fu figlio della Terra, che lo aveva generato con Nettuno (per alcuni). Viveva nell’attuale Tunisia, nella valle del Bagrada, vicino a Zama, ed era solito adornare la sua dimora con le teste mozzate dei suoi nemici, fin quando incontrò Ercole, il quale lo stritolò con la forza senza limiti delle sue braccia.

Il poeta descrisse la sua fine nel Convivio (III, III 7-8) come segue: “si legge ne le storie d’Ercule, e ne l’Ovidio Maggiore e in Lucano e in altri poeti, che combattendo con lo gigante che si chiamava Anteo, tutte volte che lo gigante era stanco, e elli ponea lo suo corpo sopra la terra disteso o per sua volontà o per forza d’Ercule, forza e vigore interamente de la terra resurgea, ne la quale e de la quale esso era generato. Di che accorgendosi Ercule, a la fine prese lui; e stringendo quello e levatolo da la terra, tanto lo tenne sanza lasciarlo a la terra ricongiugnere, che lo vinse per soperchio e uccise. E questa battaglia fu in Africa, secondo le testimonianze delle scritture”.

Dai primi commentatori della Commedia in poi si è ritenuto che Dante avesse letto questo racconto nella Farsaglia di Lucano (IV, 593-600), del quale il riferimento sopra riportato non è altro che un riassunto. Lucano, peraltro, affermò che fu una fortuna il fatto che il gigante non poté partecipare alla battaglia di Flegra, combattuta dagli altri giganti contro Giove – di qui, egli non ha le braccia incatenate nel luogo dell’Inferno dove si trova, da cui, previa l’efficace captatio benevolentiae virgiliana citata in apertura, farà approdare i due poeti nel nono cerchio.

@ METTINE GIÙ, E NON TEN VEGNA SCHIFO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Questi è Nembrotto per lo cui mal coto

31^ canto dell’Inferno.

Nembrot.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Lungo l’argine che circonda la decima bolgia. Virgilio a Dante: «Egli stesso si rivela; questi è Nembrot per il cui cattivo pensiero non si parla fra gli uomini soltanto una lingua. Lascialo da parte e non parliamo inutilmente; perché così è per lui ogni lingua come la sua per gli altri, che nessuno intende».

Figura biblica, Nembrot, posto dal poeta intorno alla parete del pozzo che circonda il nono cerchio, fondò Babilonia e, secondo la Genesi (10, 8 e 11, 1-9 ) ne fu il primo monarca, indicato quale robustus venator contram Domino. Questi, figlio di Chus, a sua volta figlio di Cam, volle edificare la torre passata alla storia come Torre di Babele a Sennaar, con lo scopo dichiarato di raggiungere la volta celeste. Ma Dio vanificò questo progetto, confondendo il suo linguaggio e di tutti coloro che presero parte all’opera.

Eroe dei primi tempi dopo il diluvio universale, le prime notizie che si ebbero su di lui furono inserite nella cd. tavola etnografica dei popoli, che derivarono dai figli di Noè. E l’appellativo di “gigante” (da qui la sua presenza voluta da Dante tra i giganti del mito) gli venne attribuito nella versione latina della Bibbia detta Vetus o Antiqua, citata da Sant’Agostino (“hic erat gigans venator contra Dominum Deum“), che lo presentò come esempio inarrivabile di superbia contro Dio.

Il poeta lo aveva citato già nel De Vulgari Eloquentia (I, 7-4) come gigans, e da quel passo fu possibile intravedere gli elementi principali per penetrare nel dato allegorico prefigurato da questo personaggio nei tre episodi in cui poi comparve il suo nome nella Commedia: oltre che nell’Inferno, in Purgatorio e in Paradiso. E tutto ciò fu ritenuto significativo per la verifica della grande conoscenza dantesca sia della tradizione esegetica della Bibbia sia di quella di altre tradizioni di stampo ebraico e musulmano – si legga il Raphèl maì amècche zabì almi gridato da Nembrot alla vista di Dante e Virgilio.

@ QUESTI È NEMBROTTO PER LO CUI MAL COTO

Fonte: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Sappi che non son torri, ma giganti

31^ canto dell’Inferno.

I giganti.

Nell’ottavo cerchio dell’Inferno, Malebolge. Lungo l’argine che circonda la decima bolgia. Virgilio al poeta: «Prima che noi siamo avanzati oltre, affinché la cosa ti sembri meno terrificante, sappi che non sono torri, ma giganti, e sono disposti tutti quanti intorno alla parete del pozzo dall’ombelico in giù».

Figure del mito classico, i giganti, alcuni di essi collocati da Dante intorno alla parete del pozzo che circonda il nono cerchio, furono figli della Terra o Gea, e nati dal sangue di Urano per vendicare i titani trattenuti da Giove nel Tartaro. Dalla forma di uomo e di altezza mirabolante, ricavarono dalla loro immane forza fisica il coraggio di far guerra agli dèi, guidati dal re Eurimedonte, tentando la scalata dell’Olimpo. Giove, con l’aiuto di Ercole, li vinse a Flegra, in Macedonia, in un’epica battaglia, dove li sterminò fulminandoli con le sue saette.

La cd. “gigantomachia” fu uno dei miti verso i quali si rivolse in modo più copioso la letteratura greco-romana. Ma il poeta ne ebbe conoscenza anche attraverso la tradizione biblica, dove il tentativo di scalare l’Olimpo da parte dei giganti fu parallelo a quello che la Bibbia raccontava della torre di Babele e di Nembrot, il re di Babilonia.

Essi rappresentavano per Dante, nella loro potenza fisica manifestatasi nel tentativo di sfidare la divinità, la superbia degli uomini che credevano di diventare uguali a Dio; del resto, la superbia fu il peccato attribuito ai giganti fin dall’antichità. E tra i primi ad evidenziare ciò fu Sant’Agostino, a proposito di Nembrot, nel De civitate Dei: “ergebat ergo cum suis populis turrem contra Deum, qua est impia significata superbia”.

Tornando alla posizione che il poeta assunse nei loro riguardi, la Chiavacci Leonardi ha scritto che questi giganti danteschi “sono infatti degli uomini, sia pure eccezionali, e non mostri, come li aveva figurati il mito… Anzi Dante tiene a precisare che la loro figura umana non ha alcun tratto mostruoso”.

@ SAPPI CHE NON SON TORRI, MA GIGANTI

Fonti: Enciclopedia dantesca, Treccani 1970

Inferno, Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori 1991 e successive ristampe

30^ canto dell’Inferno.

(Canto XXX, ove tratta di quella medesima materia e gente.)

Nel tempo che Iunone era crucciata

per Semelè contra ‘l sangue tebano,

come mostrò una e altra fïata,

Atamante divenne tanto insano,

che veggendo la moglie con due figli

andar carcata da ciascuna mano,

gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli

la leonessa e ‘ leoncini al varco»;

e poi distese i dispietati artigli,

prendendo l’un ch’avea nome Learco,

e rotollo e percosselo ad un sasso;

e quella s’annegò con l’altro carco.

E quando la fortuna volse in basso

l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,

sì che ‘nsieme col regno il re fu casso,

Ecuba trista, misera e cattiva,

poscia che vide Polissena morta,

e del suo Polidoro in su la riva

del mar si fu la dolorosa accorta,

forsennata latrò sì come cane;

tanto il dolor le fé la mente torta.

Ma né di Tebe furie né troiane

si vider mäi in alcun tanto crude,

non punger bestie, nonché membra umane,

quant’io vidi in due ombre smorte e nude,

che mordendo correvan di quel modo

che ‘l porco quando del porcil si schiude.

L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo

del collo l’assannò, sì che, tirando,

grattar li fece il ventre al fondo sodo.

E l’Aretin che rimase, tremando

mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,

e va rabbioso altrui così conciando».

«Oh», diss’io lui, «se l’altro non ti ficchi

li denti a dosso, non ti sia fatica

a dir chi è, pria che di qui si spicchi».

Ed elli a me: «Quell’è l’anima antica

di Mirra scellerata, che divenne

al padre, fuor del dritto amore, amica.

Questa a peccar con esso così venne,

falsificando sé in altrui forma,

come l’altro che là sen va, sostenne,

per guadagnar la donna de la torma,

falsificare in sé Buoso Donati,

testando e dando al testamento norma».

E poi che i due rabbiosi fuor passati

sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,

rivolsilo a guardar li altri mal nati.

Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,

pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia

tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.

La grave idropesì, che sì dispaia

le membra con l’omor che mal converte,

che ‘l viso non risponde a la ventraia,

faceva lui tener le labbra aperte

come l’etico fa, che per la sete

l’un verso ‘l mento e l’altro in sù rinverte.

«O voi che sanz’alcuna pena siete,

e non so io perché, nel mondo gramo»,

diss’elli a noi, «guardate e attendete

a la miseria del maestro Adamo;

io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,

e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.

Li ruscelletti che d’i verdi colli

del Casentin discendon giuso in Arno,

faccendo i lor canali freddi e molli,

sempre mi stanno innanzi, e non indarno,

ché l’imagine lor vie più m’asciuga

che ‘l male ond’io nel volto mi discarno.

La rigida giustizia che mi fruga

tragge cagion del loco ov’io peccai

a metter più li miei sospiri in fuga.

Ivi è Romena, là dov’io falsai

la lega suggellata del Batista;

per ch’io il corpo sù arso lasciai.

Ma s’io vedessi qui l’anima trista

di Guido o d’Alessandro o di lor frate,

per Fonte Branda non darei la vista.

Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate

ombre che vanno intorno dicon vero;

ma che mi val, c’ho le membra legate?

S’io fossi più di tanto ancor leggero

ch’i’ potessi in cent’anni andare un’oncia,

io sarei messo già per lo sentiero,

cercando lui tra questa gente sconcia,

con tutto ch’ella volge undici miglia,

e men d’un mezzo di traverso non ci ha.

Io son per lor tra sì fatta famiglia;

e’ m’indussero a batter li fiorini

ch’avevan tre carati di mondiglia».

E io a lui: «Chi son li due tapini

che fumman come man bagnate ‘l verno,

giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».

«Qui li trovai – e poi volta non dierno -»,

rispuose, «quando piovvi in questo greppo,

e non credo che dieno in sempiterno.

L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;

l’altr’è ‘l falso Sinon greco di Troia:

per febbre aguta gittan tanto leppo».

E l’un di lor, che si recò a noia

forse d’esser nomato sì oscuro,

col pugno li percosse l’epa croia.

Quella sonò come fosse un tamburo;

e mastro Adamo li percosse il volto

col braccio suo, che non parve men duro,

dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto

lo muover per le membra che son gravi,

ho io il braccio a tal mestiere sciolto».

Ond’ei rispuose: «Quando tu andavi

al fuoco, non l’avei tu così presto;

ma sì e più l’avei quando coniavi».

E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:

ma tu non fosti sì ver testimonio

là ‘ve del ver fosti a Troia richesto».

«S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,

disse Sinon; «e son qui per un fallo,

e tu per più ch’alcun altro demonio!».

«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,

rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;

«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».

«E te sia rea la sete onde ti crepa»,

disse ‘l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia

che ‘l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».

Allora il monetier: «Così si squarcia

la bocca tua per tuo mal come suole;

ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,

tu hai l’arsura e ‘l capo che ti duole,

e per leccar lo specchio di Narcisso,

non vorresti a ‘nvitar molte parole».

Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso,

quando ‘l maestro mi disse: «Or pur mira,

che per poco che teco non mi risso!».

Quand’io ‘l senti’ a me parlar con ira,

volsimi verso lui con tal vergogna,

ch’ancor per la memoria mi si gira.

Qual è colui che suo dannaggio sogna,

che sognando desidera sognare,

sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,

tal mi fec’io, non possendo parlare,

che disïava scusarmi, e scusava

me tuttavia, e nol mi credea fare.

«Maggior difetto men vergogna lava»,

disse ‘l maestro, «che ‘l tuo non è stato;

però d’ogne trestizia ti disgrava.

E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,

se più avvien che fortuna t’accoglia

dove sien genti in simigliante piato:

ché voler ciò udire è bassa voglia».

Fonte: La Commedia secondo l’antica vulgata, Giorgio Petrocchi, Edizione Nazionale 1966-67